numero  54  ottobre 2004 Sommario

Il conflitto sociale in Germania

LA CRISI DELLA SOCIAL-DEMOCRAZIA
Heinz Bierbaum  


Nella situazione politica della Repubblica federale tedesca di oggi il dibattito verte innanzitutto su tre temi: la problematica sociale, con particolare riguardo al mercato del lavoro, le sconfitte elettorali dell'Spd e la minaccia di delocalizzazioni di imprese. Tra questi temi, peraltro strettamente legati tra loro, emergono in primo piano quelli della politica sociale e del lavoro, che a loro volta incidono su tutte le altre questioni. Le scelte politiche del governo federale, sintetizzate nell'Agenda 2010 1 hanno contribuito in maniera determinante al drammatico calo elettorale della Spd, favorendo il rafforzamento dei partiti d'opposizione, Democristiani e Cristiano-sociali di Cdu/Csu e liberali della Fdp 2. Ma hanno anche indotto notevoli sconvolgimenti nel seno stesso della socialdemocrazia, facendo sorgere nuove correnti volte alla creazione di un nuovo partito della sinistra. Nel dibattito in corso rivestono un ruolo chiave i sindacati, concordi nel criticare l'Agenda 2010 ma divisi sul che fare, cioè sulle alternative politiche possibili. Al tempo stesso però i sindacati subiscono le pressioni delle imprese, che minacciano di trasferire le attività produttive nell'Europa centrale e orientale o in Asia, con il pretesto di dover sostenere in Germania costi di produzione eccessivi a fronte della concorrenza globale.
Siamo in presenza di una serie di sviluppi estremamente contraddittori. Da un lato cresce la protesta contro la politica sociale del governo federale e il suo piano di sistematico adattamento della società al modello neoliberista. Si pensi, ad esempio, alla contestazione del Piano Hartz IV 3 uno dei cardini dell'Agenda 2010, che prevede tra l'altro una serie di tagli alle prestazioni in favore dei disoccupati. Il movimento di protesta ha rilanciato, tra l'altro, le `manifestazioni del lunedì', simbolo della resistenza contro il sistema dominante nella ex Rdt, che contribuirono in maniera determinante alla caduta del Muro. Queste manifestazioni, soprattutto nella Germania orientale, hanno acquistato un significato emblematico nella protesta contro la politica sociale del governo federale, e stanno a dimostrare che, a distanza di 14 anni, la Germania, sebbene unificata sul piano formale, è lontana dall'essere unita su quello economico. In fatto di condizioni di lavoro e di vita, il divario tra le due aree del paese è netto. A Est la percentuale dei disoccupati rasenta il doppio di quella dei Länder occidentali; gli orari di lavoro sono più pesanti, le remunerazioni più basse, e, quel che è peggio, le prospettive per il futuro si presentano in tinte ancora più fosche. Perciò molti giovani emigrano verso i Länder occidentali, aggravando ulteriormente la situazione. A fronte di questa realtà è in atto da tempo un ampio dibattito sui costi dell'unificazione e sui risultati effettivi del trasferimento di miliardi di marchi; un tema tornato alla ribalta recentemente, dopo che il nuovo presidente federale Köhler ha espresso pubblicamente il proprio scetticismo sulla possibilità di colmare il divario economico tra i Länder occidentali e quelli dell'ex Rdt.
In questa situazione le assicurazioni del governo federale sulla creazione di posti di lavoro come effetto delle riforme risultano poco convincenti, soprattutto nei Länder dell'Est. La disoccupazione non va infatti imputata a un difetto di gestione del mercato del lavoro, bensì a una carenza effettiva di posti di lavoro disponibili. Secondo i dati ufficiali, la Germania ha quattro milioni di disoccupati, ma di fatto i posti di lavoro mancanti sono più di sei milioni. Anche nell'ipotesi di una stabilizzazione dello sviluppo economico e di un miglioramento della congiuntura, gli effetti sul mercato del lavoro sarebbero scarsi, e come unico risultato durevole resterebbero i tagli alla rete di protezione sociale, per cui la disoccupazione diverrebbe l'anticamera dell'indigenza. Sono questi i timori e le considerazioni che non a torto inducono i cittadini a scendere in piazza.
La protesta contro l'Agenda 2010, oltre a comportare un drastico calo elettorale, sta mettendo a repentaglio la stessa esistenza dell'Spd. Si può dire che il programma contenuto in quel documento sia il catalizzatore di un movimento di sinistra in via di formazione, che non vede più il proprio punto di riferimento nei partiti di sinistra esistenti quali la Pds 4, e ancor meno l'Spd, ma si pone l'obiettivo di una formazione politica autonoma.
Se quindi da un lato la protesta sociale si va rafforzando con l'affacciarsi di nuove forze d'opposizione a sinistra, dall'altro è in atto un'offensiva imprenditoriale contro le conquiste del passato, nei cui confronti i sindacati sono praticamente disarmati. Con il pretesto di sedicenti svantaggi competitivi della Germania a fronte della concorrenza globale, i lavoratori sono ricattati e costretti ad accettare una serie di arretramenti. Frequenti sono, ad esempio, i tentativi di imporre prolungamenti degli orari di lavoro senza un corrispettivo in termini di remunerazione, o di svuotare di ogni contenuto effettivo i contratti collettivi di lavoro. Oltre tutto, non sono state le imprese in difficoltà economiche a fare da battistrada in questa direzione; a inaugurare il nuovo corso hanno provveduto alcune delle aziende più importanti ed economicamente più floride, quali la Siemens o la Bosch. Ora l'obiettivo padronale è abolire la settimana delle 35 ore, simbolo delle conquiste sindacali di questi anni. Ciò che si vuole è imporre nuovamente la logica imprenditoriale come parametro di riferimento nel mondo del lavoro e nella società.


