numero  54  ottobre 2004 Sommario

Hanno aperto le porte dell'inferno

A TRE ANNI DALL'11 SETTEMBRE
Aldo Tortorella  


1.Mentre finivo di stendere queste note sul bilancio dei tre anni dall'11 settembre delle Twin Towers, giunge la notizia del possibile assassinio delle due ragazze italiane volontarie di pace. Quando la rivista sarà in edicola voi saprete se questa notizia è vera. Voi, noi sapremo - forse - chi ha rapito Simona Pari e Simona Torretta e i due collaboratori iracheni, chi vorrà firmare un tale crimine, se ci sarà stato. Dico forse perché tutto è dubbio in questa angosciosa vicenda di rapimento e di morte, come nello straziante assassinio di Baldoni. Tutto è dubbio, meno una cosa evidente fin da ora: anche solo la probabilità che l'assassinio possa avvenire dice a qual punto di ferocia sia giunto uno scontro senza quartiere in cui il terrorismo di gruppi molteplici e la delinquenza comune possono intrecciarsi a forme di lotta popolare, in un caos che rende ancora più chiaro l'esito infernale di una guerra scatenata sulla base di false motivazioni e di falsi scopi che mascheravano gli obiettivi veri e le realtà della posta in gioco. È duro a dirsi mentre l'animo è gonfio d'ansia e d'angoscia e ancora si vorrebbe che la speranza non fosse morta, ma noi stiamo toccando con mano il fondo di un abissso dove ci ha cacciato una paurosa follia bellicista. In Iraq non c'erano le armi di distruzione di massa. Non c'era al-Qaeda che anzi avversava i baathisti, che ricambiavano l'avversione. C'era, certo, una tirannide: sostenuta nelle sue imprese peggiori innanzitutto dagli Stati Uniti in funzione anti-iraniana. Ma è democratico il regime di Gheddafi, che oggi rifulge?
Noi siamo alla più spaventosa spirale fra terrorismo e guerra. È logico che avanzi la disperazione anche tra persone che appartengono alla sinistra. I ragionamenti sulle responsabilità e sulle colpe degli uni e degli altri appaiono ripetitivi, scontati, comunque ormai superflui. Volete stare dalla parte dei tagliatori di teste, dei sequestratori di bambini, degli assassini di Baldoni, dei rapitori delle Simone? Volete scambiare la Resistenza antifascista che lottava per la democrazia contro il nazismo con la pratica terroristica ispirata al più cupo fanatismo, che ha di mira un regime integralistico di matrice religiosa? È ovvio che no. E allora chi volete che vinca, visto che ci sono solo due squadre in campo? Certo, si aggiunge, era più saggio e più giusto seguire contro il terrorismo un'altra strategia; certo, è ormai chiaro che la guerra all'Iraq è stata fondata su false motivazioni e su una palese violazione della legalità internazionale (lo ha detto anche Kofi Annan, due anni dopo), ma ormai la realtà è quella che è.
E poiché i sondaggi sono tornati a essere favorevoli a Bush, la conseguenza è che il segretario dei Ds Fassino - già commosso partecipe della Assemblea dei democratici americani - ha scoperto che non possiamo aspettare la vittoria di Kerry per riprendere l'intesa tra l'Europa e gli Stati Uniti, Bush compreso. Fronte unico, dunque, contro i terroristi islamici: tanto più che, oramai, è chiaro che essi odiano tutti i cristiani, tutti gli occidentali, tutti i bianchi. Simona e Simona e i due giornalisti francesi vengono a fornire la prova. Vedete? Non basta non avere aderito alla guerra all'Iraq, come ha fatto la Francia, non basta avere contrastato la guerra e lavorato per alleviarne le conseguenze sul popolo iracheno - come hanno fatto le due ragazze italiane di Un ponte per…. E dunque, si conclude anche in parte della sinistra, siamo tutti nel mirino: il fronte unico non è più una scelta ma è un obbligo, una necessità fisiologica, una fatalità.

