numero  54  ottobre 2004 Sommario

Dossier rifiuti

IL CASO CAMPANIA
Stefano Ciafani Michele Buonomo  


Tra i blocchi stradali o ferroviari di chi manifesta contro la costruzione dell'inceneritore di Acerra e le rassicurazioni del ministro dell'Ambiente o del commissario straordinario sulla bontà di quella scelta impiantistica, ai non addetti ai lavori oggi risulta complicato capire da che parte sta la ragione. E se davvero, come qualcuno sostiene, l'incenerimento dei rifiuti è una pratica pericolosa per la salute dei cittadini. Ancor più difficile poi è risalire alle cause dell'impasse attuale in Campania e soprattutto trovare il modo per uscirne. In realtà i motivi, le responsabilità e le soluzioni al problema rifiuti in Campania non sono poi così difficili da individuare.
Per capirne un po' di più dobbiamo tornare indietro al 1994, anno in cui venne dichiarata l'emergenza rifiuti in Campania. I motivi? I rifiuti allora venivano smaltiti solo ed esclusivamente nelle oltre cento discariche attive, praticamente tutte sull'orlo della chiusura per esaurimento delle volumetrie disponibili, e, dato non certo trascurabile, in diversi casi di proprietà di soggetti non proprio `trasparenti'. Di fatto non si sapeva più come e dove smaltire quegli oltre 2 milioni di tonnellate annui di rifiuti urbani che i campani producevano allora.
Erano gli anni in cui a farla da padrona nello smaltimento in discarica dei rifiuti era la camorra dell'ambiente - o l'ecomafia, come l'ha ribattezzata Legambiente -, che stroncava sul nascere qualsiasi tentativo di gestire in maniera alternativa e più sostenibile i rifiuti, proprio perché dovevano finire per forza nelle `buche' di loro proprietà. Nelle loro discariche venivano smaltiti i rifiuti urbani conferiti dai cittadini nei cassonetti stradali ma anche, in maniera del tutto illecita, i rifiuti più pericolosi di origine industriale, provenienti spesso dal Nord Italia, che l'ecomafia aveva incominciato a trafficare già dai primi anni '80.
La dichiarazione di emergenza sembrava allora un modo efficace per risolvere in tempi brevi una situazione a dir poco drammatica. Ma così non fu. In questi dieci anni si sono succeduti diversi commissari di governo, a cui la legge attribuiva poteri straordinari proprio per risolvere più velocemente i problemi: si è passati dai prefetti ai presidenti di Regione, prima di centro-destra e poi di centro-sinistra, per ritornare di nuovo oggi alla figura del prefetto. Ai poteri straordinari vedremo che non seguiranno che pochissimi quanto insufficienti risultati concreti per chiudere l'emergenza.
Negli anni successivi al 1994 sono stati anche presentati diversi Piani regionali per l'emergenza, che hanno dato letteralmente `i numeri' sugli impianti, in particolar modo su quelli di incenerimento: dai sei iniziali si è passati a due, per arrivare infine all'ipotesi recentemente fatta dall'attuale commissario di costruirne tre. Il bando per la costruzione degli impianti di produzione (sette) e di incenerimento (due) del combustibile derivato dai rifiuti (Cdr) viene vinto dalla Fibe, azienda del gruppo Romiti, a cui il commissario delegò anche, incredibilmente, il compito di localizzare le aree dove costruirli, lavandosene di fatto le mani. Una responsabilità, questa, non di poco conto, che in genere è affidata alle amministrazioni locali ai vari livelli