numero  55  novembre 2004 Sommario

L'Arci dopo Tom

L'AUTONOMIA IN CONGRESSO
Luciana Castellina  


Finalmente una buona cosa a sinistra: il congresso dell'Arci, a metà ottobre, una sessione straordinaria a tre mesi dalla scomparsa di Tom Benetollo, convocata per eleggere il nuovo presidente dell'Associazione. Una successione, affidata a Paolo Beni, che è avvenuta senza traumi, perché tutti erano convinti che il presidente dell'Arci di Firenze, la più forte d'Italia - per virtù personali e per personale, particolare legame con Tom - fosse il dirigente che più esprime oggi il sentire collettivo di questa organizzazione sospesa fra politica e società civile.
Un congresso ancora a lutto, naturalmente, perché la perdita improvvisa subita a giugno scorso è un dolore vivo, non destinato a scemare. Che ha però prodotto una maturazione, un salto di qualità e di unità («si è stretto fra noi un patto di impegno comune» - ha raccontato Paolo Beni nella sua relazione), che ha segnato tutti gli interventi dei delegati. In qualche modo sorpresi loro stessi di scoprirsi così consonanti e solidali, di come l'eredità di Tom fosse più comune di quanto avessero creduto. Come un ragazzo cui muore il padre e avverte di avere, inaspettata, una grande responsabilità che gli piove sulle spalle: e diventa adulto. L'Arci, la responsabilità, l'ha accolta con uno scatto di orgoglio. Forse anche nel timore che in un passaggio difficile come questo potesse restare compromessa l'autonomia dell'associazione, tanto faticosamente conquistata nell'ultimo decennio.
Queste note vi sembreranno forse apologetiche; ma francamente non trovo nulla nell'Arci attuale che vorrei fosse diversa da come è diventata (o, se volete, che penso potrebbe esser migliore di come è, date le circostanze tanto difficili in cui tutti ci muoviamo), crescendo lungo un percorso così accidentato da rischiare persino, in una fase, la sua stessa estinzione. Perché anche l'Arci, fondata nel 1957 quasi come una propaggine della più anziana Uisp - l'associazione che dall'immediato dopoguerra si incaricò di promuovere lo sport popolare e di sostenere e animare le case del popolo come centri di vita sociale e culturale - era fra i tanti organismi `di massa', come si diceva allora, in cui confluivano comunisti e socialisti che ne assicuravano insieme la direzione, attraverso il controllo esercitato dai rispettivi partiti. Come nel caso della Cgil o della Lega delle cooperative - anch'esse esposte al terremoto prodotto più che dalla rottura fra i due partiti, che è già degli anni '50, dal craxismo -, per cui, però, è stato più facile reggere per via della loro funzione, così concreta e stringente.
Al conflitto durissimo degli anni '80, poche delle `associazioni di massa' sopravvissero: l'Arci rappresenta un'eccezione, perché già allora si era conquistata un certo margine di autonomia, garantito per un verso dalla sua base popolare che a livello locale era restata più a lungo unitaria, per l'altro grazie alla sua spregiudicatezza: quando Dario Fo venne cacciato dalla Rai, ad esempio, furono i circoli Arci a organizzare il palcoscenico de Il Mistero Buffo, un'opera tutt'altro che ortodossa.
Per un periodo lungo, tuttavia, l'Arci subì una duplice spinta, aggregativa e disgregante. Da un lato riesce a rispondere alle tematiche del tutto nuove rispetto alla tradizione che i movimenti della fine degli anni '70 portano alla ribalta. Non tanto quelle sessantottine, più politiche, che si può dire non lambiscano nemmeno l'associazione. L'innesto è successivo, quando il grosso del movimento rifluisce e la sua sconfitta lascia troppi preda delle maledette lusinghe della lotta armata e della droga, o vittime del disimpegno. A trovare nell'Arci un ascolto e una reazione attiva sono dunque i post-sessantottini e post-settantasettini, che danno vita - scandaloso inedito per una blasonata associazione come questa - ad Arci gay, Arci gola, Arci donna, kid, solidarietà, alla Lega ambiente: e ad un gran coinvolgimento nel nuovo pacifismo, che emerge in quegli anni anche in polemica con le prudenze del Pci. (Posso notare con qualche orgoglio che gran parte di questo quadro nuovo proveniva dal Pdup? Solo qualche nome: Raffaella Bolini, Carlin Petrini, Beppe Grillini, Nuccio Jovene, Ermete Realacci, Vincenzo Striano…). L'aver comunque tenuto assieme `rockettari e bocciofila' ha dato equilibrio all'associazione, le ha impedito di cadere nel `nuovismo', di diventare avanguardista. Mentre, sebbene si ripeta sempre che occorre l'incontro fra tradizione e innovazione, è raro che ci si riesca.
E però poi ci fu un momento - ecco la spinta disgregante - in cui sembrò che l'Arci non riuscisse a contenere e a governare queste sue indisciplinate filiazioni, `esorbitanti' rispetto alla tradizione. E questo mentre un moto opposto penalizzava l'associazione: per via del crescente fastidio delle vecchie componenti - Uisp e Arci caccia, per esempio -, peraltro le sole `ricche' (per via dei contributi del Coni e del ministero dell'Agricoltura), stufe di finanziare i `frikkettoni', che avevano contribuito a produrre un buco gigantesco nel bilancio, proprio quando, oltretutto, la crisi del collateralismo aveva ormai inaridito le fonti `partitiche'. Seguì l'epoca dei distacchi, della diaspora; e sembrò che l'Arci-madre, quella che gestiva la struttura territoriale, rimasta nuda dei settori tematici, fosse diventata residuale.
Fu, in effetti, così per non pochi anni. Poi, grazie a un processo lento ma sicuro, stimolato da un coraggiosissimo rinnovamento di cui va dato atto anche ai presidenti che precedettero Tom - Menduni, Serri, Rasimelli, Jovene -, ma che certo da Tom ebbe il contributo decisivo, la resurrezione. Ne è emersa un'Arci più politica e più autonoma, perché nel frattempo era cresciuto attorno ad essa il vuoto lasciato dallo scioglimento del Pci, dall'asfissia delle vecchie forme della politica, dalla crisi di rappresentanza. In qualche modo l'Arci ha finito così per assolvere ad una funzione di supplenza, che ha imbrigliato almeno parzialmente l'emorragia di energie provocata dalla Bolognina.

