numero  53  settembre 2004 Sommario

America latina

IL CORTILE DI CASA IN SUBBUGLIO
Joseph Halevi  

La vittoria di Hugo Chávez Frías sulla più ottusa opposizione del subcontinente non ha, per l'America del Sud, solo un valore genericamente simbolico: è carica di insegnamenti e può innescare un processo politico concreto potenzialmente di grande portata.
È, intanto, una lezione, non solo per le destre golpiste, mai definitivamente sepolte in questa parte del mondo, ma anche per quelle sinistre, locali ed europee, che hanno incredibilmente sostenuto la causa della peggiore oligarchia: in Venezuela, gli eredi del Mas, una formazione con un passato di tutto rispetto, staccatasi dal Partido comunista negli anni '60 in nome del rifiuto di una guerriglia ormai virtuale e che ha poi svolto un ruolo di grande importanza nel combattere il corrotto duopolio democristiano (Copei)-socialdemocratico (Actión Democrática), per invischiarsi, successivamente, in una disastrosa partecipazione governativa, che lo ha condotto alla fine ad una drammatica involuzione. Buona parte delle antipatie per il presidente del Venezuela nascono proprio dai legami che molti intellettuali di sinistra europei hanno avuto in passato con il Mas e dall'influenza che su di essi ancora oggi esercita il suo leader - oggi solo direttore del giornale «Telqual» - Teodoro Peitkoff. Questi, con l'elitarismo proprio di una certa sinistra sudamericana, non riesce neppure a immaginare che un indio cresciuto nell'estrema periferia del Venezuela, lo stato di Barina, e poi diventato militare come tutti i poveri che riescono a studiare, abbia potuto aprire inaspettatamente una strada inedita. Inventando una via alla rivoluzione sociale che, pur rispettando le regole democratiche (nessuno è in carcere a Caracas e nessun medium è stato censurato), ha messo in campo forme proprie e originali di partecipazione, attraverso le quali è riuscito a mobilitare quella parte della popolazione che nessuna forza di sinistra era prima riuscita a politicizzare.
Chávez, oltreche bolivariano, ama definirsi `robinsoniano': perché, spiega, o si inventa, come Crusoe, o si muore. Una massima che molta sinistra farebbe bene a tenere a mente. In America Latina e in Europa, dove il paradigma della civiltà è, come è noto, anche per molti che si dicono ancora socialisti, una versione della democrazia sempre più escludente nelle stesse metropoli. Una sinistra che non riesce neppure a vedere come la rottura del monopolio politico dei bianchi, l'ingresso della popolazione india nell'agone, sia, nel bene e nel male, il fenomeno nuovo dell'America Latina di questi anni, una forza potenzialmente decisiva che può forse consentire di uscire dall'alternativa perdente fra guerriglia e accettazione del sistema.
In secondo luogo il consolidamento di Chávez alla testa del Venzuela rafforza il polo che fra mille difficoltà, e talvolta ambiguità, si sta creando nel subcontinente per far fronte allo strapotere nordamericano. La globalizzazione e la medicina liberista hanno prodotto in America Latina problemi così drammatici che non basta certo un cambio di governo, quale si è avuto in Brasile o, sia pure assai meno caratterizzato, in Argentina, a risolvere, visti i rapporti di forza esistenti a livello internazionale e i ricatti che questi impongono, a cominciare dal pagamento del debito. La battaglia contro l'Alca, il progetto di totale liberalizzazione degli scambi fra il Nord e il Sud del continente, è tutt'ora aperta e Washington, come è noto, gli attribuisce un'importanza capitale.
