Un anno di Lula
IL DECLINO DELLE SPERANZE
Maurizio Matteuzzi
Molti - in Brasile e fuori - pensavano e speravano che le scelte fatte da Lula nei primi 100 giorni fossero solo passaggi forse obbligati dalla necessità di `rimettere in ordine' la casa lasciata in condizioni critiche dagli otto anni dell'era Cardoso. Obbligati ma transitori. Invece quei passaggi hanno tutta l'aria di essere la strada maestra, scelta fin dall'inizio e che verrà mantenuta con ogni probabilità fino alla fine del percorso, nel 2006. Che ormai tutto lascia credere Lula cercherà di prolungare per altri 4 anni, ricandidandosi per un secondo mandato.
Il grande interrogativo che aleggiava su quell'indimenticabile primo gennaio del 2003, il giorno del suo insediamento nel palazzo di Planato a Brasilia - rottura o continuità? - sembra ormai essersi sciolto: continuità. La continuità con il modello Cardoso, a ragione definito neo-liberista e contro cui Lula era stato eletto, e la scelta dell'ortodossia economica, finanziaria e monetaria, di cui il Fondo monetario internazionale gli ha dato ripetutamente atto.
È ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo, come si diceva dopo i primi cento giorni e dopo il primo anno di Lula? Forse. Ma in Brasile e fuori nessuno si aspetta più - spera o teme, a seconda dei casi - né un cambio della politica economica fin qui seguita né un suo ammorbidimento.
È un fatto incontrovertibile che fra i due grandi debiti che tenevano impiccato il Brasile al momento dell'insediamento di Lula al Planato - il debito finanziario (pubblico ed estero) e il debito sociale contratto dal Brasile con la grande maggioranza della sua popolazione e soprattutto con quei 60 milioni di brasiliani su 180 condannati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno -, finora il governo del Pt ha deciso di onorare il debito estero rinviando quello sociale - dal progetto Fame Zero alla riforma agraria - a dopo (forse al secondo mandato?).
Sulla priorità data al debito finanziario, e sui suoi eccellenti risultati, non ci sono dubbi. In una lettera aperta, scritta il 23 agosto scorso al presidente della Repubblica dall'economista Marcos Arruda, che del Partido dos Trabalhadores fu fra i fondatori insieme a Lula, si legge che «nel suo primo anno di mandato sono stati pagati 145,3 miliardi di reais a titolo di servizio del debito pubblico alle grandi banche brasiliane e straniere. Il che equivale a 400 milioni di reais al giorno: in poco più di quattro giorni quelle risorse avrebbero coperto il bilancio del programma Fame Zero per tutto l'anno 2003». Ora, per fare due conti, basta dividere queste cifre per tre - un dollaro contro 3 reais - e si vede che quei 145 miliardi di reais corrispondono più o meno a 48 miliardi di dollari.
A lanciare accuse di questo tipo non è solo la sinistra interna al Pt - sovente tacciata, e con ragione, di eccessivo radicalismo estremista anche se mai, finora, colpita da provvedimenti di espulsione come è capitato, quest'anno, ad alcuni deputati, colpevoli di non avere votato a favore delle controverse riforme previdenziale e tributaria. In un articolo uscito il 12 ottobre su «il manifesto», João Pedro Stédile, il leader dei Sem Terra (Mst), scriveva che il governo di Lula «ha già due anni e malaugaratamente, impaurito da minacce speculative e da ogni sorta di ricatti, ha mantenuto una politica economica dagli stessi fondamenti neo-liberisti del governo precedente. Ossia, la priorità resta quella del capitale finanziario, a cui viene trasferito il risparmio nazionale attraverso il meccanismo dei superavit primari consigliato dal Fondo monetario internazionale. I risultati erano prevedibili: l'economia cresce, ma gli indicatori della distribuzione della ricchezza e della terra, del lavoro e dell'educazione non migliorano».
Una priorità, quella data al debito finanziario, che il governo rivendica. L'Fmi esige un avanzo primario - in sostanza fondi messi da parte per garantire la puntualità dei rimborsi - del 3,75% del Prodotto interno lordo? Il governo, l'anno passato, ha elevato autonomamente questa percentuale già enorme al 4,25% e nel settembre scorso - con l'economia che ha ripreso a tirare (un poco) - l'avanzo per il 2004 è stato portato da Lula al 4,5%, dopo un dibattito fra l'ala desenvolvimentista e l'area economico-monetarista del governo. Da notare che anche durante l'era Cardoso, dentro al governo si scontravano l'ala neo-liberista e l'ala desenvolvimentista, anche allora regolarmente sconfitta e impersonata dal ministro José Serra, l'avversario di Lula nel 2002 e il probabile prossimo sindaco di San Paolo (il ballottaggio con la sindaco uscente del Pt, Marta Suplicy, era fissato per il 31 ottobre) che dopo il voto del 3 ottobre non perdeva l'occasione per affermare che «senza ombra di dubbio» lui «era a sinistra» sia dell'amministrazione comunale della Suplicy sia della politica economica del governo Lula: «la stessa - diceva - del presidente Fernando Henrique Cardoso, con tassi d'interesse alti e austerità fiscale, che io criticavo durante gli otto anni del suo mandato».