e che invece in questo caso viene delegata ad un'azienda privata. Con tutti i limiti del caso. A partire da una scelta della localizzazione a dir poco anomala dei due inceneritori che nella `lotteria dei siti possibili' finiscono ad Acerra e a Santa Maria La Fossa, due comuni a soli 40 chilometri di distanza l'uno dall'altro, tra le Province di Napoli e Caserta, in un'area né baricentrica della Regione, né strategica per i trasporti, soprattutto per le zone più lontane come quelle appenniniche interne o la parte più a sud della Provincia di Salerno. Mentre, per altro verso, questa localizzazione coincide proprio con quella che la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha più volte definito la «terra dell'ecomafia».
Aggiudicato l'appalto per la costruzione degli impianti, poi, non venne fatto nessun intervento concreto per limitare il conferimento dei rifiuti nelle discariche ormai in via di esaurimento. E non fu deliberato nessun sostegno alle raccolte differenziate, che infatti non decollarono, mentre l'unico intervento che venne realizzato fu la costruzione degli impianti di produzione del Cdr impacchettato nelle famigerate `ecoballe'. In questo contesto, da subito scoppiarono le proteste dei cittadini e delle amministrazioni locali che bloccarono la realizzazione dei due termovalorizzatori.
Sette anni dopo la dichiarazione di emergenza la situazione precipitò e scoppiò il caos. Nel 2001, infatti, la magistratura campana chiuse per inquinamento delle falde acquifere le discariche di Tufino e Parapoti, che servivano le Provincie di Napoli e Salerno. Non esistendo ancora alternative gestionali e impiantistiche alla discarica, si scatenò l'inferno. Rifiuti che si ammassavano sulle strade e che sommergevano i cassonetti. Odore nauseabondo. Animali di tutti i tipi che `pascolavano' nelle miriadi di discariche, abusive e spontanee, nate sull'asfalto di molti Comuni del napoletano e del salernitano.
Con i rifiuti in strada viene accelerata la costruzione degli impianti di produzione del Cdr, non risolvendo però il problema. Prima di tutto perché - non esistendo a livello regionale un efficace servizio di raccolta differenziata, che intercettasse i rifiuti prima del loro conferimento agli impianti di Cdr (soprattutto a causa della latitanza dei Comuni di dimensioni più grandi, a partire dai capoluoghi di Provincia) - il sistema di selezione dei rifiuti andò in tilt. Proprio a causa delle quantità eccessive dei rifiuti conferiti agli impianti, il Cdr contenuto nelle `ecoballe' era troppo umido ed emetteva cattivi odori. In poche parole, un prodotto di scarsa qualità. In più, fin dall'inizio gli impianti, per una certa approssimazione nella fase di costruzione oltre che per la quantità e la qualità dei materiali conferiti, presero a funzionare male, creando notevoli disagi nelle popolazioni locali e costituendo un pessimo precedente, capace di minare la fiducia di quelle destinate ad ospitare gli ulteriori impianti.
Altro problema non trascurabile è che - tardando a partire i cantieri dei due termovalorizzatori - le `ecoballe' di Cdr, prodotte incessantemente, dovevano essere stoccate in siti `temporanei', sempre più difficili da trovare. Ma che qualcuno, soprattutto nelle zone calde sotto il punto di vista della presenza criminale, riusciva sempre a offrire sul mercato e neanche a buon prezzo.

