Israele-Palestina
LA TERRA DESOLATA
Zvi Schuldiner
Sharon, Peres, coalizione sì, coalizione no, forse. Arafat, Abu Ala, rinuncia, rifiuta, controllo dell'apparato di sicurezza, sì, no, forse. Chiunque creda che in questi giorni sia possibile valutare in modo chiaro l'attuale situazione del conflitto israelo-palestinese s'illude, o cerca di illudere gli altri. E questa confusione è il segnale più chiaro e lampante della profonda crisi che c'è nella regione, della profondo degrado in entrambe le società. Dopo quattro anni dalla Seconda Intifada, occupanti e occupati cominciano a sentire le pesanti conseguenze di una graduale disintegrazione politica dagli effetti disastrosi, non simmetrica, e comunque negativa per l'avvio di un possibile processo di pace.
Da Oslo alla Seconda Intifada
Settembre 1993. Con il sorridente patrocinio di Bill Clinton alla Casa Bianca, sembra aprirsi un nuovo capitolo nella storia del Medio Oriente. Rabin, primo ministro di Israele, e Arafat, leader dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, firmano gli accordi di Oslo e inaugurano una nuova era.
Per la prima volta dopo cento anni, i due popoli si riconoscono e accettano il principio del diritto all'autodeterminazione nazionale. Per i palestinesi, questo significa rinunciare al sogno del ritorno ad una Palestina integra - che comportava l'eliminazione d'Israele -, mentre per la destra israeliana vuol dire la fine del sogno di una Israele integra, dal mare fino al fiume Giordano (doveva essere fino al fiume Eufrate, forse) entro le frontiere bibliche assegnate da Dio, o entro le frontiere `sicure', raccomandate da discutibili esperti militari che ancora non capiscono che una vera sicurezza verrà solo con la pace.
Al di là dell'importanza storica, gli accordi di Oslo ebbero un'importanza inestimabile per israeliani e palestinesi. entrambi i popoli scesero in piazza il 13 settembre 1993: per ragioni diverse, ma con grandi speranze per il futuro. Non guardavano agli accordi o alle sapienti discussioni dei saggi della politica, ma ai bisogni della vita quotidiana.
Per la maggior parte degli israeliani - nonostante una forte opposizione della destra - gli accordi rappresentano la possibilità di cominciare una nuova era, magari di farla finita con la guerra, di conquistare un riconoscimento mai ottenuto, che avrebbe aperto le porte a una vita normale. Per questo la maggioranza può sostenere la speranza che si intravede negli accordi, anche se risulta chiara la necessità di ritirarsi dai territori occupati, fino ad allora ritenuti componente sacra dell'eredità biblica o di presunte esigenze di sicurezza.
Per la maggioranza dei palestinesi, gli accordi, malgrado le imperfezioni che già vi si scorgono, rappresentano la fine dell'occupazione, l'indipendenza, la fine della confisca delle terre, la possibilità di una vita normale senza il giogo dell'occupazione e con la possibilità di continuare a sviluppare la trama del tessuto democratico, sociale ed economico, maturato nella società palestinese nel corso degli anni, e il cui consolidamento aveva permesso lo scoppio della Prima Intifada nel 1987.
Passarono i mesi, e i posti di blocco dell'esercito israeliano continuarono a caratterizzare la vita quotidiana palestinese, la confisca delle terre non si fermò. Adesso era fatta in nome dei `percorsi di sicurezza', che dovevano assicurare il libero passaggio dei coloni israeliani, che - per di più - avevano bisogno di altre terre per ampliare i loro insediamenti illegali in nome della `crescita naturale'.
Per una crescita, `naturale' o `artificiale' che fosse, da Oslo fino ai nostri giorni la popolazione degli insediamenti è raddoppiata. La presenza dei coloni è uno dei messaggi più forti dal '67: ogni colonia israeliana è un ostacolo in più alla possibilità di istituire un'entità palestinese indipendente. Ogni colonia israeliana garantisce che, nel migliore dei casi, i palestinesi potranno godere di alcuni bantustan, con una relativa autonomia municipale e una qualche parvenza di presenza statale.
E non è tutto: per l'ultradestra israeliana, l'avvio degli accordi di Oslo era una tragedia che minacciava seriamente il sogno di una Grande Israele e l'annessione di tutti i territori occupati nel '67. Baruch Goldstein, un colono, medico, di buone maniere, un classico cittadino esemplare, ma autentico rappresentante delle correnti fasciste e neonaziste penetrate in alcuni circoli del fondamentalismo ebraico, decide di interrompere il processo di pace con un atto drammatico: entra nella moschea di Hebron, nella quale sarebbe sepolta anche Sara, moglie di Abramo - luogo sacro anche per gli ebrei -, spara alla cieca e uccide 29 palestinesi prima di essere finito dai presenti.
