numero  54  ottobre 2004 Sommario

Dossier rifiuti

USCIRE DALL'EMERGENZA
Andrea Poggio Duccio Bianchi  


Primo: ridurre
Tra il 1996 e il 2002 la produzione di rifiuti urbani è aumentata di 4 milioni di tonnellate. La produzione di rifiuti urbani corre ancora più veloce della crescita dei consumi e del reddito: l'intensità di rifiuto per unità di reddito a prezzi costanti è passata da 27,8 t. per milione di euro nel 1996 a 28,7 t. per milione di euro nel 2002. Insieme ai consumi energetici (e alla artificializzazione del suolo) è uno dei pochi importanti fattori di pressione ancora in crescita assoluta (ed è l'unico che ancora cresce più dei consumi e del reddito). Stabilizzarli o avviarne addirittura una progressiva contrazione costituisce una condizione per una gestione sostenibile dei rifiuti e per una pianificazione credibile.
Ridurre la crescita dei rifiuti è un obiettivo praticabile. La crescita dei rifiuti urbani è oggi addebitabile quasi per intero al flusso dei materiali cartacei e dei materiali plastici impegnati per i consumi usa e getta, largamente presente oltre che nei rifiuti domestici anche e soprattutto nei rifiuti di origine commerciale e produttiva spesso raccolti nello stesso circuito dei rifiuti urbani.
Laddove i rifiuti generati da questi consumi hanno avuto un costo specifico in capo al produttore - come nel caso degli imballaggi - i consumi si sono quasi stabilizzati. Tra il 1996 e il 2003 il consumo interno di imballaggi è cresciuto del 27% (ad un tasso quasi doppio rispetto alla crescita dei rifiuti urbani), ma tra il 2000 e il 2003 la crescita si è limitata ad un +3%. Flussi cartacei, imballaggi, prodotti elettronici sono i flussi critici per i rifiuti urbani, ma in tutti questi campi esistono tecnologie, soluzioni di design, comportamenti d'uso che potrebbero drasticamente minimizzare consumi e rifiuti non necessari. La revisione di alcuni sistemi di imballaggio ha fatto conseguire una riduzione di rifiuti fino al 70%. La semplice adozione di stampanti e fotocopiatrici duplex (con il fronte retro) potrebbe quasi dimezzare i consumi di carta negli uffici.
Ciò che manca sono le politiche - anche di diffusione delle conoscenze e di educazione - e l'impiego di strumenti economici che inducano in questo settore una disseminazione di innovazioni tecnologiche, comportamenti virtuosi e cambiamenti di mercato.


Secondo: differenziare
È passato il tempo in cui differenziare serviva solo per qualche frazione del rifiuto casalingo (in genere il vetro), che era possibile avviare facilmente al riciclaggio diretto in vetreria. Oggi in Italia la differenziazione serve soprattutto per indirizzare al corretto ed economico trattamento la totalità dei rifiuti prodotti nelle nostre città: all'ultima edizione dei `Comuni ricicloni' Legambiente ha premiato ben 507 comuni italiani, che indirizzano a differenti riciclaggi tra il 50 e il 70% dei rifiuti prodotti. La quota rimanente viene poi spesso trattata e ulteriormente divisa tra stabilizzazione, recupero energetico e trasformazione in inerte per riempimenti e cementifici. Intere Regioni come Veneto e Lombardia portano a riciclaggio più del 35% dei propri rifiuti, così come molte altre Regioni di centro Europa lo fanno per la metà dei loro scarti.
Dopo la prima selezione domestica le varie frazioni vengono indirizzate a differenti e appropriati impianti di primo trattamento: compostaggio per la frazione organica, selezione per i materiali riciclabili, biostabilizzazione ed epurazione degli inquinanti per la preparazione al recupero energetico, inertizzazione e avvio a discarica per la sola frazione inerte. Scrivevamo già nel 1990: «Non c'è quindi, da parte di Legambiente, alcuna pregiudiziale contro una o l'altra tecnica di trattamento o smaltimento del rifiuto. Permane invece un no deciso ad ogni soluzione impiantistica che pretenda di trattare tutto il rifiuto urbano raccolto in maniera indifferenziata: non solo discariche e inceneritori, ma anche impianti di compostaggio e di selezione, se partono dal rifiuto dal quale, si presentano complessi, spesso diseconomici, più inquinanti e con forti difficoltà a trovare sbocchi di mercato per il prodotto del riciclo» 1. Barriere ideologiche applicate a principi tecnologici non hanno mai avuto fondamento.