E siamo arrivati quindi alle cronache di questi giorni. Dopo dieci anni le raccolte differenziate continuano a viaggiare su percentuali inferiori al 10% (il dato del 2002, riportato in un recente rapporto dell'Apat, l'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente, e dell'Osservatorio nazionale sui rifiuti è un misero 7,3%), gli impianti che producono il Cdr continuano a funzionare male, a tal punto da incorrere nel blocco imposto dalla magistratura al fine di apportare le necessarie modifiche impiantistiche, i cantieri dei due termovalorizzatori sono ancora fermi, mentre degli altri impianti previsti dal Piano, come quelli di compostaggio, che dalla frazione organica dei rifiuti producono ammendante agricolo, non se ne vede traccia.
Insomma è la proclamazione definitiva del fallimento del commissariamento per l'emergenza rifiuti. Una procedura straordinaria nata per garantire scorciatoie per la ricerca snella della soluzione del problema e che invece si è dimostrata totalmente fallimentare, così come in Calabria, Puglia e Sicilia (a cui si è aggiunto nel 2001 anche il Lazio), commissariate per l'emergenza rifiuti per gli stessi motivi della Campania. Questa scelta, inoltre, ha deresponsabilizzato le amministrazioni locali, sempre in attesa delle decisioni prese dall'alto dal commissario, che a sua volta si è `deresponsabilizzato', rinunciando al compito di fare la scelta della localizzazione degli impianti, con una procedura trasparente e partecipata, e lasciandone l'onere a chi deve costruirli.
Ma allora come se ne esce? Innanzitutto con la fine del commissariamento e con il ritorno alle procedure ordinarie previste dalla legge. Poi occorrono decisioni forti, come potrebbe essere la risoluzione del contratto con la Fibe, che si è dimostrata inadatta ad assolvere il compito assegnatole. Al pari dei vari commissari che si sono succeduti in questi dieci anni, che non hanno capito che la soluzione è dietro l'angolo. È quella scritta a chiare lettere nelle direttive europee e nel decreto Ronchi, che le ha recepite e che si chiama `principio delle 4 R'.
In cosa consiste? Si deve partire, innanzitutto, dalla riduzione della produzione dei rifiuti, disattesa finora in Italia e in altri paesi industrializzati, ma che può essere fortemente contenuta con semplici strumenti a portata di mano delle amministrazioni locali (si pensi - tanto per fare un esempio - all'incentivazione del compostaggio domestico, praticato con successo in diverse zone d'Italia).
Occorre poi puntare su un forte recupero di materia, possibile solo mediante capillari raccolte differenziate del tipo intensivo, quelle per intenderci basate sul sistema porta a porta secco/umido, che permettono di intercettare grandi quantità di rifiuti prima del loro conferimento agli impianti di produzione del Cdr o in discarica. Un sistema che erroneamente è considerato tipico delle Regioni del Centro-Nord e che si sta diffondendo, con troppa lentezza a dir la verità, anche in alcune Regioni meridionali. Tra queste proprio la Campania, che ha visto più di venti sue città premiate da Legambiente nella rassegna `Comuni ricicloni 2004' per aver raggiunto percentuali di raccolta differenziata che vanno dal 25% fino ad arrivare addirittura al 70%.
Come convincere gli altri Comuni campani ad adottare questo sistema dopo aver speso ingenti somme per acquistare mezzi e contenitori per fare la raccolta di tipo stradale, antitetica a quella porta a porta? Con un finanziamento ad hoc, magari prelevato dal fondo dell'ecotassa (una sovrattassa regionale introdotta con una legge nazionale nel 1995 per disincentivare lo smaltimento in discarica dei rifiuti), finalizzato all'abbandono del vecchio sistema stradale per passare a quello porta a porta, erogato dal commissario o, con la fine dell'emergenza, dal presidente della Regione.
Parallelamente alla messa a regime delle `vere' raccolte differenziate su tutto il territorio regionale andrebbero realizzati quegli impianti di compostaggio, previsti dal Piano regionale ma mai realmente costruiti.
A questo punto possiamo parlare di termovalorizzatori. Che, se si è fatto quanto finora elencato, saranno in numero limitato e dalla taglia medio-piccola, caratteristiche fondamentali per non decretare la morte di quelle raccolte differenziate, che nel frattempo sono andate a regime. La loro localizzazione dovrà essere prevista preferibilmente in aree industriali e quanto più vicino possibile alle zone di maggiore produzione di rifiuti, dopo aver bonificato una parte non trascurabile della zona che li dovrà ospitare, in maniera tale da garantire un bilancio ambientale positivo per l'intera operazione sul sito.
In questo scenario virtuoso, che parte da una raccolta differenziata del 40-50% a livello regionale e che finisce per bruciare e smaltire in discarica una piccola parte dei rifiuti totali, noi di Legambiente saremmo i primi a spiegare ai cittadini che il termovalorizzatore non significa necessariamente emissioni di diossina o veleni simili. E che un impianto del genere è utile per recuperare energia da quella frazione combustibile residuale che altrimenti finirebbe, come avviene oggi, in discarica.
Se invece si punta solo alla costruzione dei forni per bruciare la maggior parte dei rifiuti perché è più conveniente, grazie esclusivamente agli incentivi statali non previsti per il riciclaggio, inficiando di fatto le raccolte differenziate e la speranza di poter contenere - se non addirittura ridurre - il quantitativo di rifiuti prodotti, allora è un'altra storia. Che va incontro alle resistenze più che legittime anche della nostra associazione.


Stefano Ciafani è coordinatore dell'Ufficio scientifico della Direzione nazionale di Legambiente.
Michele Buonomo è presidente di Legambiente della Campania.






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