numero  53  settembre 2004 Sommario

Economisti discutono

QUALE CONFLITTO?
Riccardo Bellofiore  



1. Una domanda stupefacente

L'intervento sulla `razionalità del conflitto' di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo 1 (d'ora in poi per brevità citati come `gli autori') fa risuonare - almeno così recita lo strillo redazionale di copertina - una domanda semplice nel «solenne pantheon della teoria economica». La domanda è questa: «esiste un motivo credibile per cui i lavoratori dovrebbero rinunciare alla lotta salariale?». Devo confessare che il mio primo moto è di stupore. Possibile che in questo tempo, 2004, in questo paese, Italia, in questa rivista, abbia senso porre un interrogativo dalla risposta così ovvia? Possibile che per giustificare l'urgenza di un conflitto salariale che recuperi il ritardo sull'inflazione effettiva, inizi a mordere sugli incrementi di produttività, inverta le politiche redistributive da decenni avverse al lavoro, lo faccia su base non individualistica ma collettiva, si debbano scomodare, appunto, ragionamenti di alta teoria?
Non è che, giunto alla fine della lettura dell'articolo lo stupore sia svanito: la penultima domanda con cui si chiude l'articolo, invece di chiarire, confonde. Che senso ha definire oggi, in Italia, nel 2004, un conflitto salariale qualsiasi con l'aggettivo `incompatibile'? Credo infatti che prima che la lotta sul salario impatti su una qualche compatibilità di sistema, la strada è davvero lunga. Non vi è dubbio che si debba cercare di far crescere il salario (reale) più della produttività per addetto, e però non vi è anche dubbio che prima che il saggio di profitto abbia raggiunto un suo livello minimo e la lotta sia davvero qualificabile come `incompatibile', di recupero distributivo da fare ve ne è davanti. Eccome.
Le due domande però giungono alla fine di un denso articolo e di un serrato ragionamento che propongono né più né meno che una riformulazione della piattaforma teorica della sinistra radicale attorno ad alcuni assi. È un ragionamento che merita di essere discusso perché sul terreno della distribuzione e della politica economica ne possono derivare, e in parte se ne tirano, conclusioni pratiche, dunque non indolori. Ospitando questo contributo, «la rivista» fa bene ad aprire un dibattito. È infatti indubbio che le questioni sul tappeto siano cruciali; è discutibile che la proposta avanzata sia convincente. Per mio conto, anzi, non ne condivido alcuno snodo.
Sarebbe evidentemente lungo contestare punto per punto il filo di ragionamento seguito dai due autori. Mi limiterò allora ai punti essenziali della tesi proposta: (i) si parte dalla riduzione delle visioni del mondo in economia politica alle due posizioni dei `compatibilisti' (neoclassici più o meno mascherati) e dei `conflittualisti' (in fondo, anche se non lo sanno, sotterraneamente marxisti); (ii) si prosegue affermando che la teoria neoclassica non sta in piedi per quella che viene definita la critica `interna' portata avanti dai seguaci di Sraffa (e in particolare, Pierangelo Garegnani), e per le ragioni sottolineate dalla critica `esterna' del filone monetario eterodosso (riportato in auge da Augusto Graziani); (iii) si sostiene che, a ben vedere, la «complementarietà tra la critica interna e la critica esterna appaiono [...] evidenti»; (iv) si insiste sulla presunta comunanza di metodo tra Garegnani e Graziani; (v) si conclude tirando le conseguenze del discorso in tema di spesa pubblica e salario. È a queste proposizioni che mi riferirò criticamente, ma non nel medesimo ordine.
Nel ragionamento che svolgerò, e che rimanda ad un dibattito degli anni '60-'70 cui in larga parte mi è capitato di assistere, per così dire, `in tempo reale, non vi è pretesa di originalità: saranno presenti anzi furti di idee e talora veri e propri furti di parole da una serie di autori - principalmente, ma non esclusivamente, Graziani stesso, Lunghini, Messori, Halevi. Quello che scriverò esprime esclusivamente ciò che personalmente ho ricavato dalla discussione di economia politica in Italia su questi temi nei tre decenni in cui mi è capitato di assistervi e parteciparvi. In poche parole, mi assumo la piena responsabilità delle conclusioni che ne traggo, e non chiamo testi a mio favore più di tanto.


2. La critica della teoria neoclassica

Il punto di riferimento è qui alle critiche di Sraffa e Garegnani, entrambe del 1960, alla concezione neoclassica del capitale e della distribuzione del reddito, al vizio di circolarità che inficia la riconduzione del saggio di profitto a un preteso fattore `capitale'. La mia posizione è in breve la seguente. È senz'altro vero che la teoria neoclassica del capitale nella formulazione allora corrente (e incorporata nei manuali), quando Sraffa e Garegnani elevarono la loro critica, sia problematica. Qualsiasi visione della distribuzione di tipo `marginalistico' che fissi le quote di reddito come remunerazione corrispondente alla produttività marginale dei fattori di produzione, e perciò equa, ne esce colpita a morte. Di più, è senz'altro vero che la critica `interna' dei seguaci di Sraffa abbia rivelato delle difficoltà nelle formulazioni originarie di Walras e Wicksell, come anche di Böhm-Bawerk, e sia risultata anche successivamente vittoriosa contro le strategie difensive approntate nel corso degli anni '60 dalla vulgata neoclassica del tempo.