2. Ciò che non funziona, in questa estrema semplificazione cui si viene pian piano portati per mano nella catena tra kamikaze e bombardieri, fra stragi degli uni e stragi degli altri è che scompaiono dal quadro, che vorrebbe essere realistico, le realtà effettuali: i contrasti degli interessi, i sordi conflitti di potenza, il peso dell'immaginario e del simbolico, non meno corposo e `materiale' degli interessi economici. Scompaiono la lotta per il petrolio, la gara per i mercati, la crisi nella espansione economica capitalistica; scompaiono il dramma dell'estrema miseria che si confronta con la più sfacciata ricchezza, il peso dei torti subiti, le frustrazioni nazionali, le abissali differenze di valori e di modi di vita.
L'imbarbarimento è prima di tutto in questa cancellazione della complessità: rimangono `loro' e `noi', senza che si possa neanche discutere chi sono loro e chi siamo noi: e se ci sia propriamente un `loro' così come viene dipinto, anzi fotografato anzi televideo descritto e se ci sia un `noi' come ci hanno insegnato a pensare noi stessi fin dalle prime classi della scuola dell'obbligo. La evidenza della vittoria della nostra forma di incivilimento, cioè della cultura greco-ebraico-cristiana, e della nostra forma politico-sociale, cioè dell'assetto sociale capitalistico e dell'assetto politico liberal-democratico, dovrebbe servire - e in effetti serve - a celare il prezzo di questa vittoria, ottenuta attraverso una straordinaria vicenda di pensiero ma anche con una violenza e una brutalità senza pari; con guerre, stragi, genocidi, in Europa e in ogni parte del mondo.
Tre anni fa non si trattava di giustificare, ma di capire perché nel cuore più profondo dell'Arabia - tra quei sauditi alleati fedelissimi, e quasi sudditi, degli americani - avesse potuto accumularsi, e non fra gli ultimi, un odio così assoluto come quello che portò alla strage. Può essere che chi doveva vigilare abbia voltato la testa dall'altra parte per non vedere o per insipienza o per calcolo. Ma anche se questo fosse accaduto in nulla diminuirebbe il significato sconvolgente di quell'odio mortale. Si manifestava così una tendenza politica devastante di uso del terrore senza scampo, ma anche senza prospettiva alcuna. Isolarli rispetto al loro stesso mondo, perseguirli con un'opera di polizia internazionale, intendere e rimuovere le cause che avevano generato una così grande mostruosità: questa era la risposta ovvia, che univa il mondo intero. Non è pensabile che chi doveva reagire non sapesse che questa era la risposta necessaria e non immaginasse le conseguenze terribili della risposta di guerra e della teorizzazione della guerra preventiva. Bush può essere manovrabile, ma non ha intorno degli imbecilli o dei puri fanatici: e non ci vuole neppure molta capacità e molto studio per sapere che la reazione alla scelta di guerra sarebbe stata non lo spegnimento ma la disseminazione del terrorismo. Ma veramente si voleva combattere il terrorismo fondamentalista?
È probabile che in Iraq, e anche in Afghanistan, le conseguenze siano almeno in parte risultate più incontrollabili di quanto avesse potuto essere immaginato. Ma non mi pare, comunque, che l'insorgenza delle barbarie terroristiche che si mescolano con le forme di ribellione nazionale siano soltanto un danno per l'amministrazione Bush. Al contrario. Le orribili angosce e gli incubi di rapimenti e di decapitazioni, l'abisso dell'orrore e il vertice dell'impaurimento (adesso ci sarà anche l'ottobre della mobilitazione antiterroristica negli Stati Uniti) fanno crescere e avvalorano tra i semplici e tra i meno semplici la volontà di guerra, fanno dimenticare i propri torti, gli eccidi e le torture, addormentano la protesta per la restrizione degli spazi di libertà. Qualcuno dice che se i tagliatori di teste non sorgessero già spontaneamente c'è chi li creerebbe ad arte. Ma non c'è bisogno di alcuna invenzione, perché la violenza e il sangue chiamano di per sé violenza e sangue. Non c'è altro modo di spezzare questa catena infernale diverso da quello di rinunciare a una occupazione sempre più odiata, sostituendo alle truppe della coalizione dei willings forze che non siano state responsabili di bombardamenti, vittime innocenti, torture. Ha ragione Zapatero: l'unico modo di premere sugli Stati Uniti è quello di ritirare le truppe straniere. A meno che non si voglia continuare nel proposito di costruire potere sulla spirale terrorismo-guerra.