La Campania che ricicla
Anche in Campania esistono diverse esperienze di buona gestione dei rifiuti, come dimostrano i dati dei `Comuni ricicloni': quest'anno sono stati premiati una ventina di Comuni delle province di Napoli e di Salerno, che hanno abbondantemente superato il minimo di legge (35%) e raggiunto, nel caso di Bellizzi (13.000 abitanti), il 68% di raccolta differenziata avviata al riciclaggio di materia. Ecosportello, l'ufficio di Legambiente che offre consulenza e aiuto gratuito ai Comuni nella gestione dei rifiuti urbani, in accordo con il Conai, ha appena concluso un interessante ricerca su 5 casi comunali di successo: Pollica (2.500 abitanti, centro piccolo e turistico), Montecorvino Rovella (12.700 abitanti, comune medio, dove il riciclaggio è gestito da una società a capitale comunale), Marigliano (38.000 abitanti), tre quartieri di Napoli in cui si è sperimentata la raccolta degli imballaggi e dell'organico porta a porta e, infine, di un caso di servizio consortile di 45 comuni del salernitano (140.000 abitanti). Lo scopo della ricerca, i cui risultati saranno presentati al pubblico nelle prossime settimane a Napoli, è quello di cercare e verificare sia le soluzioni adottate e i fattori di successo, che le criticità e i fattori ostativi alla realizzazione di un moderno sistema integrato di smaltimento dei rifiuti in una grande Regione del Mezzogiorno.
Ecco in sintesi le conclusioni: a. in tutti i casi (anche a Napoli) la raccolta differenziata è balzato a valori elevati solo con il servizio `porta a porta', sostenuto da una adeguata campagna di sensibilizzazione e supportato dalla realizzazione di piccoli centri di raccolta differenziata distribuiti sul territorio; b. la raccolta del rifiuto umido (delle cucine) raggiunge in Campania percentuali più elevate (sino al 40%) della media nazionale e, di conseguenza, l'organizzazione della sua raccolta separata e la costruzione di un numero elevato di impianti di compostaggio è indispensabile; c. le carenze impiantistiche, su tutte le tipologie di impianti (centri di quartiere, impianti di selezione e trasferimento, compostaggio dell'umido e anche recupero energetico), determinano alti costi di trasporto e forti tensioni e incertezze sull'organizzazione della raccolta e sui costi per i Comuni e i cittadini.


Più, non meno impianti di smaltimento
È quindi insensata la contrapposizione emersa ad Acerra tra un governo che pensa di bruciare tutto quello che prima finiva in discarica e una rivolta nazionale, che rifiuta qualsiasi impianto di smaltimento in quanto potenzialmente dannoso. La soluzione non è e non può essere rappresentata da pochi forni di incenerimento e discariche per i rifiuti in gran parte indifferenziati, magari presidiati giorno e notte dalla polizia. Dobbiamo però riconoscere che la raccolta differenziata precede la realizzazione di un numero di impianti decisamente più alto (in ogni Regione centinaia di centri, decine di impianti diversi, officine, fabbriche, uffici), con diverse centinaia di tecnici, commerciali, lavoratori impiegati. Altro che `moratoria' degli impianti!
Si è fatto un gran parlare dei 47 inceneritori italiani, censiti dall'Osservatorio nazionale dei rifiuti, capaci di trattare solo il 9% dei rifiuti nazionali (metà dei quali in Lombardia) e della necessità di costruire qualche decina di altri impianti di recupero energetico per tutta Italia. E diciamo subito che è una necessità anche per la Campania, dove perciò è necessario realizzare alcuni impianti di termovalorizzazione. Quanti, dipende dalla capacità ma prima ancora dalla volontà di raggiungere gli obiettivi prefissati di riduzione e di raccolta differenziata. Dove, è presto detto: gli impianti vanno costruiti in aree industriali, e preferibilmente vicino alle città dove si producono più rifiuti: il che significa che Acerra, per l'appunto area industriale, è tra i siti `candidabili' ad ospitare un termovalorizzatore, così come Napoli e Salerno.
Vale la pena di ricordare però che una quota analogamente bassa di rifiuti italiani (2,5 milioni di tonnellate di urbani, più altrettanti di origine diversa) viene trattata in 240 impianti di compostaggio di qualità, che chiudono i loro bilanci vendendo ammendante di qualità. Di simili impianti se ne dovranno costruire altri 500 nei prossimi anni. Grazie alle raccolte dei vari materiali e imballaggi oggi sono qualche migliaio le aziende e le unità produttive coinvolte nel riciclaggio di 7 milioni di tonnellate di materiali, con un fatturato stimato in 2 miliardi di euro. Se il riciclo raddoppia, raddoppieranno realisticamente le dimensioni del settore.
C'è poi qualche altro centinaio di impianti, che punta a trattare in qualche modo il rifiuto non differenziato, cercando di esaurire o tamponare la degradazione della parte putrescibile: sono le così dette `ecoballe', o biostabilizzato, o nel caso più virtuoso `combustibile derivato dai rifiuti', spesso `stoccati' in milioni di tonnellate nelle vicinanze degli impianti, in attesa della costruzione di discariche o impianti energetici che vogliano o possano bruciarli.


