numero  54  ottobre 2004 Sommario

Il Wto da Cancùn a Ginevra

TORNANO I GRANDI
Luciana Castellina  


Era poco più di un anno fa quando Lee Kyiung Hae, contadino sud coreano, si arrampicò su un camion durante una manifestazione contro l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e si suicidò con un piccolo coltello in dotazione all'esercito svizzero (un regalo della globalizzazione). Morì lì in Messico, nella lussuosa località balneare di Cancún, a migliaia di chilometri dalla sua terra e dalla sua famiglia, in mano un foglietto su cui era scritto: «Il Wto uccide i contadini». A indurre lui a togliersi la vita era stata la drastica riduzione delle imposte doganali, che prima contenevano le importazioni di carne: il suo piccolo allevamento non aveva potuto reggere la concorrenza dei grandi esportatori australiani, che avevano invaso il mercato coreano.Lee si ammazzò proprio davanti alla staccionata che separava i ministri impegnati a negoziare i termini del commercio internazionale dai tanti manifestanti no-global arrivati da ogni parte del mondo. Per denunciare, con il suo gesto, che proprio quelle `regole' inducevano ogni anno migliaia - e dico proprio migliaia - di contadini come lui a suicidarsi per la disperazione di un debito spropositato, che sono costretti a contrarre per pagare i fertilizzanti chimici, per combattere con sementi sempre più sterili spacciate dalle multinazionali, perché ormai incapaci di difendersi dalle massicce importazioni delle multinazionali dell'agrobusiness, con cui il piccolo coltivatore non è in grado di competere. Un dramma evitabile, prevedibile conseguenza di un sistema che tratta il cibo come una merce qualsiasi, non come elemento della vita umana, sociale, culturale. Che dovrebbe - questa è la storica richiesta di Vía campesina a - esser trattato in sede Fao e non Wto, perché a dover essere tutelato è il diritto alla sovranità alimentare, non quello all'esportazione.
A meno di un anno di distanza, spinto dalla fretta di rimettere sui binari il negoziato del terzo millennio deragliato a Cancún, il vertice del Wto si è riunito nuovamente, questa volta a Ginevra, nel tentativo di incrinare la convergenza che in Messico si era stabilita fra l'opposizione sociale delle migliaia di giovani convenuti lì per protestare e un gruppo di governi di paesi in via di sviluppo - il `gruppo dei 20' - che, traendo forza da quella mobilitazione, aveva saputo impedire che passasse un accordo capestro imposto da Stati Uniti e Unione europea. In questa occasione, si voleva cercare di rompere la compattezza dei ranghi che tutti i paesi in via di sviluppo, i più forti e i più deboli, avevano saputo tenere. E però, sebbene quanto è uscito dal vertice di Ginevra non interromperà di certo la catena di suicidi dei contadini poveri dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina - che sono poi la maggioranza dell'umanità -, il vertice del Wto quest'anno è passato quasi sotto silenzio, almeno in Europa.

Eppure nel suo esito non c'è nulla che giustifichi questa disattenzione. Sebbene i grandi media, e con loro buona parte degli osservatori illuminati, l'abbiano esaltato come un grande successo per i paesi del Terzo mondo, che avrebbero finalmente ottenuto da quelli del Nord sia di eliminare i sussidi, che consentono artificialmente alle loro agricolture di essere competitive, sia l'apertura dei mercati del Nord alle esportazioni agricole del Sud, si tratta in realtà di un passo indietro del movimento `altermondista'. Perché - per dirla con le parole di C.P. Chandraskhar e Parthapratim Pal, due economisti di Idea (la associazione di studiosi progressisti, con sede a Nuova Delhi, che raccoglie 600 membri di 70 paesi diversi e nel cui direttivo siedono anche Joseph Stiglitz e Amartya Sen) nell'accordo di Ginevra «non c'è ancora nulla da celebrare».
Come mai questa disattenzione anche di una parte consistente del movimento? Non è solo perché la guerra in Iraq assorbe ormai - e si capisce - tutte le energie. È anche perché il Wto questa volta è riuscito a dividere - e dunque indebolire - il fronte dei paesi in via di sviluppo, creando qualche contraddizione in seno agli stessi movimenti. La differenza profonda fra i due vertici dell'organizzazione del commercio sta nel fatto che mentre a Cancún era venuto alla ribalta, con forza, `il gruppo dei 20' (comprendente tutti i paesi in via di sviluppo dotati di qualche capacità di esportazione), a Ginevra il protagonista è stato `il gruppo dei 5', i cosiddetti Fip (le `cinque parti interessate'), fra cui i big della Cairns (i grandi esportatori, Stati Uniti, Europa, Australia) e i due più forti dei deboli - India e Brasile -, `invitati' al tavolo che conta. Un gruppo nato dunque da una divisione che, per pudore, è stato definito `non gruppo', e tuttavia rappresenta una nuova aggregazione di potere che spacca il fronte dei paesi in via di sviluppo. Perciò, come si vede - prima ancora che sul piano economico - la sconfitta è politica.
L'accordo di Ginevra è stato il risultato di una tattica di Europa e Stati Uniti molto più abile di quella adottata a Cancún, quando, ancora sicuri di farla da padroni, i due grandi occidentali avevano assunto una posizione di rigidissima difesa delle loro indifendibili politiche agricole, fondate sui massicci sussidi offerti ai propri produttori per praticare un dumping, che impedisce a tutti gli altri di competere. Come si sa, avevano per la prima volta sbattuto la faccia contro il muro, perché `i 20' avevano rifiutato le loro proposte e il vertice, fra alti lai di chi pensa che il Wto sia sacro come l'Onu, era miseramente fallito, facendo temere che il round negoziale di Doha, lanciato nel 2001 e pomposamente chiamato Dda (Doha Development Agenda), fosse ormai definitivamente compromesso. I movimenti definirono l'accaduto `una vittoria', i padroni del Wto, `una disfatta'.