Il significato del Mercosur va visto proprio in questo quadro e l'ingresso del Venezuela, forte della sua ricchezza energetica, può dare a questo strumento di cooperazione Sud-Sud la forza per conquistare quell'autonomia, che fino ad oggi gli è mancata. Non solo: già è stata creata una società congiunta fra Argentina, Brasile, Uruguay e Venzuela - la Petrosur * - con l'intento di sviluppare una serie di progetti energetici nella regione. E una simile iniziativa si sta preparando nei Carabi. Non a caso gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per rovesciare Chávez, tentando di raggiungere questo obiettivo con ogni mezzo: dal golpe dell'aprile 2002, alle incursioni militari lungo la frontiera con la Colombia, grazie al compiacente aiuto del presidente Uribe, al mastodontico finanziamento dell'opposizione. Per fortuna non ci sono riusciti. (l.c.) Ai primi di giugno Celestino Choque, viceministro boliviano della pubblica istruzione, camminava in una via del centro di La Paz quando venne riconosciuto e circondato da un gruppo di insegnanti in sciopero e nei cui confronti il governo aveva emesso un'ingiunzione a riprendere il lavoro, pena il licenziamento. Gli insegnanti sequestrarono il malcapitato Celestino, rinchiudendolo per sei ore in un locale del loro sindacato dopo avergli prima appiccicato due finte orecchie d'asino. Per liberarlo ci volle l'intervento della direttrice dell'Assemblea permanente dei Diritti umani, che dovette anche far valere il fatto che il viceministro soffriva di cuore. Quest'episodio mostra assai bene la situazione di tensione sociale che prevale in America Latina. Guardando alle motivazioni dello sciopero dei 60.000 insegnanti boliviani, si coglie la posta in gioco nell'insieme del paese. Queste, infatti, non riguardavano soltanto le tradizionali rivendicazioni sindacali, ma esprimevano anche il sostegno alla richiesta di nazionalizzazione del gas promossa dal sindacato Central Obrera. Inoltre, per circa un mese, tra maggio e giugno, la maggiore arteria di comunicazione tra la Bolivia e il Cile era rimasta interrotta a causa dei blocchi stradali effettuati dalla popolazione indígena, come mezzo di lotta per ottenere un sistema sanitario nazionale.
Il Continente sudamericano è il luogo dove l'opposizione alla globalizazzione finanziaria si esprime con maggiore forza e attraversa realtà molto diverse tra loro, accomunate dalla semplice esperienza. In America Latina la deregolamentazione del sistema finanziario e l'integrazione nei circuiti internazionali è iniziata circa tre decenni orsono con le dittature militari nel Cono Sud. Si devono poi aggiungere gli indebitamenti dei paesi produttori di petrolio come il Venezuela, indotti dagli interessi congiunti delle oligarchie locali e delle società finanziarie internazionali. In effetti le difficoltà finanziarie del Venezuela sono una contraddizione in termini, perchè il paese è inondato di soldi provenienti dalle vendite di petrolio. Ma queste risorse non rimangono nel paese. L'alleanza sociale tra l'oligarchia e l'impresa petrolifera statale, che agiva come una multinazionale indipendente dallo Stato, creavano un circuito per cui i denari non toccavano gran parte della popolazione e nemmeno si fermavano nel paese. Dopo circa tre decenni di crisi neoliberali, la stragrande maggioranza della popolazione del continente ne è uscita stritolata.
In questo contesto non è paradossale che il paese che se la sta cavando relativamente meglio sia il Cile, benché- dopo quindici anni di una crescita ritenuta assai sostenuta - registri ancora una povertà endemica di massa, per nulla destinata a scomparire. Grazie alla nazionalizzazione delle miniere del rame da parte del presidente Allende, la dittatura di Pinochet ha potuto usare i proventi delle esportazioni per attutire ed evitare eventuali crisi fiscali dello Stato dovute ad indebitamento. Quando il paese entrò in una profondissima crisi nella prima metà degli anni Ottanta, il settore coinvolto era quello privato, i cui debiti, contrariamente a quanto succede da sempre in Argentina, Uruguay e anche in Brasile, non vennero incorporati dallo Stato. Senza la crisi fiscale, evitata grazie alla proprietà pubblica del rame e con il settore privato e finanziario in condizioni catatoniche, lo Stato si rafforzò ed impose delle priorità, dettate dall'esigenza politica di non far crollare bruscamente la dittatura in seguito al movimento popolare di protesta allora in piena espansione 1. Avenne così che nella fase di quella crisi, che durò dal 1983 al 1986, lo Stato cileno rilanciò l'impiego pubblico, recuperò una parte delle pensioni privatizzate e - soprattutto - obbligò i capitali esteri in entrata a depositare nelle casse dello Stato una forte somma a mo' di caparra, per garantirsi contro l'eccessiva volatilità che caratterizza tali denari.
Il superamento della crisi attraverso l'egemonia statale, senza la quale anche l'appoggio Usa non avrebbe salvato il regime dallo sconquasso economico e sociale, ha permesso poi al Cile d'inserirsi nella dinamica neolibersita degli anni '90, mantenendo sempre però un forte controllo statale, sebbene non più assoluto, sulla principale fonte finanziaria del paese, cioè sulle esportazioni del rame. Sebbene in fase di rallentamento economico, con la povertà di massa che ha ripreso a crescere, la capacità autoriproduttiva del modello cileno non è stata intaccata e non sembra che lo sarà nei prossini anni.
