Il declino della democrazia negli Usa
PAURA, ODIO E INGANNI
Joseph A. Buttigieg
Alla fine di luglio, il senatore John Kerry era sulla cresta di un'onda di fiducia e di ottimismo di tali dimensioni da far credere ai suoi sostenitori che sarebbe arrivato diritto fino alla Casa Bianca. La Convention nazionale democratica, con la sua accurata coreografia, era riuscita a proiettare l'immagine di un partito che, da storicamente litigioso, per una volta appariva compatto a sostegno di un leader con tutte le credenziali necessarie per assumere il ruolo di comandante in capo della nazione. Nel suo discorso, a conclusione della Convention, Kerry aveva insistito sulla sua esperienza nell'esercito e sul suo patriottismo, per spuntare le armi della solita critica dei Repubblicani, secondo cui i Democratici sarebbero deboli o `molli' sui problemi della sicurezza nazionale. Aveva trattato anche diffusamente i temi tradizionali dei Democratici, giustizia sociale, equità, tolleranza, rispetto della diversità. Soprattutto, Kerry si è impegnato a dare di se stesso il ritratto di un leader deciso a sollevarsi al di sopra delle parti e a ricucire le divisioni che al momento ossessionano gli Stati uniti. Il suo messaggio è stato molto chiaro: a un paese in guerra e che vive costantemente nella paura di un altro attacco terrorista, è necessario risparmiare quel sovrappiù di amarezza che di solito accompagna un'elezione aspramente combattuta. In un appello quasi utopistico all'unità nazionale e alla pacatezza politica, Kerry aveva dichiarato:
Voglio rivolgere queste parole direttamente al presidente George W. Bush. Nelle settimane che verranno, cerchiamo di essere ottimisti, e non soltanto rivali. Cerchiamo di costruire l'unità della famiglia americana, e non aspre divisioni. Onoriamo la diversità di questo paese. Rispettiamoci a vicenda. Ed evitiamo di strumentalizzare per scopi politici il documento più prezioso di tutta la storia americana, la Costituzione degli Stati uniti.Amici, la strada più alta può essere più difficile, ma ci porta in un luogo migliore. E per questo motivo Repubblicani e Democratici devono far sì che queste elezioni siano un confronto di grandi idee e non di attacchi meschini. Questo è il momento in cui dobbiamo rifiutare un tipo di politica calcolata a dividere e a contrapporre fra loro razze, religioni, gruppi. Forse c'è qualcuno che ci vede semplicemente divisi in Stati rossi e Stati blu, ma io vedo un'unica America - bianca, rossa e blu.
Probabilmente, queste parole intendevano anche lasciare un'impressione positiva al relativamente piccolo numero di elettori indecisi che in ultima analisi saranno determinanti per l'esito delle elezioni presidenziali. E tuttavia, la retorica di Kerry era in consonanza con il suo comportamento nell'arco di tutta la campagna elettorale e con il tenore generale della Convention nazionale democratica. Salvo pochissime eccezioni, di scarsa importanza, gli oratori alla Convention hanno evitato di rivolgere attacchi diretti o personali nei confronti di George W. Bush e del vice presidente Dick Cheney. Sino a quel momento, sia Kerry che il suo compagno di corsa, il senatore John Edwards, avevano sempre attentamente preparato discorsi che trasmettessero messaggi positivi per la loro campagna e, anche nelle comparse alla radio e alla televisione, non si erano mai abbassati a insultare i loro rivali. Per la verità, numerosi gruppi autonomi anti-Bush hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari in spot che attaccano ferocemente il presidente e la sua Amministrazione. E, naturalmente, lo strepitoso successo di Fahrenheit 9/11, il film di Michael Moore, è valso più di un milione di spot al veleno. In una certa misura, l'attività della miriade di gruppi progressisti e indipendenti ha fatto da contrappeso all'ondata di denigrazione in cui la campagna di Bush - e la costellazione di organizzazioni conservatrici che lo sostengono - ha investito enormi quantità di denaro nel tentativo di screditare Kerry e di minarne la credibilità. Sin dall'inizio, la campagna per la rielezione di Bush è stata - e continua a essere - una campagna anti-Kerry. Per contrasto, fino alla fine dell'agosto scorso, Kerry ha cercato costantemente di costruire un movimento che si esprimesse in un sostegno attivo alla sua candidatura e di impedire alla sua campagna elettorale di apparire semplicemente un fronte tenuto insieme dai sentimenti anti-Bush.