Detto questo, non si è però detto tutto. Mi riferisco in particolare al contributo di Garegnani. Il punto di vista da cui si critica la teoria neoclassica è in questo caso quello di una particolare nozione di `equilibrio', incentrata sulla posizione di `lungo periodo', cioè su una configurazione dell'economia caratterizzata dall'uniformità dei saggi del profitto sul prezzo di offerta dei beni capitali. Caratteristiche di questa posizione sono la sua persistenza, e cioè il dipendere da cause permanenti e non da elementi temporanei, e poi il suo costituire un `centro di gravitazione' per il sistema. Ha senso applicare questo metodo all'equilibrio walrasiano? Credo di no. L'equilibrio economico generale walrasiano ha natura `istantanea', e ben poco si concilia con le `posizioni di lungo periodo'. Quando si introducono nel sistema i beni capitali durevoli, non si può escludere la formazione di quasi rendite positive o negative: ma ciò non è dovuto a incoerenza interna del sistema o all'incapacità di definire un equilibrio univoco nell'ambito di un singolo periodo, bensì al fatto che il sistema dei prezzi, e il costo di produzione dei beni capitali, variano di periodo in periodo. Se si vuole, il punto può essere messo in questi termini: gli schemi di equilibrio economico generale possono essere ridotti a coerenza (nei loro propri termini, e all'interno del proprio metodo). Il che non toglie, beninteso, la loro irrilevanza. Ciò implica anche che il problema di Walras non è quello di Smith, e neppure quello di Ricardo (che a sua volta è abbastanza diverso da quello di Marx). E neanche quello di Menger o Hayek (piuttosto quello di Lange quando parlava di pianificazione e non di capitalismo): figuriamoci se possa essere paragonabile a quello di Keynes e Kalecki. La critica alla teoria neoclassica di un qualche interesse può nascere soltanto dalla definizione di un problema `altro'. Ma questo dovrebbe condurre a una diversa astrazione di base, che tenga immediatamente conto della moneta e delle classi, nella produzione oltre che nella distribuzione, quando si descrive l'economia del mondo in cui viviamo.
È per questo che, a me sembra, la critica `interna' e quella `esterna' non sono affatto così complementari come sostengono gli autori, e che la strada della `caccia all'errore' che gli allievi di Sraffa hanno perseguito con tenacia non pare veramente dirimente nel conflitto tra teorie, come gli autori vogliono farci credere citando tutti e solo autori appartenenti alla corrente, appunto Garegnani e i suoi allievi di varie generazioni. Piuttosto che rintracciare errori formali nella misurazione del capitale, e credere così di aver dissolto la teoria neoclassica, valeva (e varrebbe) piuttosto la pena di darsi da fare a costruire la teoria di una economia monetaria di produzione integrandovi dentro Marx, operazione che è in realtà ai suoi inizi. Ma, rimanendo per ora sul piano della critica alla teoria dominante, e se vogliamo essere ancora più impertinenti, si deve dire che il colpo veramente mortale negli ultimi trent'anni alla teoria neoclassica dell'equilibrio economico generale, se c'è stato, non è venuto tanto dalla critica degli sraffiani, quanto da quella che viene proprio dagli stessi `prelati', cioè dai cultori dell'equilibrio economico generale nella sua versione neo-walrasiana, il modello intertemporale di Arrow-Debreu. Sono proprio costoro, infatti, ad aver dimostrato come il modello di base, quello che dovrebbe appunto dimostrare l'efficienza `naturale' ed `equa' del mercato di concorrenza perfetta, non serve a granché, visto che sì, tale equilibrio può esistere, ma non è né unico né stabile (e allora che utilità ha come equilibrio?). E visto che, per sovrappiù, non regge neppure la legge della domanda secondo cui i prezzi aumentano se c'è un eccesso di domanda riportando all'equilibrio naturale: insomma, può succedere tutto e il suo contrario.
Su questo punto il lettore della «rivista» è rimandato alla sintesi del dibattito interno alla teoria neoclassica presente nella discussione tra Halevi e me 3, dove entrambi siamo giunti alla medesima conclusione: che a prima vista i neoclassici, in senso stretto, si sono uccisi da sé. Peccato, aggiungevo, che l'autocritica dell'equilibrio economico generale abbia portato a introdurre nello schema le molte imperfezioni, asimmetrie, deviazioni dalla concorrenza, rigidità micro-fondate, istituzioni, eccetera, mostrando la voracità, l'adattabilità, e l'imperialismo dell'approccio individualista che tutto pare meno che poco vitale. Tra parentesi (ma non tanto): se si vuole andare a cercare la fondazione teorica dei `compatibilisti', per quelli di `destra' è inutile cercarla più nell'equilibrio economico generale, semmai bisognerebbe rivolgersi ai cultori di Mises e Hayek; per quelli di `centro-sinistra', invece, allora sì, ci si può rivolgere a questo mondo neoclassico sotto mentite spoglie, di cui fanno parte Krugman e Stiglitz, che proclama i fallimenti del mercato almeno tanto quanto i fallimenti dello Stato. Lascerei in pace il buon Walras.
Purtroppo, la critica `interna' dal punto di vista delle `posizioni di lungo periodo' appare abbastanza innocua rispetto a questa nuova nebulosa teorica. Che difatti poco se ne cura.
Si potrebbe forse sostenere che la posizione di Garegnani è invece fruttuosa sul terreno della costruzione `in positivo' di una teoria economica alternativa su basi ricardiano-marxiane, integrandovi il principio della domanda effettiva di Keynes. Qui c'è un doppio salto mortale. Il primo riguarda Keynes. È vero che tra i residui neoclassici di Keynes c'è l'idea di una relazione inversa tra saggio di interesse e investimento con aspettative date, e su questo di nuovo la critica dei seguaci di Sraffa è da accogliere in pieno. Ma, di nuovo, la sua spada è molto meno acuminata di quanto potrebbe apparire a prima vista. Il fatto è che, in un mondo di autentica incertezza e di `spiriti animali', la costruzione della curva che esprime questa relazione inversa è ben poco significativa, visto che le aspettative `di lungo termine' sono fortemente e violentemente variabili. Ben poco, o niente, sopravvive della rivoluzione keynesiana dell'equilibrio capitalistico quando se ne amputano le conseguenze dell'incertezza `radicale' che è al cuore dell'insegnamento di Keynes, ed è inseparabile dalla sua costruzione teorica. Il punto era alla base del contrasto di Joan Robinson rispetto a Garegnani - che ha sempre visto con sospetto questi aspetti della Teoria generale - quando la prima sosteneva che il problema della misura del capitale era in fondo un elemento secondario nella critica alle dottrine neoclassiche, e che la critica postkeynesiana non poteva limitarsi a un confronto tra posizioni di equilibrio immaginarie, ma doveva costruire semmai una teoria di un processo di accumulazione non nel tempo logico ma nel tempo storico.


