Dossier rifiuti
UN PROBLEMA DI GOVERNO
Lucia Venturi
Il tema della gestione dei rifiuti, o se si vuole essere più realistici del loro smaltimento, è di quelli particolarmente caldi, su cui si misura la capacità di governo di una classe dirigente. Lo è, sia che si parli di quelli di cui ognuno di noi, in varia misura, è quotidianamente produttore, sia che si tratti di scorie che mai avremmo voluto fossero generate, come ad esempio quelle che ci sono rimaste in eredità dalle centrali nucleari, chiuse da oltre quindici anni. Per comprendere la dimensione del problema e le grandi difficoltà (di consenso sociale in particolare) che ci sono per risolverlo, basta ricordare che la produzione dei rifiuti continua inesorabilmente a crescere più del Pil e mantiene un incremento medio su base annua di due punti. Inoltre, sulla capacità o meno di risolvere questo problema, si misura la qualità della vita di un paese, il suo modo di consumare e di produrre, insomma la sua capacità di costruirsi un futuro. Sarà dunque uno dei temi decisivi su cui sfidare Berlusconi e il governo di centro-destra, che anche su questo terreno ha ampiamente fallito, come dimostrano le numerose rivolte popolari che caratterizzano ogni localizzazione di discariche e di impianti di incenerimento.
Le radici delle infuocate proteste che si sono registrate nel novembre scorso a Scanzano Jonico e in Campania negli ultimi mesi (in occasione della riapertura della discarica di Montecorvino Pugliano e della costruzione dell'inceneritore di Acerra) sono, infatti, assai simili. L'elemento che le accomuna è la denuncia di un approccio sbagliato verso la gestione dei rifiuti, che ha caratterizzato per decenni il nostro paese, in maniera più o meno diffusa tra le varie Regioni. Ovvero il ricorso allo smaltimento finale in discarica come unica via di gestione, senza quindi promuovere serie politiche di prevenzione come l'utilizzo delle raccolte differenziate. Riduzione, raccolta differenziata e riuso, le tre famose `R' che caratterizzano una politica di prevenzione e che dovrebbero precedere qualsiasi ipotesi di smaltimento, sono state troppo spesso una pura indicazione di carattere simbolico. O, altrimenti, sono state praticate per ricevere incentivi fantasmagorici - ma spesso, per la verità, assai sporadici -, che sono stati promossi più per l'alto costo di smaltimento in discarica che per scelte politiche lungimiranti.
Nasce da qui, da questa impostazione sbagliata, il rifiuto che si manifesta in gran parte della popolazione, e in tante situazioni diverse. Eppure, con l'approvazione del decreto Ronchi durante il governo di centro-sinistra, si erano create molte speranze, poi rapidamente svanite. Quella riforma provò, infatti, a scardinare questa mentalità consolidata e diffusa, che considera il problema dei rifiuti solo un problema di smaltimento, portando così il nostro paese in linea con i paesi del Nord Europa. Ma questo percorso purtroppo ha trovato nel suo procedere grandi ostacoli, dovendo fare i conti con un'arretratezza culturale assai diffusa, con una pubblica amministrazione che ha sempre osteggiato le scelte più innovative e strategiche - come ad esempio il passaggio della vecchia tassa sui rifiuti a un vero e proprio sistema di pagamento a tariffa -, ed infine con un settore industriale poco preparato ad affrontare una innovazione di tale portata.
Certamente, nonostante le resistenze incontrate, la riforma avviata aprì comunque un solco difficilmente colmabile, soprattutto a livello culturale, che contagiò positivamente quasi tutti i settori coinvolti e portò anche a qualche parziale risultato. Che non è bastato però ad impedire che l'attuale governo azzerasse le innovazioni e i timidi passi avanti. Il risultato è davanti agli occhi di tutti ed è testimoniato dal vero e proprio incancrenirsi della crisi dei rifiuti nel Mezzogiorno, nel quale quasi tutte le Regioni sono commissariate, per ciò che riguarda la loro gestione.
