Economisti discutono: i passi perduti
ANCORA SUL CONFLITTO
Riccardo Bellofiore
Il mio intervento critico rispetto alle posizioni di Brancaccio e Realfonzo nello scorso numero della «rivista» è stato, per un disguido tipografico, mutilato di una parte essenziale in cui si sosteneva la possibilità di ricostruire la relazione tra accumulazione del capitale, domanda effettiva e distribuzione in un modo che sfuggisse alla sterile alternativa tra `conflittualismo' e marxismo `ortodosso', e che consentisse una integrazione del lascito marxiano con i diversi filoni eterodossi alquanto diverso da quello consueto ripreso dai due autori. Visto che si tratta di una posizione originale nel dibattito - di fatto, la vera risposta in positivo alle argomentazioni sostenute in La razionalità del conflitto 1 dal punto di vista analitico -, e che meglio chiarisce in che senso la proposta di Brancaccio e Realfonzo di sintesi tra teoria del circuito monetario (Graziani) e posizioni di lungo periodo (Garegnani) sia inutile e conduca fuori strada, ne ricostruisco qui i termini, avvertendo il lettore che deve leggere queste righe sullo sfondo del mio testo pubblicato nell'ultimo numero (il lettore trova comunque la mia risposta ai due autori nella sua stesura integrale nella versione on-line della «rivista»). La discussione ha, evidentemente, un aspetto tecnico, ma questo è inevitabile se si vuol prendere sul serio la questione sollevata dai due autori nel loro articolo (i riferimenti bibliografici il lettore li trova ancora sul sito della «rivista»).
Ricordo il problema: come, in un approccio macromonetario e di classe come quello marxiano, si definiscono la `sussistenza' e, più in generale, il livello e la composizione della produzione e dell'occupazione? Partiamo dal come nel sistema si definiscono le quantità prodotte delle imprese. Se per semplicità ci riferiamo all'economia chiusa senza Stato, esse dipendono dalle decisioni degli imprenditori sugli investimenti autonomi, influenzati dall'incertezza radicale e dalle aspettative mutevoli (oltre che dal conflitto sociale nella valorizzazione). Dati gli investimenti, è data la domanda effettiva: le imprese, previo l'assenso delle banche, produrranno quanto richiesto dal mercato. Il lavoro vivo erogato diverrà integralmente lavoro sociale con una determinata espressione monetaria nello scambio finale, dando luogo al reddito nazionale da distribuirsi. Sottraendo al lavoro vivo il lavoro necessario, otteniamo il pluslavoro che sta dietro al plusvalore.
Visto che il salario reale per la classe dei lavoratori è fissato dalle decisioni delle imprese, dato il vincolo sociale delle lotte dei lavoratori (che influiscono sul salario reale più per il tramite del conflitto nella produzione che del mero aumento del salario nominale), ciò significa che quale che sia la divergenza tra `prezzi' e `valori', i lavoratori come consumatori ottengono indietro dai capitalisti esclusivamente il lavoro contenuto in quei beni salario: la famigerata `trasformazione dei valori in prezzi' investe la distribuzione del lavoro vivo erogato dai lavoratori tra le imprese, non però il rapporto di classe capitale-lavoro. Nelle economie capitalistiche, le imprese fisseranno il prezzo di quanto vendono in modo da realizzare l'ammontare di profitti sufficiente a finanziare gli investimenti decisi. Detta altrimenti, e seguendo il modo di ragionare di Kalecki, la quota dei profitti nel reddito nazionale sarà eguale alla quota del reddito che gli imprenditori hanno deciso di produrre sotto forma di beni strumentali, che devono affluire loro in proprietà privata (non cambierebbe molto aggiungendo dal lato della domanda autonoma delle imprese il consumo autonomo dei capitalisti). Ciò che conta non è però la loro natura merceologica di mezzi di produzione. Ai loro detentori non interessa tanto la loro natura fisica, di valori d'uso, ma la loro proprietà (eventuale) di poter dar vita a nuova, maggiore ricchezza astratta in futuro: il che è funzione, evidentemente, delle condizioni attese sul lato della domanda e sul lato della valorizzazione.
Torniamo così alla centralità della domanda autonoma, fuori da ogni posizione di lungo periodo e fuori da ogni gravitazione. È chiaro perciò che in questo modo di ragionare siamo ben lontani dal `nucleo' di un sistema economico, inteso alla Garegnani come base di una riproposizione dell'approccio classico in economia (cui fanno riferimento Brancaccio e Realfonzo, che vorrebbero integrarlo con la prospettiva monetaria della teoria del circuito in un improbabile connubio).
Quale il rapporto di questa prospettiva con Sraffa (invece che con gli sraffiani?). È vero, ovviamente, che in Sraffa si trova la dimostrazione che - quali che siano le quantità di input e output, `fotografate' in un momento determinato - alla fine della produzione e prima dello scambio sul mercato delle merci, noto il salario reale, sarà sempre possibile definire prezzi con eguale saggio di profitto (dunque, prezzi di riproduzione, e in questo senso soltanto prezzi di equilibrio). Ed è vero che in un contesto simile ma con salario quota del prodotto netto, quale che sia la variabile distributiva che si fa variare, l'altra si muoverà in senso inverso. Ma questo contributo, come peraltro Sraffa voleva e sapeva benissimo, era di natura eminentemente critica e negativa, mentre il suo significato in termini ricostruttivi riteneva fosse tutto da discutere, al di là degli obiter dictum che si ritrovano qui e là nell'opera. Va da sé, e chi scrive l'ha ripetuto (con altri) più volte, che al di là della lettera e forse degli intenti di Produzione di merci, lo schema di determinazione dei prezzi può essere reso parte della teoria del circuito monetario, vedendo nelle quantità date le quantità decise dagli imprenditori grazie al finanziamento bancario, funzione delle attese di vendita, dipendenti dal conflitto nella produzione.
Certamente, il `nucleo' a cui si riferiscono Brancaccio e Realfonzo nel loro intervento non può ridursi a questo, perché in questo caso avremmo il riferimento ad un Garegnani che non è Garegnani, senza posizioni di lungo periodo e senza gravitazione. E oso sperare che i due autori non ci ripropongano quell'argomento, che ho sempre trovato alquanto singolare, secondo cui la povertà interpretativa di uno scheletro come questo, che i due autori definiscono `aperto', sia da vedersi come il massimo delle potenzialità teoriche perché compatibile con qualsiasi teoria non neoclassica. In questo modo saremmo oltre il poco interessante, saremmo nell'irrilevante. Il che, a ben vedere, è riconosciuto dai due autori che nel loro scritto parlano di «limiti angusti della teoria» 2 e ci rimandano al «campo estesissimo dell'economia politica e al limite della lotta politica» 3, come dire, il mare in cui naufragare. Il che, per chi sappia leggere tra le righe o forse sia un po' veteromarxista come chi scrive, ripropone l'onorata scissione di economia e politica, di scienza e ideologia, di quantitativo e qualitativo. Mentre a me pare si debba piuttosto riprendere il compito di una teoria unitaria della totalità capitalistica, la critica dell'economia politica intesa come scienza sociale.
note:
1 Cfr. Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, Economisti discutono. La razionalità del conflitto, «la rivista del manifesto», n. 50, maggio 2004, p;48-52.
2 Ibidem.
3 Ibidem.