3. Compatibilisti e conflittualisti

Prima di passare a qualche considerazione in positivo, vale la pena di accennare alla questione della dicotomia compatibilisti-conflittualisti che gli autori riprendono dal saggio di Graziani presentato al convegno di Pavia del 1978 4. Non tornerò sulla sintesi che essi ne danno se non per rilevare che riducono a una coppia quella che è una articolazione delle posizioni che nel testo di Graziani è più complessa. Graziani, infatti, non solo distingueva la posizione `marginalista' (che crede che la posizione di equilibrio del sistema debba essere caratterizzata da una distribuzione del reddito secondo la quale i prezzi dei fattori della produzione corrispondono alla loro produttività marginale) dalla posizione compatibilista o `neomarginalista' (secondo la quale le esigenze del sistema capitalistico pongono condizioni precise in merito alla distribuzione profitto-salario che, se violate, danno luogo a gravi patologie economiche). Graziani distingueva anche i conflittualisti (cioè coloro secondo cui la distribuzione del reddito non soltanto dipende essenzialmente dai rapporti di forza tra le classi, ma è sganciata da un legame funzionale preciso con occupazione, produzione, investimenti), la cui posizione riteneva riconducibile a Sraffa, dal filone marxista. Osservava infatti, e con ragione, che la posizione marxista, in senso stretto, era inseparabile dalla teoria del valore-lavoro. Come è chiaro dal suo intervento, e da chi abbia memoria del dibattito dell'epoca, non si trattava affatto soltanto di un riferimento agli `ortodossi', ma anche di una vivace corrente di marxismo `eterodosso'. Certo, osserva acutamente Graziani, un folto gruppo di cultori della teoria marxiana, «più sensibile alle istanze provenienti dal pensiero accademico», fece il grande passo e accettò la proposta di sostituire la teoria del valore-lavoro con la teoria dei prezzi di Sraffa, mantenendo per il resto quanto era possibile.
Sulla questione del rapporto Sraffa-Marx non intendo tornare qui: credo che a distanza di trent'anni le conclusioni di tutti possano e debbano essere aggiornate, e per la mia interpretazione rimando agli Atti di un convegno 5 organizzato da Guglielmo Chiodi nel 2003 a Roma dove ho presentato una relazione. Ma vi era allora dell'altro sul versante `marxista', e di questo discuterò in questo paragrafo cui gli autori non dedicano una riga. È un peccato. Per varie ragioni. La distinzione di Graziani tra compatibilisti e conflittualisti, con tutti i suoi meriti, e con tutta la sua apparente efficacia fenomenologica, a me pare rimanere alla superficie del nodo vero della discussione degli anni '70. Far sparire dal racconto la posizione `marxista' rende persino impossibile far capire al lettore il perché del mio giudizio più di venticinque anni dopo. Soprattutto, si cancella una diatriba in cui è difficile districare le ragioni e i torti, ma che certo mostra come la posizione conflittualista `pura' faccia problema per chi di Marx non voglia fare un falò - con tutto quel che segue in termini di interpretazione del capitalismo e di intervento sociale e politico. Per discuterne, è bene andare a rianalizzare la posizione, o meglio le posizioni, di un protagonista delle polemiche del tempo, Claudio Napoleoni.
Napoleoni è figura chiave per più di un motivo. Dal punto di vista teorico il primo esempio di rilievo di discussione della teoria economica come essenzialmente costituita tra paradigmi in conflitto, è proprio il Dizionario di economia politica da lui curato e pubblicato nel 1956 per le Edizioni di Comunità. È anche Napoleoni, che ha ricevuto le bozze del libro di Sraffa da Mattioli, ad aprire le danze della discussione su Sraffa in Italia con la sua recensione sul «Giornale degli Economisti» nel 1961, in cui accetta i risultati analitici di Sraffa ma mostra il rapporto di discontinuità con Marx. Sarà ancora Napoleoni negli anni '60, in anticipo su tutti, a dedurre da Sraffa la tesi che la teoria dei prezzi di produzione cancellerebbe la teoria del valore-lavoro di Marx. Soprattutto, come ricorda Graziani nel saggio per il convegno di Pavia, sarà proprio Napoleoni nel 1963 a leggere nel `salario come variabile indipendente', di cui parla Sraffa, qualcosa di più di una espressione matematica, sino a vedervi addirittura un meccanismo di causazione riferibile al mondo reale. Sarà quindi lui probabilmente il primo a definire la posizione conflittualista come posizione di politica economica derivandola da Produzione di merci a mezzo di merci. Ergo, se gli autori cercano un qualche padre nobile, forse dovrebbero rivolgersi a questo Napoleoni. Vi è qui qualche cosa di paradossale. Come diremo, Napoleoni nei primi anni '70 diventerà un acerrimo critico di questa posizione: ma, come talora gli capitava, la attribuirà, non del tutto correttamente, ad alcuni giovani sraffiani conflittualisti, in particolare, Ginzburg e Vianello. I quali oggi possono però rivendicare, con più fedeltà al maestro, piuttosto l'esogeneità del saggio di profitto, regolato dal saggio dell'interesse fissato dal sistema delle banche e dalla politica monetaria. Non stupisce dunque che recentemente Vianello, in un contributo illuminante, nel definire la posizione di quella che fu descritta con qualche approssimazione come Scuola di Modena, osservi che quella espressione non la si può certamente attribuire alla posizione conflittualista da lui e altri sostenuta al tempo: è in effetti a questa loro posizione, in verità, più che a Garegnani, che a me pare riferirsi principalmente Graziani nel lavoro del 1978.
Cosa sostenevano i conflittualisti doc negli anni '70? Non era secondo loro possibile, come mi pare vogliano invece gli autori, stabilire un legame immediato fra un'astrazione teorica, quale quella rappresentata dalla `relazione inversa tra salario e saggio del profitto per un dato insieme di quantità prodotte e metodi di produzione', e posizioni di politica economica, come invece rimproverava loro Napoleoni. Ritenevano però che la distribuzione del reddito potesse essere modificata a favore del salario reale, immediatamente aumentandolo come quota del sovrappiù. Il che avrebbe fatto cadere, certo, l'incentivo a investire, ma ciò si sarebbe potuto rivelare una conseguenza temporanea. In forza di che? Una offensiva sul salario avrebbe visto senz'altro reazioni da parte del fronte avverso. Tali reazioni potevano prendere la forma della caduta degli investimenti (più o meno prodotta dalla politica monetaria restrittiva), e cioè della deflazione, oppure quella opposta, dell'aumento dei prezzi (a condizione di un atteggiamento accomodante della Banca Centrale), e cioè dell'inflazione. Nel primo caso la crescita conseguente della disoccupazione poteva andare a moderare l'aumento del salario monetario; nel secondo caso la crescita dei prezzi frustrava l'aumento del salario monetario, erodendone la traduzione in più salario reale. In entrambi i casi restaurando i margini di profitto. Il che, in regime di cambi flessibili, poteva essere reso meno penalizzante per la competitività con l'estero grazie alla svalutazione. Tenendo duro sul salario si sarebbe però potuto costringere le imprese alla via di un recupero del profitto per altra via, quella di un aumento della produttività. Certo, ciò sarebbe probabilmente avvenuto inizialmente seguendo una via, per così dire, `povera' e regressiva, quella di un aumento puro e semplice dell'intensità del lavoro. Ma la resistenza alla razionalizzazione capitalistica dentro i luoghi di lavoro, avrebbe potuto imporre alle imprese la via `progressiva' dell'investimento. Sulla nuova base il conflitto distributivo sulle quote di reddito sarebbe ripreso, ma con un salario reale più elevato.
Quali erano le obiezioni di Napoleoni? Nel 1974, in un articolo sul quotidiano «il manifesto» del 5 marzo, torna a una posizione esplicitamente marxiana, interna a una ripresa originale della teoria del valore-lavoro come teoria del feticismo e dello sfruttamento. Napoleoni innanzi tutto contesta l'idea, che come si è vista era la sua negli anni '60, secondo la quale il salario possa essere interpretato come una variabile `indipendente'. In realtà, come scrive Marx nel Capitolo XXIII del primo libro del Capitale, esso dipende dal saggio di accumulazione, e quindi dal saggio del profitto inteso come misura della valorizzazione del capitale. Il profitto, scrive Napoleoni, è irriducibile alla rendita, lo sfruttamento capitalistico incommensurabile allo sfruttamento feudale. La diminuzione del profitto, oltre un certo limite, implica dunque l'arresto della vita del capitale: esistono situazioni distributive incompatibili, cioè esistono leggi distributive nel capitalismo, certo non `naturali', ma non di meno `oggettive'. Se ci si trova in queste condizioni, come nell'Italia di allora, nel bel mezzo di una svalutazione differenziata a noi favorevole, l'inflazione e la deflazione invece che strategie alternative si possono coniugare in un `equilibrio di ristagno', e l'offerta finisce con l'adeguarsi alla domanda stabilmente più bassa. L'idea che i capitalisti possano reagire con investimenti autonomi, che creeranno da sé il risparmio che li finanzia attraverso il procedimento moltiplicativo, in questo caso non tiene, perché il meccanismo di causazione keynesiano è valido in condizioni particolari e non in generale. Nell'equilibrio di ristagno non ci sono mezzi di produzione e beni salario tali da consentire che la maggiore domanda dia luogo all'espansione reale della produzione: in questo caso, perciò, occorre che il plusvalore, cioè il profitto, e dunque il risparmio, sia disponibile ex ante rispetto all'investimento. Ma anche ammesso che non sia così, e che la politica keynesiana sia efficace, essa richiede come sua condizione che al crescere del reddito trainato dalla domanda autonoma il salario resti fermo.
Nella seconda metà degli anni '70, Napoleoni invece, con una correzione, riprende in prima persona una lettura di Sraffa, che rivendica ancora una volta il salario come variabile `indipendente' nella distribuzione (conflittualismo), quale strumento diretto di politica economica. Ma, aggiunge Napoleoni, come `chiudere' questo `grado di libertà' nella distribuzione? Di nuovo, Napoleoni si sposta sul terreno della crescita, fa ricorso a Kaldor, e dichiara che il salario può e deve essere fatto `dipendere' (compatibilismo) da un saggio di crescita definito in sede politica: a condizione, però, che ciò dia luogo a una composizione della produzione qualificata e con la garanzia di una partecipazione del Pci al governo.


