Sinistre e opposizioni
IL PASSO DEL GAMBERO
Rossana Rossanda
La ripresa autunnale ha trovato l'opposizione, che era uscita vincente alle elezioni europee e amministrative di maggio, impotente e divisa, mentre il governo, che ne era uscito sconfitto, è in piena ripresa. È come se la relativa vittoria avesse fatto esplodere tutte le contraddizioni, e gli umori, tra i componenti della futura coalizione anti Casa delle libertà, che sono sembrati attendere - per emergere - la deflagrazione dei conflitti che per tutta l'estate hanno traversato la maggioranza e che, fra luglio e agosto, hanno portato le tensioni fra Lega e Udc di Follini a un punto che pareva irrecuperabile. Ma mentre il premier è riuscito a sedare i bollenti spiriti del suo schieramento, portando a casa senza difficoltà la riforma delle pensioni e mediando sul progetto federalista della Lega, l'opposizione è parsa assente o paralizzata. Berlusconi capitalizzava la sua sconfitta esaltando il suo rango di mediatore, Prodi non capitalizzava il suo successo e anzi la sua leadership è parsa vacillare. Margherita, Ds, Rifondazione hanno sviluppato ciascuno un'iniziativa propria, rivelandosi divisi anche al proprio interno, appena si sono resi conto che la Casa delle libertà non sarebbe arrivata a una resa dei conti interna. Sulla quale peraltro non riuscivano a inserire né una pressione né un movimento, né le masse pacifiste, né gruppi di interesse; neppure i costituzionalisti, compatti contro il progetto federalista, sono stati chiamati a mobilitarsi né dall'Ulivo né da Rifondazione. Nella tiepida estate l'opposizione è stata assente e alla ripresa si presenta in stato confusionale. E un poco più litigiosa di come s'era lasciata alle elezioni.
Il premier ha infatti messo ordine nel suo campo coprendo le pretese della Lega e offrendo ai suoi critici una pausa, almeno in via metodologica, nella presentazione di parecchi emendamenti al progetto già votato al Senato, per cui questo è andato alla Camera in forma diversa e destinata a permettere ad An di tenere un profilo basso, e alla Udc di Follini - che a luglio era parsa la più agitata - di dispiegare ampie manovre verso i settori cattolici della sinistra, trovando ascolto nella Udeur e, quel che più conta, nella Margherita. Rutelli, che ne è il presidente e già durante le elezioni aveva mosso alcune pedine assieme al francese Bayrou per ricavarsi in Europa uno spazio distinto dal Ppe e dall'Internazionale socialista, si è dimostrato disponibile - come se puntasse a dar voce in Italia a un nuovo centrismo, arbitro fra le due coalizioni, sostituendo alla sua testa Romano Prodi. Il quale ha risposto per le rime. Per cui il messaggio venuto al paese è che - mentre la Udc di Follini s'è procurata una buona rendita di posizione nella Cdl - la Margherita si sta spaccando fra chi punta a una alleanza con i Ds e in qualche misura con Rifondazione, leader Prodi, e chi punta a sparigliare le carte, ricostruendo a medio termine una forza centrista, leader Rutelli.
Anche i Ds finiscono l'estate in una pace armata, con dissensi meno clamorosi e visibili ma profondissimi. Incombe su di loro il congresso di gennaio, ma il solo documento finora prodotto è un testo a firma di Laura Pennacchi e Giovanna Melandri (si sussurra patrocinato da Cofferati), che propone un congresso senza scontro fra mozioni, tutto svolto su un solo documento di tesi predisposto dall'attuale maggioranza e parzialmente emendabile. Dopo anni di dissensi su temi maggiori, come la guerra, sarebbe stato un opaco pasticcio, e quindi il documento in questi giorni è affondato. Il partito si prepara a un congresso per mozioni da cui uscirebbe però, promessa di Piero Fassino, una gestione collegiale.
