1995-2003: un bilancio
OCCUPAZIONE SENZA SVILUPPO
Enrico Pugliese
Enrico Rebeggiani
In quest'articolo analizzeremo alcune delle più rilevanti tendenze dell'occupazione in Italia, tentando di inquadrarle nel più generale contesto economico. In Italia, così come in Europa, sta avendo luogo una trasformazione massiccia del mercato e della struttura dell'occupazione insieme a una trasformazione di pari portata delle forme di regolazione. Si tratta di un cambiamento che ha spostato drasticamente rispetto ai decenni scorsi i rapporti tra occupazione e disoccupazione ma anche la natura e la qualità dell'occupazione stessa. E solo tenendo conto di cosa è cambiato nelle caratteristiche dell'occupazione si può dare efficacemente conto del significato dell'incremento occupazionale verificatosi nel decennio scorso in Italia: il più elevato della storia del paese per un analogo lasso di tempo.
Dalla crescita senza occupazione all'occupazione senza crescita
Gli anni ottanta saranno ricordati come gli anni della disoccupazione di massa in Europa 1. Il fenomeno ha riguardato - con accentuazione maggiore o minore in anni diversi - tutti i paesi, compresi quelli che se ne erano tenuti a riparo per un lungo periodo, come quelli scandinavi o la Germania. La tendenza all'aumento, o per lo meno alla persistenza, della disoccupazione si è registrata non solo nei paesi con difficoltà economiche, ma anche in quelli caratterizzati da una intensa dinamica produttiva. A quel tempo per definire tale situazione si coniò il termine di jobless growth (crescita senza occupazione) e di `eurosclerosi', termine con il quale si intendeva denunciare il presunto carattere `sclerotico' del mercato del lavoro dei paesi europei, causato dal sovraccarico di regolamentazione. Termini di paragone frequenti erano gli Stati Uniti, quale esempio di mercato del lavoro flessibile, capace di determinare elevati incrementi occupazionali (the job generating machine), e in parte il Giappone: altro caso virtuoso, citato però più per la capacità di innovare sul piano organizzativo e tecnologico che non per la flessibilità.
La crescita senza occupazione, fondata sugli elevati livelli di produttività dei lavoratori del settore centrale dell'economia in un contesto di grande sviluppo tecnologico, sembrava una tendenza definitiva dell'economia e del mercato del lavoro italiano ed europeo. Non è un caso che - come si è visto nel capitolo precedente - in quegli anni godessero di grande popolarità testi fondati sul convincimento della `fine del lavoro': una definitiva riduzione dell'occupazione legata allo sviluppo di tecnologie risparmiatrici di lavoro. Vi erano numerose evidenze di segno contrario, ma questa visione ideologica riscosse notevole credito anche in ambiente scientifico e accademico.
Nel corso degli anni novanta le cose sono andate in maniera molto diversa. Paesi come l'Olanda, dove i tassi di disoccupazione erano stati prossimi al 15%, hanno registrato una significativa riduzione della disoccupazione, pur in presenza di elevati tassi di attività: cioè un effettivo aumento delle persone occupate. La disoccupazione è poi diminuita in Inghilterra, dove nel quindicennio precedente era stata molto elevata per effetto dello smantellamento dell'apparato produttivo basato sulla grande industria. Infine, più di recente, essa ha cominciato a diminuire anche in paesi come l'Italia. E la tendenza alla riduzione della disoccupazione, iniziata nella seconda metà degli anni novanta, prosegue e in qualche caso si accentua anche nei primi anni del decennio in corso.
Il fenomeno sta riguardando paesi con forme di regolazione notevolmente diverse tra di loro. È infatti utile notare come la ripresa dell'occupazione si sia registrata anche in Svezia, paese che - dopo un breve e repentino balzo nei tassi di disoccupazione, che avevano raggiunto valori prossimi al 10% tra il 1995 e il 1998 - è tornata alle sue storiche posizioni di eccellenza, senza aver introdotto significative dosi di flessibilità e mantenendo in vita le tradizionali strutture del suo sistema di Welfare. Ma è avvenuta in base a meccanismi assolutamente contrastanti in Inghilterra, dove la riduzione della disoccupazione è stata ottenuta agendo sulla leva del Welfare, con la drastica riduzione dei sussidi e delle indennità di disoccupazione, e dove, in linea con questo approccio, si sono modificati anche i criteri di rilevazione statistica: per cui coloro che hanno perso il diritto alla indennità di disoccupazione, pur non avendo trovato lavoro, non vengono computati tra i disoccupati, ma entrano a far parte della popolazione non attiva 2. C'è poi il caso particolarmente significativo dell'Olanda, un paese che aveva mostrato elevati picchi di disoccupazione giovanile negli anni ottanta e che ha visto migliorare le condizioni del mercato del lavoro attraverso una intensa attività di concertazione con accordi tripartiti tra Stato, sindacati e rappresentanti delle imprese: un paese dove l'incremento dell'occupazione ha riguardato anche soggetti deboli come gli anziani. Si è trattato di un'esperienza con caratteri originali, che ha raggiunto notevoli traguardi, per cui si è parlato e si parla di `modello olandese' 3. Va ricordato infine il caso della Spagna, che al contrario ha seguito la linea della flessibilità estrema (tranne che per alcune tradizionali categorie protette) e dove i tassi di disoccupazione hanno registrato una riduzione notevolissima, restando comunque ancora a livelli molto elevati.
Percorsi diversi dunque, ma convergenti verso l'inversione della tendenza alla disoccupazione di massa, che aveva caratterizzato i decenni precedenti. Né d'altra parte si può far risalire il nuovo trend a una fase virtuosa del ciclo economico: gli ultimi dieci anni hanno visto fasi economiche congiunturali diverse. E, soprattutto, il periodo più recente è di stagnazione e scarsa crescita economica in diversi paesi, tra cui il nostro, dove pure l'occupazione è aumentata. Gli economisti, che nel decennio scorso avevano parlato di crescita senza occupazione, parlano ora di sviluppo occupazionale senza crescita economica. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutta l'Europa ed è particolarmente evidente da noi. La produttività del lavoro nel sistema economico nazionale mostra un andamento declinante: l'aumento della occupazione non vede un corrispondente aumento della produzione e del reddito nazionale.