3. Bisogna, infatti, distinguere: i danni all'immagine dell'America, che molti anche negli Stati Uniti denunciano, non necessariamente sono danni per il governo Bush. Non è detto neppure che la pessima fama, il rancore, l'odio non possano essere accompagnati anche da rilevanti acquisizioni di potenza. Gli Stati Uniti con la guerra si sono installati stabilmente in Afghanistan, hanno più che mai legato a sé il Pakistan, hanno acquisito due Repubbliche asiatiche già sovietiche installandovi proprie basi, che tra l'altro sorgono in prossimità della Cina (e, contemporaneamente, hanno esteso la propria influenza sulla Georgia, oltreché sulla Romania e sulla Bulgaria). La Russia, potenza ormai di rango poco più che regionale, si vede incalzata da presso e se prima l'Unione Sovietica era circondata da molti lati ora la Russia lo è da tutte le parti ivi compresi - dopo la guerra in Kosovo - i Balcani. Le sue velleità eventuali di tornare grande potenza finiscono sempre di più nel limbo dei sogni: e la tragedia della Cecenia - affrontata con una guerra non meno disumana di quelle americane - non solo esaspera e moltiplica i gesti di uno spaventoso terrorismo, ma minaccia il potere russo sul Caucaso e sulla via del petrolio.
La guerra dell'Iraq, a sua volta, pur nei rovesci, ha piantato una presenza militare statunitense al centro della zona petrolifera, forse consentendo di liberare la tirannia saudita da un impaccio com'è quello di una base straniera nella `terra santa', o forse aggiungendo alla permanenza di quella base una nuova e più grande concentrazione di forza militare. E per ultimo, ma non perché sia secondario, c'è nel conflitto israelo-palestinese il rafforzamento di Sharon, le cui peggiori tendenze hanno trovato copertura e giustificazione, aggravando il decadimento e lo sbandamento del gruppo dirigente palestinese stretto in una via senza uscita tra crescita del fondamentalismo e occupazione militare israeliana.
Ma non è piccolo neppure il risultato ottenuto in Europa con l'aggravamento delle divisioni ad essa interne. L'Europa come potenza politica è evanescente assai più di prima. Se il suo allargamento a nuovi Stati ha rafforzato l'influenza americana, tra i vecchi membri, la Gran Bretagna e l'Italia si sono ridotte, peggio che mai, al rango di protettorati in cui Blair e Berlusconi hanno poco più che il ruolo di proconsoli. Negli Stati Uniti è di casa l'idea, sin dalla fondazione, di costituirsi come nuova Roma. Ma se, ad un certo punto, gli imperatori romani potettero venire da ogni angolo, dall'Africa, dall'Illiria, dalla Spagna, nell'impero di oggi non c'è neppure questa speranza, a parte il fatto che la merce umana che potrebbe fornire la destra delle province americane in Europa è quasi peggio di quella fornita dalla famiglia Bush.
La guerra, dunque, non è stata in verità diretta contro Bin Laden a parte il fatto che egli sia vivo o morto, a piede libero o incatenato. Anche a parte il favore che gli è stato fatto eleggendolo a capo dei disperati del mondo musulmano, la guerra imperiale per il possesso delle risorse petrolifere ha certamente ottenuto il risultato di stroncare ogni possibile ripresa della Russia e ogni conato di potenza dell'Europa. Altro che liberazione delle donne dal burka ed espansione della democrazia nel mondo.


4. A completare il quadro c'è l'arretramento culturale e ideale di una vasta parte della opinione occidentale. Già il crollo della speranza che fosse in qualche modo iniziata la costruzione di un mondo diverso, sia pure tra tragedie immani, aveva avuto conseguenze non troppo dissimili, fatte tutte le ovvie differenze, da quelle che si ebbero in Europa dopo il 1814: una restaurazione e una vendetta delle classi dominanti spaventate, allora, dalla Rivoluzione francese e, nel secolo scorso, dalla Rivoluzione d'Ottobre. In più l'improvviso rivelarsi di un gruppo aggressivo e spietato come quello di Bin Laden e, poi, le guerre preventive e la loro teorizzazione sono intervenute su questo disincanto a sinistra e sulla euforia della destra a generare prima di tutto negli Stati Uniti un estendersi della xenofobia e del razzismo e un generalizzarsi di tendenze militaresche e guerresche, sino alla diffusa perdita di ogni normale ragionevolezza.
Non è certo difficile da capire che la lotta contro una forma di razzismo come quello nazista che conquistò uno dei più avanzati paesi del mondo e di lì iniziò ad attuare la conquista militare dell'Europa è cosa del tutto diversa dall'azione che si dovrebbe condurre contro gruppi di fanatici terroristi. Certo, anche l'uso della forza può diventare alla fine inevitabile. Ma esso doveva essere mirato, non tale da favorire il terrorismo, la cui arma principale è innanzitutto nella presentazione dell'Occidente come un mondo di violenti dominatori, capaci solo di guerre indiscriminate per comandare il mondo. La guerra indiscriminata è ciò che nutre questi operatori del caos: eppure la follia militaresca coinvolge strati vasti dell'opinione americana (e russa) anche, ma non solo, per le manipolazioni dei media, e contagia largamente l'Europa, ivi compresi pezzi dell'opinione che dovrebbe essere democratica come quella rappresentata da Blair.
Non si tratta di una fatalità. Il cedimento, che si deve registrare anche a sinistra è il risultato della tendenza al moderatismo e ai suoi orientamenti culturali: la teorizzazione della guerra come possibilità `umanitaria', il silenzio impressionante sulle cause vere della nuova aggressività della amministrazione americana, la confusione (in questo caso all'estrema sinistra) tra forme della egemonia imperiale e realtà di dominio, l'attenuarsi o la perdita di ogni autentico riferimento all'interesse nazionale (può l'Italia vivere senza una politica di sincera amicizia verso il mondo arabo?) e all'interesse europeo (può avere una funzione l'Europa senza una drastica correzione di rotta verso l'insieme del mondo del sottosviluppo?). La risposta della sinistra europea, nella sua maggioranza, paga così il convincimento che l'unica cosa da fare dopo le sconfitte del '900 consistesse nel rinunciare ad una propria autonoma analisi della realtà, ad una propria diversa concezione dei rapporti internazionali, dello Stato e del mercato; e che la `modernità', il `realismo', la `capacità pragmatica' si riassumessero nell'apprendimento rapido del verbo liberista e nell'ossequio ai poteri dati nel mondo e in ciascun paese.