Per un certo tempo, è sembrato che John Kerry avesse adottato la strategia giusta. La mattina successiva alla conclusione della Convention democratica, il commentatore del «New York Times» Todd Purdum scriveva: «Dopo un anno in cui è stato sostenuto più dal desiderio dei Democratici di sconfiggere Bush che non da una passione particolare per eleggere proprio lui, Kerry può aver segnato una svolta, ispirando il suo partito e invitando gli elettori decisivi a fare di lui l'inquilino della Casa Bianca». In realtà, i sondaggi effettuati alla fine di luglio e all'inizio di agosto dimostravano che Kerry aveva sopravanzato George Bush. Nel giro di poche settimane, tuttavia, il vantaggio di Kerry nei sondaggi ha cominciato ad assottigliarsi, e quando è iniziata la Convention repubblicana era completamente svanito. Di solito, il ribaltarsi improvviso e imprevisto della posizione di un candidato è la conseguenza di un qualche grave errore, della scoperta di un qualche scandalo, o di un fatto molto importante che funge da deus ex machina. Nello scorso agosto, però, il flusso costante di cattive notizie dall'Iraq e le cifre di un'economia anemica che normalmente apparivano sulle pagine economiche dei quotidiani, avrebbero dovuto rafforzare, e non indebolire, la posizione di Kerry. E né Kerry né Edwards avevano detto alcunché di scioccante o anche di sorprendente nel corso della campagna, e di scandali non c'è stato neppure l'ombra.
Come si è capito a posteriori, tuttavia, Kerry aveva effettivamente commesso una gaffe, che si può sintetizzare in pochi passaggi del nobile discorso pronunciato alla Convention: «Amici, la strada più alta può essere più difficile, ma ci porta in un luogo migliore. Per questo motivo Repubblicani e Democratici devono far sì che queste elezioni siano un confronto di grandi idee, non di attacchi volgari». Kerry non aveva capito che, nel clima politico attuale, `le grandi idee' contano pochissimo, `gli attacchi volgari' sono quanto mai efficaci, e la «strada più alta» ha forse più probabilità di condurre alla sconfitta elettorale che non «in un luogo migliore». Kerry e gli strateghi della sua campagna elettorale ci hanno messo circa quattro settimane a rendersi conto del loro errore - che hanno pagato a caro prezzo. Per tutto il mese di agosto Kerry ha deciso di ignorare la tempesta politica provocata da un piccolo gruppo, che si definiva Swift Boat Veterans for Truth [Reduci per la verità], che aveva investito appena 500.000 dollari per far trasmettere da alcune stazioni televisive in dieci o undici Stati un breve spot infarcito di dichiarazioni palesemente false, che rovesciavano tutto quel che si sa e che è ampiamente documentato sul coraggio e le capacità di leader dimostrati dal giovane Kerry nella guerra del Vietnam. Le Tv via cavo hanno ripreso la storia inventata dagli ex combattenti, presentando il loro spot come parte dei loro `notiziari', assicurandogli così un vasto pubblico (senza alcuna spesa per il gruppo), e hanno invitato nei loro studi televisivi per interviste, discussioni e dibattiti gli uomini che avevano falsamente accusato Kerry, dando ulteriore diffusione alle loro accuse infondate. Kerry ignorò tutto questo baccano. Forse riteneva che una calma olimpica, un atteggiamento di indifferenza di fronte a quegli sporchi trucchi avrebbero giovato alla sua immagine presidenziale, rappresentandolo come uno statista impegnato con i `grandi problemi' che sono in gioco in queste elezioni. Forse riteneva che la denuncia del senatore John McCain contro gli spudorati bugiardi avrebbe tolto loro ogni credibilità. Forse riteneva di poter far vergognare George Bush, al punto di indurlo a condannare quegli attacchi platealmente menzogneri. Qualunque cosa abbia pensato John Kerry nell'agosto scorso, si sbagliava su tutta la linea. Ha certamente sottovalutato la malvagità delle pattuglie della destra militante; non ha capito realmente quanto siano stati efficaci i loro sporchi metodi in passato, e, a quanto pare, ha anche dimenticato che George Bush non ha mai esitato a utilizzare metodi poco puliti pur di raggiungere i propri obiettivi. La tattica di gettare fango sull'avversario è stata una costante della destra per molto, molto tempo.