Esattamente il contrario è accaduto in Argentina. Dalla dittatura militare in poi lo Stato non ha fatto altro che addossarsi il debito dei privati e dei gruppi finanziari. Questo perchè lo Stato argentino è diventato il luogo delle alleanze dei gruppi economici, dell'integrazione dell'oligarchia della rendita agricola con il settore finanziario e di quest'ultimo con il settore industriale diretto dalle multinazionali estere. Il meccanismo di accumulazione argentino è fondato sull'arricchimento attraverso l'indebitamento, che viene regolarmente scaricato sullo Stato. Quest'ultimo, poi, in definitiva non può che farlo pagare al lavoro salariato.
Negli anni Ottanta, caratterizzati dall'iperinflazione, il trasferimento dei debiti privati allo Stato si effettuava con un meccanismo perverso - inventato da quello stesso Domingo Cavallo che proporrà nel 1991, con l'appoggio del Tesoro di Washington, la parità fissa di un peso contro un dollaro - che premiava le aspettative ed i comportamenti inflazionistici. Il prezzo che i privati dovevano pagare per cedere i loro debiti veniva pattuito ad un dato tasso di cambio iniziale. Però la cessazione non era immediata bensì scaglionata nel tempo. Tanto più la moneta argentina (l'austral) si svalutava nei confronti del dollaro per via dell'iperinflazione, tanto maggiore era la copertura da parte dello Stato della differenza rispetto al tasso di cambio pattuito.
Secondo il maggior esperto argentino in materia, lo Stato finì per accollarsi senza contropartita oltre il 90% del debito privato trasformandolo in pubblico 2. Negli anni dell'iperdeflazione che portò al crollo del 2002, la richiesta che lo Stato garantisse il debito estero veniva, come sempre, dai paesi creditori e dalle società finanziarie private, incluse quelle argentine. La privatizzazione delle pensioni ebbe un ruolo importantissimo nell'indebitamento pubblico. Malgrado la privatizzazione, lo Stato argentino doveva continuare ad erogare fondi alle società assicuratrici, altrimenti queste non avrebbero grantito il flusso delle pensioni. Contemporaneamente, le società assicuratrici compravano buoni statali del debito estero argentino sui quali percepivano un alto saggio di interesse.
Quando il tutto si sfasciò nel dicembre del 2001 ed il crollo del peso aumentò notevolmente il carico del debito in rapporto all'economia nazionale, emerse che oltre il 38% del debito estero era in mano a società argentine, prevalentemente operanti nel settore delle assicurazioni. Anche nel caso della iperdeflazione il principio era quello di accumulare attraverso l'indebitamento per scaricarlo poi, attraverso il suo trasferimento allo Stato, sul reddito da lavoro 3.
In Brasile il contesto strutturale è diverso rispetto all'Argentina, ove la tendenza principale è di fuggire dalla produzione industriale e di svuotare la capacità di accumulazione endogena del sistema economico attraverso le dismissioni nei settori dei beni di capitale, delegando il tutto alle importazioni. In Brasile invece i gruppi industriali e finanziari, come anche quelli operanti nel settori agricoli della zootecnia, sono ben consapevoli della dimensione economica del paese. In realtà il Brasile ha la capacità produttiva di un paese forse solo leggermente più piccolo dell'Italia. Produce, ad esempio, oltre ventidue milioni di tonnellate di acciaio, circa sette milioni di televisori, ed intorno ad un milione e mezzo di automobili, ma con notevoli margini di capacità inutilizzata. Si consideri inoltre che la maggioranza dei beni strumentali e di macchinari sono prodotti nel paese.
Inoltre il Brasile ha una notevole industria aeronautica nei velivoli per collegamenti brevi e frequenti (commuter services). Il pilastro di questa industrializzazione è lo Stato: dall'industria siderurgica è nata quella automobilistica attraverso gli investimenti delle multinazionali, mentre da quella aeronautica, un'iniziativa voluta dai generali nel periodo della dittatura, è venuto l'impulso al settore dell'elettronica.
Data la dimensione economica del Brasile, le classi industriali e oligarchiche del paese combinano gli atteggiamenti tradizionali della borghesia compradora - consistenti nell'organizzazione sistematica della fuga di capitali, nel concepire un'economia solo di bassi salari ecc - con un controllo sull'apparato produttivo visto come punto di forza. Due esempi della differenza tra il Brasile e l'Argentina sono individuabili nella minore dollarizzazione del primo e nel diverso comportamento durante la crisi del real, che portò alla fine dell'agganciamento al dollaro nel 1998. Si stima che il cumulo dei soldi inviati, al netto, all'estero dagli argentini superi di tre volte il valore della moneta attualmente circolante nel paese.
