L'ortodossia previdenziale
LE SFIDE DI MAZZETTI
Luigi Cavallaro
Nella letteratura che si è occupata e si occupa dei problemi dei sistemi pensionistici non sono molte le voci dissonanti. L'obiettivo di porre un argine all'espansione della spesa previdenziale è assunto dalla quasi totalità degli studiosi e tutte le analisi convergono nel ritenere che una riforma del genere è imposta dagli attuali trends demografici (che vedono il numero dei nuovi nati scemare a fronte delle coorti che lasceranno il lavoro negli anni a venire), che questa tendenza innesca un pericoloso conflitto fra generazioni, dal momento che l'accresciuta spesa previdenziale drena un flusso crescente di risorse verso gli anziani e lascia i bisogni delle generazioni più giovani privi di copertura finanziaria, e che il fenomeno è aggravato dalla minore crescita della produttività registratasi negli ultimi decenni nelle economie più sviluppate.
Queste posizioni sono così diffuse fra gli addetti ai lavori che gli studi in materia previdenziale si limitano ormai a presupporle, passando direttamente al `come' della riforma: se subito o diluita nel tempo, se con due o tre `pilastri', eccetera. Eppure, sono tutt'altro che autoevidenti.
È discutibile, in primo luogo, che la transizione demografica in atto debba di per sé essere foriera di un peggioramento delle condizioni di vita dei futuri pensionati, quasi che la loro condizione di vita sia legata a doppio filo al mantenimento dell'attuale rapporto fra attivi e quiescenti. Un assunto del genere, infatti, postula per il tempo avvenire la sostanziale invarianza dei coefficienti tecnici di produzione pro capite, dimenticando quella caratteristica essenziale della moderna crescita economica che è costituita dal progresso tecnico e gli effetti positivi che quest'ultimo riverbera sulla produttività del lavoro umano, cioè sulla sua capacità di produrre beni e servizi nell'unità di tempo. Lo notava, già nel lontano 1672, William Petty: il progresso tecnologico «equivale a ciò che gli uomini vanamente speravano dalla poligamia. Infatti, un uomo solo, che può svolgere il lavoro di cinque uomini, ha lo stesso effetto che procreare quattro lavoratori adulti» 1.
Non meno discutibile, per quanto confortato dalle rilevazioni statistiche, è l'assunto concernente la diminuzione della crescita della produttività. Del resto, se qualche anno fa Robert Solow ebbe a dire che «si può vedere l'era del computer ovunque, tranne che nelle statistiche della produttività» 2, è probabile che la ragione si debba cercare proprio in queste ultime, cioè nel modo in cui sono fatte. In effetti, quando si calcola la produttività del lavoro mediante il rapporto fra il Pil e il totale delle ore lavorate, si tende a dimenticare che il Pil indica il flusso reale di beni e servizi venduti e i fattori di produzione pagati nell'unità di tempo, onde un peggioramento della dinamica del numeratore, quali che ne siano le cause, si traduce ipso facto in un peggioramento del valore del rapporto, nonostante nel medesimo torno di tempo la capacità produttiva del sistema economico possa essersi perfino accresciuta in termini fisici. Considerando che il mondo industrializzato non ha più conosciuto distruzioni di capitale fisico dai tempi della seconda guerra mondiale, si potrebbe perciò supporre che è stato l'andamento del Pil nell'ultimo trentennio - certo meno sostenuto rispetto ai tassi di crescita dei `trenta gloriosi keynesiani' ma, secondo non pochi analisti, per cause concernenti la dinamica della domanda, dei tassi d'interesse reali e della distribuzione del reddito - a far `cadere' la produttività del lavoro e non viceversa!