4. I limiti delle due posizioni di Napoleoni

Facile, dopo così tanto tempo, indicare i limiti delle due posizioni di Napoleoni. Prendiamole in ordine cronologico inverso. La posizione del Napoleoni della seconda metà degli anni '70 partiva dall'idea che le recenti, dure lotte sul salario e nei luoghi di lavoro avessero permanentemente sganciato non soltanto il valore di scambio ma anche il valore d'uso della forza-lavoro dal ciclo, che ciò avesse determinato uno `stallo' dei rapporti di forza tra le classi, e che quindi il capitale fosse alle corde e costretto ad accettare una qualche forma di `compromesso' temporaneo con il movimento dei lavoratori, che avrebbe consentito una alleanza per penalizzare la rendita incrinando l'egemonia della borghesia. Questa idea di Napoleoni era fattualmente falsa: ciò che era in corso era una radicale e vincente ristrutturazione capitalistica. E sfociava in una proposta schizofrenica: disarmava sul terreno del conflitto sociale, proprio quando pretendeva di usare quest'ultimo per condizionare lo sviluppo. L'esito, di conseguenza, era, pur senza volerlo, l'autonomia del politico per la definizione arbitraria e dall'alto della struttura della produzione e del consumo. Soprattutto, cosa di cui presto Napoleoni stesso dovette a suo modo rendersi conto, la linea offerta al sindacato e alla politica della sinistra era illusoria, e la realtà si incaricò di provarlo in fretta.
La posizione del Napoleoni dei primi anni '70 si fondava su un errore analitico e su un equivoco. L'errore era quello di leggere in modo tradizionale e inattendibile la teoria keynesiana, riconfermando una sostanziale priorità dei risparmi sugli investimenti. Qui, si deve dire, è di grande utilità e lucidità un contributo di Garegnani che risale ai primi anni '60, e che anche chi come me non crede alle `posizioni di lungo periodo' e alla `gravitazione' trova condivisibile. Si tratta di questo. Nel lungo periodo è vero che la capacità produttiva tende ad adeguarsi alla domanda effettiva, e quindi in ultima analisi agli investimenti, attraverso la variazione della capacità produttiva disponibile; quindi è vero che la disoccupazione `keynesiana' può trasformarsi in disoccupazione `strutturale' confermando, invece che violando, il principio della domanda effettiva. Sin qui, per la verità, credo che quell'articolo di Napoleoni non dica nulla di diverso, anche se all'epoca (e anche dopo) non fu capito. Il punto sottolineato da Garegnani è però anche che normalmente l'economia dispone di capacità produttiva addizionale nel breve periodo, ragion per cui uno stimolo di domanda può tradursi quasi sempre in un aumento dell'offerta mediante un maggiore grado di utilizzazione degli impianti: e questo in Napoleoni proprio non c'è. In tali condizioni, che costituiscono il caso generale e non un caso particolare, la ripresa degli investimenti non comporta automaticamente la necessità di una corrispondente caduta del salario reale. Nell'Italia del tempo, semmai, il problema dal lato dell'offerta nasceva immediatamente dalla dipendenza dall'estero, e tutto si può rimproverare ai conflittualisti di allora tranne che di non aver tempestivamente proposto intelligenti interventi dal lato dell'offerta.
Passiamo all'equivoco. Napoleoni ricorre alla tesi marxiana che l'accumulazione tende a produrre, per così dire spontaneamente, una riduzione del salario relativo, qualcosa che lungo la linea interpretativa proposta dalla Luxemburg può definirsi effettivamente come una `legge' tendenziale del modo di produzione capitalistico. Ciò che in Italia si ebbe dal 1968 al 1973 fu una inversione della tendenza alla caduta del salario relativo valida prima e dopo (come mostrò al tempo in studi importanti Roberto Convenevole), e nelle condizioni date ciò ebbe un effetto dirompente. Peccato che Napoleoni traduca questo discorso, corretto, sostituendo a salario `relativo' salario `reale'. Il che si giustifica, di nuovo, con la sua idea che, a meno di un intervento politico, ciò che si profila è solo e sempre l'equilibrio di ristagno. Si è però visto che al ristagno ha fatto seguito, dalla metà degli anni '70, una ristrutturazione capace di produrre crescita, sia pure instabile, distorta e disegualitaria. E questo di nuovo Napoleoni non lo vede, se non in ritardo.
Tutto chiaro, allora? Accantoniamo il contributo di Napoleoni, che ha avuto variamente torto per l'intero periodo? Non credo, perché Napoleoni, con tutti i suoi errori, vede invece due cose che nessuno dei conflittualisti fu in grado di vedere. A leggere bene quell'articolo del «manifesto», ci si rende conto che il problema che Napoleoni poneva non aveva a che vedere con la distribuzione se non per una illusione ottica. Il punto che veniva sottolineato era che le lotte, colpendo l'intreccio tra compra-vendita della forza-lavoro e controllo sul lavoro, avevano messo in discussione la valorizzazione nel cuore della produzione. Per un verso, il conflitto nei luoghi di lavoro metteva in questione il comando capitalistico sul lavoro vivo, almeno parzialmente. Per l'altro verso, le lotte sempre più chiedevano una trasformazione non soltanto del lavoro ma anche del prodotto: ovvero, una diversa composizione della produzione, che era ingenuo ritenere compatibile con un modo di produzione incentrato sulla produzione allargata di ricchezza astratta (di qui, la sua critica alla possibilità di riformare il capitalismo dal lato del consumo). L'eco di posizioni del genere si prolunga sino al 1987, quando Napoleoni, ritornando sull'esigenza di riattivare un `vincolo interno' al capitale per la via del conflitto di classe, non ha ridotto quest'ultimo alle lotte sul salario e lo ha ancora intrecciato a un intervento radicale, e fuori dall'orizzonte capitalistico, sulla composizione della produzione.
Questi due elementi a me sembrano assolutamente cruciali, e vivono al di là degli errori di Napoleoni. Per questo la coppia conflittualismo-compatibilismo del Graziani del 1978 non mi convince a pieno, in questo caso oscura invece di chiarire. La mia tesi è infatti che Napoleoni sui due punti detti avesse ragione su tutta la linea: davvero il capitalismo italiano, ma più in generale il fordismo, cade su un conflitto nella valorizzazione `incompatibile' (non solo su quello, ma anche e significativamente su quello); davvero la via d'uscita in questi casi non può che passare da uno `sbocco politico' che comporta la ridefinizione dal lato della politica economica della struttura dell'economia. L'una cosa, l'intervento dall'alto, non sta senza l'altra, il conflitto dal basso, e viceversa. In un percorso non semplice: perché comporta crisi e ristrutturazione capitalistica, per un lato; necessità di attraversare il terreno del disegno processuale di un altro modello di sviluppo, per l'altro. Quando la crisi investe il nodo del rapporto sociale di produzione e della definizione qualitativa dello sviluppo il conflittualismo `puro' mostra la sua insufficienza. Lo dimostra come meglio non potrebbe non già il fatto che i conflittualisti di allora avessero sbagliato, ma che avessero ragione. In che senso? Nel senso che nei fatti il capitalismo italiano (e non solo quello, ovviamente) al conflitto distributivo ha infine risposto anche con la via degli investimenti e dell'innovazione. Peccato che proprio questa via si sia concretata nella distruzione del soggetto sociale centrale nel modello capitalistico fordista, e a tutto abbia aperto meno che a una ripresa del conflitto distributivo su basi migliori, o anche solo a una dinamica del salario reale crescente.
Se un motivo si vuole cercare dell'eclissi del conflittualismo in Italia, e altrove, dalla fine degli anni '70, se un senso si vuole dare alla svolta ad U nella teoria economica cui si sono adeguati in tanti nella professione, è a questo nocciolo duro del capitalismo - che non digerisce tutto - che si deve tornare. Il che propone, evidentemente, la sfida di mettere in rapporto questa problematica con una base teorica meno compromessa con una lettura discutibile e tradizionale del keynesismo.


5. Perché il conflittualismo non basta più

A ben vedere, nella discussione già citata, tanto la posizione di Halevi quanto la mia, pur con le loro diversità, partivano da un'adesione alla teoria del circuito monetario, cui pure fanno riferimento gli autori. Giusto quanto si è sostenuto nei paragrafi precedenti, però, mentre essi suggeriscono l'integrazione tra l'impostazione di Garegnani e quella di Graziani, noi iscrivevamo piuttosto Graziani in continuità con l'idea di Keynes e Kalecki che l'autonomia dell'investimento non potesse essere catturata da una impostazione che tagliava via incertezza e aspettative, come quella delle `posizioni di lungo periodo' e della `gravitazione'. Per mio conto, vale l'obiezione di Minsky a Garegnani: la teoria di Keynes è la teoria di un'economia immediatamente monetaria, e non ha senso alcuno in uno schema teorico che parte da una descrizione in termini reali del sistema; in merito al periodo lungo nel senso di Garegnani, Keynes non ha letteralmente nulla da dire. Ciò non significa che non sia invece possibile rileggere Marx in assoluta compatibilità con una visione del processo capitalistico come produzione di moneta a mezzo di moneta; né che in questa visione il discorso del Napoleoni critico del conflittualismo `puro' dell'inizio degli anni '70 non risulti valido. Vediamo in breve perché. Partiamo da qualche frase che si trova nel Capitolo VI inedito di Marx (i corsivi sono miei):

Se consideriamo l'intero capitale, cioè l'insieme degli acquirenti di forza-lavoro, da un lato, e l'insieme degli operai, dall'altro, allora l'operaio è costretto a vendere non una merce qualunque, ma la sua capacità lavorativa come merce, appunto perché l'insieme dei mezzi di produzione, delle condizioni oggettive del lavoro, e dei mezzi di sussistenza, gli stanno di fronte al polo opposto come proprietà altrui ... Che il capitalista n. 1 possieda denaro e comperi mezzi di produzione dal capitalista n. 2, mentre l'operaio, col denaro ricevuto dal capitalista n. 1, compera mezzi di sussistenza dal capitalista n. 3, non cambia in nulla il fatto che i capitalisti 1,2,3 sono tutti insieme proprietari esclusivi del denaro, dei mezzi di produzione e dei mezzi di sussistenza [...]. Di conseguenza ciò che, già nel primo processo [la compra-vendita della forza-lavoro sul `mercato' del lavoro] [...] imprime ad essi [denaro e merci, cioè mezzi di produzione e mezzi di sussistenza] come suggello un carattere di capitale non è né la natura di denaro del primo, né la specifica natura, il valore d'uso materiale delle seconde, ma il fatto che quel denaro e quelle merci, mezzi di sussistenza e mezzi di produzione, si ergono di fronte alla forza-lavoro spogliata di qualunque ricchezza materiale come potenze autonome impersonate dai loro proprietari [...]. Il compratore di forza-lavoro non è se non la personificazione di un lavoro oggettivato che presta agli operai una parte di se stesso, sotto forma di mezzi di sussistenza, per incorporare all'altra parte di se stesso forza-lavoro viva, e grazie a questa incorporazione, conservarsi nella sua integrità e crescere al di sopra della sua massa originaria ... Non è l'operaio che acquista mezzi di sussistenza e mezzi di produzione; sono i mezzi di sussistenza che acquistano l'operaio per incorporarlo ai mezzi di produzione (Il Capitale: Libro I, Capitolo VI inedito: Risultati del processo di produzione immediato, a cura di Bruno Maffi, La Nuova Italia, Firenze 1969, pp. 34-35).