Quanto all'area a sinistra dei Ds, che aveva raccolto alle elezioni di maggio il 13,5% dei voti, non ha fatto alcuna mossa di incontro. Parevano auspicare un confronto tra le sigle (tutte: Rc, Pdci, Verdi forse Occhetto-Di Pietro) i Comunisti italiani, ma lo ha subito scartato Rifondazione, osservando che un accordo fra gruppi dirigenti di modesta entità e diversi orientamenti non avrebbe dato risultati. Rifondazione e Pdci non hanno cessato di scagliarsi amare frecciate. Bertinotti ha deciso da solo di andare senz'altro a un accordo con l'Ulivo sia in vista della coalizione per battere Berlusconi sia, in caso di vittoria, per governare assieme. L'interlocutore di questa operazione non erano ovviamente Diliberto o Pecoraro Scanio, ma Romano Prodi. Il quale ci sta, ben fermo a non gareggiare né a governare questa volta con una coalizione numericamente debole e non resa compatta da un accordo. Ma su questa scelta Prodi sfida Rutelli, e Bertinotti sfida le sue minoranze interne, fra loro divise, ma complessivamente forti quasi quanto lui.
Così mentre il governo metteva a segno uno dopo l'altro i suoi obiettivi, l'opposizione si è mostrata in preda a incertezze e divisioni. Perfino il movimento della pace si è diviso all'ultimo Social forum, malgrado l'aggravarsi della guerra e della resistenza e la crescita di un oscuro terrorismo in Iraq, non si sa fin dove resistente e da dove fondamentalista. Non lo aiuta l'incertezza delle incombenti elezioni americane, Bush e Kerry quasi pari nei sondaggi e una situazione interna al paese ancora ben lontana dalla rivolta delle coscienze provocata dalla guerra in Vietnam. In Italia il movimento pacifista, dopo una lunga assenza dalle piazze, vi è tornato su proposta dell'ala più radicale (`disobbedienti' e Cobas) accusando la sinistra, e in particolare Rifondazione, di essere andata, quasi tutta, a un incontro con il governo sulla possibilità di liberare le due Simone e gli iracheni sequestrati con esse, senza porre come condizione preliminare il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Argomento: la vita dei quattro viene per prima.
Sulla priorità da dare alla vita degli ostaggi infuria la stessa polemica degli anni '70: non si tratta con i terroristi (le Brigate rosse che non erano Al Qaeda, ma oggi non si fanno distinzioni). La strage di Beslan, rivendicata da Shamil Basaev con il delirio dei nazionalismi integralisti, ha portato acqua a questo mulino. Da parte sua il governo chiede riserbo per non disturbare, che cosa? trattative? mediazioni? con chi? tramite chi? I giri di Margherita Boniver fuori dell'Iraq e di Frattini dentro e fuori il governo Allawi non sembrano più che una richiesta di appoggio generico agli arabi detti `moderati'. Perché dunque una mezza tregua con l'esecutivo? La contestazione al governo s'è unita alla contestazione alle sinistre e la manifestazione per la pace del 18 settembre ne ha duramente risentito - il popolo pacifista si è mosso assai poco. Come Nader con Kerry, gli intransigenti colpiscono l'opposizione con argomenti difendibili e risultati discutibili.
Un paio di giorni fa, alla Camera, l'opposizione si è infine divisa sul progetto governativo di federalismo. Si era opposta al Senato ma alla Camera, davanti agli emendamenti, si sono repentinamente astenuti Margherita, Ds e Sdi. Di qui scandalo e tensioni nei Ds, fra il loro gruppo di parlamentari alla Camera (Violante) e quello del Senato (Angius), accentuato dalla inopinata proposta di Violante di mercanteggiare l'astensione sul primo articolo della legge (Senato federale) con la formazione di una Assemblea costituente, un centinaio di persone elette con il sistema proporzionale, incaricate di `redigere' un testo parziale da sottoporre a Camera e Senato. I relativi partiti, cattolici di sinistra e Ds, hanno appreso la manovra con stupefazione, il Correntone ha protestato vivamente e Prodi e Bindi hanno condannato la manovra - che piaceva molto a Follini - senza sfumature. Nel medesimo tempo però Prodi e Bindi sottolineavano di essere contrari al referendum contro la legge sulla fecondazione assistita, mentre tutte le sinistre hanno finito col convergere sulla proposta radicale.