I sindacati

Per risalire alle cause di questa situazione contraddittoria ci sembra necessario esaminare innanzitutto la posizione dei sindacati, che si trovano al centro del conflitto, ma al tempo stesso si dibattono a loro volta in una serie di contraddizioni identiche a quelle della società nel suo insieme.

In questo contesto e in vista degli sviluppi futuri, i sindacati giocano indubbiamente un ruolo di grande rilievo, e ciò in una duplice prospettiva. Da un lato sono esposti ai veementi attacchi delle forze politiche conservatrici e (neo)liberiste. Le associazioni degli imprenditori, allineate sulle posizioni dei partiti Cdu/Csu e Fdp, li vedono come un baluardo contro la marcia della società verso un'ulteriore mercantilizzazione. Se non trovassero ostacoli alle loro intenzioni, queste forze non esiterebbero ad abrogare i diritti sindacali e a sopprimere i contratti collettivi per arrivare al ripristino di rapporti di lavoro regolati all'interno delle singole aziende in base alle esigenze della politica imprenditoriale. Di fatto, nell'opposizione sociale contro lo smantellamento dello Stato sociale e la mercantilizzazione di tutti i rapporti sociali, i sindacati giocano un ruolo essenziale, soprattutto da quando la Socialdemocrazia ha rinunciato al suo tradizionale impegno in questo campo, creando un vuoto politico che non può essere colmato dai partiti e dai gruppi a sinistra della socialdemocrazia. Ciò vale in particolare per la Pds, che in qualche misura ha ripreso forza grazie al movimento di protesta contro la devastante politica sociale della'Spd, ma è tuttora emarginato nei Länder occidentali. D'altra parte però, in questo vuoto si stanno nettamente rafforzando anche i partiti e gruppi di destra, nazionalisti e xenofobi, che trovano un fertile terreno di coltura in una situazione sociale di incombente insicurezza sociale, e rappresentano un pericolo da non sottovalutare.