Una efficace descrizione delle tattiche spregevoli utilizzate da George Bush è stata fornita da Andrew Sullivan, un osservatore politico inglese, di orientamenti conservatori, che lavora negli Stati Uniti e che gode di un largo seguito. Sul «Sunday Times» di Londra del 28 agosto scorso, Sullivan, che non è assolutamente l'unico conservatore che abbia criticato apertamente Bush, ha scritto:
Moltissimi uomini politici che hanno fatto in modo di imboscarsi durante la guerra del Vietnam potrebbero esitare ad attaccare il curriculum militare di un uomo che è partito volontario, è stato colpito dalle granate, è stato decorato con due Purple Hearts 1 per le sue gesta di coraggio e di eroismo. Moltissimi, ma non Bush. Ricordatevi che nel 2000, in una situazione molto simile a questa, in un'accanita lotta alle primarie contro John McCain, la campagna di Bush diede in pasto ai lupi un uomo che era stato incarcerato e torturato per mano dei vietcong. In tutta la Carolina del Sud vennero diffusi volantini in cui si sosteneva che McCain aveva un figlio nero, che era un «brocco che aveva perduto tutte le gare», che sua moglie era una tossica, che le sue sofferenze sotto la tortura lo avevano reso mentalmente instabile, che aveva «tradito» gli ex combattenti, e chi più ne ha più ne metta. Non era possibile dimostrare che Bush fosse all'origine di queste accuse, ma nessuno aveva dubbi. In pubblico, Bush dichiarava di rispettare il curriculum militare di McCain, ma i suoi portaborse lo calunniavano incessantemente. In un confronto pubblico McCain disse in faccia a Bush che avrebbe dovuto «vergognarsi» delle sue tattiche elettorali. Ma la vergogna non è una cosa cui questo presidente sia particolarmente sensibile.
Per quanto sdegno McCain abbia potuto manifestare quattro anni fa, adesso non si perita di comparire al fianco di George Bush nella campagna elettorale; è stato anche uno dei principali oratori alla Convention repubblicana. Certo, McCain effettivamente ha condannato gli Swift Boat Veterans for Truth, ma con il suo sostegno attivo a Bush conferisce una certa legittimità alla campagna del presidente, anziché attirare l'attenzione sulle condizioni allarmanti della democrazia negli Usa. A dir la verità, il comportamento di McCain è un esempio quanto mai deprimente di come le aspirazioni di un politico possano trascinarlo in quella sentina di odio che ormai è diventata la scena politica Usa. A quanto pare, McCain sta progettando di ricandidarsi alle presidenziali nel 2008, e quindi oggi ha un assoluto bisogno di dimostrare la sua fedeltà al Partito repubblicano. Nella campagna contro George Bush nelle primarie del 2000, McCain scelse di percorrere la strada più alta, guadagnandosi l'ammirazione di un enorme fetta della popolazione … e ha perso!
Se, dopo il massacro del tutto immeritato che gli hanno inflitto le calunnie dello Swift Boat Veterans for Truth, John Kerry coltivava ancora un barlume di speranza di poter essere premiato alle urne per aver percorso la `strada più alta' e per aver affrontato i grandi problemi anziché infangare il suo rivale, tutto ciò è stato definitivamente cancellato dalla marea di retorica servile, ingannevole e velenosa che ha profuso la Convention nazionale repubblicana. Il più impudente degli adulatori è stato l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che nel giorno inaugurale della Convention ha pronunziato il tipo di discorso che normalmente si associa ai regimi che promuovono il culto del grande capo. Oltre a paragonare Bush ad Abramo Lincoln e a Winston Churchill, Giuliani ha raccontato una storia poco verosimile su come, l'11 settembre, nel caos più totale, subito dopo l'attacco alle Torri Gemelle, «senza riflettere, agendo d'istinto, spinto da una giusta emozione, ho afferrato per un braccio l'allora commissario di polizia Bernard Kerik e gli ho detto: - Bernie, grazie a dio il nostro presidente è George Bush». E ha rincarato la dose, sentenziando: «Il presidente George W. Bush si è conquistato un posto nella storia fra i grandi presidenti americani… Il presidente Bush è il leader di cui abbiamo bisogno per i prossimi quattro anni, perché è in grado di guardare al di là dell'oggi e del domani. Ha la visione del futuro».