Arafat in Palestina
Mentre Goldstein dimostra che il suicidio non è monopolio islamico, sono già arrivati Arafat e la sua gente dall'esilio. Il popolo palestinese li riceve con emozioni contrastanti. Da una parte, il grande entusiasmo per la possibile realizzazione dei sogni; dall'altra, la sfiducia di fronte ad una nuova élite venuta da fuori. Arafat e la sua gente sono estranei a una società che aveva sviluppato istituzioni politiche, sociali ed economiche, con norme di democrazia interna, nonostante la dura occupazione.
La corruzione diventa un fenomeno largamente diffuso. L'assassinio di Rabin e l'ascesa al potere di Benjamin Netaniahu influiscono ulteriormente su un rapido cambiamento degli `umori popolari' nella società palestinese.
I rigori dell'occupazione non si sono attenuati, e il nuovo governo Netaniahu apre subito un tunnel nella città vecchia di Gerusalemme, che appare come una minaccia al controllo palestinese sulla controversa Spianata delle Moschee (per i musulmani), presunto luogo del supersacro (per gli ebrei credenti) Monte del Tempio, distrutto dai romani già più di 1900 anni fa. Circa cento palestinesi e una ventina di soldati israeliani pagano con le loro vite la prima provocazione del governo Netaniahu, quando la sua poltrona non è ancora calda.
All'inizio del 2000, non è necessario essere dei profeti per prevedere un aggravarsi della situazione, quando al primo ministro Netaniahu, del Licud di destra, succede il laburista Ehud Barak.
I palestinesi sono sempre più stanchi della corruzione di un'Autorità palestinese, il cui unico successo concreto era stato il rapido arricchimento dei circoli vicini ad Arafat. I servizi alla popolazione peggioravano continuamente, gli abusi dei 17 diversi apparati di polizia creavano un crescente malcontento, e tutto questo senza il minimo allentamento della dura occupazione israeliana.
La finzione di territori, che solo apparentemente risultano essere sotto la giurisdizione palestinese, non attenua la problematicità della realtà, in cui il controllo della mobilità sulle strade e alle frontiere resta di fatto nelle mani di Israele, gli eccessi dell'occupazione proseguono, la confisca delle terre è una minaccia costante. La presenza dei coloni israeliani e i loro continui soprusi, l'ampliamento delle colonie israeliane, tutto questo appartiene a uno scenario molto oscuro, che non fa sperare niente di nuovo, niente di buono a un popolo, che aveva riposto tante speranze in un cambiamento reale e adesso si vede dominato da un sistema corrotto e controverso, che non lascia intravedere l'attesa indipendenza e convive con l'occupazione israeliana.
Il cammino verso Camp David
Non mi soffermerò su tutti i processi che hanno portato a Camp David, ma mi basterà ricordare che tutti gli attori vi giungono in una situazione complessa. Il presidente americano Clinton - inizialmente convinto che Barak abbia serie intenzioni di concludere la pace con la Siria e deluso dal naufragio della speranza di ottenere per questo successo un premio Nobel che avrebbe coronato una presidenza vincente - deve ora eliminare ogni `macchia' derivante dai suoi rapporti con Monica Lewinskj: e già pensa di nuovo al premio Nobel. I suoi consiglieri gli suggeriscono di non affrettarsi a invitare le parti, ma il tempo stringe. Il tempo stringe anche per il primo ministro Barak che, per le sue tendenze bonapartiste, è stato abbandonato da gran parte della sua coalizione ed è praticamente un cadavere politico. Dopo aver tenuto comportamenti arroganti verso Arafat e l'Autorità palestinese, adesso Barak fa pressione per andare a Camp David.
A maggio, Barak effettua unilateralmente il promesso ritiro dal Libano. Non avendolo però realizzato nel quadro della pace con la Siria, l'effetto politico è solo interno e implica da un lato la soddisfazione della ritirata, mentre dall'altro tanto la destra quanto alcuni commentatori arabi la considerano una prova che Israele può essere piegata con l'uso della forza. Purtroppo, questa tesi fu fatta propria più tardi anche da Arafat, che non comprese la complessità della situazione né le differenze tra il Libano e i territori occupati nel 1967, e credette in una schematica replica della situazione libanese.