Obiettivamente, i sindacati stanno quindi acquistando un'importanza crescente come forza di opposizione sociale. Ma le loro organizzazioni non sono in condizioni di potersi assumere pienamente questo ruolo, innanzitutto perché nell'attuale situazione sociale e politica tendono a oscillare tra protesta e adattamento. Mentre ancora nell'aprile scorso i sindacati hanno partecipato alle manifestazioni organizzate dal movimento di contestazione, guidando le proteste contro lo smantellamento dello Stato sociale, oggi mantengono un basso profilo. Ad esempio, la Dgb 5 ha dichiarato che non parteciperà ufficialmente alla grande manifestazione preannunciata per il 2 ottobre. Queste contraddizioni sono incarnate dalla figura del presidente della Dgb, Michael Sommer, i cui rapporti col governo manifestano una continua altalena tra duri attacchi verbali e vere e proprie dimostrazioni di affetto. La IG Metall 6 ha messo a punto un documento dal titolo Arbeitnehmerbegehren für eine soziale Politik [Proposte dei lavoratori per una politica sociale], proponendo un dibattito su una serie di alternative all'Agenda 2010. In questo testo si chiede una svolta verso una politica impegnata nel sociale, con un fisco più equo, un sistema assicurativo a copertura dei cittadini su basi solidaristiche e con il contributo di tutti i redditi, il rafforzamento del potere d'acquisto delle masse e maggiori investimenti pubblici. Finora però questa iniziativa non ha avuto effetti di rilievo né all'interno del mondo sindacale, né tanto meno nel dibattito pubblico generale. Finora non si è visto granché della preannunciata battaglia sociale per una svolta politica.

Ma anche al di là della mancanza di iniziative in campo politico e sociale, la debolezza dei sindacati si fa sentire soprattutto sul piano della contrattazione collettiva. Particolarmente preoccupante è l'atonia della Ig Metall, che più di ogni altra organizzazione sindacale aveva saputo unire in passato la combattività nelle vertenze all'impegno in campo politico e sociale, e si era affermata come forza propulsiva per nuove conquiste sociali, in particolare in materia di orari di lavoro. Oggi queste conquiste sono il bersaglio di una dura offensiva padronale, cui il sindacato dei metalmeccanici non sembra in grado di opporre una resistenza adeguata. Eloquenti sono in questo senso gli esempi dei contratti conclusi con la Siemens e la Daimler Chrysler. L'accordo sul ritorno alla settimana di 40 ore presso gli stabilimenti Siemens di Bocholt e Kamp Lintfort ha aperto una breccia di cui la Ig Metall non aveva valutato appieno la portata sul piano politico. Difatti, è a quest'esempio che molte imprese fanno riferimento per ottenere a loro volta il prolungamento degli orari di lavoro. Quell'accordo era stato giustificato adducendo la garanzia del mantenimento in sede degli impianti produttivi e dei posti di lavoro. Ma il prezzo pagato è estremamente alto, soprattutto considerando che la rinuncia alla delocalizzazione è stata garantita dalla direzione aziendale per soli due anni. Di fatto, con quest'accordo si è praticamente avallata la tesi padronale, che imputa al costo del lavoro in Germania la difficoltà di sostenere la concorrenza globale.

Lo stesso discorso vale in linea di principio anche per quanto riguarda l'accordo sottoscritto con la Daimler Chrysler, che ha consentito all'impresa di economizzare svariati milioni sui salari dei dipendenti; ma almeno in questo caso i posti di lavoro sono stati garantiti a più lungo termine. All'opinione pubblica viene presentato un quadro distorto dell'andamento del costo del lavoro, dato che gli aumenti salariali per unità di prodotto concessi ai lavoratori tedeschi sono i più bassi d'Europa.

Qual è la causa di questa debolezza della IG Metall in particolare e dei sindacati in generale? In primo luogo, ovviamente anche il sindacato subisce in pieno l'influsso del clima economico e politico generale. Non è certo facile ottenere migliori condizioni di lavoro in una situazione di perdurante disoccupazione di massa, con bassi livelli di crescita economica e una pressione crescente sul fronte della concorrenza internazionale. I sindacati sono quindi costretti alla difensiva, penalizzati anche dagli sviluppi sul piano politico. Le forze conservatrici si sono affermate in maniera pressoché egemonica, e anche la sfera pubblica è dominata dalla temperie del neoliberismo imperante. A ciò si aggiunge il fatto che tutte le forze legate al movimento dei lavoratori e ai sindacati stanno vivendo una fase di indebolimento, e in molti casi - come in quello della Spd - hanno finito per modificare il proprio orientamento politico, tanto da non individuare più nel mondo del lavoro, e quindi nel sindacato, il proprio principale punto di riferimento.