Il blocco economico di potere in Argentina ed i pochi strati ad esso connessi hanno visto la parità dollaro-peso come una condizione essenziale per sostenere la loro integrazione nei circuiti finanziari mondiali. Ora che il gioco è fallito, vogliono un dollaro alto, in modo da poter valorizzare, attraverso il tasso di cambio, la rendita - i dollari detenuti in forma liquida - e percepire anche un'ulteriore rendita finanziaria, che scaturirebbe dall'eventuale pagamento del debito estero, visto che ne detengono quasi il 40%. Durante la crisi del 2001 le autorità argentine cercarono di difendere la parità fino all'ultimo, anche a costo di creare un'altra moneta, l'argentino, con la quale avrebbero pagato salari e stipendi, mentre affitti, prezzi immobiliari e interessi sarebbero stati espressi in dollari/pesos.
Invece in Brasile nella crisi del 1998 il governo Cardoso difese il tasso di cambio del real col dollaro, chiedendo e ottenendo a tal fine un prestito dal Fondo monetario, solo per il lasso di tempo necessario affinchél'oligarchia e le istituzioni finanziarie potessero cambiare i real e mettere il bottino al sicuro fuori dal paese. Una volta effettuata l'operazione di difesa degli interessi di classe, Cardoso non ebbe alcuna difficoltà a svalutare. Poco dopo, molti dei capitali esportati rientrarono dando luogo a nuove concentrazioni di proprietà, dato che la svalutazione premiava chi aveva inviato i soldi all'estero. La politica di Cardoso, concordata con i grandi gruppi ed il Fondo monetario, aveva difeso con successo gli interessi delle classi capitalistiche brasiliane in ogni istante.
Rimanendo sul terreno brasiliano, occorre dire che molte persone di sinistra in Europa vedono nella politica di Lula orientata al rilancio del Mercosur una forma di autonomia dagli Stati Uniti, che viene volentieri fraintesa come un'espressione di volontà politica progressista. Questa percezione è profondamente errata. La svalutazione in cui è sfociata la crisi del real avrebbe in ogni caso rilanciato la esportazioni a scapito delle importazioni, creando però contemporaneamente una forte crisi della domanda interna, da cui il Brasile non sembra capace di uscire. In questo contesto qualsiasi governo brasiliano post-1998 avrebbe rilanciato il Mercosur come terreno dell'egemonia industriale ed economica del capitalismo brasiliano.
Da questo punto di vista infatti non vi sono conflitti strategici tra Lula ed i gruppi capitalistici. Rafforzare il Mercosur? Ottimo! Sviluppare rapporti con la Cina? Meglio ancora, come ha dimostrato la foltissima delegazione di dirigenti industriali, che ha accompagnato la recente visita ufficiale del presidente brasiliano a Pechino, soprattutto quando il rafforzamento delle relazioni economiche con Pechino si basa su un nuovo spazio di mobilità per il capitale brasiliano. Infatti con un'economia stagnante vi è tutto l'interesse ad investire in Cina, mentre le società (statali) cinesi sono interessate a investire in Brasile prevalentemente nei settori delle materie prime.
Tutto ciò va bene, anche allearsi con la Cina contro gli Usa a Cancún. La cosa importante però è di garantire l'accesso del capitale brasiliano al circuito finanziario internazionale. Quindi il Brasile deve pagare il debito estero, su questo argomento non si discute. E qui ci si imbatte sul nodo essenziale, vero punto di frattura sociale e politica, che sta facendo deragliare il governo Lula. Per sostenere il flusso di pagamenti degli interessi sul debito, Brasilia deve raggiungere un surplus fiscale dell'8% del Pil! Ogni aumento dei tassi di interesse negli Usa aumenta la soglia del surplus fiscale. Attualmente il surplus brasiliano è del 4%, tutto destinato al pagamento del debito estero. Le classi popolari occupate devono essere la fonte del surplus, nonché del gettito necessario alle politiche di stabilizzazione sociale. Si spiega benissimo perchè il governo Lula si situi nel bel mezzo di una crescente frattura sociale.