Entrando nel merito dei cambiamenti che hanno interessato il nostro paese, il dato che colpisce maggiormente è il notevolissimo incremento del numero degli occupati tra il 1995 e il 2003. A fronte di un incremento della popolazione di poco superiore alle 800.000 unità - dovuto in sostanza all'immigrazione - il numero degli occupati aumenta di oltre due milioni: un incremento quale non si era mai registrato in passato per un analogo lasso di tempo, per di più avvenuto in maniera sistematica e continuativa. Non si tratta dunque solo di riduzione della disoccupazione - fenomeno che, come abbiamo visto, in passato aveva avuto come risvolto sempre un aumento della popolazione non attiva - bensì di un vero e proprio incremento occupazionale. Anzi, a voler essere precisi, l'incremento dell'occupazione è stato più che proporzionale rispetto all'aumento della popolazione attiva. Comunque il tasso di attività è aumentato di tre punti percentuali, pur mantenendosi ancora al di sotto della media europea.
Va ricordato che non sempre gli incrementi (o i decrementi) occupazionali registrati dai dati statistici aggregati esprimono l'effettiva portata dei fenomeni di cambiamento nella struttura dell'occupazione. Da questo punto di vista la situazione attuale appare per molti versi analoga a quella illustrata del periodo successivo al secondo conflitto mondiale, quando il livello di occupazione era sovrastimato per effetto della sottoccupazione agricola. Oggi la sacca di sottoccupazione ovviamente non riguarda più l'agricoltura, ma si concentra semmai nell'esteso e variegato universo delle occupazioni del settore terziario.
Comunque, dopo la crisi economica e occupazionale degli inizi degli anni novanta (la più grave dal secondo dopoguerra), ha inizio un periodo di crescita sistematica e continua: a un periodo di eccezionale riduzione dell'occupazione fa seguito una crescita che, in termini assoluti, è anch'essa la più alta mai registrata nella storia dell'Italia repubblicana.
La crescita riflette una generale tendenza europea e segue - con un anno di ritardo - la fase espansiva dell'occupazione, che ha investito l'insieme dell'area 4. Secondo l'Oecd tra il 1995 e il 2003 l'occupazione italiana aumenta del 9,9%, quella dell'Europa dei 15 del 9,3% 5. Se si pensa alle teorie della `fine del lavoro', che avevano goduto di popolarità ancora negli anni novanta, viene da riflettere sulla forza delle mode culturali. Ciò che certamente tramonta è semmai la stabilità dell'occupazione e il livello di sicurezza dei lavoratori, non solo di quelli manuali 6.
In Italia questa crescita dell'occupazione si accompagna a fenomeni nuovi, che finiscono per determinare un clima di rapporti sul mercato del lavoro ancora più complesso che nel periodo precedente, e con un dato assolutamente inusitato: il fatto che alla crescita dell'occupazione e alla riduzione della disoccupazione non si accompagnano condizioni più favorevoli per i lavoratori occupati, così come accadeva in passato nelle fasi di espansione della base occupazionale. Diminuiscono, infatti, i salari reali, aumenta l'instabilità del lavoro, compaiono figure sociali di lavoratori appartenenti all'area della povertà (i working poors), riprende infine la mobilità territoriale per la ricerca di lavoro, in primo luogo l'emigrazione interna. All'origine di ciò va individuata la contraddizione tra l'allargamento della base occupazionale e il non corrispondente allargamento della base produttiva.
2. La ripresa occupazionale in Italia: portata e limiti del fenomeno
La riduzione sistematica dei tassi di disoccupazione ha luogo a partire dal 1998, dopo l'impennata che si era registrata nella prima metà degli anni novanta, che era dovuta soprattutto al peggiorare della situazione nel Mezzogiorno. La fase di flessione dei tassi di disoccupazione in questi anni è la più persistente e intensa dagli anni sessanta e, raggiungendo un valore medio nazionale pari all'8,7%, ha portato l'Italia ad avvicinarsi alla media europea, che da anni si attesta su valori di poco superiori all'8%. C'è da dire però che il calo risulta meno drastico se si tiene conto del cambiamento dei criteri di rilevazione operato nel 1992, che riduce sistematicamente il dato di circa quattro punti percentuali 7.
L'aspetto di maggior rilievo è comunque che per la prima volta la disoccupazione diminuisce in maniera significativa anche nelle regioni del Mezzogiorno. Le persone in cerca di occupazione passano infatti in Italia da 2.638.000 nel 1995 a 2.096.000 nel 2003 e nelle regioni meridionali da 1.517.000 a 1.338.000. Intendiamoci: il persistere di tassi a livello nazionale superiori all'8% e a livello meridionale prossimi al 20% continua a essere preoccupante e mostra come la disoccupazione rappresenti comunque un problema cardine per il Mezzogiorno. Solo che è ancora una volta mutata la forma e la natura della disoccupazione, mentre ha acquistato un peso nuovo e crescente la sottoccupazione. Ai dati sull'occupazione e sulle forze di lavoro abbiamo già fatto cenno prima: basti perciò ricordare che a livello nazionale il tasso di attività sale tra il 1995 e il 2003 dal 40,1% al 42,0%, il tasso di occupazione sale anch'esso dal 35,3% al 38,4%, mentre il tasso di disoccupazione cala dal 12,0 all'8,7%. Nel complesso le forze di lavoro aumentano di 2 milioni e 400 mila unità.
Per comprendere l'effettiva portata e i motivi stessi dell'incremento occupazionale non si può prescindere da un inquadramento del fenomeno sotto il profilo demografico. È noto, infatti, che la popolazione italiana sta affrontando una rapida trasformazione delle sue caratteristiche demografiche, con le conseguenze della transizione da un modello di popolazione `storico stazionaria' (ovvero con un numero elevato di giovani e una consistenza minore delle persone via via più mature) a un modello di popolazione `matura stazionaria' (ovvero con un numero elevato di persone anziane e un numero molto modesto di giovani) 8. Si tratta di un fenomeno che si registra in tutti i paesi europei sviluppati, del quale, però, non vengono messi in evidenza gli aspetti più significativi - riguardanti tutte le diverse classi di età -, ma solo alcuni, sia pure di grande rilievo: in particolare l'invecchiamento, i bassi tassi di natalità e il modesto numero di bambini e di giovani. È probabile che nel lungo periodo quella dell'invecchiamento della popolazione risulti essere effettivamente la tematica di maggiore rilievo sociale ed economico. Ma allo stato attuale delle cose - in Italia e nell'Europa di inizio millennio - bisogna guardare alla modificazione del peso demografico di tutte le classi di età, comprese quelle centrali, che poi sono quelle caratterizzate da una maggiore partecipazione al lavoro. La loro attuale elevata consistenza numerica e la loro elevata incidenza sono il risultato dell'ingresso e della presenza al loro interno della generazione del baby boom: quella dei nati negli anni cinquanta e sessanta.
