Usa: le presidenziali al giro di boa
COME KERRY PUO' VINCERE
Kevin Phillips
John Kerry può vincere, data l'inadeguatezza di George W. Bush, e gli strateghi della Casa Bianca lo sanno bene. Tutto quello che i democratici devono fare è erodere una parte del voto d'opinione repubblicano - gli elettori più incerti della coalizione del Grand Old Party. Si deve, però, tenere presente che tra i democratici non sono in molti quelli che dimostrano di comprendere la natura di quella coalizione o le ragioni per le quali essa li ha quasi sempre battuti a partire dal 1968. La maggior parte dei democratici dimostra di non comprendere neanche il complesso, ma rilevante, ruolo di Bill Clinton nel fare abortire un possibile miniciclo di controllo democratico della Casa Bianca dal 1992 al 2004 (o al 2008) e nello spianare il cammino a George W.
Sia il partito sia l'organizzazione elettorale di Kerry sembrano affetti, in modi diversi, da questa miopia. Se i tentativi di sfruttare i sentimenti `Anybody but Bush' [chiunque tranne Bush] e di attrarre elettori senza dire praticamente niente che possa suscitare polemiche, potrebbero dare a Kerry una vittoria di stretta misura, tuttavia questa strategia non riuscirebbe probabilmente a creare le condizioni generali per un'azione di governo forte e vincente di quattro o otto anni. È meglio tentare una scommessa di lungo periodo sulla disarticolazione della coalizione repubblicana, un obiettivo realizzabile che potrebbe produrre il risultato di dare il via a un vero riformismo progressista.
La capacità repubblicana di pensare strategicamente è, invece, stata premiata dal successo a partire dalla fine degli anni Sessanta. Dal 1968 al trionfo di Bill Clinton nel 1992, i repubblicani hanno vinto cinque delle sei elezioni presidenziali, eccezion fatta per la vittoria di stretta misura di Jimmy Carter nel 1976, che, in ogni caso, fu, sotto molti aspetti, un colpo di fortuna dovuto all'effetto Watergate. Le due tappe storiche furono la vittoria di Nixon con il 61% dei voti nel 1972 e quella di Reagan con il 59% nel 1984.
I due Bush, nonostante il successo della dinastia, sono l'espressione della debolezza terminale della coalizione, che sarebbe stata più evidente in assenza delle reprimende a Clinton, che furono decisive nelle elezioni del 1994 per il Congresso e in quelle del 2000 per la Casa Bianca. Nelle tre elezioni presidenziali combattute sino a oggi, i Bush hanno ottenuto percentuali del voto nazionale del 53.9% (1988), del 37.7 (1992) e del 47.9 (2000) - con una media del 46.5. Si tenga presente che nel 1992 Bush Senior ottenne la percentuale di voti più bassa tra i presidenti in corsa per la rielezione dopo William Howard Taft nel 1912, mentre nel 2000 Bush il Giovane divenne il primo presidente a essere eletto senza ottenere la maggioranza del voto popolare dopo Benjamin Harrison nel 1888. Se l'effetto 11 settembre ha prodotto un temporaneo rafforzamento, la fondamentale debolezza dei Bush si è manifestata nuovamente a metà del 2004.
Dovendo definire le strategie di una famiglia dotata di buona sorte e pedigree più che di autorevolezza, i principali strateghi dei due presidenti Bush - Lee Atwater per il presidente numero 41 e Karl Rove per il presidente numero 43 - avevano necessariamente il compito di essere conoscitori machiavellici della coalizione presidenziale repubblicana e del metodo per conservarla intatta. Dopo avere contribuito nel 1988 all'elezione del presidente numero 41, dovuta al fatto che il candidato democratico Michael Dukakis era un tecnocrate dell'Ivy League 1 poco convincente nelle vesti di populista d'occasione, Atwater osservò che «il modo per vincere un'elezione presidenziale contro i repubblicani è sviluppare il tema della lotta di classe, come fece alla fine Dukakis. Dividere i ricchi e i poveri». Da allora, viene prestata nuova e maggiore attenzione al mantenimento dell'unità dei repubblicani.