In Argentina, invece, la crisi - oltre che ripercuotersi sulla quasi totalità della popolazione - ha bloccato la circolazione monetaria, che solo adesso si sta rimettendo in piedi in forme ancora incerte. In altri termini, mentre i rapporti politici e sociali in Brasile non minano la circolazione monetaria del capitale malgrado la crisi e la stagnazione, in Argentina è proprio quest'aspetto che è stato profondamento intaccato con l'esplosione della crisi nel gennaio del 2002. C'è la proprietà privata, ma la valorizzazione capitalistica si effettua prevalentemente attraverso meccanismi di rendita legati alla dipendenza nei confronti del dollaro. Con oltre il 50% della popolazione che non oltepassa la soglia di povertà, la frattura sociale è pienamente consumata. Il problema per il governo è di non aggravarla, pena l'acutizzazione delle proteste e dei blocchi stradali dei piqueteros, cioè dei disoccupati e delle loro famiglie.
Se la questione del Mercosur non tocca realmente la situazione sociale interna, che è l'aspetto più importante e grave per il Brasile, l'atmosfera creatasi intorno alla strategia di ampliamente del Mercosur sostiene altre forze. Questo è il caso di Chávez in Venezuela, che sta affrontando un durissimo scontro contro la rapacissima oligarchia locale, appoggiata anche dai ceti medi 4. Alla riunione dei capi di stato del Mercosur dell'8 luglio a Puerto Iguazú, il presidente venezuelano - che sta affrontando un difficile referendum indetto per destituirlo - ha ottenuto l'appoggio dei partecipanti e ha annunciato l'entrata del Venezuela nell'organizzazione. Già alla riunione di Asunción di un anno fa venne lanciata l'idea di una cooperazione sul piano energetico, fondata sulla creazione di una società statale dell'energia appartenente al Mercosur, formata da tutti gli Stati membri. Sul fronte andino, la questione energetica è diventata l'elemento che regola le sommosse popolari e che in Argentina viaggia verso il punto di rottura.
Il problema non è ovviamente l'assenza di fonti di energia, di cui i paesi della regione sono pieni. Il problema sono le privatizzazioni. Come è già sucesso in Australia e in Nuova Zelanda, le neoprivatizzate non hanno effettuato investimenti e hanno cercato soluzioni legate alle rendite. Ne è risultata una carenza strutturale nella capacità di erogazione del gas, che colpisce anche le relazioni economiche tra i paesi dell'arco andino, per via della necesita di stornare verso i consumi interni le esportazioni energetiche boliviane ed argentine.
Tuttavia, per un paese con la metà della popolazione precipitata sotto la soglia della povertà, un aumento dei prezzi dell'energia destinata al consumo domestico non può essere, come ha sottolineato recentemente uno dei leader dei piqueteros, che un fattore di aperta rivolta, come in Bolivia. Per sbrogliare la matassa ed in sintonia con le dichiarazioni di Asunción, il governo di Buenos Aires ha data via libera al varo dell'Enarsa, una società statale, per ora solo Argentina, dell'energia. Un buon ritorno ai tempi dei monopoli pubblici dopo il disastro delle privitazzazioni? Non è detto, perché a tale società potrebbe, si dice, venir assegnato un ruolo collocato negli interstizi delle società privatizzate, che non interviene realmente a limitarne lo spazio.
Vale la pena concludere osservando che l'onda sociale, senza dirigenze specifiche e formali, è per ora molto più avanti delle manovre politiche. Anzi si tratta proprio di due piani separati. Da un lato i senza terra in Brasile, i contadini e gli indigeni in Bolivia, Perú ed Ecuador, i piqueteros in Argentina e dall'altro gli apparati politici ed istituzionali che, senza eccezione alcuna, fino a ieri giuravano sul modello neoliberale. (31 luglio2004)

note: * Ne parla Halevi nel saggio che segue, consegnato tuttavia alla «rivista» prima dell'effetuazione del referendum in Venezuela.
1  Si veda l'ottima descrizione delle politiche seguite dalla dittatura di Pinochet nel frangente della crisi da parte di Gregory Palast, Miracle Cure, but the Medicine Was Bright Red, in «The Guardian», 22 November 1998. Accessibile presso: http://www.guardian.co.uk/Columnists/Column/0,5673,324875,00.html E si veda anche la squisita analisi di Tomas Moulian, Una rivoluzione capitalista. Il Cile, primo laboratorio del neoliberismo, «Mimesis», 2003.
2  Eduardo Basualdo, Deuda externa y poder económico en la Argentina, Buenos Aires, Editorial Nueva América, 1987.
3  Eduardo Basualdo, Sistema político y modelo de acumulación en la Argentina: notas sobre el transformismo argentino durante la valorización financiera. 1946-2001, Buenos Aires, Universidad Nacional de Quilmes Ediciones, 2001.
4  È indicativo che l'edizione «Cono Sur» di le monde diplomatique, la cui sede è a Buenos Aires, si sia schierata apertamente con Chávez.


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