Questi passi consentono facilmente una rilettura della teoria marxiana in termini di teoria del circuito monetario, integrandovi l'antagonismo nella valorizzazione e la teoria della domanda effettiva keynesiana. L'approccio è, come si vede, immediatamente macroeconomico e definito in termini di classi sociali. Il settore delle imprese (capitale `industriale') richiede un finanziamento dal settore bancario (capitale `monetario'). Una volta ricevuta questa sanzione monetaria ex-ante ai propri progetti di produzione e innovazione, sulla base di una concorrenza di tipo schumpeteriano che tende a sventagliare i saggi di profitto nei settori, le imprese devono realizzare le proprie aspettative di sfruttamento della forza-lavoro e quelle di vendita di merci. La conferma di entrambe queste aspettative non è garantita: tutt'altro. Il primo fallimento darebbe luogo alla crisi della valorizzazione per la `resistenza' dei lavoratori a essere `incorporati' dentro i processi capitalistici di lavoro. Il secondo alla crisi da realizzo, e una volta adeguata la domanda all'offerta l'eccesso di merci prodotte si trasferisce sul mercato del lavoro come disoccupazione involontaria. Il salario reale risulta definito dalla `sussistenza' storicamente conquistata dai lavoratori, ed è riducibile dunque al lavoro necessario a produrla. In realtà, come Marx lascia intendere nella citazione, in uno schema monetario quale quello definito, la quantità e qualità dei beni salario disponibili per l'insieme dei lavoratori sono determinati dalle decisioni delle imprese (vedremo subito come), e sono quindi un dato. Dietro la apparente sovranità del consumatore individuale traspare una sovranità delle imprese. Il mero aumento del salario monetario non è in grado di dar luogo di per sé ad aumenti di salario reale. Marx ritiene però che il conflitto nella produzione e l'intervento sociale e politico del movimento dei lavoratori possano imporre, entro margini storicamente da individuare, un livello della sussistenza storicamente crescente. D'altronde, un aumento del salario reale è, come si è detto, compatibile con una caduta del salario relativo, se al primo corrisponde un aumento più marcato della forza produttiva del lavoro. Come si definiscono le quantità prodotte delle imprese? Se per semplicità ci riferiamo all'economia chiusa senza Stato, esse dipendono dalle decisioni degli imprenditori sugli investimenti autonomi, influenzati come si è detto dall'incertezza radicale e dalle aspettative mutevoli (oltre che, come si è anticipato e come diremo, dal conflitto sociale nella valorizzazione). Dati gli investimenti, è data infatti la domanda effettiva: le imprese, previo l'assenso delle banche, produrranno quanto richiesto dal mercato. Il lavoro vivo erogato diverrà integralmente lavoro sociale con una determinata espressione monetaria nello scambio finale, dando luogo al reddito nazionale da distribuirsi. Sottraendo al lavoro vivo il lavoro necessario, otteniamo il pluslavoro che sta dietro al plusvalore (un punto tecnico: visto che il salario reale per la classe dei lavoratori è fissato dalle decisioni delle imprese, dato il vincolo sociale, ciò significa che quale che sia la divergenza tra `prezzi' e `valori', i lavoratori come consumatori ottengono indietro dai capitalisti esclusivamente il lavoro contenuto in quei beni salario: la trasformazione dei valori in prezzi investe la distribuzione del lavoro vivo erogato dai lavoratori tra le imprese, non il rapporto di classe capitale-lavoro). Nelle economie capitalistiche, di fatto, le imprese fissano il prezzo di quanto vendono in modo da realizzare l'ammontare di profitti sufficiente a finanziare gli investimenti decisi. Detta altrimenti, e seguendo il modo di ragionare di Kalecki, la quota dei profitti nel reddito nazionale sarà eguale alla quota del reddito che gli imprenditori hanno deciso di produrre sotto forma di beni strumentali, che devono affluire loro in proprietà privata (non cambierebbe molto aggiungendo dal lato della domanda autonoma delle imprese il consumo autonomo dei capitalisti). Ciò che conta non è però la loro natura merceologica di mezzi di produzione. Ai loro detentori non interessa tanto la loro natura fisica, di valori d'uso, ma la loro proprietà (eventuale) di poter dar vita a nuova, maggiore ricchezza astratta in futuro: il che è funzione, evidentemente, delle condizioni attese sul lato della domanda e sul lato della valorizzazione. Torniamo così alla centralità della domanda autonoma, fuori da ogni posizione di lungo periodo e fuori da ogni gravitazione. È chiaro che in questo modo di ragionare siamo ben lontani dal `nucleo' di un sistema economico inteso alla Garegnani come base di una riproposizione dell'approccio classico in economia. È vero che in Sraffa si trova la dimostrazione che – quali che siano le quantità di input e output, `fotografate' in un momento determinato – alla fine della produzione e prima dello scambio sul mercato delle merci, noto il salario reale, sarà sempre possibile definire prezzi con eguale saggio di profitto (dunque, prezzi di riproduzione, e in questo senso soltanto prezzi di equilibrio). Ed è vero che in un contesto simile ma con salario quota del prodotto netto, quale che sia la variabile distributiva che si fa variare, l'altra si muoverà in senso inverso. Ma questo contributo, come Sraffa voleva e sapeva, era di natura eminentemente critica e negativa, mentre il suo significato in termini ricostruttivi era tutto da discutere al di là degli obiter dictum che si ritrovano qui e là nell'opera. Va da sé, e chi scrive l'ha ripetuto (con altri) più volte, che al di là della lettera e forse degli intenti di Produzione di merci, lo schema di determinazione dei prezzi può essere reso parte della teoria del circuito monetario, vedendo nelle quantità date le quantità decise dagli imprenditori grazie al finanziamento bancario, funzione delle attese di vendita, dipendenti dal conflitto nella produzione. Certamente, il `nucleo' a cui si riferiscono gli autori non può ridursi a questo, perché in questo caso avremmo il riferimento a un Garegnani che non è Garegnani, senza posizioni di lungo periodo e senza gravitazione. E oso sperare che gli autori non ci ripropongano quell'argomento, che ho sempre trovato alquanto singolare, secondo cui la povertà interpretativa di uno scheletro come questo, che essi definiscono `aperto', sia da vedersi come il massimo delle potenzialità teoriche perché compatibile con qualsiasi teoria non neoclassica. In questo modo saremmo oltre il poco interessante, saremmo nell'irrilevante. Il che, a ben vedere, è da loro riconosciuto quando parlano di «limiti angusti della teoria» e ci rimandano al «campo estesissimo dell'economia politica e al limite della lotta politica», come dire, il mare in cui naufragare. Il che, per chi sappia leggere tra le righe o forse sia un po' veteromarxista come chi scrive, ripropone l'onorata scissione di economia e politica, di scienza e ideologia, di quantitativo e qualitativo. Mentre a me pare si debba piuttosto riprendere il compito di una teoria unitaria della totalità capitalistica, la critica dell'economia politica intesa come scienza sociale. Al contrario del `nucleo' come base di partenza del ragionamento teorico, la linea di riflessione che così io suggerisco su queste premesse richiede che l'analisi del capitalismo sia immediatamente incentrata sulla moneta come capitale, sulla valorizzazione come terreno contestato, sulla domanda di investimenti come instabile e autonoma. La `partenza' dello schema deve dunque essere immediatamente monetaria (Schumpeter), il tempo di lavoro e/o di pluslavoro fluido (Marx), il salario reale determinato dagli imprenditori (Kalecki) entro vincoli sociali, la produzione trainata dalla domanda effettiva (Keynes). Come può essere riletta a questo punto la posizione del Napoleoni del 1974? In modo molto semplice: e difatti se ne trova traccia nella letteratura dell'epoca. Se, come scrive Napoleoni, la lotta sul salario si è prolungata nella contestazione dell'estrazione di lavoro vivo – con l'intensità con cui ciò si verificò nel ciclo di lotte 1968-73 – la compressione del profitto equivale a spossessare i capitalisti del connotato fondamentale del sistema, la proprietà privata dei mezzi di produzione come capitale. Il perché è presto detto: la possibilità di trasformare i beni strumentali prodotti in lavoro morto che estrae lavoro vivo secondo la quantità e la qualità adeguate non è più certa, e il capitale viene colpito nel suo momento determinante di rapporto sociale specifico nella produzione (ed è questa `legge' nella produzione prima che nella distribuzione che è comunque presupposta dall'operare delle politiche keynesiane come politiche di deficit spending, e quindi di sostegno monetario al profitto). Il rapporto capitalistico si costruisce attorno a un centro: la condizione lavorativa in quanto tale, e perciò al lavoro capitalistico come lavoro `astratto'. Di cosa si tratti, lo ha chiarito bene Vittorio Rieser in un articolo comparso sullo stesso numero in cui si trova lo scritto degli autori. Il lavoro astratto è il lavoro `senza qualità' nel doppio senso di lavoro che produce ricchezza generica o astratta, cioè denaro, e di lavoro le cui qualità sono definite da una volontà e una conoscenza `estranee', incorporate nella organizzazione del lavoro e nelle tecniche produttive messe in atto dalle imprese. Un lavoro, dunque, non genericamente dequalificato (perché la spoliazione di contenuti professionali può concretizzarsi in fasi di c.d. riqualificazione), ma soggetto a una etero-direzione sia in merito alla quantità che alla qualità della prestazione. Sotto il vincolo costituito dal fatto che la forza-lavoro è pur sempre inseparabile dalla figura fisica e sociale del lavoratore, il che fa sì che la dipendenza del `lavoro' dal `capitale' possa essere invertita. Su questa lettura del `lavoro astratto' insisto da anni, tanto nella lettura di Marx quanto nell'analisi del capitalismo contemporaneo che ne discende. Quando questo comando e questo controllo capitalistico sul lavoro sono messi in questione, è l'intero ordine sociale a esserlo (il lettore moderato o riformista non si allarmi: è storia di trent'anni e più fa). Di fronte a ciò, più che rimandare genericamente ai `rapporti di forza' che reggerebbero la distribuzione, come fanno gli autori, è più interessante comprendere le strategie monetarie e reali con cui il capitale interviene sul terreno della produzione e della composizione della produzione, e chiedersi cosa opporgli. E se oggi si vuole riproporre una contestazione dell'ordine capitalistico non meramente redistributiva, se si vuole invitare «i lavoratori ad affermare la loro indisponibilità a rendersi compatibili a questo sistema», le stesse domande occorre porsi. Il conflittualismo non basta più, se mai è bastato.