Colpisce che, nonostante la debolezza repubblicana manifestatasi nel 1992 e nella seconda posizione di misura toccata a Bush nel voto popolare del 2000, l'attenzione di Rove sia rivolta alla `base' repubblicana, che egli probabilmente concepisce in termini classicamente maggioritari. Tuttavia, per quanto riguarda la corsa presidenziale o quella per la rielezione di Bush, è utile - e questo vale anche per i democratici nel 2004 - concentrare l'attenzione sul voto repubblicano d'opinione, che, sostanzialmente, costituisce quel 20-25% dell'elettorato del partito conquistato, in momenti diversi alle elezioni primarie e alle elezioni generali, da tre candidati anti-Bush di provenienza repubblicana: Ross Perot (1992), John McCain (2000) e, in misura minore, Patrick Buchanan (1992). Buona parte dei temi condivisi da Perot e McCain - la riforma della campagna e del sistema elettorali, l'opposizione alla destra religiosa, l'antipatia nei confronti dei lobbisti di Washington, l'opposizione ai favori fiscali largiti alla fascia più ricca dei contribuenti e alla crescita incontrollata dei deficit, la critica alle corporations e ai top manager - è oggi di grande attualità e più compatibile con la visione moderatamente riformistica dominante tra i democratici che con quella di un'Amministrazione Bush governata dalle lobbies. Anche il nazionalismo economico di Perot e Buchanan (anti-outsourcing, anti-Nafta 2) e la loro critica della linea di condotta in Iraq sono condivisi da molti democratici.
Anzi, a ben vedere, questi elettori, che non fanno parte dello zoccolo duro della coalizione presidenziale repubblicana, dovrebbero rappresentare l'obiettivo principale dei democratici, dal momento che, in primo luogo, nutrono un certo scetticismo nei confronti di Bush e, in secondo, rappresentano il segmento della coalizione repubblicana più logicamente incline a un riallineamento politico progressista, nel breve o nel lungo periodo. È così che funzionano i piccoli e grandi riallineamenti: corteggiando la componente più affine a sé all'interno della coalizione dominante.
Nel 1992, quando nelle primarie Perot raccolse il 19% del voto di novembre, George Bush Senior ottenne solamente l'80% del voto repubblicano. La maggior parte del voto d'opinione e parte della base disertarono. McCain, che nel 2000, se avesse avuto a disposizione buoni finanziamenti, sarebbe stato in grado di ottenere il 30-40% nelle primarie repubblicane a livello nazionale, riuscì, comunque, pur essendo sostanzialmente privo di finanziamenti, a vincere le primarie in sette stati, tra cui il New Hampshire, il Michigan e il Connecticut. Dando per scontato che il voto d'opinione repubblicano sia compreso tra il 20 e il 25%, Bush può permettersi di perdere dal 5 al 7% di tutto l'elettorato repubblicano, mentre, se perde il 10%, è probabilmente fuori combattimento e, se cede il 15, è finito.
Potrebbe succedere. Alla fine dell'inverno, quando Kerry era ancora avvolto dall'aura di vincitore delle primarie, un sondaggio di Cbs News rivelò che l'11% di coloro che avevano votato per Bush nel 2000 non era disposto a ridargli il proprio voto nel 2004. Questo dato fu sufficiente per portare in testa Kerry, almeno sino al bombardamento pubblicitario repubblicano in primavera.
La situazione di Kerry è sembrata migliore a fine giugno, ma una delle ragioni dell'incapacità di Kerry - e dei democratici - di trarre vantaggio dalle debolezze di Bush consiste nel fatto che sembrano incapaci di decidersi tra due diverse strategie. Una potrebbe essere chiamata la `strategia Wall Street', in cui non mancano i grandi discorsi sul fallimento dei piani d'azione in Iraq e sui tagli fiscali del Partito repubblicano a favore dei ricchi, ma che evita accuse più specifiche o coraggiose sul fallimento di Bush. Le critiche della polarizzazione economica statunitense, del Nafta e della globalizzazione sono accantonate, mentre viene portata ad esempio la riduzione del deficit federale dell'era Clinton, tanto ammirata a Wall Street. In effetti, la condotta di Kerry è quella che si addice un uomo che si è accasato, per via matrimoniale, presso una delle più grandi fortune imprenditoriali statunitensi.
È ragionevole pensare che questa strategia consentirà a Kerry di raccogliere un numero di voti leggermente più alto nelle classi medio-alte e persino tra i ricchi finanziatori repubblicani, disillusi da Bush, un cowboy incompetente che in Iraq ha combinato un gran pasticcio e ha tenuto bordone a Jerry Fallwell, Pat Robertson e alla Bob Jones University 3. L'aplomb alto-borghese ha già aiutato il senatore del Massachusetts a mettere in cassa una quantità mai vista di contributi democratici e a ottenere finanziamenti anche da repubblicani e indipendenti. Tuttavia, nonostante il successo guadagnato fra gli ambienti finanziari di Manhattan, e fra gli intellettuali delle università di Hampton e Santa Barbara 4, questa non è la strategia che fa presa sugli elettori indecisi di stati aspramente contesi come l'Ohio e il New Mexico.