Conseguenza di questa, per così dire, `contingenza demografica' è l'aumento del tasso di attività - sia per i maschi che per le donne. Per converso i nati nel periodo successivo, caratterizzato da calo delle nascite, si trovano ancora in quelle classi età (più giovani) in cui i tassi di attività sono in generale più bassi e quelli di disoccupazione più elevati. Come fa notare Gesano 9, il ricambio delle generazioni, insieme al loro comportamento sul mercato del lavoro, «produce un risultato combinato sulle dinamiche degli aggregati economici che spinge il numero degli occupati ad aumentare e quello dei disoccupati a diminuire». Ma tutto ciò significa che l'evoluzione demografica della popolazione potrà in futuro avere effetti diversi tanto in termini di partecipazione e di tassi di attività che in termini di tassi di disoccupazione.
Entrando nel merito della composizione dell'incremento occupazionale, si può osservare innanzitutto che i due terzi delle nuove posizioni lavorative sono stati coperti da donne e in secondo luogo che esso si è realizzato pressoché esclusivamente nel settore terziario, dove l'incremento è stato appunto di due milioni di occupati, passando da 11.933.000 nel 1995 a 13.960.000.
Per quanto riguarda la composizione per genere, il peso della componente femminile risulta impressionante: le occupate passano da 7.007.000 a 8.365.000, con un incremento di 1.358.000 unità. L'incremento riguarda, sia pure in misura ridotta, anche il Mezzogiorno, dove esse passano da 1.635.000 a 1.913.000. Per quel che riguarda le differenze intersettoriali, l'aumento dell'occupazione industriale riguarda prevalentemente i maschi, mentre quello del terziario riguarda soprattutto le donne: ben oltre due terzi dell'aumento dell'occupazione in questo settore riguarda le lavoratrici, che passano da poco meno di 5.000.000 (4.953.000) a 6.373.000.
All'interno del terziario gli aumenti più consistenti riguardano il settore del commercio, le attività di ristorazione e gli alberghi. L'altro ramo di attività che si espande, anzi raddoppia, è quello che cade sotto la definizione di `servizi per le imprese': una definizione che raccoglie un insieme eterogeneo di attività e soprattutto gli esiti delle profonde ristrutturazioni organizzative di imprese industriali di dimensioni medio grandi, con i processi di terziarizzazione e l'outsourcing.
L'occupazione maschile aumenta in modo significativo (200.000 unità) nelle costruzioni: l'aumento di gran lunga più consistente per quel che riguarda l'industria nel suo complesso. Per converso l'aumento che si osserva per il settore manifatturiero è molto più modesto (74.000 unità) e circoscritto alle imprese di piccole o medie dimensioni, giacché prosegue ininterrotto il processo di contrazione dell'occupazione nelle grandi imprese. Si accentua dunque nell'ultimo decennio un carattere originario della struttura industriale italiana, all'interno della quale le piccole imprese non solo hanno un peso maggiore che nel resto d'Europa ma sono anche molto volatili, nel senso che creano e al contempo distruggono molta occupazione 10.
È inutile scendere in ulteriori dettagli sull'occupazione nei diversi settori, tranne forse per notare che in agricoltura prosegue il trend storico di riduzione dell'occupazione, portando così l'occupazione complessiva a livelli minimi: un milione di unità in tutto tra lavoratori autonomi e dipendenti, pari a meno del 5% dell'occupazione totale. Dal 1959 a oggi l'agricoltura è passata dal 33,8% dell'occupazione totale al 4,9%, portandosi vicino ai livelli medi europei - o, più precisamente, ai valori dell'Europa alla vigilia dell'allargamento.
Se questi sono i risultati occupazionali e il contesto demografico nel quale si inquadrano, per comprenderne l'effettivo significato bisogna far riferimento ai motivi economici e sociali alla base di questo aumento. In altri termini è il caso di far riferimento a quei meccanismi e a quei processi sociali, che hanno di fatto favorito gli incrementi di occupazione, attivando e modificando la domanda di lavoro e indirizzandola verso determinati rami occupazionali. Per quanto riguarda questo aspetto, non va sottovalutato il fatto che nuovi bisogni sociali hanno imposto una significativa domanda di lavoro nel campo dei servizi alle persone. Probabilmente l'allungamento dell'età media della popolazione e la crescente incidenza degli anziani e dei `grandi anziani' (le persone con oltre 75 anni) sul totale della popolazione ha portato a un incremento della domanda di assistenza che in Italia, per la carenza di strutture pubbliche in questo ambito, finisce per esprimersi come domanda di mercato per forze di lavoro spesso neanche disponibili a livello nazionale e locale. E ciò contribuisce a quel notevole incremento dell'occupazione straniera alla quale faremo riferimento in seguito, che è costituita sempre più da donne provenienti da paesi dell'Europa Centro-Orientale. Ma è ora il caso di fare un qualche riferimento al più generale contesto economico, nel quale si collocano i cambiamenti nell'occupazione.
3. Il contesto economico dei cambiamenti occupazionali
La concentrazione dell'incremento occupazionale nel terziario, in un settore con produttività più bassa che nell'industria, permette di riprendere il discorso sul nesso tra incremento dell'occupazione e incremento della produzione. Nel passato, soprattutto negli anni settanta e ottanta, quella che viene definita elasticità dell'occupazione rispetto al reddito - cioè l'aumento della quantità di occupazione che si registra in rapporto all'aumento del reddito - era stata in Italia particolarmente modesta: in altri termini i livelli di produttività degli occupati erano stati elevati e crescenti. È inutile dire che quell'elevato grado di produttività non riguardava il sistema economico nel suo complesso, ma si presentava particolarmente concentrato nel settore industriale e, al suo interno, nell'ambito della grande industria. Il discorso sulla crescita senza occupazione, cui abbiamo prima accennato, riguardava essenzialmente quell'area dell'economia.