Ma la causa della debolezza sindacale, particolarmente evidente nel caso della Ig Metall, è da ricercare soprattutto nei mutamenti avvenuti in campo industriale, e nelle conseguenti scelte di politica imprenditoriale, legate a loro volta agli sviluppi del nuovo capitalismo. Negli ultimi tempi si è sentito parlare spesso di `fine del capitalismo renano': un modo per dire che gli ammortizzatori sociali assicurati dallo Stato per attutire le conseguenze degli sviluppi capitalistici in campo imprenditoriale hanno fatto ormai il loro tempo.

Quello che oggi si sta sgretolando è il modello produttivo tedesco, fondato su un'ampia base di consenso tra la direzione aziendale e le maestranze, e garantito sul piano istituzionale dalla normativa sulla cogestione. L'orientamento fondamentalmente basato sul consenso non aveva comunque mai escluso la conflittualità e gli scontri, a volte di notevole durezza, come testimoniano gli scioperi e le vertenze, soprattutto nel settore metalmeccanico. Ma al di là di questi conflitti, i lavoratori e i loro rappresentanti sindacali hanno sempre privilegiato l'accettazione di una politica imprenditoriale che cercava di migliorare i propri livelli di competitività attraverso aumenti della produttività - almeno nella misura in cui i dipendenti erano resi partecipi dei frutti di questi aumenti in termini di salario e di riduzione degli orari di lavoro. Il padronato accettava queste rivendicazioni, considerandole come inevitabili `costi' del consenso, al quale peraltro anche le imprese erano interessate. Questa situazione è illustrata con particolare chiarezza nel ben noto accordo degli anni '90 con la Volkswagen per la settimana di quattro giorni. Con quell'accordo fu possibile salvare, grazie a una riduzione del tempo di lavoro settimanale, migliaia di posti in pericolo, sostenendo al tempo stesso, e in maniera durevole, la competitività della Volkswagen.

Oggi si tende a prescindere, almeno in parte, da questo consenso i cui `costi' in termini sociali sono ritenuti eccessivi, a fronte di una concorrenza globale sempre più accanita. In un contesto politico in via di mutazione, si ritiene di poterne fare a meno. A ciò si aggiunge un cambiamento di fondo della politica imprenditoriale, oggi condizionata dal concetto del `valore per l'azionista', per cui l'attività produttiva non è più vista prioritariamente come creazione di valore, bensì nell'ottica dell'investimento finanziario, per il quale valgono determinati standard di rendimento. La finanziarizzazione della politica industriale è una componente non secondaria dei cambiamenti strutturali determinati, nel contesto della globalizzazione, dal ruolo predominante dei mercati dei capitali. Questi sviluppi comportano crescenti aspettative di rendimento del capitale investito, che si traducono in un'enorme pressione sui costi.

Su questo sfondo, il contratto collettivo concluso con la Daimler Chrysler assume un significato di grande rilievo, in quanto illustra con particolare chiarezza i cambiamenti in atto nelle relazioni industriali. Ormai l'obiettivo prioritario non è più il consenso, perseguito attraverso la mediazione sociale, bensì la riduzione dei costi. È vero che anche stavolta alla Daimler Chrysler si è arrivati a un compromesso, o in altri termini, a una soluzione consensuale, ma su basi notevolmente più arretrate. È proseguito così su un altro piano il processo iniziato proprio presso la Daimler- Chrysler nel campo dei sistemi di produzione, peraltro non limitato a quel settore. Si prendono sempre più le distanze da concezioni quali il lavoro di gruppo in uno spirito partecipativo, per tornare a un'organizzazione del lavoro di stampo tayloriano. E la motivazione è sempre quella dell'inasprimento della concorrenza, con la conseguente necessità di contenere i costi.