Il secondo giorno della Convention repubblicana ha avuto come protagonisti Laura Bush e Arnold Schwarzenegger. L'apologia della first lady mirava a dimostrare che il grande leader risoluto e privo di esitazioni è anche «un uomo amoroso con un grande cuore». A Schwarzenegger è stato affidato il compito di esaltare il «grande cuore» del Partito repubblicano. Ascoltando il governatore della California, veniva fatto di sentirsi vittime di un'allucinazione. Descrivendosi come un immigrato, egli intendeva rassicurare «gli immigrati come me», che negli Stati uniti «possono avere idee diverse nel pieno rispetto reciproco e continuare a essere patriottici, a essere americani, a essere buoni Repubblicani». Naturalmente, le alte sfere del partito e del governo non saranno d'accordo; ma, certo, mentre la Convention repubblicana veniva trasmessa in televisione, i campioni di conformismo, come il leader della maggioranza alla Camera dei rappresentanti, Tom DeLay (soprannonimato `il martello'), il ministro della Giustizia John Ashcroft, e il superfalco segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, erano tutti scomparsi dal proscenio. Pronunciando il suo discorso, Schwarzenegger impersonava a pieno la doppiezza del Partito repubblicano, che negli ultimi quattro anni ha sterzato così decisamente a destra ed è diventato così ideologico che i suoi leaders hanno dovuto lavorar sodo per togliere il seggio anche ai senatori e deputati repubblicani ritenuti troppo moderati. (La battaglia per la sopravvivenza politica che il senatore della Pennsylvania Arlen Spector ha dovuto combattere in questi mesi contro un conservatore irriducibile del suo stesso partito, rappresenta un caso emblematico.) Quattro anni fa, George W. Bush si era presentato nei panni di un «conservatore compassionevole» e di «un uomo che voleva unire e non dividere» - e, nonostante tutte le prove in contrario, c'è stato un numero di elettori creduloni sufficiente a farlo entrare per il rotto della cuffia nella Casa Bianca. Ma non appena ha assunto il potere, ha cominciato ad agire come se avesse vinto con una maggioranza schiacciante. Dopo aver ottenuto, nel 2000, una vittoria elettorale che, con un eufemismo, si potrebbe definire del minimo scarto, ha attuato tenacemente un programma conservatore, che può essere descritto soltanto come massimalista. Basta guardare agli ideologi di estrema destra che Bush ha eletto giudici federali. Le azioni dell'Amministrazione Bush e della maggioranza repubblicana al Congresso hanno diviso il paese più aspramente di quanto non sia mai accaduto dopo i primi anni settanta. Per confutare la tesi di Schwarzenegger, che presenta il Partito repubblicano come un partito tollerante, inclusivo e moderato, si potrebbe elencare una serie infinita di esempi. Ma sarebbe tempo perso, visto che il terzo giorno della Convention gli oratori principali, il senatore Zell Miller (un ex Democratico del Sud, ex governatore della Georgia, che si dice deluso del suo partito) e Dick Cheney, hanno dato il meglio di sé in uno show memorabile di meschinità, intolleranza, falsità e odio velenoso.
Zell Miller ha iniziato il suo rabbioso attacco contro Kerry lasciando capire che il semplice fatto di candidarsi contro il presidente in carica in un momento in cui il paese è in guerra rappresenta di per sé un atto antipatriottico: «In questa situazione, mentre giovani americani muoiono nei deserti dell'Iraq e sulle montagne dell'Afghanistan, la nostra nazione è lacerata e indebolita a causa dell'ossessione maniacale dei Democratici di far cadere il nostro comandante in capo». Dopo aver additato al pubblico ludibrio la presunta mancanza di patriottismo dei Democratici, Miller ha elencato tutti i sistemi d'arma cui, secondo lui, Kerry avrebbe dato un voto sfavorevole; se si volesse credere a Miller, Kerry avrebbe in programma il disarmo completo degli Usa. (Si è venuti a sapere che anche Dick Cheney voleva abbandonare o ridurre molti di quegli stessi sistemi d'arma, quando era segretario della Difesa ai tempi di Bush padre.) Come tocco finale, Miller ha affermato che Kerry vorrebbe addirittura cedere la sovranità degli Stati Uniti nelle mani dell'Onu e della Francia. «Il senatore Kerry ha detto chiaramente che utilizzerebbe la forza militare soltanto con l'approvazione delle Nazioni Unite. Kerry lascerebbe decidere a Parigi quando l'America ha bisogno di difendersi.» Le accuse di Zell Miller erano talmente risibili che non si poteva fare a meno di chiedersi se fosse uscito di senno. A preoccuparci, comunque, non è la sanità mentale di Zell Miller; il fatto veramente inquietante è che la demagogia di Miller ha ricevuto una standing ovation dai fedeli Repubblicani. Quale più grande e più grave atto d'accusa contro la democrazia americana del fatto che, invece di provocare disgusto - o, come minimo, imbarazzo - un discorso vergognoso come quello di Miller ha guadagnato elettori alla causa di George Bush?