6. Una sfida rimossa

Il discorso che ho fatto ci riporta agli interrogativi iniziali. La dicotomia compatibilismo-conflittualismo non pare in grado di dire molto venticinque anni dopo il convegno di Pavia, né pare granché promettente mettere insieme circuito monetario e centri di gravitazione. Il quesito vero è: se, come credo, la risposta capitalistica ai conflitti degli anni '60-'70 è stata vincente ovunque; se il valore d'uso e il valore di scambio della forza-lavoro sono del tutto sotto controllo, e il dominio capitalistico nella finanza e nella produzione indiscusso; allora, come è possibile che qualsiasi cenno di conflitto salariale, di risveglio dell'azione sindacale nei luoghi di lavoro viene, da destra come da (quasi tutta la) sinistra, stigmatizzato come `irresponsabile', invece di essere accolto con favore? Come è possibile che, pur essendo un conflitto sul salario e nel lavoro, ben lontano dall'essere oggi davvero `incompatibile' (magari!), questo capitalismo sembra incapace di tollerarlo, e la teoria economica lo sente estraneo? I riformisti se ne preoccupano, gli alterglobalisti ne fanno un punto tra tanti?
La risposta dovrebbe essere non breve, e la risparmio al lettore: rimanda infatti all'analisi della svolta `neoliberista', della `globalizzazione', e della `nuova economia', che peraltro ho a più riprese svolto sulle pagine di questa rivista, per cui il lettore che la desideri la trova scorrendo quelle righe.
E però al fondo di questa discussione c'è forse anche un vero e proprio `rimosso', e di questo vale la pena di dire ora brevemente in conclusione. Se una sinistra radicale e di classe ha ancora senso, e io sono convinto di sì, lo ha nella misura in cui non dimentica (mai) che il capitalismo ha dei limiti, che questi limiti non sono naturali ma li si vuole infrangere per andare oltre. Il che però produce crisi e la necessità di una sua gestione, e dunque si prolunga anche nel problema politico di come uscirne. Ciò significa riprendere non solo il conflitto sul salario reale e (perché no?) sulle quote distributive, ma, ben più cruciale è, prima e dietro quel conflitto, riprendere la sfida della messa in questione del comando capitalistico sul lavoro e della composizione data della produzione. O si sarà prima o poi in grado di riprendere questa sfida marxiana, o resuscitare fuori tempo massimo il conflittualismo lascerà il tempo che trova.


Note:
1 Il riferimento è all'articolo di E. Brancaccio e R. Realfonzo, Economisti discutono. La razionalità del conflitto, 50, maggio 2004; che interveniva sul saggio di Pierangelo Garegnani, Tiziano Cavalieri, Lucii Meri, Economisti discutono. Anatomia di una sconfitta, ivi, 48, marzo 2004. Nel numero 51, giugno 2004, era intervenuto Luigi Cavallaro con un articolo dal titolo Economisti discutono. Il problema dei bassi salari.
3 Il riferimento è alla discussione che si è svolta sulle pagine di questa rivista e che si può leggere nei tre articoli; J. Halevi, Economia: una scienza in crisi? Lettera agli amici, «la rivista del manifesto», 15, marzo 2001; R. Bellofiore, Economia: una scienza in crisi? Risposta a Halevi, ivi, 16 aprile 2001; R. Finelli, La scienza economica non è morta. Un'altra risposta a Halevi, 18, giugno 2001.
4 Poi pubblicata nel volume di Einaudi, 1981, a cura di G. Lunghini, Scelte politiche e teorie economiche in Italia.
5 Il convegno, i cui atti sono in corso di stampa, aveva come tema Sraffa e l'altra economia, e si è tenuto a Roma dal 12 al 13 dicembre del 2003.