L'alternativa - allo stesso tempo più coraggiosa e più rischiosa, ma che apre un più ampio serbatoio di potenziali elettori - deve mirare agli elettori repubblicani comuni, che hanno detto no ad almeno una generazione dei Bush per sostenere Perot o McCain. Questi elettori - che non sono élites di qualche migliaio di persone, ma la massa dei normali cittadini - sono concentrati nei distretti elettorali della classe media in stati incerti come il Maine, il New Hampshire, l'Ohio, il Michigan, il Wisconsin, lo Iowa, il Minnesota, il Colorado e quelli della costa pacifica.
Persino dai sondaggi risulta che gli stati nei quali Kerry ha più che mai bisogno di vincere sono proprio quelli di Perot-McCain. Per i democratici e i progressisti orientati a sinistra, l'altra occasione propizia è quella di attrarre gli elettori suggestionati dalla visione economica da outsiders come Perot e McCain invece che dai calcoli caratteristici dei circoli del potere, cui appartengono i grandi donatori e gli organizzatori delle raccolte di fondi, come il ministro del tesoro di Clinton, Robert Rubin. È il bacino elettorale di Perot-McCain, più che il consenso dell'élite dei Democratici, a essere maggiormente in grado di far nascere una coalizione progressista che riscuota un consenso bipartisan. Si può istituire un'analogia almeno parziale con il ruolo giocato negli anni trenta, nell'avvio del New Deal, da repubblicani progressisti come George Harris, Hiram Johnson e Robert La Follette. Persuadere John McCain a correre come candidato alla vicepresidenza di una coalizione guidata da Kerry sarebbe stata la tattica più forte, ma Edwards è un alternativa convincente. Ora, se Kerry riuscisse a dare prova dello stesso coraggio e della stessa schiettezza di McCain, compirebbe un ulteriore cambio di passo.
Oltre ad assumere uno stile più coraggioso, la dirigenza nazionale del Partito democratico deve anche prendere coscienza del ruolo avuto da Bill Clinton durante gli anni novanta nell'arrestare alcune tendenze politiche nazionali e nel stimolarne altre, che hanno recato danni considerevoli al suo partito. Anzi, il discredito morale di Clinton ha avuto una rilevanza centrale nell'ascesa di George W. Bush in due circostanze cruciali - la prima elezione di Bush a governatore del Texas nel 1994, un anno dominato (soprattutto negli stati del Sud) dalla violenta reazione anti-Clinton, e la corsa presidenziale del 2000, nella quale il disgusto di quella parte del paese nei confronti di Clinton era talmente forte che nemmeno Al Gore, originario del Tennessee e seguace della Chiesa battista del Sud, fu in grado di conquistare l'Arkansas e il Tennessee a fronte della campagna, condotta da Bush, di ispirazione religiosa per il ripristino della moralità.
Appare evidente, che, senza questi incidenti, durante la lunga prosperità del periodo clintoniano, il 1992 avrebbe inaugurato un miniciclo democratico di dodici-sedici anni. Anzi, il crollo di sedici punti percentuali del voto a favore di Bush Senior tra il 1988 e il 1992 costituiva proprio il genere di emorragia alla quale si era assistito nella maggior parte dei precedenti riallineamenti dell'elettorato. L'incapacità di approfittare di questa opportunità da parte di Clinton, che ha invece facilitato il ritorno dei Bush in forma dinastica, è una delle cause più trascurate del terremoto del 2000.
La vacuità della strategia alto-borghese, o di basso profilo, dei Democratici dipende in parte dal fatto che essi non si confrontano con questa realtà. Non è pensabile che non soltanto il Sud, ma l'insieme dei decisivi stati di frontiera e quelli della valle del fiume Ohio possano premiare una campagna fondata sul ricordo e sul retaggio di Clinton. E neanche un blando centrismo è in grado di reagire efficacemente alla riconquista della presidenza che la famiglia Bush ha realizzato nel 2000 grazie a un uso tattico dei valori della democrazia e del repubblicanesimo libertari, contro i quali successivamente essa ha portato una serie di attacchi, ai quali solamente un candidato democratico incosciente potrebbe rispondere offrendo l'altra guancia.
Ad ogni modo, proviamo a dimenticare per un momento che Bush sia stato nominato presidente da una sentenza 5 a 4 della Corte Suprema, che abbia scippato i democratici di un miniciclo politico, combattuto e impapocchiato la prima guerra di famiglia negli annali degli Stati Uniti e convinto il 55-60% di americani che la nazione si trova sulla strada sbagliata. Esiste un parametro più eloquente di cui anche i democratici più timidi dovrebbero comprendere il significato: nel 1991-1992 l'approvazione dell'operato di George H. W. Bush, prima della sconfitta, precipitò da un record del 90% dopo la guerra del Golfo a un minimo del 30 nell'estate prima delle elezioni. Suo figlio, che aveva superato la soglia del 90% dopo l'11 settembre, è caduto all'inizio di giugno al 42-43 con un analogo declino del 50%. A nessun presidente in carica è mai riuscita una simile impresa, nella quale i Bush sono, invece, riusciti due volte, forse per una questione di patrimonio genetico.