Arafat non voleva andare a Camp David, perché ancora non vedeva i possibili frutti politici concreti di un negoziato con Barak. È stato costretto a una trattativa da cui non può uscire bene, giacché non otterrebbe le condizioni minime per ottenere che i palestinesi accettino i suoi possibili compromessi.
A Camp David arrivano leader debilitati, che devono guardarsi da concessioni che possano farli cadere per la protesta dei loro stessi popoli. Barak consegue una famosa vittoria nell'opinione pubblica israeliana e internazionale quando, dopo il fallimento dell'incontro, convince tutti del mito: Israele ha offerto enormi concessioni che Arafat ha rifiutato. Questo non era vero, ma avrebbe finito con l'essere un fattore importante nell'interpretazione degli eventi che culminarono nel settembre 2000 e portarono a quattro anni di sangue, terrore degli occupati e terrorismo statale israeliano.
Gli effetti del terrore
Bisogna ricordare anche un'altra cosa, che sembra ormai scontata ma che si dimentica spesso: il terrorismo provoca in chi lo subisce una sensazione di minaccia, che scatena generalmente reazioni emotive come la paura, il sentimento di vendetta, e in generale favorisce la destra. La sommarietà del terrore - a differenza della lotta armata, scriveva ormai decine di anni fa Che Guevara 1 - trasforma tutti in possibili vittime e in questo modo li unisce nella lotta contro chi fa uso di quest'arma.
I primi scontri tra israeliani e palestinesi sono catalizzati dalla visita provocatoria al Monte del Tempio dell'allora leader dell'opposizione Ariel Sharon. Barak non impedisce la visita - avrebbe potuto farlo - e il giorno dopo, durante gli scontri che seguono all'evento, le forze di polizia israeliane uccidono diversi palestinesi. Gli incidenti dilagano, e il primo mese si chiude con la morte di quattro israeliani e di circa 70 palestinesi.
La reazione delle forze israeliane nei territori occupati è spropositata e feroce. Gli elementi di destra ai vertici dell'esercito approfittano dell'occasione per scatenare un'enorme repressione, mascherata dalla retorica di un governo che parla ancora di negoziati e agli israeliani fa credere di difendere soltanto i loro interessi, mentre imperversano le voci della destra che sostengono la necessità di sbloccare gli inutili freni all'azione dovuta e necessaria dell'esercito.
Sicuramente l'occupazione è il miglior brodo di coltura del terrorismo, ma ciò non significa che lo si debba accettare. Il rifiuto deve basarsi su ragioni morali e politiche di fronte ad atti che provocano la morte crudele e indiscriminata di vittime innocenti. Per la stessa ragione, si deve condannare senza attenuanti il terrorismo di Stato, che il governo israeliano avrebbe scatenato più tardi.
Il terrorismo, che comincia come forma di lotta specifica del fondamentalismo islamico, ottiene una forte eco popolare, mentre il governo dell'Autorità palestinese si spacca, i servizi sociali non funzionano e lo scontento popolare aumenta. La scelta di Arafat, che crede nelle presunte `lezioni del Libano e del conflitto tra gli Hezbollah e Israele', lo porta ad accettare l'estensione dell'uso del terrore a organizzazioni sotto il controllo diretto o indiretto dell'Autorità palestinese: e per questo non frena il processo appena innescato.
Già nei primi mesi di Intifada, tra alcuni intellettuali palestinesi indipendenti e ristretti circoli politici si diffondono voci che giudicano completamente sbagliata la tattica del terrorismo. Ma sono voci che non impediscono l'aggravarsi del processo e la continua escalation della repressione israeliana, che utilizza ogni atto terroristico in Israele come un'alibi per interrompere bruscamente ogni processo politico e fare, nello stesso tempo, piazza pulita dei territori occupati.
La repressione cominciò con Barak ancora al potere e dopo la sua caduta aumentò di intensità sotto la coalizione di Sharon a capo del Licud, con la complicità del laburismo, che era rappresentato, oltre che in altri ministeri, da Peres agli Esteri e da Ben Eliezer alla Difesa. Il laburismo servì a giustificare costantemente una politica brutale, che portò la distruzione in tutti i villaggi palestinesi, che aumentò i soprusi dell'esercito, che intensificò l'uso delle esecuzioni mirate e culminò con la `geniale' invenzione del Muro.