Se la priorità data al debito finanziario e i suoi risultati non sono in discussione, assai più dubbio e controverso è il bilancio sul debito sociale.
Il programma Fame Zero, che era la pietra miliare della campagna presidenziale di Lula, ha stentato a decollare - anche se Frei Betto, consigliere personale di Lula, dice che non è vero e nel primo anno sono state già raggiunte 4,5 delle 11,4 milioni di famiglie povere che erano l'obiettivo entro il 2006 -, in parte per le difficoltà oggettive di inquadrare i punti giusti di attacco a un problema che è secolare e strutturale, in parte - e soprattutto - per la mancanza di fondi, destinati piuttosto a pagare il debito finanziario. Infatti, Lula ha escluso fin dal principio l'eventualità di rinegoziarlo o, addirittura, di proclamarne la moratoria, come suggeriva uno dei grandi vecchi del Pt, l'economista Celso Furtado, e come ha fatto il suo alleato strategico in America latina, l'argentino Nestor Kirchner, attirandosi gli strali dell'Fmi.
Anche la riforma agraria - l'altra voce principale del debito sociale - non ha visto quei segnali di svolta che Lula aveva promesso. Non è che non sia stato fatto nulla. Uno dei leader dell'Mst, Roberto Baggio, riconosce che rispetto a Cardoso un progresso c'è stato. Ma troppo piccolo e insufficiente, perché Lula «non vuole mettersi contro l'agro-business, che è il volano delle esportazioni agricole e poi perché mancano i fondi».
Una linea che si è attirata i rilievi critici della Chiesa cattolica brasiliana, che ha più volte lamentato il permanere delle priorità neo-liberiste a scapito degli obiettivi sociali, e quelli ancor più negativi di Plinio de Arruda Sampaio, un altro dei fondatori del Pt: «Non esiste politica agraria in Brasile», ha dichiarato in una recente intervista a «Liberazione» (3 ottobre 2004). E se l'Mst non ha rotto frontalmente con Lula, è «perché ritiene di non poter sostenere insieme uno scontro con il governo e una guerra al latifondo». Che continua a imperversare, come dimostrano le cifre-record dei braccianti uccisi dai fazenderos e dei militanti perseguiti da una giustizia ancora estremamente classista.
Nessuno può essere così estremista da sostenere che in questi due anni tutto sia stato come durante gli 8 malefici anni della presidenza Cardoso. Né sul piano (macro)economico, né sul piano sociale, né sul piano politico interno (e tanto meno internazionale). E neanche sul piano etico (anche se qualche sintomo di corruzione è arrivato a lambire due uomini di primissimo piano della nomenclatura lulista, come José Dirceu - il numero due del governo - ed Henrique Meirelles, il presidente del Banco Central).
La linea dell'ortodossia fondo-monetarista ha dato risultati positivi. L'inflazione ridimensionata - +7,3% previsto nel 2004, anche se si tratta di un valore più alto del 5,5% sperato, che resta l'obiettivo del 2005 -; l'economia finalmente in crescita - +4,5% nel 2004 dopo il -0,2% del 2003 e in attesa di un discreto +3,5% nel 2005 -, anche se ancora lontana dallo «show della crescita» annunciato da Lula come imminente; il record delle esportazioni nel 2003 e 2004, trainato dal rialzo dei prezzi di alcune materie prime e dall'attivismo internazionale di Lula sul piano commerciale (viaggi, con relativa apertura dei mercati, in Cina, India, Africa); la leggera ma simbolicamente significativa inversione di tendenza del tasso di disoccupazione, che aveva sfondato il tetto del 13% dopo il primo anno ed è ora discesa all'11,3%; i tassi d'interesse portati a un impossibile 26,5% nella prima metà del 2003 e tagliati al 16,5% a metà del 2004 (ma sempre troppo alti per qualsiasi ipotesi di sviluppo sostenuto e continuato).
Risultati positivi, che qualcuno ha dovuto pagare. Nel 2003 il potere d'acquisto dei salari è caduto del 7,4% e - altro segno di continuità - per il settimo anno consecutivo. E degli 1,1 milioni di nuovi posti di lavoro creati, l'80% sono stati a livello di un salario minimo. Se poi il salario minimo è stato aumentato con grande sofferenza da 240 a 260 reais al mese, ossia da 68 a 74 euro, questo significa che per onorare un'altra delle proposte-chiave del candidato Lula - raddoppiarlo nel corso dei suoi 4 anni di presidenza - a questo ritmo ci vorranno 49 anni.