Più caute Europa e Stati Uniti hanno, questa volta, prima convinto i due paesi che, pur essendo nel `gruppo dei 20' in via di sviluppo sono incomparabilmente più forti degli altri, Brasile e India; poi hanno convocato in una green room (e, cioè, in sede non ufficiale) gli altri diciotto ed hanno strappato il loro consenso; infine sono andati dagli altri settanta, e cioè i poveri dei poveri, forti dell'accordo ottenuto da chi ha almeno un po' di potere contrattuale. E, con la consueta assenza di trasparenza, sono riusciti a far passare i propri orientamenti, anche perché tanto questi non hanno nulla da perdere.
«Ovviamente - ha dichiarato Celso Amorin, ministro degli Esteri del Brasile - i paesi in via di sviluppo non hanno ottenuto tutto quello che a Ginevra avevano chiesto. Ma la linea di marcia è chiara.» Ed ha aggiunto, ottimista: «questo è l'inizio della fine dei sussidi all'esportazione. Sono poste le condizioni per una riduzione sostanziale di ogni tipo di distorsione del commercio, provocata dai sussidi. Mentre i negoziati sull'accesso al mercato apriranno nuove opportunità senza pregiudizio per i bisogni dei paesi in via di sviluppo». Il rappresentante del governo indiano, come è naturale, ha fatto eco al collega brasiliano.
Per certi versi Amorin ha ragione, quando dice che rispetto a Cancún, non solo il Brasile e l'India, ma anche gli altri paesi in via di sviluppo hanno fatto un passo in avanti. Allora, per esempio, si era cercato di imporre all'Odg i cosiddetti Singapore issues, e cioè la liberalizzazione in altri quattro settori, mentre questa volta si è riusciti ad accantonarne sine die almeno tre: gli appalti pubblici, gli investimenti, le politiche della concorrenza. Ma è vero che, per quanto riguarda il Nama (Non Agricultural Market Access), invece, a Ginevra è stato fatto ingoiare quanto in Messico era stato rifiutato, riesumando la sostanza contenuta nel famigerato `testo Dormez', che prevedeva un ulteriore allargamento delle maglie attraverso cui passeranno le merci dei paesi industrializzati, così rendendo ancora più precaria ogni possibilità di sviluppo dei paesi poveri.
Per quanto riguarda l'agricoltura, l'analisi dell'accordo è molto più complessa perché, come sempre, Stati Uniti e Unione Europea hanno ripetuto il gioco delle scatole, inventato anni fa in occasione di un accordo fra paesi industrializzati incalzati, dalla richiesta di ridurre il loro protezionismo in campo agricolo (l'intesa della Blair House). Allora fu deciso che almeno un certo numero di misure di sostegno che palesemente distorcono il commercio (i sussidi o i crediti all'esportazione) sarebbero state ridotte, ma temporaneamente mantenute e collocate in una blue box, mentre le altre - quelle consistenti in aiuti domestici ai produttori -, meno distorcenti, collocate in una green box, sarebbero state consentite. Ma già all'indomani dell'accordo della Blair House si procedette a imbrogliare le carte, passando alla green box una serie di misure destinate alla blue box, così da sottrarle alle riduzioni previste e alla loro finale eliminazione. Il risultato di questo gioco di bussolotti è stato che le misure di sostegno sono rimaste (per i paesi dell'Ocse 230 miliardi di dollari nel 2002, 257 nel 2003, tanto per fare un esempio) e che la blue box, che avrebbe dovuto sparire nel 2004, è ancora lì viva e vegeta.
A Ginevra il gioco è continuato, salvaguardando la green box, dove si trovano i sostegni domestici (che in realtà sono sostegni all'esportazione mascherati, e raggiungono la bella cifra di 300 miliardi di dollari per i paesi dell'Ocse), anche se è stato stabilito che nella blue box, che per ora comunque resta, non potranno essere inserite nuove misure, o almeno non tali da far superare ai contributi il 5% del valore del prodotto protetto. Il contenuto di ambedue le scatole sarà inoltre sottoposto a controlli intesi a stabilire che le misure ivi contenute abbiano solo effetti distorcenti minimi.