La mercantilizzazione della struttura industriale modifica anche i rapporti tra le parti, rendendo sempre più fragili le basi stesse di quella che è stata finora la politica sindacale nell'impresa. Ovviamente, questo processo non ha un andamento semplice e lineare, ma estremamente contraddittorio. Continuano infatti a esistere settori in cui resiste la convinzione che il consenso sociale e il coinvolgimento attivo delle maestranze siano fattori di importanza cruciale per una moderna politica imprenditoriale. Ma nel complesso si tende dovunque a imporre un arretramento nei diritti dei lavoratori dipendenti. E se questo avviene in un'impresa come la Daimler- Chrysler, che non è un'azienda come tante ma una delle roccaforti del sindacato dei metalmeccanici, le conseguenze sono inevitabilmente di vasta portata. Infatti, non è difficile registrare i sintomi dell'insicurezza nei comportamenti della IG Metall, che nelle contrattazioni - in materia di remunerazioni come di orari o condizioni di lavoro - passa di volta in volta da un atteggiamento di rassegnata accettazione a improvvisi scatti di combattività. E il più delle volte finisce per adeguarsi alle condizioni dettate dagli imperativi padronali della competitività.

Quando si perde la compattezza della base aziendale si arriva inevitabilmente a un indebolimento complessivo del sindacato. E questa debolezza, in particolare a livello di contrattazione collettiva, destabilizza la posizione del sindacato nell'impresa. Costretto sulla difensiva, il sindacato si logora. Per uscire da questo circolo vizioso, dovrebbe poter ridefinire la sua politica. L'alternativa si pone tra due ipotesi. La prima consisterebbe nel venire a patti con la realtà politica e seguire la via dell'adattamento, limitandosi a utilizzare i ristretti margini di spazio ancora disponibili. La seconda è quella di assumere pienamente e con spirito combattivo quel mandato politico che deriva al sindacato dal suo ruolo di rappresentante degli interessi dei lavoratori dipendenti, per sviluppare una visione politica autonoma come base per la necessaria ridefinizione di una politica di contrattazione collettiva e di relazioni industriali. Per questo però occorre aprire un ampio e approfondito dibattito all'interno del sindacato, per la definizione e lo sviluppo di obiettivi autonomi ai quali fare riferimento nell'azione in seno alle strutture produttive. È questa l'unica via per superare l'attuale stato di insicurezza e di disorientamento della Ig Metall.

Quest'insicurezza, questo disorientamento sono dovuti in parte anche ai difficili rapporti con la Spd. Se da un lato la politica del partito è fatta segno a dure critiche, dall'altro si continua a usare verso il Partito socialdemocratico ogni sorta di riguardi. Eppure, al punto in cui siamo, sarebbe ora di rendersi conto che in conseguenza dei suoi sviluppi interni, i rapporti della Spd con i sindacati sono profondamente mutati. Ormai il Partito socialdemocratico non può più essere considerato come il `naturale' rappresentante delle istanze sindacali; perciò sul piano politico i sindacati devono portare avanti autonomamente le loro rivendicazioni.


Quali opportunità per un nuovo partito della sinistra?


Contestualmente al processo di allontanamento tra i sindacati e la Spd, è sorta un'Iniziativa per il lavoro e la giustizia sociale (Arbeit und soziale Gerechtigkeit), prevalentemente grazie all'impegno dei funzionari della IG Metall che non accettano più di seguire obtorto collo la politica della Spd, e intendono invece promuovere alternative politiche ispirate alle rivendicazioni sindacali. Nel caso in cui il Partito socialdemocratico persista nell'orientamento programmatico contenuto nell'Agenda 2010 e decida di non recuperare il proprio impegno per la giustizia sociale, si fa concreta la possbilità della fondazione di un nuovo partito, che si faccia portavoce della protesta sociale presentandosi come alternativa elettorale alla Spd. In questa linea, l'iniziativa Arbeit und soziale Gerechtigkeit converge sostanzialmente con il movimento Wahlalternative 2006 (Alternativa elettorale 2006), anch'esso in larga misura di origine sindacale (prevalentemente ispirata dall'organizzazione della Ver.Di 7). Poiché un ripensamento della Spd sull'Agenda 2010 appare improbabile, si può dire che in pratica il nuovo partito della sinistra esista già in germe. Politicamente, quest'alternativa fa riferimento ai movimenti sociali per una svolta politica, e più in particolare alla concezione di una politica sociale alternativa sviluppata dai sindacati.