A fine settembre del 2004 non si può neppur parlare di posizioni chiaramente contrapposte. Domina il caos.
Siamo a un passo dalle elezioni regionali, che fungeranno da prova generale delle legislative del 2006, ma nessuno è in grado di dire ai cittadini: questo è il programma dell'opposizione per abbattere Berlusconi e questo farà se andrà al governo. I manifesti di qualche mese fa, resi pubblici sia da Romano Prodi sia da Giuliano Amato, non sono un programma elettorale. Come non lo era il Documento dei 22 proposto da Pennacchi e Melandri e rivolto al congresso dei Ds.
La domanda generale è insieme più semplice e più impegnativa: si strilla tanto contro il centro-destra, ma che si propone di fare il centro-sinistra se vince? Le incaute affermazioni dei dirigenti Ds e di Rutelli, «non tutto quel che ha fatto Berlusconi è da demolire», sono suonate al paese come un ammiccamento alla maggioranza - e si sono moltiplicate le domande: che cosa intendono conservare? la riduzione delle tasse a due aliquote? la detassazione delle fortune? il premierato? la Legge 30? la riforma Moratti? Tutti parlano della necessità di un programma ma finora non ne esistono neppure i `paletti'. Succede in Italia come negli Stati Uniti: l'estate era cominciata con un favorevole auspicio per l'opposizione, si chiude evidenziandone la debolezza. Il segnale che aveva dato il 13 maggio è rovesciato.
E non si è mai stati così lontani da un programma comune. Ma esso è più semplice da concordare per un'elezione regionale, seguendo il metodo che ha fatto vincere Cofferati a Bologna: toccare direttamente e personalmente tutti i ceti, ascoltarne i bisogni, presentarsi assieme come leader e garante. Metodo che si può discutere, per la forte accentuazione personale che è già oggi dei sindaci e sarebbe domani dei governatori: si può dubitare, sotto il profilo della democrazia partecipata, del primato di una schiera di notabili locali. Ma è ormai un fatto e designa, virtù e difetti, la vera distribuzione di poteri fra governo ed enti locali. Tuttavia nessuna città o regione ha da risolvere le questioni di indirizzo internazionale, continentale e nazionale che si pongono a un governo, e comportano discriminanti molto nette.
Averle evitate ha messo la coalizione antiberlusconiana nella condizione di essere sempre più reticente o litigiosa, come se temesse che avanzare le diverse posizioni renderebbe impossibile a priori un accordo. Ma ci si può chiedere, a parer mio, se non hanno un programma perché sono divisi o se sono divisi perché non hanno neppure tentato di affrontare i dilemmi di un programma. La virtù del dialogo, enunciare i punti critici e discuterli sul serio, non è un metodo cui l'attuale ceto politico crede. Tutti persuasi che bisogna comunicare, sono anche stati persuasi dalla tecnica televisiva cara al premier che la comunicazione debba essere semplice, che non si può uscire dai facili slogan e va evitata a ogni costo la necessità, non sempre indolore, di ritornare sui propri passi.
Si vedano per esempio i punti oggi più brucianti. La guerra. Un grande `no' s'era levato nel mondo contro l'intervento americano in Iraq, senza prendere sufficientemente atto che esso non era una dichiarazione di guerra qualsiasi, in più mancante del via del Consiglio di sicurezza, dunque - come ha ricordato Kofi Annan - illegale. Era il risultato della linea presa dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre, che mutuava un'idea religiosa, fondamentalista, della missione degli Stati Uniti nel mondo, come Stato guida (`democrazia guida') impegnata a combattere in tutto il pianeta le forze che, dopo la caduta del nemico principale, il comunismo, si opporrebbero al suo ordine politico e al suo sistema economico. L'Europa, recitando il `siamo tutti americani' glissava sul Patriot Act e la tesi della guerra preventiva, come se fossero occasionali e in ogni caso destinati a cadere assieme a Bush. Di qui le stucchevoli prediche sul destino `americano' che sarebbe implicito anche per l'Europa, pena allinearsi con le reazioni più arcaiche o più crudeli, nazionalistiche o religiose o tribali che - in assenza di un movimento laico progressista o comunista, abbattuto fra il 1989 e il 1991 - sono le sole e convulse risposte che la `missione americana' riceve. Anzi, se una innovazione va registrata in questi tempi, è la rinascita di una teoria della guerra giusta, ripescata fin dai testi fondamentali ebraico-cristiani, come il fondamentalismo islamico la ripesca dal jihad: c'è un Dio irato e violento che fortunatamente amministra la giustizia già in terra, tramite gli eserciti.