Nota bibliografica:
Nel corso dell'articolo si è più volte fatto riferimento allo scambio avuto su queste colonne tra Joseph Halevi e me: si veda, rispettivamente, di Halevi, Lettera agli amici, marzo 2001, e la mia Risposta a Halevi, aprile 2001. In quei due pezzi si troveranno riferimenti più dettagliati alla discussione interna alla teoria neoclassica dell'equilibrio economico generale nei suoi sviluppi recenti, da Arrow-Debreu al teorema Sonnenschein-Mantel-Debreu, sino ad oggi, così come alla sua interna dissoluzione cui corrisponde non tanto paradossalmente l'esplosione imperialistica nei mille rivoli dell'impostazione individualistica, che sta dietro più al social-liberalismo che al neoliberismo in senso stretto. Il miglior riferimento bibliografico è agli scritti (purtroppo in francese) di Bernard Guerrien: si veda, per esempio, La théorie économique néoclassique, collezione Rèperes, La Découverte, Paris 2004, in due volumi. Ma non sarebbe male dare anche una occhiata al sito del movimento contro l'autismo in economia (in inglese, si veda http://www.btinternet.com/~pae_news/) e alla risposta di Robert Solow agli studenti (http://mouv.eco.free.fr/auteurs/tempirisme.htm). Sulla critica `interna' di Garegnani il testo classico è Il capitale nelle teorie della distribuzione, Giuffré Milano, che esce lo stesso anno di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa, il 1960. Ma si veda anche la voce Quantity of Capital nel New Palgrave curato da John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman edito da Macmillan, 1990 (la voce è presente soltanto nel volume Capital Theory, non nell'edizione completa in quattro volumi del 1987). Per altri testi di Garegnani in merito rimando alle note dell'articolo degli autori. Posizioni diverse sulla presunta incoerenza di Walras o Wicksell si trovano in numerosi testi degli anni '60: qui citerò soltanto Augusto Graziani, L'equilibrio economico generale, Esi, Napoli 1965 (confermate nel suo Teoria economica: prezzi e distribuzione, Esi, Napoli, 1993; e nello stesso contributo Caccia all'errore, incluso in I conti senza l'oste, citato dagli autori); ma si possono facilmente rintracciare i lavori, per esempio, di Bruno Trezza e Enrico Zaghini; vale una lettura attenta anche Domenico Laise e Michele Tucci, Capitale, Moneta e Tempo, Cedam, Padova 1984. In breve, la tesi di questi scritti è che la teoria neoclassica sia sostanzialmente «limitata ma coerente», nei suoi termini e dentro il proprio orizzonte problematico. Sulla nozione di equilibrio in Garegnani, (cfr. in particolare On a Change in the Notion of Equilibrium in Recent Work on Value and Distribution in: Brown et al., editors, Essays in Modern Capital Theory, 1976) importanti le considerazioni di Giorgio Lunghini, Equilibrio, nel Dizionario di economia politica da lui curato con Mariano D'Antonio, Bollati Boringhieri Torino 1990. Si leggono ancora utilmente i suoi interventi, come quelli di Graziani, su «Alfabeta» della fine degli anni '70 e dei primi anni '80. Per la critica `esterna' di Graziani, i testi base sono Teoria economica: Macroeconomia, Esi, Napoli 2001, e The Monetary Theory of Production, Cambridge University Press, Cambridge 2003 (ma si veda, in italiano: La teoria monetaria della produzione, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio/Studi e Ricerche, Arezzo 1994). Per un esempio della critica di Joan Robinson a Garegnani si veda Garegnani on Effective Demand, in «Cambridge Journal of Economics», n. 2, 1979. La critica di Minsky è invece consegnata in un suo fulminante Comment incluso in Essays on Piero Sraffa: Critical Perspective on the Revival of Classical Theory, a cura di Krishna Bharadwaj e Bertram Schefold, Unwin Hyman, London 1989. Ovviamente, dirimente in tutto ciò è la questione della interpretazione del rapporto di Sraffa a Ricardo, Marx e la teoria monetaria della produzione. Rimando qui per ragioni di spazio a quattro testi miei: Portata e limiti della ripresa sraffiana dell'economia politica classica, scritto con Marco Guidi, in: Tra teoria e grande cultura europea: Piero Sraffa, a mia cura, Franco Angeli, Milano 1986; Piero Sraffa: nuovi elementi sulla biografia e sulla ricezione di "Produzione di merci" in Italia, scritto con Jean Pierre Potier, in: Omaggio a Piero Sraffa (1898-1983). Storia Teoria Documenti, a cura di Neri Salvadori, Il pensiero economico italiano, n. 1, 1998; Sraffa in context, in «Research in Political Economy», 1996; e infine la mia relazione (Commodities are produced by Labour out of Commodities: Sraffa dopo Marx: un problema aperto) al convegno organizzato da Guglielmo Chiodi a Roma il 12-13 Dicembre 2003, la cui versione rivista sarà inclusa negli Atti. Ma si veda pure di Augusto Graziani, La visione del processo capitalistico di Piero Sraffa, ancora in Tra teoria e grande cultura europea: Piero Sraffa. Una introduzione equilibrata alle diverse teorie dei prezzi e della distribuzione, che ne chiarisce la diversa logica e rifugge sanamente dalla pura e semplice `caccia all'errore' è recentemente quella lucidamente espressa da Guglielmo Chiodi in Teorie dei prezzi, seconda edizione, Giappichelli, Torino 2004, di cui si consiglia l'uso al lettore con una qualche preparazione formale. La posizione `conflittualista' più lucida, e quella a cui a mio avviso fa riferimento Graziani nella relazione al convegno di Pavia citata dagli autori (posizione non identificabile sic et simpliciter con la posizione di Garegnani né in teoria né in politica economica) è quella di Andrea Ginzburg e Fernando Vianello. Si vedano, per l'aspetto più propriamente teorico, Il fascino discreto della teoria economica, in AA.VV., Marxismo ed economia, Marsilio, Venezia 1974, volume che raccoglie un dibattito su «Rinascita» originato dal loro intervento (l'articolo originale era uscito nel n. 31 del 1973); e poi, del solo Vianello, per le conseguenze in tema di conflitto e politica economica: La classe operaia e l'aumento dei prezzi, in Contro l'inflazione, «Quaderni del Centro operaio», n. 3, Roma, Coines Edizioni, 1973 (di cui è una felice sintesi Inflazione, svalutazione, profitti, in : «I Consigli. Rivista mensile della Flm», n. 0, novembre dello stesso anno), e poi I meccanismi di recupero del profitto: l'esperienza italiana 1963-73, in: Crisi e ristrutturazione dell'economia italiana, a cura di Augusto Graziani, Einaudi, Torino 1975. Importante su tutta questa esperienza il recente saggio di Vianello La Facoltà di Economia e Commercio di Modena, in La formazione degli economisti in Italia 1945-1975, a cura di Giuseppe Garofalo e Augusto Graziani, Il Mulino, Bologna 2004, e a cui abbiamo implicitamente fatto riferimento più volte nel testo. Lo scritto, tra l'altro, fa vedere bene come non sia possibile ridurre a un troppo `ingenuo' conflittualismo la posizione della cosiddetta `scuola di Modena', come la loro lettura della natura conflittuale della distribuzione non potesse essere ricondotta all'espressione poi spesso stigmatizzata del `salario come variabile indipendente', e infine come quest'ultima nel suo impiego immediato sul terreno della politica economica (e non solo) sia di dubbia ascendenza sraffiana. Del tutto a ragione Vianello rivendica alla posizione `conflittualista' di allora una natura non `rivoluzionaria' ma `riformista' radicale (nulla a che vedere, evidentemente, con il senso del termine `riformista' oggidì: pure, chi scrive, in questo probabilmente a torto allievo di Napoleoni, se non ha problema alcuno con autentiche riforme, e pienamente conscio che il riformista radicale è spesso di fatto più `a sinistra' del sedicente rivoluzionario, non trova né convincente né attraente il riformismo, tanto moderato quanto radicale! Ma questo avrà a che vedere con le patologie individuali). Sul suggerimento di Sraffa nel § 44 di Produzione di merci di fissare dall'esterno la distribuzione per la via del saggio del profitto in quanto regolato dal saggio d'interesse monetario, e quest'ultimo a sua volta dalla politica bancaria e dalla dinamica della borsa, si veda da ultimo Fabio Ranchetti, Sul rapporto tra tasso dell'interesse e saggio del profitto, in: I rapporti tra finanza e distribuzione del reddito: un'interpretazione dell'economia di fine secolo, a cura di Giangiacomo Nardozzi, Luiss edizioni, Roma 2002; e i miei commenti in Economia reale e economia monetaria: i registi della crisi su queste colonne nel fascicolo del maggio 2003. Sul tema del rapporto tra § 44 di Pdm, moneta, distribuzione (e rapporto con la teoria marxiana) ero peraltro già intervenuto in Monetary Analyses in Sraffa's Writings: a Comment on Panico, in: Piero Sraffa's Political Economy. A Centenary Estimate, a cura di Terenzio Cozzi e Roberto Marchionatti, Routledge, London 2001, mostrando come il suggerimento di Sraffa sia meno `impegnativo' di come molta letteratura sull'economista italiano solitamente immagina, e l'intenzione del riferimento a Marx sulla distribuzione (e talora proprio al Marx del valore-lavoro) sia più forte di come usualmente sia ritenuto di buon gusto sottolineare. Per quel che riguarda Napoleoni, i testi cui si rimanda in questo mio commento agli autori sono innanzi tutto: Dizionario di Economia Politica, Edizioni di Comunità, Milano 1956; Sulla teoria della produzione come processo circolare, «Giornale degli Economisti e Annali di Economia», n. 1, 1961; Salari e politica sindacale nella relazione Carli, in «La Rivista Trimestrale», n. 5-6, 1963 (dove esplicitamente Napoleoni parla del `salario come variabile indipendente' nella distribuzione). E ancora due articoli su «la Repubblica» del marzo 1978 (5-6, e 11): Ma la borghesia è davvero egemone e Il salario è politico (più chiaro di così...), dove l'idea del salario variabile indipendente nella distribuzione è ripresa e collegata