Tornando alla situazione attuale, il primo tratto peculiare da notare è che si è invertito il rapporto tra crescita della produzione e crescita dell'occupazione. Il Prodotto interno lordo (Pil) in questo periodo (1996-2003) è cresciuto in media del 1,5% l'anno, mentre ad esempio dal 1985 al 1991 l'incremento medio annuo era stato pari al 2,7%. Per converso, in quest'ultimo periodo ad ogni incremento di un punto del Pil ha corrisposto un aumento degli occupati dello 0,8%, mentre nel periodo precedente tale incremento era stato pari allo 0,4%.
Il declino della produttività registrato nel periodo più recente nel sistema economico nazionale si spiega innanzi tutto con l'aumento dell'occupazione in settori a bassa dotazione tecnologica e con il calo degli investimenti. Esso va ricondotto anche alla crisi della grande industria manifatturiera, espressa dall'accelerarsi a livelli drammatici del calo dell'occupazione alle dipendenze delle grandi imprese, che prosegue ininterrotta da un lungo periodo.
L'industria italiana sembra aver ormai perduto competitività a livello internazionale in molti settori e con implicazioni diverse. Da una parte è venuta meno la capacità competitiva della grande impresa, interessata ora non più solo dai processi di `dimagrimento' e di esternalizzazione (che magari implicavano anche un aumento di produttività del lavoro), ma da vere e proprie crisi aziendali o di settore; dall'altra - e questo aspetto è nuovo, ma non meno preoccupante - le difficoltà hanno cominciato a riguardare anche la piccola impresa con produzioni molto specializzate: quella che aveva imposto a livello internazionale il made in Italy o introdotto modelli organizzativi nuovi - quali l'impresa rete o i distretti industriali - e per la quale l'Italia era stata assunta spesso a modello di competitività e di alternativa alla produzione di massa e alla logica delle economie di scala.
Mentre negli anni scorsi l'attenzione si è focalizzata ottimisticamente sull'incremento dell'occupazione, senza una particolare attenzione per la composizione della stessa, in quest'ultimo periodo al contrario la questione del declino della produttività è diventato tema all'ordine del giorno sia nel dibattito scientifico che in quello politico. Insomma ci si è resi progressivamente conto del fatto che all'origine del fenomeno ci sono tendenze di rilievo, riguardanti la realtà economica italiana e il ruolo dell'industria manifatturiera al suo interno. In questo contesto perciò l'incremento dell'occupazione, dato in sé positivo, presenta delle ombre che suggeriscono di ridimensionarne la portata e la capacità di esprimere una vitalità del sistema economico italiano. D'altra parte, gli ultimissimi dati (settembre 2004) relativi alla produzione industriale, che mostrano una stagnazione di notevole portata con un calo significativo dell'indice rispetto all'anno precedente, indicano come sia centrale la questione del declino e della perdita di competitività. Ciò tenendo ovviamente conto del fatto che il grado delle difficoltà varia a seconda del settore produttivo, del contesto territoriale e della dimensione dell'impresa.
Nell'ultimo decennio l'Italia ha visto modificarsi profondamente la propria struttura economica per effetto di cambiamenti avvenuti su scala globale, europea e locale e che hanno riguardato anche gli assetti istituzionali. Si sono fatti sentire in modo rilevante gli effetti della diffusione delle tecnologie informatiche, con la esplosione della cosiddetta new economy e con il suo successivo declino; è diminuito il vantaggio comparato dell'industria manifatturiera - in particolare quella del made in Italy -, con una netta riduzione della quota delle esportazioni sul commercio mondiale; si è drasticamente contratto il ruolo dello Stato nell'economia e, contemporaneamente, grandi gruppi industriali si sono riproposti come erogatori di servizi monopolistici; il commercio è stato investito da forti processi di concentrazione; si è infine adottata una nuova moneta, l'euro, che lega il sistema economico italiano a quello europeo e che - per fare un solo esempio - impedisce la tradizionale pratica delle svalutazioni competitive, che avevano favorito l'industria manifatturiera facilitando le esportazioni, ma creando al contempo elementi di instabilità a livello economico e sociale. Il carattere di questo lavoro - volto essenzialmente ad analizzare le caratteristiche della occupazione e della disoccupazione - non permette di entrare nel merito di queste grandi questioni, attinenti alle trasformazioni dell'economia. Ma esse vanno tenute in conto, perché è sul loro sfondo che avvengono i cambiamenti nella struttura e nella composizione della occupazione.
4. Le nuove forme di lavoro
Tornando al discorso specifico sull'occupazione, nel corso degli anni novanta e ancor più nei primi anni del nuovo secolo, sono venuti a maturazione dei processi che si potevano già notare nel periodo precedente e che hanno dato luogo a radicali modificazioni nel mercato del lavoro e nella composizione dell'occupazione. La riduzione dell'impiego stabile e alle dipendenze soprattutto nella grande impresa industriale è proseguita dappertutto secondo il suo trend ormai storico (dall'ultimo quarto del secolo scorso). A ciò ha corrisposto una tendenza alla dispersione produttiva, al decentramento e all'outsourcing (vale a dire il ricorso a strutture produttive esterne all'azienda per determinate lavorazioni o fasi del processo lavorativo), che hanno reso più frammentato il sistema delle imprese e destrutturato il mercato del lavoro.