L'intervento di Dick Cheney alla Convention è seguito a quello di Miller, ed è stato non meno temerario e in malafede. Riferendosi alle critiche mosse da Kerry alla politica estera unilaterale dell'Amministrazione Bush e alla sua corsa a precipizio verso la guerra contro l'Iraq, Cheney ha dichiarato: «Il senatore Kerry deplora l'azione americana quando gli altri paesi non approvano - come se tutta la finalità della nostra politica estera consistesse nel compiacere alcuni critici irriducibili. In realtà, nella guerra globale al terrore, come in Afghanistan e in Iraq, il presidente Bush ha portato molti alleati al nostro fianco. Ma, come il presidente ha detto con estrema chiarezza, c'è una differenza tra guidare una coalizione di molti e sottostare alle obiezioni di pochi. George W. Bush non chiederà mai a nessuno l'autorizzazione per difendere il popolo americano». È particolarmente significativo che, oltre a travisare in maniera spudorata la posizione di Kerry, Cheney abbia istituito un falso collegamento fra le guerre in Afghanistan e in Iraq - nonostante che il Rapporto della commissione sull'11/09 (Norton, New York 2004) dichiari in modo inconfutabile che non esiste alcuna prova che l'Iraq abbia cooperato con al Qaeda nel preparare o eseguire un qualche attacco contro gli Stati Uniti (p. 66).
La campagna di Bush è un ciclone che travolge la verità dei fatti e fornisce alle masse una versione quanto mai fantasiosa della realtà. Ecco un breve estratto del quadro a tinte rosee che Bush ha dipinto nel suo discorso (in cui anche lui ha cercato di fuorviare il suo pubblico, collegando l'Iraq agli attacchi dell'11 settembre) alla Convention:
[…] stiamo lavorando per far progredire la libertà nel grande Medio Oriente, perché la libertà porterà un futuro di speranza e la pace che tutti noi vogliamo [...] La nostra strategia ha successo [...] Noi abbiamo preso l'iniziativa, molti si sono schierati al nostro fianco, e l'America e il mondo sono più sicuri. Il progresso richiede un'attenta diplomazia, una chiarezza di intenti morali e alcune decisioni difficili. La decisione più difficile riguarda proprio l'Iraq. I numerosi atti di aggressione e l'appoggio fornito in passato al terrorismo da Saddam Hussein ci erano perfettamente noti. Eravamo a conoscenza dei suoi reiterati tentativi di acquisire, e addirittura utilizzare, armi di distruzione di massa. E adesso sappiamo che l'11 settembre impone al nostro paese di pensare in maniera diversa. Dobbiamo affrontare le minacce che incombono sull'America prima che sia troppo tardi, e lo faremo.[ ...] Poiché abbiamo agito per difendere il nostro paese, i regimi sanguinari di Saddam Hussein e dei Talebani sono storia passata, oltre cinquanta milioni di persone sono state liberate, e stiamo portando la democrazia nel grande Medio Oriente. [...] Nonostante gli atti di violenza in corso, l'Iraq attualmente ha un primo ministro forte, un consiglio nazionale, e le elezioni politiche sono in programma per il gennaio prossimo.
Mentre, il 2 settembre, pronunziava alla Convention di New York queste parole, George Bush sapeva benissimo di ingannare deliberatamente il paese. È ormai risaputo che, a fine luglio, George Bush aveva ricevuto un rapporto segreto della intelligence Usa, che descriveva la situazione in Iraq a tinte molto fosche. Secondo questo rapporto - citato dal «New York Times» del 16 settembre -, la stabilità in Iraq, se mai diventasse una realtà, sarebbe comunque fragilissima, e potrebbe facilmente essere spazzata via da una guerra civile.