Dai rifiuti nuovo lavoro
Gli ancora pochi casi virtuosi di smaltimento dei rifiuti delle province di Napoli e Salerno dimostrano che l'uscita dall'emergenza è possibile, al Nord come al Sud, solo a patto che divenga una reale opportunità di creazione di lavoro e di imprese sane. Imprese fortemente intrecciate con le esigenze del territorio, rappresentato da un lato dai Comuni e la tipologia dei rifiuti prodotti e dall'altro dalle imprese utilizzatrici dei materiali rigenerati (compost per l'agricoltura e Consorzio nazionale imballaggi). L'aumento della tassa di smaltimento dei rifiuti non deve servire a pagare prevalentemente il trasporto dei rifiuti in Germania o alcuni grandi impianti assistiti (inceneritori) o in perdita (discariche o biostabilizzatori), ma, in primo luogo, a sostenere la crescita di un nuovo comparto produttivo come quello del riciclo.
La gestione sostenibile dei rifiuti - dalla minimizzazione al riciclo - significa in primo luogo rendere più sostenibili i processi di produzione e di consumo: produrre e consumare pensando di generare meno rifiuti e di reimmetterli nei cicli di lavorazione o di uso, attraverso il design, la sostituzione di materiali, l'attenta gestione dei processi di distribuzione, la modifica dei comportamenti d'uso quotidiani. Stiamo insomma cercando di creare, accanto al sistema di produzione dei beni con i suoi impianti, le sue imprese e tecnologie, un nuovo settore dell'economia, basato sul reimpiego di materie `seconde': carta, vetro, metalli, ammendante agricolo, nuove plastiche, nuovi mobili, materiali da costruzione e, perché no, un po' di energia e materiali di riempimento per ripristini ambientali e discariche.


Dai rifiuti nuovi mercati
La legge italiana prevede che il 30% degli acquisti delle istituzioni pubbliche (ministeri, Comuni, caserme, scuole) e delle società pubbliche (Anas, ferrovie, municipalizzate, acquedotti, aziende ospedaliere) sia costituito da materiali di riciclo. Manca però la capacità di farlo (esemplari gli strumenti messi a punto dalla Provincia di Cremona), la volontà di attuare la norma e, persino, l'offerta di mercato e le forme di certificazione della provenienza dei materiali: Legambiente ha messo a punto una importante iniziativa, rivolta esclusivamente alla promozione di un mercato dei prodotti di riciclo - che abbiamo chiamato `Pubblici riacquisti' -, con l'aiuto dei Consorzi di filiera (imballaggi, compost, inerti...) e dell'Osservatorio nazionale rifiuti.
È evidente che la creazione di una nuova `economia dei rifiuti' è un processo complesso, spesso discontinuo, che richiede, soprattutto inizialmente, alti costi e investimenti, costruzione di esperienze, imprese, conoscenze. Non solo: un tessuto industriale forte come quello lombardo e veneto ha saputo più facilmente rispondere alla crisi del vecchio sistema di smaltimento dei rifiuti, grazie anche alla presenza diffusa di operatori del recupero che vivevano degli scarti industriali (20 anni fa metà degli iscritti alle associazioni dei `cartacciai' e `recuperatori' avevano sede in provincia di Milano) e delle grandi industrie, che avevano bisogno di quella materia prima (le cartiere stanno da Firenze in su, i grandi riciclatori di legno sono mantovani, la lavorazione dei rottami metallici fa capo a Brescia). Insomma, a render più difficile la soluzione dell'emergenza rifiuti nelle Regioni Campania, Puglia e Sicilia, non pesa solo il controllo diretto della criminalità organizzata sul ciclo dei rifiuti, quanto piuttosto la carenza di un forte tessuto imprenditoriale, sia pubblico che privato, di una capacità amministrativa che sappia rafforzare le imprese esistenti e crearne di nuove. Insomma, anche sui rifiuti, sono i nodi strutturali dello sviluppo di queste Regioni che vengono al pettine: ed è sul fatto che questi non vengano risolti che la criminalità organizzata fonda il suo interesse e potere.