Nel 1992 Pat Buchanan e Ross Perot attaccarono Bush senza alcun riguardo, indebolendolo a tal punto che al candidato democratico Clinton non restò molto da aggiungere. Nel 2000 Al Gore condusse una campagna poco aggressiva, caratterizzata da un populismo d'occasione tanto artificioso quanto quello di Dukakis nel 1988, ma alcuni repubblicani e alcuni indipendenti avevano raccolto il messaggio di McCain. Quest'anno, invece, Bush non ha affrontato avversari nelle primarie e non dovrà affrontare nessuno sfidante indipendente fuoriuscito dal partito repubblicano. È vero che alcuni repubblicani hanno attaccato Bush nei loro libri, causando probabilmente una perdita di voti di uno o due punti percentuali, ma non è la stessa cosa.
Per vincere questa elezione in maniera netta, John Kerry dovrà sentire lo stesso sdegno avvertito da Howard Dean e dovrà esprimerne quasi con la stessa spietata schiettezza mostrata dai dissidenti repubblicani contro due generazioni di Bush. Data l'attuale condizione di una nazione che si trova sulla strada sbagliata, la maggior parte dell'elettorato fluttuante - specialmente gli elettori repubblicani indecisi di sesso maschile, cresciuti guardando i film di John Wayne - non si accontenteranno delle solite idee melense. Edwards è sembrata una scelta forte, ma se Kerry torna ad assumere posizioni ambigue potrebbe ritrovarsi con l'epitaffio definitivo sulla sua tomba politica: qui giace John Kerry, il primo candidato democratico a perdere contro un presidente della famiglia Bush, che aveva già perduto il 50% del suo consenso nei sondaggi sul gradimento del suo operato e che aveva strappato sorrisi di compatimento a mezzo mondo.
note:
© The Nation 2004. Con il titolo How Kerry Can Win, l'articolo di Kevin Phillips è apparso su «The Nation» del 15 luglio 2004. I tempi stretti della pubblicazione di questo articolo, e dei successivi tradotti in questo fascicolo, hanno impedito di richiedere le autorizzazioni d'uso. «la rivista del manifesto» se ne rammarica e si dichiara disponibile a onorare i diritti relativi.
1 La Ivy League (Lega dell'edera) è un'associazione sportiva interuniversitaria molto esclusiva che associa colleges e università di altissimo livello e prestigio (Harvard, Pennsylvania, Princeton, Columbia, Dartmouth, Cornell), un simbolo di alto status sociale e di appartenenza alla classe dirigente del paese (NdRM).
2 Per critica anti-outsourcing si intende la polemica rivolta contro lo spostamento di imprese nordamericane verso di paesi in cui il costo del lavoro è inferiore e gli incentivi fiscali maggiori dello standard Usa. Il North American Free Trade Agreement (Accordo di libero scambio dell'America del Nord) tra Usa, Messico e Canada è il bersaglio della polemica protezionistica di molti ambienti, anche sindacali, contro le concessioni - in realtà assai limitate rispetto ai vantaggi egemonici della produzione Usa - che vi sono contenute al libero traffico delle merci prodotte nei tre paesi contraenti (NdRM).
3 Il reverendo Jerry Fallwell è almeno dal 1980 uno dei massimi protagonisti degli ambienti dell'integralismo cristiano che hanno appoggiato le campagne elettorali dei due Bush, ma soprattutto di George W. Il suo bersaglio preferito è la legislazione di diritti civili, ma resta famosa la sua campagna televisiva scatenata contro Clinton, accusato, in un video intitolato The Clinton Chronicles, dei peggiori crimini che avrebbe commesso durante il suo governatorato dell'Arkansas. Pat Robertson è uno dei più noti autori e presentatori dei programmi televisivi più violentemente reazionari. La Bob Jones University è il laboratorio intellettuale della corrente del `cristianesimo biblico', la corrente più radicale dell'integralismo cristiano negli Usa (NdRM).
4 La Santa Barbara University, in California, e la Hampton University, in Virginia, sono le istituzioni universitarie d'eccellenza che producono gran parte dell'élite democratica e progressista (NdRM).
Kevin Phillips, collaboratore di «The Nation», è autore
del saggio «American Dynasty: Aristocracy, Fortune and the Politics of Deceit in the House of Bush»,
recentemente pubblicato dalla Viking Press
(traduzione di Ulisse Mangialaio)