Conclusa la Convention repubblicana, John Kerry si è reso conto che il suo tentativo di procedere sulla «strada più alta» era stato del tutto controproducente. Non era passata neppure un'ora da che Bush aveva finito di parlare a New York, e già Kerry si era lanciato in una nuova strategia elettorale ben più aggressiva. Rivolgendosi a una folla di circa 15.000 persone a Springfield, nell'Ohio (e a tutti quelli che seguivano a mezzanotte i notiziari della Tv via cavo), il senatore ribolliva di legittimo sdegno: «Non permetterò che il mio impegno a difendere il paese sia posto in dubbio da quelli che si sono imboscati quando il paese li aveva chiamati alle armi, e da quelli che hanno ingannato la nazione sull'Iraq». E ha proseguito:
Voglio dirvi che cosa secondo me rende una persona inadatta al suo compito. Ingannare il nostro paese per trascinarlo nella guerra all'Iraq vi rende inadatti a guidare questo paese. Non fare nulla mentre questo paese perde milioni posti di lavoro vi rende inadatti a guidare questo paese. Lasciare che 45 milioni di americani vivano senza assistenza sanitaria vi rende inadatti a guidare questo paese. Lasciare che la famiglia reale saudita decida quanto dobbiamo spendere per l'energia vi rende inadatti a guidare questo paese. Assegnare senza una sola gara d'appalto contratti pubblici per l'importo di miliardi di dollari alla Halliburton, mentre siete ancora sul loro libro paga, vi rende inadatti a guidare questo paese.
Secondo i sondaggi d'opinione, la ben meditata demagogia della Convention repubblicana ha sortito l'effetto desiderato - i sondaggi di «Newsweek» e «TheTimes» danno a Bush dieci punti di vantaggio su Kerry. Ciò non vuol dire che tutti siano stati ingannati, e che nessuno abbia percepito l'effetto corrosivo dell'orgia di menzogne e di insulti che ha occupato la ribalta di New York dal 30 agosto al 2 settembre. William Saletan, il commentatore politico di «Slate» (2 settembre 2004) ha fatto notare che «le elezioni si stanno trasformando in un referendum sulla democrazia». Sulla stessa falsariga, E. J. Dionne Jr, il cronista del «Washington Post», ha scritto (3 settembre 2004) a proposito della Convention: «Se per rieleggere il presidente in carica è necessario lasciare il paese più disgregato e più diviso secondo le linee di partito di quanto già non sia, adesso sappiamo che si tratta di un prezzo che quelli al potere sono ben felici di pagare». Sfortunatamente, comunque, l'opinione pubblica bene informata e i sentimenti popolari non sono la stessa cosa.
Resta da vedere se la nuova strategia di Kerry risulterà efficace. Egli ha ristrutturato la sua organizzazione elettorale, inserendo un certo numero di ex assistenti di Clinton; e, nei suoi discorsi in giro per il paese, ha concentrato l'attenzione del suo pubblico sugli errori dell'Amministrazione Bush. Per mesi, Bush e Cheney sono riusciti a schivare le critiche, martellando Kerry, mettendone incessantemente in dubbio l'affidabilità, la coerenza, l'onestà, le qualità di leader. Per costringere Kerry sulla difensiva, hanno fatto ricorso all'allarmismo più spudorato e più irresponsabile. Un solo esempio: in un comizio elettorale nello Iowa il 7 settembre scorso Cheney ha affermato: «È di vitale importanza che da qui a otto settimane, il 2 novembre, facciamo la scelta giusta. Perché se faremo la scelta sbagliata, allora c'è pericolo di essere colpiti di nuovo, di essere colpiti in modo devastante per gli Stati Uniti».
Se fossimo in tempi normali, sarebbe lecito aspettarsi che un'affermazione così irresponsabile abbia un effetto boomerang. Ma questi non sono tempi normali. Se lo fossero, il paese chiederebbe a Bush di spiegare perché si è sottratto a qualsiasi assunzione di responsabilità per le milleuna cosa che sono andate spaventosamente male in Afghanistan e in Iraq; perché, in un paese prospero, decine di milioni di persone non abbiano l'assistenza sanitaria; come si intende ridurre l'enorme deficit di bilancio; quando si cercherà di correggere le croniche deficienze del sistema scolastico.