5. Ho insistito sui dati di una situazione allarmante anche perché mi sembra di notare una troppo facile convinzione che la crisi del liberismo sia cosa già scontata e che il perpetuarsi e l'incrudelirsi della guerra irachena abbia già in sé segnato la sconfitta della linea delle destre negli Stati Uniti e altrove. È certamente vero che il liberismo non gode più dell'entusiastico sostegno con cui fu accolto anche a sinistra e che i sostenitori o i critici tiepidi della guerra irachena hanno subito colpi duri. Ed è soprattutto vero che i grandi movimenti di massa per la pace, per un'altra forma di globalizzazione, per i diritti del lavoro hanno rappresentato la vera novità rispetto ad una situazione che pareva del tutto stagnante e ad una sinistra che nella sua maggioranza in Italia come altrove pareva ed era rassegnata ad una piena subalternità.
Aggiungo che pur nel loro inevitabile andamento carsico, nel loro scomparire e ricomparire, nel periodico attenuarsi e riesplodere, i movimenti di massa sulle grandi questioni del nostro tempo - la pace, la globalizzazione, i diritti, la dignità del vivere - sono e saranno destinati ad avere un ruolo determinante (basti l'esempio della funzione del movimento della pace per smuovere la sinistra moderata italiana dalla sua passività sonnolenta sulla questione delle truppe in Iraq).
Tuttavia, il punto di svolta non è ancora giunto. Non sorge ancora un discorso coerente che tenga dentro di sé il bisogno assoluto della pace, la necessità non meno assoluta di una drastica correzione del modello di sviluppo occidentale e una effettiva capacità di raccolta di un consenso maggioritario su proposte di governo condivise. La stessa illusione di aver già battuto il centro-destra italiano sta rapidamente passando. Ma ciò non avviene perché gli esponenti del centro-sinistra si beccano tra loro come i polli di Renzo. Essi litigano perché non c'è una cultura comune che li associ, al di là delle differenze pur utili e necessarie. I litigi sono la conseguenza di una analisi manchevole e di proposte non convincenti ed è questa la causa della perdita di credibilità.
Il bisogno di una nuova e grande sinistra autonoma e unitaria deriva proprio dalla insufficienza o dalla erroneità delle analisi e delle soluzioni cui fin qui si è pensato dopo la crisi dei modelli novecenteschi. Ma se le insufficienze, gli errori, le cecità sono divenuti almeno in parte evidenti, non egualmente evidenti sono i rimedi. Quando - ad esempio - i conservatori, fautori della guerra, accusano di ipocrisia chi li contrasta (“noi salviamo il petrolio per i consumi dell'Occidente che sono anche i vostri”), non basta rispondere genericamente che una politica di pace potrebbe meglio preservare delle risorse scarse: bisogna dire come questo potrebbe avvenire, quale ruolo potrebbe avere l'Europa, qual è l'idea di futuro che una sinistra - e un centro-sinistra - vogliono sostenere. La difesa pura e semplice del compromesso socialdemocratico, fondato sulla idea di uno sviluppo senza limiti, non poteva tenere e non ha tenuto. Né è serio dichiarare che tutto il problema è quello di capire e far capire la necessità assoluta di tagli, riduzioni e sacrifici.
Se la politica di Schröder è la medesima di quella che farebbe la Cdu, perché gli elettori dovrebbero mantenergli il voto? E perché, se Blair in nulla si differenzia dalla Tatcher nell'ossequio alle compagnie petrolifere e, dunque, alla guerra, gli elettori dovrebbero premiarlo?
Non è vero che discutere della visione della sinistra sia un'oziosa perdita di tempo. Se di un nuovo compromesso si deve parlare esso deve riproporre le domande su quale pace, quale sviluppo, quale democrazia, quale ruolo della decisione pubblica, quale orientamento dei consumi, quale redistribuzione delle ricchezze nel mondo e in ciascun paese si ritenga non solo desiderabile ma assolutamente necessario. Per opporsi alla strategia del terrore e della guerra permanente non c'è altra strada diversa da quella di costruire una forza capace di indicare un altro possibile orizzonte e di lavorare per esso giorno per giorno.



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