Nel settore privato dell'economia, quello che era stato il modello di lavoro tipico - e sul quale si era basato l'intero sistema delle relazioni industriali e del diritto del lavoro (con un momento focale rappresentato dallo Statuto dei lavoratori) - è andato progressivamente perdendo di rilievo rispetto alle forme nuove di occupazione dette atipiche (proprio perché diverse da quel modello), che vanno dal part-time al lavoro a termine, dall'interinale al lavoro in affitto e a chiamata, e così via di seguito: tutte forme che di recente sono state dettagliatamente codificate dalla Legge n. 30 del 2003 e dal successivo decreto di attuazione, ma che in parte avevano già avuto una prima regolazione, e un primo impulso, con la Legge 196 del 1997 (il cosiddetto `pacchetto Treu'). E difatti già in passato alcuni di questi tipi di contratto avevano avuto un incremento significativo. Secondo quanto si legge nella relazione Istat, tra il 1995 e il 2003 «mentre nella media Ue l'incidenza sul totale dei dipendenti part-time cresceva di 2,2 punti percentuali e quella dei dipendenti temporanei di 1,6 punti, in Italia la crescita era rispettivamente di 2,4 e di 2,9 punti: dei più di due milioni di occupati aggiuntivi, che hanno trovato un lavoro nel ciclo occupazionale, quasi 700.000 sono part-time e più di 550 mila sono contratti a termine». C'è tuttavia da specificare che per queste due variabili l'Italia ha solo in parte recuperato il suo ritardo rispetto all'Europa, come mettono bene in evidenza Maddaloni e Sabatino in una breve nota su «Demotrends», sulla base di un confronto dei principali indicatori del mercato del lavoro tra Mezzogiorno, Italia ed Europa. Scrivono, infatti, che «nonostante gli incentivi alla flessibilità del lavoro introdotti alla fine degli anni novanta (…) il lavoro atipico (part-time e a tempo determinato) in Italia si colloca ancora al di sotto dello standard europeo: la quota dei lavoratori a tempo parziale è nel suo insieme la metà della media dei paesi dell'Ue (8,5% contro 17, 4%)» 11. Dunque l'Italia da un lato presenta ancora specificità rispetto alla situazione europea (per l'elevata incidenza del lavoro tipico), dall'altro conosce un ritmo di trasformazione in questo ambito del mercato del lavoro più intenso che altrove. Non va dimenticato inoltre che molte delle forme di occupazione atipica attualmente regolate ed ufficiali esistevano già in passato, ma a livello informale.
Tutti gli osservatori concordano sul fatto che i nuovi contratti riguardano in modo particolare la componente femminile delle forze di lavoro. «L'occupazione a tempo determinato - scrive Lilia Costabile nel citato numero di “Demotrends” - è un fenomeno fortemente differenziato dal punto di vista settoriale, territoriale e di genere.» L'elevata concentrazione della presenza femminile nei lavori atipici di varia natura sembra affermarsi come la nuova dimensione della segregazione occupazionale delle donne.
Per quel che riguarda la concentrazione territoriale nel Mezzogiorno e in alcuni specifici settori, come l'agricoltura, si tratta per molti versi di novità ma anche dell'accentuarsi di fenomeni tradizionali di precarietà. Il fatto nuovo, rispetto ai decenni scorsi, è che allora - in particolare dopo la promulgazione dello Statuto dei lavoratori - la tendenza dominante era quella verso l'estensione del lavoro tipico, regolare e alle dipendenze; ora è verso forme di lavoro temporaneo e a tempo parziale: codificate in primo luogo dalla Legge 196, e ora dalla Legge 30 del 2003. Inoltre le nuove forme di occupazione riguardano in misura particolare i giovani, ma, secondo quanto scrive Lilia Costabile, «sono molte le persone giovani che [...] vedono l'occupazione temporanea cui sono addette come un ripiego: il 28,9% dei giovani maschi e quasi il 31% delle giovani donne sono occupati temporaneamente perché non hanno trovato un'occupazione di tipo permanente» 12. Insomma, se gli anni ottanta sono stati quelli della disoccupazione di massa, nel corso degli anni novanta a questo fenomeno è andato progressivamente sostituendosi quello della precarietà occupazionale a livello di massa.
Nel campo del diritto del lavoro e delle relazioni industriali si è registrato un profondo mutamento dei meccanismi di regolazione con due successivi provvedimenti: il `pacchetto Treu' e la Legge 30, che hanno modificato le caratteristiche di fondo con le quali l'occupazione in Italia era definita, regolata e garantita a partire dalla fine degli anni '40. Con la Legge 30 del 2003, infatti, la cosiddetta `legge Biagi' 13, il processo di progressiva estensione delle garanzie del lavoro dipendente, con le connesse rigidità, ha una vera e propria inversione. Si determina una vera e propria cesura nella tradizione novecentesca di diritto del lavoro: e l'esigenza della flessibilità e l'interesse dell'impresa dominano sui valori, in particolare la tutela del contraente debole, del lavoratore, che avevano caratterizzato la fase precedente. È indubbia - ed era da molto tempo evidente - una certa inadeguatezza delle norme di tutela scaturite dal periodo fordista rispetto alla nuova realtà del mercato del lavoro. E già da tempo un processo di revisione era in corso, ma con la Legge 30 si ha un vero e proprio salto di qualità. Scrive a questo proposito F. Liso: «A partire dalla seconda metà degli anni '70, le cose cominciarono lentamente a cambiare. La protezione dei lavoratori cominciò a essere perseguita con modalità che tenevano conto della necessità di incentivare il datore di lavoro. Al modello del garantismo rigido (…) si andò sovrapponendo un nuovo modello, quello del cosiddetto garantismo flessibile, che contemplava l'affidamento di un forte ruolo all'autonomia collettiva, in funzione della attenuazione e del governo delle rigidità legislative prodotte nella stagione precedente. In questo modello, in altri termini, la tradizionale funzione protettiva del diritto del lavoro non veniva meno, ma cominciava a internalizzare l'esigenza di un bilanciamento con le esigenze dell'impresa». Ma per Liso dal bilanciamento si è passati a una significativa inversione: «sembra essere tornati alla stagione iniziale, a quella del diritto del lavoro `da una parte sola', solo che ora la parte avvantaggiata non è più quella dei lavoratori; per molti profili, è diventata l'altra, quella delle imprese, poiché sembra essere assunto come principio ispiratore che ciò cha va bene per le imprese va bene e andrà bene, in via indiretta o diretta, anche per i lavoratori e per il paese» 14.
In effetti la materia codificata dalla Legge 30 consiste in primo luogo nella vasta serie di contratti atipici, rispetto ai quali l'autonomia decisionale delle imprese è molto elevata e le garanzie, in particolare quelle di stabilità dei lavoratori, sono enormemente ridotte. La condizione di precarietà nella quale si vengono a trovare gli assunti a norma della vasta serie di contratti atipici non è affatto mitigata da norme di garanzia.