Ci si può battere contro la guerra senza prendere questo toro per le corna?Senza lusingarsi di essere `la seconda superpotenza mondiale', escamotage simbolico del «New York Times»? Senza tentar di declinare il `come' della pace - tentativo dialogico sul quale finora si sono misurate soltanto alcune comunità religiose come Sant'Egidio, e tentativo politico sul quale non si è provato ancora nessuno. Se non si avanza nell'analisi del Medio Oriente e nella discussione su un ruolo possibile dell'Europa, che investa anche la Carta europea (cosa che costringe a distinguersi non solo dagli Stati Uniti ma dal `sovranismo' di certi paesi europei) nonché il relativismo culturale di molte voci no global e della sinistra, non si riuscirà neanche a enunciare un programma credibile per la pace. La pace non è `semplice'.
Analogamente, può la coalizione anti Berlusconi andare rapidamente e senza un confronto interno di fondo a un programma comune sul tema del lavoro? Si dice così ma il vero nome è la declinazione europea del capitalismo globalizzato e competitivo. Tema scottante: lo stesso movimento no global non avanza un'ipotesi esplicitamente anticapitalista, perché l'implosione del socialismo reale e lo scioglimento dei partiti comunisti hanno reso il concetto impronunciabile. Tuttavia, se non si può pensare a un programma comune di indirizzo socialista, è certo che per impedire sia l'impoverimento crescente del Sud sia la crescente precarietà o disoccupazione in Europa, occorre cessare di affidarsi alla competitività e al mercato e imporre un certo controllo dei movimenti di capitale. Ma questo significa discutere i parametri concettuali, più ancora che quelli numerici, fondativi dell'Europa costruita dalla Commissione e dalla sua Carta. Senonché questa fisionomia europea è stata costruita dai governi dell'Internazionale socialista e dai centristi meno efferati, come Prodi. Difficile trovare un accordo di principio, non impossibile cercarlo sulla base dei risultati della bassa crescita e dall'allargamento dell'Europa all'Est, che premono su tutto lo sviluppo continentale.
Si può pensare a un programma comune senza precisare questo tema? Si può seriamente credere che da Rifondazione alla Margherita ci sarà subito un accordo per abolire la Legge 30, figlia indiretta del pacchetto Treu del primo governo di centro-sinistra? Zapatero s'è limitato a enunciare una linea di tendenza: il suo governo metterà in atto misure per ridurre la precarietà. Quali sarebbero queste misure in Italia? chi le sosterrebbe? Certamente la Cgil ma non tutto il sistema sindacale, sempre aperto da parte cislina alle sirene centriste, e non lo schieramento politico, neppure tutti i Ds.
Ultimo esempio, la crisi della politica, clamorosamente evidenziata nel continente. L'opposizione è divisa sul metodo elettorale - Prodi tiene fermamente al bipolarismo, la sinistra radicale punta al proporzionale. Anche chi, come me, crede che questa seconda linea sia giusta e che molti fenomeni attualmente in atto - svuotamento dei Consigli, svuotamento delle Camere, corsa al premierato, sfascio costituzionale - ne siano una conseguenza, sa bene che un'idea delle istituzioni non va in crisi solo a causa del sistema elettivo; se mai questo è conseguenza di una crisi. Come non affrontarla? Come battersi per imporre una direzione diversa allo svuotamento della partecipazione? Dove sta il verme che rode alle radici, e dovunque, il sistema democratico?