Il Muro: una curiosa invenzione dei `moderati', che nella loro abissale stupidità sostenevano che sarebbe servito a ridefinire l'impressione di una frontiera, favorendo il ritiro dai territori occupati. I `moderati' parlavano di un muro `sulla linea verde', «noi qui, loro (i palestinesi) là», senza capire che il «noi qui, loro là» implicava pure «anche noi là», con i coloni e le forze israeliane presenti ovunque in tutti i territori occupati.
Grazie ai cordiali servigi di Bush e al suo appoggio indiscriminato alla politica criminale di Sharon e della sua cricca, l'Autorità fu rasa al suolo. Circa duemila morti palestinesi e migliaia di feriti furono il `prezzo da pagare' per circa mille vittime del terrorismo palestinese. L'economia e i campi devastati, migliaia di case distrutte, una vita quotidiana infernale, queste furono alcune delle conseguenze più note di quel periodo.
Verso dove?
Dopo quattro anni, tre milioni di palestinesi si trovano nella grande prigione dell'occupazione e il sistema politico palestinese è in crisi. Una crisi profonda, in cui un leader carismatico che era il simbolo della lotta per la liberazione nazionale è oggi diventato, agli occhi di molti palestinesi, un ostacolo ai cambiamenti reali nella società palestinese.
Dall'altra parte del Muro dell'odio, il Primo ministro Sharon, che ha promesso pace e sicurezza, governa con una coalizione in crisi. Cerca di riportare i laburisti nel suo governo. Il laburismo, debole e privo di altre motivazioni che non sia la grande smania per le poltrone ministeriali, si destreggia senza porre nessuna seria condizione e potrebbe fornire a Sharon un nuovo alibi per la sua politica.
Il nuovo obiettivo: il ritiro unilaterale da Gaza. Ciò creerebbe una profonda crisi in Israele, giacché implica l'evacuazione di 6-7.000 coloni israeliani dalla Striscia di Gaza (363 km2), dove vivono più di un milione e mezzo di palestinesi. Questo progetto appare drammatico agli occhi della destra israeliana, che vede messi in causa alcuni pilastri delle sue dottrine più fondamentaliste; ma viene applaudito da chi crede che rappresenti l'inizio del ritiro, che porterebbe alla pace. Anche gli americani e gli europei vedono di buon occhio le intenzioni dichiarate da Sharon.
Nello stesso tempo il ritiro unilaterale permetterebbe di continuare a portare avanti una linea politica, che ignora completamente i palestinesi come soggetto politico e li trasforma solo in un oggetto della repressione israeliana. Il ritiro da Gaza potrebbe trasformare i suoi abitanti nel popolo rinchiuso in un'enorme prigione sotto lo stretto controllo israeliano.
Il ritiro unilaterale, anche se accompagnato da un mini-ritiro da alcune aree della Cisgiordania, sarebbe un modo per Sharon di dire: questo è il limite. O, in altre parole, senza dichiarazioni ufficiali perpetuerebbe l'annessione di fatto della maggior parte della Cisgiordania, mentre l'Autorità palestinese diventerebbe il coordinamento certamente irrilevante di una qualche forma di autorità municipale nelle enclaves: i bantustan, sotto il controllo israeliano.
La frammentazione politica in Israele si accelera. L'economia di taglio thatcheriano, instaurata da Netaniahu (attualmente ministro delle Finanze) e Sharon, crea una situazione difficile, mentre cresce senza freni la forza del fondamentalismo di destra. Evidenti espressioni di razzismo già si estendono fino al centro politico, manifestandosi anche attraverso nuove leggi e normative, mentre l'ombra del Muro dell'odio si fa sempre più cupa.
In entrambi i popoli, numerosi circoli di persone sanno che l'unica via d'uscita dall'attuale situazione sta in un dialogo paritario e in una pace giusta. Questi circoli però non solo sono deboli, sono anche sulla difensiva, in due società che vivono un processo di deterioramento e disfacimento. I fattori internazionali che potrebbero contribuire a ribaltare la situazione attuale sono praticamente inesistenti.
Di fronte alla politica criminale di Bush e dei suoi seguaci, c'è solo una ostilità, malcerta e retorica, di alcuni Stati europei alla guerra in Iraq, e una paralisi quasi totale del conflitto israelo-palestinese.
Quattro tristi anni di sangue e di dolore che per il momento non sembrano essere il preludio di un futuro migliore.
note:
1 Cfr. Ernesto Che Guevara, La guerra de guerrillas (1960), ora in Obras completas (3 volumi), Editorial Legasa, La Habana (Cuba), o nel sito http://www.el-comandante.com.cu, in particolare il terzo capitolo, Táctica guerrillera (NdRM).
(traduzione di Francesca Buffo)