Sul piano politico ci sono state le riforme della previdenza e del fisco, imposte nel 2003 da Lula col ferro e col fuoco - leggi espulsioni di deputati ribelli, forti tensioni con la Cut, la centrale sindacale storicamente legata al Pt -, `consigliate' con forza dall'Fmi, necessarie per rompere certi privilegi - in alcuni casi aberranti - dell'apparato burocratico-corporativo; ma, se non `punitive' come le definisce Marcos Arruda nella sua lettera aperta a Lula, certo non progressive e per molti versi assai simili a quelle che aveva proposto Cardoso e che non erano passate per la ferrea opposizione del Pt. Poi la riforma della legislazione sindacale, che dovrebbe essere approvata dal Congresso entro il 2004 e che cancellerà i residui corporativi mutuati da Getúlio Vargas nel '43 dal Codice del lavoro mussoliniano.
Lula, grande negoziatore capace di ammaliare e dividere gli avversari, ha ottenuto anche vistosi risultati nell'obiettivo di allargare la sua base parlamentare in Congresso. Il Pt nel 2002 non aveva ottenuto la maggioranza in Camera e Senato nonostante le alleanze elettorali a sinistra e a destra (il vice-presidente José Alencar è del Partido Liberal). In poco più di un anno Lula è riuscito a tirar dentro alla coalizione di governo il Pmdb - il Partido do Movimento Democrático Brasileiro, che è il numeroso e vischioso `centro' -, e più di recente perfino l'ala del Pfl - il Partido da Frente Liberal, la destra conservatrice alleata dei socialdemocratici di Cardoso -, che fa capo allo squalificato ma poderoso senatore Antônio Carlos Magalhães, il boss dello Stato di Bahia. Se Lula è stato abile nell'attirarli nella sua rete, questi apporti non sono gratis.
Come non sono gratis - o è troppo schematico pensarlo? - gli elogi piovuti su Lula dall'Fmi, come quelli del suo nuovo direttore Rodrigo Rato, lo spagnolo ex ministro del premier José Aznar: «Una politica macro-economica coerente e un'agenda ambiziosa di riforme strutturali», ha definito la linea di Lula nella sua prima visita a Brasilia in settembre (dopo essere passato da Buenos Aires e avere bastonato a dovere il povero Kirchner). Anche se non basta (mai), perché sono necessari e urgenti altri cambiamenti nel sistema bancario e di credito, oltre a «una maggiore apertura commerciale».
Il meglio di sé Lula l'ha dato, ancora una volta, in campo internazionale. Il rafforzamento e ampliamento del Mercosud con l'obiettivo dell'integrazione latino-americana, lo stop a un'Alca fatto troppo a misura degli Stati Uniti, i ricorsi vittoriosi al Wto contro le politiche protezioniste in campo agricolo di Usa e Ue, l'impulso al G-4 con Cina, India e Sudafrica, l'appoggio misurato ma fermo al venezuelano Hugo Chávez, la giusta candidatura del Brasile a un seggio permanente in Consiglio di sicurezza, l'opposizione all'avventura di Bush in Iraq, il rilancio della guerra alla fame nel mondo davanti all'Assemblea generale dell'Onu, in cui ha definito la povertà - con un riferimento implicito ma chiaro - come «la più distruttiva delle armi di distruzione di massa».
Il 3 ottobre Lula è stato chiamato al test delle elezioni municipali in Brasile. Un voto a metà del quadriennio, che aveva il sapore di un referendum sul suo operato e di un test per le presidenziali del 2006. Lui e il Pt le hanno vinte in carrozza. Il Pt è divenuto il partito più votato, ha confermato o riconfermato i sindaci in 6 delle 26 capitali statali, era nel ballottaggio del 31 ottobre in altre 9, ha raddoppiato i municipi sotto il suo controllo rispetto all'`onda rossa' del 2000 (da 200 a 400). Unica possibile e dolorosa eccezione San Paolo, dove José Serra si presentava come favorito sulla petista Marta Suplicy, avendo ottenuto il 43,5% contro il 35,8% al primo turno (quando questa «rivista» uscirà il risultato sarà già noto). Per il Pt e per Lula sarebbe un colpo durissimo perdere San Paolo, per il suo peso politico e simbolico (lì è nato il Pt nel 1980), oltre che economico (la città produce da sola il 15% del Pil brasiliano e il bilancio comunale è il terzo maggiore del paese dopo quelli dello Stato federale e dello Stato paulista).
Il voto del 3 ottobre ha confermato il nuovo quadro politico brasiliano per l'immediato futuro: in caduta controllata o libera i partiti nati sotto la dittatura militare - Pmdb e Pfl, la vecchia destra -, saranno il Pt e il Psdb, la socialdemocrazia di Cardoso e Serra, a vedersela nel 2006. Per Emir Sader, intellettuale dell'ala radicale del Pt, il Partido da Social Democracia Brasileira «è la nuova e vera destra». C'è da sperare, non solo per il Brasile, che le differenze con il Partido dos Trabalhadores di Lula da Silva, anziché attenuarsi, continuino a essere grandi.