Sono soltanto alcuni problemi, che pure interessano tutti i cittadini, e sui quali non abbiamo ancora delle risposte da parte dell'opposizione. Se c'è un metodo nella follia di questo prolungato silenzio, è la percezione che quel che è in ballo non è soltanto `come battere Berlusconi' ma `quale sarà l'indirizzo del paese dopo Berlusconi'. È diverso il modo di concepirlo per chi considera la Casa delle libertà come una escrescenza incontrollata di una spinta ragionevole in un paese normale. Costoro tenderanno a realizzare una alternanza senza troppe innovazioni, ripetendo il quadro del governo di centro-sinistra del 1996 - che due strappi maggiori li aveva fatti, in direzione della guerra, con l'aggressione alla Jugoslavia, e in direzione del comando del mercato e della flessibilità a oltranza: per non dire delle riforme istituzionali, dalla scuola al capitolo quinto della Costituzione. Un bilancio di questi cinque anni l'opposizione nel suo complesso non lo ha fatto - lo hanno fatto nei Ds il Correntone e Cesare Salvi. Si può tardare ancora senza che un programma comune appaia più lontano che mai?
Su questo stato di difficoltà è calato un contributo alle tesi per il congresso di Rifondazione presentato a titolo personale da Bertinotti. In esso il segretario di Rc scioglie in modo esplicito il nodo che restava nella desistenza del 1996: vogliamo trattare un accordo con il centro-sinistra per vincere le elezioni e, se vittoria ci sarà, per concordare le linee della nostra partecipazione al governo.
Non è una scelta da poco. Non piace alla parte moderata dello schieramento, perché costretta a trattare con Rifondazione come con le altre componenti, cessando di puntare su una sua necessità a starci a ogni condizione salvo mettere in pericolo la maggioranza e se stessa. Non piace alle correnti di minoranza di Rifondazione stessa: non sosteneva il segretario, fino a pochi mesi fa, che l'Ulivo era finito, esaurito, spento? Non ne derivava che l'impegno andava spostato verso la costruzione di una forza di sinistra, aperta soprattutto ai movimenti, che si impegnava a battere Berlusconi ma tenendosi le mani libere, e poco o nulla interessata al governo? Non era questa la domanda che veniva dal 13,5% dei voti a sinistra del listone ulivista? Non è questa la scelta che caratterizza il Partito della sinistra europea? E più acerbamente: non sarà che Bertinotti ha fatto un accordo sottobanco con Romano Prodi? O nella migliore delle ipotesi, non sarà, quella di Bertinotti, una manovra reciproca a quella di Rutelli, il quale ammicca all'Udc per attrarla in una eventuale maggioranza di centro-sinistra e disfarsi di Rifondazione? Bertinotti non sta rafforzando Prodi per impedire, sì, la manovra rutelliana ma accettando la supremazia riformista dell'ex presidente della Commissione?
Il clima è avvelenato da eventualità tutte sotto traccia, senza trasparenza alcuna. La proposta del segretario di Rifondazione - considerare necessario in questa fase il passaggio d'una forza alternativa per il governo, facendo valere fino in fondo e fin dall'inizio il peso determinante della sua presenza - non viene discussa per quel che è, un passo innovativo nelle teorie della nuova sinistra. Giacché è innegabile che essa rileva, diversamente dal passato, come sia impossibile agire soltanto dal di fuori delle istanze istituzionali. E come agire in esse significa porsi apertamente il problema della mediazione. Ma quale mediazione? È qui che il discorso del programma scende dal cielo della genericità alla terra. E sarà la prova di verità quando il resto della coalizione scoprirà le sue carte.
D'altra parte se questa tesi delinea abbastanza chiaramente un ruolo distinto del partito come tale e della sua presenza al governo - dove può fungere da parte incalzante d'un progetto che non avrà il suo identico profilo - meno chiaro è come Bertinotti intenda chiamare gran parte della società civile e dei movimenti alla elaborazione del programma e alla vita stessa del partito. La negazione della delega è costitutiva dei movimenti, e non per un capriccio dei medesimi. Il problema della partecipazione continua a restare aperto.
Intanto il fatto che Rifondazione dichiari di essere pronta a entrare nel governo, rende ancora più insostenibili i silenzi del resto della attuale opposizione. Che non ha davanti a sé molto tempo, e se continua a macerarsi senza andare al confronto non potrà che erodere quel tanto di credibilità che ancora le resta.