È questo il tipo di domande che adesso Kerry pone con piglio aggressivo, mentre cerca di rovesciare la tendenza della campagna elettorale, chiedendo che George Bush sia chiamato a render conto dei suoi tanti errori, dei suoi tanti insuccessi. Bush accampa sempre `scuse' e fugge dalle sue responsabilità, ha detto Kerry in un discorso fortemente critico tenuto nello Stato del Michigan il 14 settembre. Bush, ha fatto notare Kerry, «dà la colpa a tutti tranne che a se stesso e alla sua Amministrazione, per i problemi economici di cui soffre l'America». A causa delle inique politiche fiscali di Bush, ha proseguito, «un vigile del fuoco che deve fare gli straordinari per riuscire a mettere da parte i soldi che servono per mandare suo figlio a scuola paga un'aliquota fiscale superiore a un miliardario (in dollari) che ha appena ereditato una fortuna».
Il 16 settembre l'attacco di Kerry al presidente è stato ancora più violento. In un discorso ufficiale alla National Guard Association, a Las Vegas, Kerry ha sferzato Bush per aver ingannato il paese sulla situazione in Iraq:
[Il presidente] non vi ha detto che, ogni giorno che passa, vediamo aumentare il caos, la violenza, le uccisioni indiscriminate. Non vi ha detto che, ogni settimana che passa, i nostri nemici diventano più audaci, che i funzionari del Pentagono riferiscono che intere regioni dell'Iraq sono attualmente in mano a terroristi e a estremisti. Non vi ha detto che, ogni mese che passa, la stabilità e la sicurezza sembrano allontanarsi sempre di più. […] Voi vi meritate un presidente che non strumentalizzi la sicurezza nazionale a fini politici, un presidente che non lasci in un cassetto i rapporti dei suoi servizi di intelligence, per vivere in un mondo di fantasia e di manipolazione della realtà; vi meritate un presidente che dica la verità al popolo americano sulla sfida che devono affrontare i nostri uomini e le nostre donne valorose in prima linea.
Kerry adesso esamina il carattere e il passato di Bush con la lente di ingrandimento, ma questo non dà alcuna garanzia che gli elettori faranno altrettanto. L'opinione pubblica si distrae facilmente, e i media dedicano più tempo ai sensazionalismi che non ai problemi di fondo. Quando, a metà settembre, la campagna di Kerry sembrava riprendere slancio, la Cbs ha trasmesso un servizio in cui asseriva di aver trovato documenti che dimostravano che, quando prestava servizio nella National Guard, Bush aveva disobbedito agli ordini e ricevuto un trattamento preferenziale. Si è poi visto che quei documenti potevano essere un falso. Per giorni e giorni il dibattito sull'autenticità dei documenti e sulle motivazioni di coloro che ne hanno parlato ha eclissato quasi tutte le altre notizie. Perfino in un momento in cui l'escalation della violenza in Iraq sfuggiva a ogni controllo, l'attenzione dell'opinione pubblica era focalizzata quasi esclusivamente sui minimi dettagli dei documenti sospetti.
Forse i confronti diretti e pubblici fra i candidati, che ci saranno in un prossimo futuro, solleveranno la campagna elettorale dal pantano in cui è sprofondata. Questo non vuol dire necessariamente che verranno presentate idee originali; ma, forse, le bugie e l'odio saranno accantonati per breve tempo, e gli elettori saranno indotti a chiedersi se gli Stati Uniti - e il resto del mondo - siano veramente più sicuri, più giusti e più prosperi oggi di quanto non fossero quattro anni fa. Una riflessione pacata, se una cosa del genere fosse possibile nel clima politico attuale, potrebbe indurre gli elettori a sostenere Kerry, anche se non lo ammirano, anche se non sono d'accordo con le sue posizioni. Un gruppo di intellettuali e attivisti politici - tra cui ricordiamo Noam Chomsky, Cornel West, Howard Zinn, Barbara Ehrenreich - che nel 2000 avevano sostenuto Ralph Nader - in una dichiarazione rilasciata il 14 settembre così si sono espressi: «Per le persone che desiderano per gli Stati uniti un mutamento sociale in senso progressista, destituire dal potere George W. Bush dovrà essere la massima priorità alle elezioni presidenziali del 2004» (cfr. www.vote2stopbush.com).
note:
1 La Purple Heart (cuore purpureo) è la decorazione riservata ai militari che sono stati feriti in combattimento (NdRM).
Joseph A. Buttigieg insegna all'English Department della Nôtre Dame University, Indiana, Usa
(traduzione di Rita Imbellone)