esplicitamente a Sraffa, dichiarando che all'uso `duro' della politica salariale si può dover tornare. Per esempio, in Il salario è politico: «la divergenza [tra salario monetario e salario reale] non è dovuta a meccanismi oggettivi, ineluttabili, fatali, ma è dovuta a scelte che qualcuno prende, e che, in quanto scelte, possono e devono essere soggette a giudizio politico». Peccato che su «La Rivista Trimestrale» ne conseguisse comunque una proposta di `tregua salariale' e, su «la Repubblica», di autoregolazione della dinamica salariale sulla base di un qualche `patto' con la borghesia contro la rendita. L'indeterminazione in cui il riferimento all'indipendenza del salario nella (sola) distribuzione lascia una volta che si considerino, come si deve, i legami tra distribuzione, accumulazione, e soprattutto rapporti sociali di produzione, e la dissonanza di prospettive politico-economiche e politiche tout court di cui la discussione è rivelatrice, mostra che il puro riferimento al `conflittualismo', per di più sull'asse salario variabile indipendente, non è risolutivo di nulla. Bisognerebbe avere, al contrario di quanto piace agli autori, un modello meno `aperto', e privo della dicotomia economia-politica che struttura metodologicamente il loro discorso (in contrasto, si deve dire, con il riferimento apertamente anche se criticamente hegeliano di Marx). Diversa appunto la prospettiva in Lotta politica e `leggi' economiche, «il manifesto», 5 marzo 1974, che andrebbe letto insieme a Risposta al questionario del quotidiano «il manifesto» e Riforme del capitale o capitale riformato? sempre sul quotidiano nel 1973, rispettivamente del 28 aprile e del 17 maggio (il secondo è ripubblicato in Spazio e ruolo del riformismo, a cura di Valentino Parlato, Mulino, Bologna 1974). Nella lettura dell'articolo del 1974 sono di grande utilità i commenti di Augusto Graziani contenuti nell'introduzione al già citato Crisi e ristrutturazione dell'economia italiana. Sulla lettura tradizionale e inaccettabile del keynesismo da parte di Napoleoni basta rimandare alla voce Liquidità nel Dizionario e ancora, per certi versi, all'ultima parte del Discorso sull'economia politica, Bollati Boringhieri, Torino 1986 (quelle pagine, però, mettono in rilievo alcune contraddizioni reali della Teoria Generale, e l'esistenza effettiva di condizioni nella valorizzazione e nella distribuzione necessarie per l'efficacia delle politiche economiche keynesiane). Su Claudio Napoleoni si rimanda a La passione della ragione. Scienza economica e teoria critica in Claudio Napoleoni, Unicopli, Milano 1991, di chi scrive, e ai miei interventi successivi su questo autore. In un lucido pezzo su «Liberazione» del 30 aprile 2004 - Il salario variabile indipendente? Qualche riflessione su una tesi emersa nel dopo `68, disponibile on-line nell'archivio del quotidiano - Livio Maitan ha ricordato l'abc del marxismo sulla questione del `conflittualismo' nella versione salarialista. Sembra che ve ne sia ancora bisogno. Sulla posizione del Vittorio Foa di oggi sulle tesi di Napoleoni (e Franco Rodano) si veda Un dialogo di Vittorio Foa e Carlo Ginzburg, Feltrinelli, Milano 2003: Foa era negli anni '70 un critico duro di queste posizioni e a lui erano vicini i teorici conflittualisti `puri'. Il libro di Convenevole di cui si dice nel testo è Processo inflazionistico e redistribuzione del reddito, Einaudi, Torino 1977. La categoria del `salario relativo' e la legge tendenziale della sua caduta è al centro di Rosa Luxemburg, Introduzione all'economia politica, Jaca Book, Milano 1970. Il contributo di Garegnani dei primi anni '60 cui ci siamo riferiti è contenuto in un testo inedito del 1962, conservato all'archivio Svimez, Il problema della domanda effettiva nello sviluppo economico italiano, pubblicato nel 1964-1965 (con modificazioni) con il titolo Note su consumi, investimenti e domanda effettiva, «Economia internazionale», n. 4, novembre; e che sta ora in Valore e domanda effettiva, citato dagli autori. È anche stato pubblicato in inglese sul «Cambridge Journal of Economics» nel 1978-79. Ma si veda anche Some Notes for an Analysis of Accumulation, in Beyond the Steady State: a Revival of Growth Theory, a cura di Joseph Halevi, David Laibman, Edward J. Nell, Macmillan, London 1992. L'aumento del salario (reale) non soltanto può spingere verso l'alto il saggio del profitto, nonostante la riduzione della quota, attraverso la riduzione dei margini quasi sempre presenti di capacità produttiva inutilizzata. Esso può anche determinare una pressione al rialzo sulla produttività del lavoro, sia per il traino della domanda effettiva sulla produzione, sia per l'effetto di stimolo all'innovazione proprio in forza della pressione (immediata) al ribasso sui profitti. Su questo, del tutto condivisibili le considerazioni di Paolo Sylos-Labini nel suo classico Sindacati, inflazione, produttività, Laterza, Roma-Bari 1972. Tutto il discorso sul rapporto tra dinamica salariale, profittabilità, e crescita economica ha sullo sfondo il dibattito su vecchi e nuovi modelli in senso lato `kaleckiani', cercando di evitare il paradosso in cui cadono a mio parere Duménil e Lévy nei loro lavori, cioè di formulare uno schema di ragionamento `keynesiano' nel breve periodo e `classico-ricardiano' nel lungo periodo con conseguente legge `ferrea' dei salari: per una rassegna, cfr. da ultimo Marc Lavoie, L'économie postkeynésienne, coll. Repères, La Découverte, Paris 2004. L'idea della lotta salariale come `vincolo interno' da far agire nell'economia italiana è nuovamente avanzata dallo stesso Claudio Napoleoni in un intervento pubblicato nel 1987 in Quali risposte alle politiche neoconservatrici: idee e orientamenti della sinistra, supplemento al n. 1 di «Politica ed economia» - in una congiuntura teorica e politica molto diversa da quella della prima o della seconda metà degli anni '70: basterebbe andare a vedere dove erano finiti molti `conflittualisti' del decennio precedente. A quell'espressione si è più volte rifatto anche Fausto Bertinotti, riprendendola da un mio contributo sul n. 1 del 2000 di «Critica marxista», Claudio Napoleoni e la politica economica (ma il testo è del 1988, si tratta di un intervento al convegno di Biella Riforme e utopia: Claudio Napoleoni oggi tenutosi in quell'anno, e ora pubblicato a cura di Gian Luigi Vaccarino, Leone & Griffa, Biella 2003; in quel volume è importante, per i discorsi fatti in questo mio articolo, anche l'intervento di Lucio Magri, a sua volta anticipato da «Critica Marxista», n. 1-2, 1999, Un comunista eterodosso). Il mio articolo su «Critica marxista» chiarisce comunque che il `vincolo interno' di Napoleoni né può essere inteso come politica meramente redistributiva (ha anzi lo scopo primo di mettere in crisi il rapporto di capitale) né è alternativo ma semmai complementare all'intervento strutturale (apre, cioè, alla ridefinizione politica, dall'alto e dal basso, della composizione della produzione e della natura del processo economico e sociale egemone). Sulla lettura di Marx, per ragioni di spazio, mi limito a indicare alcuni miei lavori. Sulla questione della teoria del valore e su una sua lettura incentrata sulla natura particolare della merce `forza-lavoro' e sul conseguente e ineliminabile antagonismo in merito alla quantità e qualità dell'estrazione di lavoro vivo, si possono vedere alcuni testi in italiano, in particolare: Marx rivisitato: capitale, lavoro, sfruttamento. Il terzo libro del Capitale di Marx, a cura di Marco L. Guidi, «Trimestre», n. 1-2, 1996; e Le condizioni della libertà. Dinamica capitalistica e questione del soggetto nell'epoca della `globalizzazione'. Una rilettura teorica e politica del Manifesto del Partito comunista, «Vis-à-Vis», n. 8, 2000 (ne esiste una versione più breve in Il Manifesto del Partito comunista 150 anni dopo, a cura di Rossana Rossanda, manifestolibri, Roma 2000). In questi due testi è proposta anche una lettura non bravermaniana del lavoro astratto come lavoro `senza qualità' non nel senso di dequalificato ma di soggetto a una definizione della sua qualità `dall'esterno', dal processo di determinazione tecnologica e organizzativa della configurazione produttiva, tesi resa ancor più esplicita in Le contraddizioni della globalizzazione. Una prospettiva marxiana, in Capitalismo e conoscenza. L'astrazione del lavoro nell'era telematica, a cura di L. Cillario-Roberto Finelli, manifestolibri, Roma 1998, in polemica con Enzo Rullani: una prospettiva convergente con quella espressa da Vittorio Rieser su queste colonne. Sull'integrazione della teoria del valore dentro l'analisi monetaria i miei contributi più aggiornati e completi sono in inglese: Marx and the Macro-Economic Foundation of Microeconomics, in: The Constitution of Capital: Essays on Volume One of Marx's Capital, a cura di Riccardo Bellofiore e Nicola Taylor, Palgrave/Macmillan, Basingstoke 2004; As if its body were by love possessed. Abstract labour and the monetary circuit: a macro-social reading of Marx's labour theory of value, in: Money, Credit, and the Role of the State. Essays in Honour of Augusto Graziani, a cura di Richard Arena e Neri Salvadori, Ashgate, Aldershot 2004; The Monetary Aspects of the Capitalist Process in the Marxian System: An Investigation from the Point of View of the Theory of the Monetary Circuit, in: Marx's Theory of Money: Modern Appraisals, a cura di Fred Moseley, Palgrave/Macmillan, Basingstoke 2004. Ovviamente, in questi scritti si trovano gli ulteriori, necessari rimandi alla letteratura secondaria. La citazione da Il Capitale: Libro I, Capitolo VI inedito: Risultati del processo di produzione immediato , a cura di Bruno Maffi, La Nuova Italia, Firenze 1969, è dalle pp. 34-35.

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