Il movimento in atto va ad occupare un vuoto politico determinato in larga misura dalle scelte della socialdemocrazia, e in parte anche dall'incapacità della Pds di presentarsi come alternativa di sinistra nei Länder occidentali. Per il momento, queste iniziative si fondano sull'impegno di piccoli gruppi, e i loro leaders non sono figure di spicco - ad eccezione di Oskar Lafontaine che di recente ha dato pubblicamente un segnale di disponibilità. Ma sul piano politico non sono da sottovalutare, nella misura in cui vanno incontro a un'esigenza molto diffusa, alla quale i partiti e i movimenti a sinistra della Spd non hanno saputo dare una risposta adeguata. Esiste dunque per questo nuovo partito della sinistra un potenziale di rilievo, rappresentato soprattutto dal vasto bacino dell'astensione in cui si sono riversati molti ex elettori della Spd. Anche se indubbiamente la debolezza della Spd favorisce le forze conservatrici, le ultime elezioni hanno dimostrato che il loro successo è relativo. In termini assoluti, i voti cristiano-democratici sono diminuiti, mentre la crescita reale riguarda solo il numero degli astenuti.


Resta da vedere fino a che punto un nuovo partito della sinistra riuscirà a tradurre il suo potenziale elettorale in un risultato concreto. La risposta dipende in buona parte dai prossimi sviluppi del dibattito sociale e da quelli della Spd; ma bisognerà vedere anche in che misura queste iniziative sapranno consolidarsi sul piano politico e organizzativo e su quello dei programmi. Il governo federale crede di aver superato la fase più difficile, e spera in una ripresa economica che gli consenta di raccogliere i frutti positivi della sua politica; ma si tratta di speranze a dir poco ingannevoli. Le contraddizioni dello sviluppo capitalistico e i problemi sociali che ne derivano sono stati largamente sottovalutati. La questione sociale rimane all'ordine del giorno. D'altra parte, è illusorio cullarsi nella speranza - coltivata peraltro anche da molti sindacalisti - che la Spd finisca per correggere sostanzialmente il tiro e si riconverta a una politica centrata sul lavoro e sulla giustizia sociale. La politica di questo partito è ormai focalizzata sull'obiettivo di garantire e promuovere la competitività sui mercati globali, e il suo punto di riferimento centrale è l'impresa privata. Esistono quindi di fatto le basi materiali e politiche per un nuovo partito della sinistra. Tuttavia, per tradurre questo potenziale in realtà concreta sarà necessario un programma incisivo e un forte impegno politico.




note:
1  L'Agenda 2010 è il pacchetto di riforme del Welfare proposta dalla Spd e approvato dal Bundestag nel 2003 (NdRM).
2  La Cdu (Christlich-demokratische Union Deutschlands) è il partito democristiano di cui Angela Merkel è il leader. La Csu (Christlich-Soziale Union) è il partito dei Cristiano-sociali bavaresi di cui il leader è Edmund Steuber, governatore del Länder della Baviera (NdRM).
3  Il Piano Hartz IV è la quarta versione del testo di riforma del mercato del lavoro che contiene le contestatissime modifiche peggiorative delle tutele della disoccupazione, elaborate dalla Commissione diretta da Peter Hartz, già presidente dell'organismo di cogestione della Volkswagen (NdRM).
4  Partei des demokratischen Sozialismus, erede della Sed, il partito unico della Repubblica Democratica Tedesca, presente con una certa forza nei Länder orientali, al governo con la Spd al Senato di Berlino (NdRM).
5  La Deutscher Gewerkschaftsbund è la confederazione generale dei sindacati tedeschi (NdRM).
6  La Ig Metall è il sindacato tedesco dei metalmeccanici (NdRM).
7  La Vereinten Dienstleistungsgewerkschaft, Unione dei lavoratori dei servizi, federazione di 5 sindacati autonomi, con più di 5 milioni di iscritti è il più grande sindacato tedesco (NdRM). Heinz Bierbaum è ricercatore dell'Info Institut della Scuola superiore di economia della Saar (Traduzione di Elisabetta Horvat)


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