L'impostazione dell'attuale governo è stata subito piuttosto chiara ed era - per dirla con le parole del capo di gabinetto del ministero dell'Ambiente, Togni - quella di «mandare in soffitta il decreto Ronchi». Ciò ha determinato, sin dall'inizio della legislatura, un quadro di provvedimenti molto nebuloso, fatto di iniziative legislative ad hoc per favorire alcune categorie (ad esempio, le nuove norme sui rottami ferrosi o sui rifiuti petroliferi di Gela), di semplificazioni delle procedure di autorizzazione, che hanno premiano solo i meno virtuosi, e di annunci di controriforme. Questi hanno preso maggior consistenza con l'avvio dell'iter parlamentare della Legge delega di riordino della normativa ambientale, che ha rimbalzato più volte tra Camera e Senato e che - anche se dovesse riuscire a essere approvata - non avrà, fortunatamente, più i tempi tecnici per poter essere pienamente operativa.
Le indicazioni contenute nella tanto ostentata controriforma possono essere riassunte sinteticamente in questo concetto chiave: anziché perdere tempo a studiare sistemi funzionali ed efficienti di raccolte differenziate, per poi recuperare il materiale di risulta e favorire quindi un sistema industriale che ha finalmente dimostrato di essere capace di innovazione, il grosso dello sforzo deve essere concentrato nella ricerca di siti idonei alla costruzione di forni dove incenerire - di fatto - quello che adesso va in discarica. L'obiettivo dichiarato del ministero dell'Ambiente era quello di costruire un inceneritore per ogni Provincia: senza, perciò, alcuna logica di programmazione e di pianificazione sul territorio.
Questi orientamenti hanno innescato un diffuso senso di confusione in un settore quale quello dei rifiuti, dove ad atteggiamenti di forte dinamismo positivo si coniugano immobilismi gattopardeschi. Situazione che non ha certo impedito agli amministratori dotati di spiccato senso civico - tanti per fortuna - e che hanno scommesso sin dall'inizio sulla gestione integrata dei rifiuti di continuare ad operare nella giusta direzione, ponendosi e raggiungendo anche obiettivi ambiziosi con politiche basate sulla trasparenza delle azioni, sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte e su strategie ormai consolidate in modo diffuso in Europa. Così è avvenuto in gran parte delle Regioni del Nord, del Centro e in qualche realtà anche al Sud, dove alla logica dello smaltimento si è anteposto un circuito di riciclaggio e di recupero della gran parte dei rifiuti prodotti, reso possibile da un efficiente sistema di raccolta differenziata e da una costante opera di informazione dei cittadini.
Ma la volontà espressa a gran voce, da parte di questo governo, di privilegiare la parte del recupero energetico rispetto alle altre ha offerto alibi a chi non ha mai abbandonato la logica dello smaltimento come gestione, con la variante che oggi si vuole passare dalla filosofia del `tutto in discarica' a quella del `tutto all'incenerimento', o - come molti la chiamano - alla termovalorizzazione. Anche su questo punto è necessario fare chiarezza: il fatto che gli impianti di incenerimento debbano giustamente operare in maniera obbligatoria il recupero energetico, non ne cambia la natura originaria di inceneritori di rifiuti. Lo ha ribadito anche la Corte di giustizia europea il 13 febbraio dello scorso anno, quando con due sentenze ha messo fine ad una querelle tra due Stati membri, e ha ribadito che l'incenerimento è a tutti gli effetti una operazione di smaltimento di rifiuti e come tale - insieme alla discarica - si colloca all'ultimo scalino della scala gerarchica nella loro gestione.
L'ultimo gradino appunto: e non l'unico. Solo il ristabilimento di queste gerarchie nella gestione dei rifiuti, una diffusa ricerca del consenso e la trasparenza nelle decisioni può far capire e forse accettare ai cittadini di Acerra (ma la stessa cosa si può dire per tante città meridionali) che per quello che resta dei rifiuti - dopo la riduzione della quantità di rifiuti prodotti, una raccolta differenziata efficace e controllata e dopo il riuso - qualche inceneritore con capacità di recupero di energia (che sia dotato della migliore tecnologia, sia dimensionato sulla base delle esigenze di bacini omogenei di utenza e venga collocato in un'area industriale) va fatto.
Lucia Venturi
fa parte della Segreteria nazionale
di Legambiente.