Un'ultima considerazione riguarda l'andamento dei redditi dei lavoratori e gli effetti economici del rallentamento salariale, dato che la quota della ricchezza attribuita ai salari è andata sensibilmente diminuendo e i salari medi sono stati stazionari o per alcuni settori in diminuzione.
Il riferimento agli ultimi provvedimenti legislativi e in particolare della Legge 30 del 2003 - che ha codificato le nuove forme di lavoro atipiche e precarie - non deve tuttavia far dimenticare la portata di più lungo periodo che hanno avuto i cambiamenti; e il fatto che nella struttura dell'occupazione e in generale nelle condizioni di vita dei lavoratori segnali di difficoltà si registravano già da tempo. Una delle questioni che è stata centrale nel dibattito storico sul mercato del lavoro in Italia - almeno a partire dagli anni sessanta - era stata quella del costo del lavoro, ritenuto troppo elevato. Ma a partire dagli anni novanta la riduzione del costo del lavoro è stata notevole e la quota del reddito nazionale destinata al lavoro è andata progressivamente riducendosi, come affermato dagli stessi esponenti del mondo imprenditoriale, oltre che dalle relazioni annuali del governatore della Banca d'Italia. Nel Rapporto annuale dell'Istat del 2003 si legge che - nel corso del decennio compreso tra il 1993 e il 2003 - la quota del reddito complessivo del paese destinata al lavoro dipendente è diminuita significativamente, passando nel decennio dal 54,1% al 48,9%, nonostante la crescita occupazionale che ha avuto luogo a partire dal 1995. Inoltre «la caduta della quota del lavoro nel reddito evidenzia il divario che si è venuto a creare tra la crescita della produttività e quella delle retribuzioni lorde. Tra il 1993 e il 1999, mentre la produttività del lavoro aggregata cresceva, in termini nominali, del 35,5%, le retribuzioni lorde per unità di lavoro crescevano del 23,1%». Gli autori fanno notare che negli anni successivi le due variabili (produttività e retribuzioni) sono cresciute in modo omogeneo, ma nel frattempo il divario si era già aggravato. Insomma i salari di fatto si sono abbassati e la modesta dinamica salariale di questi ultimi anni è da attribuire alla diffusione delle nuove forme di occupazione, oltre che alla generale riduzione della forza contrattuale dei lavoratori: «d'altronde, appare ragionevole ipotizzare che proprio l'espansione dell'occupazione atipica abbia contribuito a neutralizzare le spinte salariali che un aumento dell'occupazione quale quello cui abbiamo assistito avrebbe potuto scatenare, se avesse avuto luogo in un regime di differenti relazioni industriali».
Le implicazioni di questo processo non riguardano solo le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti ma finiscono per avere un impatto più generale sul sistema economico. Scrivono, infatti, gli autori del Rapporto che «Il rallentamento salariale ha avuto effetti negativi sulla crescita economica non solo per l'attenuarsi degli effetti della massa salariale aggregata sulla domanda interna ma, probabilmente, anche per il venire meno degli stimoli alla competitività e alla riorganizzazione delle imprese, a fronte di una dinamica salariale estremamente moderata». E gli effetti di questi processi si sono osservati soprattutto nel Mezzogiorno.
Da questo punto di vista l'indicatore più significativo è la ripresa delle migrazioni Nord-Sud riguardante soprattutto i giovani. La Svimez, nei suoi annuali rapporti sulla situazione economica del Mezzogiorno, già da qualche anno aveva cominciato a mettere in evidenza questa nuova tendenza: un fenomeno nuovo e originale rispetto a quanto era avvenuto a partire dalla fine degli anni '70. Mentre ancora economisti e sociologi del lavoro si chiedevano il perché della definitiva cessazione delle migrazioni interne nel nostro paese e della scarsissima tendenza alla mobilità occupazionale e territoriale dei meridionali, soprattutto dei giovani meridionali, questi ultimi avevano già ripreso a emigrare in situazioni di maggiore difficoltà relativa rispetto ai protagonisti delle migrazioni interne degli anni '50-'70. I dati statistici sull'argomento mostrano ormai una consolidata tendenza. E tuttavia essi riescono a individuare finora solo la punta dell'iceberg. Infatti, i giovani precari che partono temporaneamente per lavori instabili e flessibili in altre regioni d'Italia e d'Europa non effettuano i cambiamenti di residenza anche a causa della precarietà delle occupazioni che riescono ad ottenere. Si può dire che si è molto attivato l'effetto spinta dalle regioni del Mezzogiorno mentre resta ancora piuttosto modesto, almeno per i giovani italiani, l'effetto di richiamo da parte delle regioni più ricche. Il peggioramento relativo della qualità dei lavori offerti, nonostante l'aumento della domanda di lavoro, spiega in sostanza il fenomeno.
Conclusioni
Nei paragrafi precedenti abbiamo tentato di dar conto della portata e della rilevanza dei cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro in Italia nell'ultimo decennio - a partire dal significativo incremento degli occupati (anche se in sostanza relativamente più ridotto rispetto a quanto risulti dalla superficiale lettura della documentazione statistica) 15. Questi cambiamenti hanno imposto un'attenzione a tematiche che in genere non vengono prese in sufficiente considerazione nell'analisi del mercato del lavoro. Si tratta in particolare dei cambiamenti demografici con l'incremento delle classi di età centrali - quelle nelle quali sono solitamente più numerose le forze lavoro e le persone occupate -, ma anche dell'invecchiamento della popolazione. Quest'ultimo fenomeno ha attivato una domanda di lavoro da parte delle famiglie, che ha richiamato in Italia immigrati (e immigrate) stranieri da occupare nel lavoro di cura degli anziani. E ancora la riduzione delle classi giovanili, effetto del calo del tasso di natalità in atto già da molti anni, ha ridotto significativamente l'offerta di lavoro che in molte regioni - in particolare del Nord Est e del Centro - non riesce a soddisfare la domanda espressa dalle imprese e dalle famiglie. Si tratta di fenomeni in atto certamente già da prima del 1995, ma che si sono accentuati e hanno mostrato in tutta chiarezza la loro rilevanza nel periodo a noi più vicino.