La filosofia dell'intricatissimo accordo sta, in sostanza, nel garantire al Nord - che si è impegnato a procedere ad un taglio dei sussidi ai propri prodotti attualmente molto protetti - di poter conservare e anche eventualmente ripristinare misure di sostegno per i propri prodotti `sensibili' (fra i quali ovviamente quelli non competitivi, e infatti gli Stati Uniti hanno già chiesto che il loro zucchero sia considerato tale), mentre è stato garantito ai paesi in via di sviluppo il diritto a proteggere con misure differenziate una serie di prodotti `speciali', e cioè vitali per la loro sicurezza alimentare o per lo sviluppo rurale (per esempio il cotone). Il tarlo dell'accordo sta tuttavia nel fatto che mentre tutto ciò che è a favore del Nord è cristallino, quanto invece avvantaggia il Sud è criptico. E, soprattutto, ogni cosa è affidata a definizioni future (cosa è distorcente, cosa è sensibile, ecc.) senza scadenze precise, e si sa che in questi casi conta il potere contrattuale e il know how. Basti pensare che i grandi paesi hanno al loro servizio e in permanenza a Ginevra stuoli di avvocati e specialisti, mentre i paesi più poveri riescono a stento a tener aperte le loro ambasciate.
Va detto inoltre che, ora che i paesi industrializzati si sono resi conto che non gli è più facile come un tempo ottenere quello che vogliono in sede Wto, stanno rivolgendo sempre più le loro mire ai negoziati regionali o bilaterali, dove le possibilità di pressione, politica ed economica, sono evidentemente più forti. In poco più di dieci anni - dal 1990 al 2003 - tali accordi sono infatti passati da 50 a 250.
Il giudizio sui risultati dell'ultimo vertice di Ginevra dipende naturalmente dal punto di vista che si assume, perché in questi anni sono cresciute le differenziazioni nel blocco dei paesi in via di sviluppo, e all'interno di ciascuno: non c'è dubbio che per i paesi più forti - l'India e il Brasile, ma anche il Sud Africa e l'Argentina, per esempio - una maggiore liberalizzazione del settore agricolo rappresenta un prezioso sbocco per chi gestisce la catena commerciale e, attraverso questa, comanda i produttori, ma il discorso cambia quando si vanno a vedere le condizioni della grande massa dei contadini poveri, che sono totalmente tagliati fuori da ogni possibilità di esportare e subiscono invece tutti i danni della devastazione delle loro economie di sopravvivenza. Non è un caso che il 70% del commercio agricolo mondiale - che è del resto soprattutto commercio di prodotti industrialmente trasformati - sia nelle mani dei paesi sviluppati. E lo sviluppo del commercio internazionale del settore coincide puntualmente con l'aumento della povertà e con la diminuzione della quota di cibo pro-capite. Nella stessa India, che pure è un paese ben più ricco della maggior parte dei paesi africani, esistono oggi duecentotrentatre milioni di persone sottonutrite e la quota di alimenti pro-capite è caduta al livello in cui era durante la grande crisi, che il paese attraversò negli anni '30, quando era ancora sotto dominazione britannica.
Il fatto è che tutti si sono ormai abituati a pensare al mondo scordandosi che la stragrande maggioranza dell'umanità è fatta di contadini poveri che il mercato globale sta uccidendo. Assieme alla Terra. Non sono consumatori, e sono dunque `irrilevanti' nel mondo globalizzato, e cioè mercificato.
E la Cina? A Cancún aveva dato qualche segnale di non voler restare a guardare e di voler giocare un ruolo assieme ai grandi del mondo in via di sviluppo. A Ginevra non si è sentita: la sua dipendenza dal mercato globale è ormai tale - ha battuto il Giappone per quantità di importazioni ed è adesso al terzo posto nella graduatoria mondiale - che qualsiasi accordo è per Pechino meglio di nessun accordo.




note: a Vía campesina è un'organizzazione internazionale, fondata da 69 movimenti contadini di 37 paesi dell'Asia, dell'Europa, dell'America del Nord e del Sud e dell'Africa. Il suo programma - che fa centro sulla proposta di una profonda riforma agraria, sull'assistenza pubblica alla piccola proprietà contadina e su una linea tesa a limitare il potere dei monopoli in agricoltura - venne delineato nel manifesto dell'organizzazione, approvato nel suo Congresso costitutivo, a Tlaxcala (Messico) dal 18 al 21 aprile del 1996. Vía campesina ha tenuto la sua quarta Conferenza internazionale a San Paolo (Brasile), dal 12 al 19 giugno 2004 (NdRM).


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