Nel passaggio dal Pci al Pds, molte Case del popolo si sono perdute, ingoiate assieme a tanta parte del patrimonio del Pci. Non tutte però, anche perché alcune sono state addirittura riacquistate dai circoli Arci, o - quando erano passate alle Cooperative o commercializzate, come vere e proprie sale da gioco (Bingo e altro) - riconquistate all'attività politico culturale, alla vita associativa.
Per l'Arci, infatti, l'autonomia piena è stata anche il risultato di uno straordinario sforzo di autofinanziamento, che ha consentito di colmare il debito di ben 5 miliardi di lire contratto a metà degli anni '80, e di rendersi autosufficiente. Anche grazie a una preziosa invenzione, che oggi figura come una delle più significative istituzioni, che dall'Arci ha preso le mosse iniziali: la Banca etica, strumento di salvataggio dell'associazione e ormai indispensabile alla sopravvivenza di tutto l'associazionismo non a fine di lucro, primo esempio in Italia di investimenti `etici'.
Oggi l'Arci è la più grande forza organizzata (esclusi i sindacati) della sinistra italiana (per non dire di quella europea, che quando si danno i suoi numeri, rimane sbigottita): 1.092.000 iscritti, 5.800 circoli territoriali, un legame ormai ricostruito con le filiazioni che se ne erano staccate, nel quadro della Federazione Arci che, tutta assieme, arriva a 2 milioni e mezzo di iscritti.
Chi sono questi iscritti? In parte compagni rimasti smarriti nel deserto lasciato dal modello del `partito leggero' adottato dai Ds. Nel riflusso della partecipazione popolare la politica è tornata ad esser `affare di lor signori' e di notabilati locali e l'Arci ha aiutato a contrastare questa deriva dove ha potuto - che certo è assai meno di ovunque -, offrendo un terreno di impegno a chi non si è rassegnato ad andare a casa. E poi i più giovani, le mille invenzioni aggregative cui i circoli Arci hanno aperto le porte, offrendo loro una casa e così diventando veicolo di positiva contaminazione fra vecchia e nuova sinistra. Che non era affatto scontato potesse verificarsi. E così nel decennio in cui precipita il numero degli iscritti ai partiti, raddoppia quello dell'Arci.
Di questi iscritti pochissimi, e sempre meno, sono quelli che sono ancora iscritti anche ai partiti. E di quelli che lo sono, è difficile capire `chi e a quale'. Ma, dell'antica derivazione comunista, l'associazione porta tutt'ora per intero la traccia: non a caso il 50 % della sua forza è ancora nelle regioni rosse, poi viene il Nord Ovest e infine il Sud, dove è quasi tutta recente e raramente strutturata per circoli, molto di più per tematiche che mobilitano su singole campagne, in cui però chi ne viene coinvolto stenta ad assumere la cultura associativa. Questa proporzione è rimasta invariata negli anni, i confini politici e geografici tradizionali non sono stati sfondati. È un limite serio 1.