È inoltre proseguita la tendenza, già evidenziata nei precedenti decenni, di una sempre maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro e di un incremento dell'occupazione femminile, oltre che quella, particolarmente accentuata, di incremento, in termini assoluti e relativi, di occupazione nel terziario. Ed è proprio nel terziario e nella componente femminile dell'occupazione che si registra la quota maggiore di lavori atipici e meno garantiti.
Dato il periodo di moderata crescita economica e di generali difficoltà del sistema produttivo italiano, all'incremento occupazionale non ha corrisposto un incremento della produttività. Le occupazioni nuove si sono concentrate nel terziario e comunque in aree a minore intensità produttiva. Contrariamente al passato, quando si era potuto osservare il fenomeno della crescita senza occupazione, ora si osserva una sorta di fenomeno di aumento della occupazione senza crescita economica.
All'aumento della quantità di lavoro - come abbiamo visto - non ha corrisposto assolutamente un miglioramento della qualità del lavoro stesso. Al contrario, ha continuato a ridursi il peso dell'occupazione stabile alle dipendenze, soprattutto nel settore industriale, ed è aumentata l'occupazione non regolare e quello che viene solitamente chiamato `lavoro atipico'. Sono aumentati cioè i lavoratori a part-time e a tempo determinato, oltre a figure particolari, quali i cosiddetti collaboratori coordinati e continuativi. Si tratta anche in questo caso di un fenomeno già evidente prima del 1995, che però nella seconda metà degli anni novanta, e soprattutto nei primi anni di questo secolo, ha avuto una codificazione, che ha esaltato il ruolo della flessibilità e che ha sensibilmente ridotto le tradizionali garanzie del lavoro dipendente.
Infine una considerazione aggiuntiva meriterebbero lo stato del sindacato e delle relazioni industriali. La situazione attuale, con il sindacato diviso e sulla difensiva e una forte offensiva del padronato e della destra politica, ricorda in maniera rovesciata quella di una trentina di anni addietro, quando in Italia ebbe inizio un grande dibattito sul mercato del lavoro, stimolato da una situazione particolare. Allora ci si chiedeva come mai, nonostante il calo dell'occupazione, i lavoratori riuscissero a mantenere capacità di iniziativa, con una grande forza contrattuale e presenza egemonica del sindacato. La situazione contrastava con le convinzioni correnti in economia del lavoro (curva di Philips e interpretazioni analoghe), secondo le quali la riduzione dell'occupazione porta a una riduzione della forza dei lavoratori e conseguentemente a più bassi salari. Crescevano allora salari e garanzie in una situazione strutturale all'apparenza - e per molti versi anche effettivamente - sfavorevole. Il fatto è che in quegli anni ci fu una forte iniziativa politica della sinistra e del sindacato.
Ora la situazione è difficile per altri motivi. L'occupazione povera, l'occupazione senza crescita (o con crescita limitata) non determina le condizioni ideali per la ripresa di una iniziativa sindacale. È vero che la situazione di disoccupazione di massa è in parte alle nostre spalle, ma la ripresa occupazionale presenta sia luci che ombre. Il sistema produttivo è in gravi difficoltà per motivi antichi e più di recente per l'`effetto Tremonti' sull'economia italiana. Ma ciò che è peggiorato, in maniera più che proporzionale rispetto alle difficoltà economiche, è il quadro politico e istituzionale, a cominciare dal sistema delle relazioni industriali.
note:
1 Su questo concetto si veda E. Malinvaud, Mass Unemployment, Basil Blackwell, Oxford 1984, (tr. it. La disoccupazione di massa, Laterza, Bari 1986). Per l'Italia si veda E. Pugliese, Sociologia della disoccupazione, Il Mulino, Bologna 1993 e L. Gallino, Se tre milioni vi sembran pochi, Einaudi, Torino 1998.
2 Negli anni novanta, nei principali paesi Oecd si è realizzata una convergenza negli approcci alle politiche del lavoro. Negli Usa inizialmente, poi in Inghilterra, e a seguire anche in altri paesi europei, alle tradizionali politiche di Welfare a sostegno dei disoccupati si sono sostituite politiche che incentivavano la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso una politica di riduzione dei sussidi di Welfare, definita di Welfare to Work. Secondo un punto di vista di matrice liberista, per altro ormai largamente condiviso anche in ambienti di orientamento diverso, le indennità di disoccupazione, così come i sussidi di povertà, in quanto erogati in maniera non sufficientemente selettiva, aumenterebbero il livello delle aspettative salariali degli assistiti, portandoli a non accettare posti di lavoro disponibili, e produrrebbero un effetto di `trappola', cioè di persistenza nella loro condizione di dipendenza dal sistema di Welfare. Su questa tematica si veda G. Giaccardi, Le politiche di tipo `Welfare to Work' e il caso del New Deal britannico, in M. Magatti, R. Rizza (a cura di), Le politiche del lavoro, un quadro comparativo, «Sociologia del Lavoro», n. 84, Angeli, Milano 2002. Sulle definizioni di «trappola della povertà» e «trappola della disoccupazione» si veda, ad esempio, M. Samek Lodovici, Le politiche del lavoro, in E. Baici, M. Samek Lodovici, La disoccupazione, Carocci, Roma 2001.
3 Sul modello olandese si veda J. Visser e A. Hemerijck, Il Miracolo olandese. Occupazione, riforma dello Stato sociale e concertazione, Edizioni Lavoro, Roma 1998.
4 Cfr. Istat, Rapporto annuale. La situazione del paese nel 2003, Roma 2004.
5 Cfr. Oecd, Economic Outlook, Parigi 2004.
6 Si rimanda per questa problematica ai lavori di Ulrich Beck, in particolare Risikogesellschaft: auf dem Weg in eine andere Moderne, 1986 (tr. it. La società del rischio, Einaudi, Torino 2003) e al bel libretto di R. Sennet, The Corrosion of Character: The Personal Consequences of Work in the New Capitalism, pubblicato in italiano con il titolo L'uomo flessibile (Feltrinelli, Milano 1999).