Del tutto infondata sembra poi essere l'ipotesi di un conflitto tra generazioni, tra `vecchi e giovani'. O meglio, infondato è supporre che questo conflitto, ove effettivamente esistente, sparirebbe d'incanto sol che si passasse da un sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione. Comunque sia congegnato il sistema pensionistico, gli anziani debbono, infatti, essere sostenuti dal lavoro degli attivi e non cambia molto se i proventi di questo lavoro vanno a pagare le imposte da cui trae alimento un sistema a ripartizione o i rendimenti finanziari assicurati da un sistema a capitalizzazione: se la coperta è davvero troppo corta, qualcuno resterà al freddo. Il problema allora è un altro: adottando un sistema a capitalizzazione, la coperta crescerà di più che con quello a ripartizione? Se ne può dubitare: già nel 1937, in effetti, Keynes aveva avvertito che quando il tasso di natalità diminuisce e la vita media della popolazione aumenta, la domanda effettiva tende ad essere inferiore alle aspettative e le sovrapproduzioni cicliche, benché certo superabili, lo sono con maggiore difficoltà, specie se si decide di aumentare la quota di reddito dedicata al risparmio (come inevitabilmente accade con i sistemi a capitalizzazione); se così avviene, infatti, la domanda effettiva si deprime ulteriormente, la disoccupazione si accresce e anche se il pessimismo a lunga si elimina da sé, dato che l'offerta si riduce di pari passo, «all'inizio il passaggio dall'aumento alla diminuzione della popolazione può avere un effetto assolutamente disastroso» 3 e nel medio-lungo termine può condurre a quella situazione che un anno prima, nella Teoria generale, lo stesso Keynes aveva icasticamente descritto come «né disperata né soddisfacente, [...] sensibilmente al di sotto dell'occupazione piena e sensibilmente al di sopra di quel livello minimo dell'occupazione al di sotto del quale si metterebbe in pericolo l'esistenza» 4.Queste considerazioni abbiamo tratto dalla lettura di un libretto di Giovanni Mazzetti 5, che da alcuni mesi fa capolino dagli scaffali delle librerie, seminascosto fra titoli recenti e meno recenti che esortano a dare `meno ai padri, più ai figli' o - con una leggera variante - `meno pensioni, più Welfare'. Si tratta, in effetti, di un tentativo più unico che raro di rimettere in discussione i presupposti sui quali si è costruito il `senso comune' in materia previdenziale e di offrire un supporto teorico alle diffuse resistenze che ad una riforma che l'intero (o quasi) orizzonte politico reputa ineludibile si frappongono da parte di coloro che di quella riforma sarebbero (e probabilmente saranno) destinatari: lavoratori e pensionati.
Che siano questi ultimi i destinatari del libretto di Mazzetti, che insegna economia all'Università della Calabria, si capisce dal modo in cui è condotta la sua argomentazione, che nulla presuppone e tutto si dà carico di spiegare, ma - invertendo i termini del notissimo incipit della Teoria generale di Keynes - ciò non significa che la sua lettura non possa essere di una qualche utilità anche per i suoi colleghi economisti: il dibattito pubblico, anzi, non potrebbe che arricchirsi se il guanto di questa «sfida all'ortodossia previdenziale» venisse raccolto da un'accademia che troppo spesso rifugge dalla competizione che pure predica, preferendovi più comode posizioni da rentier.
note:
1 W. Petty, Verbum sapienti, in Id., The Political Anatomy of Ireland, London 1691, p. 22 (cit. da K. Marx, Storia dell'economia politica, Teorie sul plusvalore, Editori Riuniti, Roma 1993, I, pp. 386-387).
2 R. M. Solow, We'd Better Watch Out, «New Yorker Times Book Review», 12 luglio 1987 (cit. da S. Mariotti, Il paradigma tecnologico emergente, in P. Ciocca (a cura di), Disoccupazione di fine secolo. Studi e proposte per l'Europa, Bollati Boringhieri, Torino 1997, p. 130).
3 J. M. Keynes, Alcune conseguenze economiche della diminuzione della popolazione, in C. Napoleoni (a cura di), Il futuro del capitalismo, Laterza, Roma-Bari 1976, p. 121.
4 J. M. Keynes, The general Theory of Employment, Interest and Money, Mcmillan, London 1936, pp. 250-254.
5 Giovanni Mazzetti, Il pensionato furioso. Sfida all'ortodossia previdenziale, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 108, euro 12.