Non siamo svizzeri
Qualche mese fa il Consiglio di zona di un quartiere di Como vicino al confine con la Svizzera ha evidenziato un aumento considerevole degli abbandoni di rifiuti per le strade e le piazze. Le verifiche e i controlli hanno fatto emergere una realtà sconcertante: i sacchetti di rifiuti domestici abbandonati provenivano dal canton Ticino. Alcuni controlli campione eseguiti alla frontiera di Ponte Chiasso hanno bloccato alcune macchine che portavano in Italia i loro scarti. A Lugano, infatti, la produzione di rifiuti non differenziabili costa cara: l'apposito sacco messo a disposizione delle autorità viene venduto ad un franco l'uno. I proventi pagano il servizio pubblico. E siccome tutto il mondo è paese, anche gli svizzeri sono tentati ad evadere le tariffe e scaricare i rifiuti dove capita.
Ma perché in Italia, visto che i comaschi ormai riciclano quanto loro? Perché non abbandonare i sacchetti in una più comoda strada o piazza di Lugano? Perché in Svizzera verrebbero segnalati, scoperti e multati, in Italia no. Ecco forse la vera differenza: il controllo del territorio, la partecipazione dei cittadini e la fiducia nelle istituzioni preposte a questo scopo. Questa la vera differenza tra i nostri paesi. Per anni ci avevano raccontato che gli italiani erano impreparati alla raccolta differenziata. Non era vero. Forse invece gli italiani non pensano che sia utile avvisare i vigili quando vedono che qualcuno scarica rifiuti. Ancor meno utile segnalare ad una autorità reati ancor più gravi come un traffico di rifiuti industriali o un abuso edilizio. E come dargli torto con un condono edilizio in corso e i colpi di spugna per tutte le violazioni delle leggi ambientali concesse dal governo!


Gli effetti ambientali
Tutti gli impianti generano emissioni nell'ambiente. Ma dopo venti anni di conflitti ambientali e l'introduzione di nuove normative su scala europea, oggi le tecnologie di trattamento e smaltimento dei rifiuti non sono più le stesse. Su questo fronte abbiamo vinto. Le tecnologie e le pratiche gestionali (importantissime!) hanno radicalmente modificato il potenziale impatto ambientale sia di una discarica che di un inceneritore o di un impianto di compostaggio. Questi impianti (se hanno la tecnologia adeguata e se hanno una gestione corretta!) hanno emissioni e provocano comunque qualche disagio, ma non sono più una importante fonte di inquinamento.
Si rifletta soltanto su quanto sono cambiate in 10 anni le emissioni di un impianto di incenerimento:
Il carico aggiuntivo da questi impianti, in un'area mediamente antropizzata, generalmente non supera l'1-2% delle emissioni per nessun parametro. In termini di impatto aggiuntivo per le concentrazioni al suolo - quelle che si respirano - gli incrementi possono essere molto modesti o irrilevanti. Una recente stima di impatto sanitario effettuata per l'area fiorentina ha mostrato per inquinanti critici come il cadmio e il mercurio una concentrazione aggiuntiva che nel punto massimo era inferiore di 5 ordini di grandezza (10.000 volte più piccola) rispetto ai valori-limite per l'esposizione negli ambienti di lavoro. Anche per le diossine, le ricadute determineranno sull'area vasta incrementi dell'esposizione nell'ordine dello 0,25-0,5 %: e anche nei punti di massima ricaduta le concentrazioni resterebbero ben al di sotto di quelle registrate in aree rurali.
Analogamente, anche per gli impianti di compostaggio si sono introdotte tecnologie di processo e di trattamento degli effluenti che hanno drasticamente minimizzato gli impatti ambientali. Persino le discariche, a parte l'occupazione di suolo, possono oggi essere gestite con bassissimi impatti: lo smaltimento finale solo di flussi di rifiuti stabilizzati (secondo corrette tecniche di `end-composting' e non furbesche tecniche di `eco-balle') riduce drasticamente non solo i cattivi odori, ma anche le emissioni di biogas e la formazione di percolati inquinanti.
Riconoscere questi dati di fatto non significa sposare le politiche e gli interessi di chi vuole bruciare tutto. Significa affrontare razionalmente la realtà.