7 Va ricordato che - soprattutto durante la lunga fase dell'aumento della disoccupazione - si assistette a un dibattito sulle tecniche di misurazione della disoccupazione. In particolare si discuteva sulla comparabilità dei dati italiani sulla disoccupazione con quelli di altri paesi. E non era infrequente che l'aumento dei tassi di disoccupazione venisse imputato principalmente ai criteri poco selettivi adottati dal nostro sistema statistico. Quando nel 1992 si adottò il criterio europeo, si osservò in effetti una forte contrazione della disoccupazione, ma un contemporaneo aumento delle `non-forze di lavoro' con un conseguente calo della popolazione attiva e del tasso di attività. Ad essere esclusi dalle forze di lavoro - in base ai nuovi criteri di rilevazione - furono le persone che avevano effettuato l'ultima azione di ricerca di un lavoro (una delle condizioni necessarie per essere definiti disoccupati) oltre 30 giorni prima della rilevazione; mentre in precedenza il limite era fissato a 90 giorni. Questi nuovi criteri produssero un ridimensionamento della disoccupazione nella sua componente di lunga durata e quindi soprattutto femminile e concentrata nel Mezzogiorno: lo scarto medio tra le due misure è stato del 4,2% per il valore nazionale e del 7,6% per quello meridionale. Per avere un'idea della portata della disoccupazione negli anni novanta in Italia e nel Mezzogiorno, basti pensare che - usando i criteri adottati fino al 1992 (tasso di disoccupazione allargato) - i valori sarebbero stati superiori al 16% in Italia e al 29% nel Mezzogiorno. Con il 2004 l'Istat introduce una drastica innovazione dei metodi di rilevazione: la rilevazione non avrà più cadenza trimestrale, ma avrà carattere continuo durante l'anno, con pubblicazione periodica dei risultati. Questa e altre profonde modifiche porranno problemi di comparabilità dei dati che sono molto sentiti in una fase di così significativo cambiamento. Cfr. Istat, La nuova rilevazione sulle forze di lavoro. Contenuti, metodologie, organizzazione, documento presentato a Roma il 3 giugno 2004; P. Garibaldi, Black out estivo sui disoccupati, in www.Lavoce.info, 30 giugno 2004.
8 Per un inquadramento delle caratteristiche della transizione demografica italiana, cfr. G. Gesano, F. Heins, La popolazione italiana negli anni novanta, in E. Pugliese (a cura di), Lo stato sociale in Italia. Un decennio di riforme, Rapporto Irpps-Cnr 2003-2004, Donzelli, Roma 2004; e G. Gesano, Who is Working in Europe?, in D. Van De Kaa, H. Leridon, G. Gesano, European Populations. Unity in Diversity, Kluver Academic Press, London 1999.
9 G. Gesano, Dinamiche della popolazione e mercato del lavoro, in <> (rivista dell'Irpps-Cnr), n. 1, 2004.
10 Cfr. B. Contini, L. Pacelli, A study in Job Creation and Job Destruction in Europe, Commissione delle Comunità europee, Dg V, 1995.
11 D. Maddaloni e D. Sabatino, Occupazione atipica in Italia e in Europa, «Demotrends», n.1, 2004, p. 5. Data la rilevanza della questione dei lavori atipici e in generale dei nuovi lavori, l'Irpps-Cnr ha voluto dedicare un numero della rivista dell'Istituto, «Demotrends», alla documentazione e alla interpretazione di queste tematiche.
12 L. Costabile, Precarietà e mercato del lavoro al femminile, in «Demotrends», cit.
13 Il governo in carica nel 2003 intese pubblicizzare il provvedimento di legge dando ad essa il nome di uno studioso, principale autore del lavoro di studio che è servito di base per la legge, il professor Marco Biagi. Prima che la legge venisse promulgata, il professor Biagi venne assassinato dalle brigate rosse. L. Gallino, in una intervista a «Rassegna sindacale» (n. 17, 2004), fa notare l'inopportunità dell'iniziativa governativa dichiarando che «la prassi vuole che leggi prendano il nome del primo firmatario; dunque in questo caso dovrebbe chiamarsi `legge Maroni' o, in alternativa, Legge 30». Gallino fa notare, inoltre, che alcuni punti del documento di base (il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia) sono stati notevolmente rafforzati, mentre ad altri non si è dato pari sviluppo.
14 F. Liso, Analisi dei punti critici della `legge Biagi': spunti di riflessione, relazione presentata al convegno in memoria di Massimo D'Antona, Roma, Facoltà di Scienze politiche, 2004.
15 È interessante quanto scrivono Lamelas e Rodano, confrontando la dinamica degli addetti con quella delle ore effettivamente lavorate: «Mentre nel ciclo espansivo degli anni ottanta le imprese hanno fatto ricorso soprattutto alle ore lavorate per accrescere il proprio fabbisogno di forze di lavoro, nel ciclo espansivo recente questo fenomeno si è, per così dire, rovesciato. Questa volta, cioè, le imprese sembrano investire in nuovi addetti invece di impiegare più intensamente quelli di cui già dispongono. (…) In mancanza di una serie ufficiale, abbiamo preso come proxy del numero di ore effettivamente lavorate quello delle Ula (Unità di lavoro di contabilità nazionale) corrette per l'incidenza del lavoro straordinario nella grande industria e costruito due diversi numeri indici con base l'anno iniziale di ognuna delle due fasi di crescita ciclica che stiamo considerando. Il confronto fra l'andamento dei nostri indici e quello del numero degli occupati mette in luce chiaramente l'inversione di tendenza tra i due periodi: mentre fra il 1983 e il 1990 le ore lavorate crescono nettamente più degli occupati (7% contro 2.4%), nella fase di espansione ciclica più recente gli occupati aumentano del 9% mentre le ore lavorate crescono nettamente di meno (6%)». M. Lamelas e G. Rodano, Regolazione e mercato del lavoro: un appraisal della legge Biagi, relazione presentata al convegno in memoria di Massimo D'Antona, Roma, Facoltà di Scienze politiche, 2004.
Questo articolo riproduce nelle sue linee essenziali una parte dell'ultimo capitolo del volume Occupazione e disoccupazione in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, di imminente pubblicazione presso le Edizioni Lavoro