È in questi ultimissimi anni, tuttavia, che questo lavoro - che data ormai da più di un decennio - è diventato visibile. E all'Arci si comincia a riconoscere una preziosa funzione di raccordo rispetto ai movimenti: nelle manifestazioni per la pace, nei Forum sociali, nelle battaglie per i diritti. Il salto avviene a Genova, dove l'associazione si impegna in prima persona, laddove i Ds e la Cgil si ritraggono impauriti. «Facemmo quella scelta nonostante l'assenza di gran parte della sinistra italiana - ha ricordato Beni al Congresso -, perché eravamo convinti che i temi sui quali una miriade di esperienze di base si dava appuntamento a Genova non potevano restare prerogativa esclusiva di minoranze radicali, dovevano essere patrimonio di un grande movimento democratico e popolare al quale l'Arci, per la sua storia, per i suoi valori, avrebbe potuto offrire energie ed esperienze.» Avevamo ragione, ha concluso Beni: perché dopo Genova il movimento ha saputo evitare la trappola della violenza, ha scelto di restare unito, di aprirsi alla ricerca di nuove relazioni. E l'Arci stessa ha stabilito in questi anni relazioni preziose e ricche, in molte direzioni, in Italia e nel mondo, in particolare con l'associazionismo cattolico, con il suo migliore volontariato, di cui ha anche mutuato alcune forme d'organizzazione.
Il consenso acquisito, senza cedere in nulla alla propria radicalità, è risultato visibile al Congresso: poche organizzazioni in effetti possono vantare una presenza paragonabile a quella avuta dall'Arci, alle cui assise hanno portato il loro omaggio tutti i protagonisti dell'alternativa a Berlusconi: da Fassino a Casalini, passando per Epifani, Rinaldini, Bernocchi, Serventi Longhi, Folena, Mussi, Bertinotti, Franceschini, Pecoraro Scanio, Di Pietro, Rosa Jervolino e Rosy Bindi, Veltroni, Pancho Pardi, don Ciotti e don Tonino Dall'Olio, persino l'altezzoso Flores. Perché merito dell'Arci è di aver evitato - come invece è accaduto a tanta altra parte del movimento - di trasformare la denuncia della degenerazione della politica in antipolitica. «La nostra autonomia - ha spiegato Striano - è anche critica, è denuncia di una politica che abdica al suo ruolo, perdendo l'essenziale: di essere luogo di incontro dei cittadini.» «La discussione su come battere Berlusconi ci riguarda - ha detto Raffaella Bolini, rivolgendosi agli ospiti. Sappiamo che serve una maggioranza larga, ma non è detto che questa debba esser trovata annacquando il programma. Non vi chiediamo di essere Marcos, ma almeno Zapatero sì. E la forza dei movimenti è la sola che avete nella difficile opera intrapresa.»
A poche organizzazioni è consentito un linguaggio così diretto, a poche si sono perdonate rotture così serie con le forze cui tradizionalmente erano legate, con i `propri ministri' tanto per intenderci: quella con D'Alema presidente del Consiglio in relazione alla guerra del Kosovo, contro la quale l'Arci promosse, nell'aprile del `99, una grande manifestazione; quella con Turco e Napolitano, combattendo la loro legge sull'immigrazione; quella con i Ds sull'Articolo 18; e poi l'ultima, ormai dolorosamente prolungata, sull'Iraq.
All'Arci è stato possibile perché si è sforzata di impregnare di politica la pratica di movimento e associativa. La politica così l'ha dilatata, anziché rinsecchirla.
Non è poco.




note:

1  Gli iscritti dell'Arci (1.092.000 nel 2003: nel 2002 erano 1.048.887) sono così suddivisi: 258.147 in Emilia; 214.151 in Toscana; 119.809 in Lombardia; 115.006 in Piemonte; 96.913 in Veneto; 40.471 in Campania; 24.275 in Sicilia; 18.203 in Sardegna




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