Compensazioni sì, ma ambientali
Si assiste sui giornali all'incensamento di sindaci che, ospitando discariche e inceneritori, sono riusciti a ridurre i costi dei servizi resi ai cittadini, dimezzare o persino annullare l'Ici. Non è un atteggiamento né nuovo né virtuoso. Da sempre industrie inquinanti e infrastrutture invasive hanno ripagato i comuni ospitanti con piscine, asili o campi di calcio. L'ambiente, si sa, è una risorsa che si può svendere con scarsa lungimiranza. Più interessante invece parlare di compensazioni ambientali.
Se l'emissione zero dell'impianto non può esistere si può e si deve cercare di ottenere compensazioni che producano - nell'area interessata - un effetto `emissione zero' e possibilmente un miglioramento della qualità ambientale. Non si tratta di monetizzare il rischio, di compensare un danno o disagio solo con una Ici più bassa o la riduzione delle tariffe elettriche. La compensazione ambientale è invece l'eliminazione del danno, l'azzeramento delle emissioni che gravano su una certa area territoriale intervenendo sull'insieme dei fattori di inquinamento.
Questo approccio è praticabile - e comporta costi assolutamente sopportabili - non solo attraverso il recupero di energia dagli impianti, ma anche attraverso interventi collaterali - non direttamente legati agli impianti -, che migliorano la qualità ambientale: interventi di riqualificazione edilizia (isolamento termico ed acustico), impiego di fonti rinnovabili e sostituzione di caldaie inefficienti (in molte aree del Meridione il teleriscaldamento non ha senso), potenziamento del trasporto pubblico, bonifica di aree inquinate, interventi su sorgenti industriali, costruzione di spazi verdi, ecc. Questi interventi da un lato riducono emissioni o fattori di danno ambientale esistenti nell'area interessata dall'impianto, dall'altro migliorano la qualità urbana e della vita localmente. E il potenziale di riduzione dell'inquinamento locale ottenibile con questi interventi è generalmente ben superiore alle ricadute locali delle emissioni degli impianti.
Il maggior costo derivante dalle compensazioni ambientali è, d'altra parte, equo socialmente. Come avviene anche con altre infrastrutture di uso collettivo, la realizzazione di un impianto di smaltimento dei rifiuti inevitabilmente concentra gli impatti ambientali (più o meno grandi che siano) su un'area ristretta e su una popolazione limitata rispetto all'area e alla popolazione ben più ampia che serve.


Agevolazioni perverse
È noto che il mercato da solo non sappia regolarsi, specie nel caso dei rifiuti, il cui valore, per chi se ne vuole liberare, è evidentemente pressoché nullo. Per spingere le imprese verso forme di smaltimento controllato, attento all'ambiente, recuperando energia e soprattutto nuovi materiali, oltre agli obblighi e ai controlli è giusto far leva anche su tasse e incentivi. È giusto quindi tassare la discarica e incentivare il recupero energetico. Ma ancor più si dovrebbe sostenere il riciclaggio materiale.
Il sistema attuale tassa la discarica (ancora molto poco), favorisce enormemente l'incenerimento con la triplicazione del prezzo del chilowattora elettrico, favorisce poco il riciclaggio - attribuendo parzialmente il costo delle raccolte differenziate al Conai -, non favorisce per nulla il compostaggio come tecnologia ottimale per il trattamento della frazione organica, la lotta all'impoverimento del suolo agricolo italiano e la costituzione di serbatoi di carbonio utili al controllo dei gas climalteranti.
È inoltre assurdo che le agevolazioni all'incenerimento gravino impropriamente sulla bolletta elettrica e siano parificate in tutto e per tutto alle migliori energie rinnovabili. Sarebbe necessario un ripensamento generale degli strumenti economici di governo del mercato dei rifiuti, in modo da eliminare strumenti distorsivi e favorire le soluzioni ambientalmente ed economicamente più corrette. Insomma, il mercato da solo è insufficiente ad indirizzarci verso la sostenibilità vera, ma le politiche pubbliche, anche e soprattutto del nostro governo, fanno talvolta di tutto per indirizzarlo dalla parte sbagliata.



note:
1  Relazione di Andrea Poggio al Convegno internazionale sui rifiuti, organizzato da Legambiente con il patrocinio della Regione Lombardia e tenuto a Milano nell'ottobre 1990, ora in Atti del Convegno, a cura di Legambiente. Andrea Poggio e Duccio Bianchi fanno parte della segreteria nazionale di Legambiente


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