numero  53  settembre 2004 Sommario

Usa: le presidenziali al giro di boa

MOBILITARE LA MIDDLE CLASS
Ruy Teixeira  

Diventa sempre più difficile fare parte del ceto medio. In seguito allo spietato programma di riduzioni fiscali dell'amministrazione Bush - mirata a limitare la fornitura di servizi da parte degli enti pubblici -, la vita degli americani del ceto medio diventa sempre più difficile e sempre meno sicura, che si tratti dell'assistenza sanitaria, delle pensioni, della scuola pubblica. Ma, secondo le parole immortali di Bob Dole 1, «Dov'è la rabbia della gente?». Perché questi attacchi non hanno provocato una più vigorosa reazione politica? E che probabilità vi sono di una risposta dei ceti medi progressisti a questi attacchi in un prossimo futuro?
Desta molta sorpresa la mancanza di una reazione forte, dato che i ceti medi sono consapevoli degli attacchi nei loro confronti. La gente in generale, i ceti medi in particolare, sono convinti che le politiche dell'Amministrazione Bush abbiano favorito gli interessi della grandi corporations e dei ricchi a danno di quelli della gente comune e del ceto medio. Un sondaggio della Cbs News a inizio gennaio aveva rivelato che, con un enorme margine di vantaggio, l'opinione pubblica riteneva che le politiche dell'amministrazione Bush favorissero i ricchi (57%), anziché il ceto medio (11%), i poveri (1%) o tutti nella stessa misura (25%). Praticamente, due intervistati su tre (il 58% rispetto al 30%) dicevano che George W. Bush è più interessato a tutelare gli interessi della grandi corporations che non quelli degli americani comuni. E quasi tre su quattro (il 64% contro il 23%) ritenevano che le grandi aziende esercitassero un'influenza eccessiva, e non quella giusta, sull'Amministrazione Bush.
Più volte le ricerche hanno dimostrato che le posizioni dei ceti medi rispecchiano molto fedelmente quelle dell'opinione pubblica generale, sia per le grandi dimensioni di questo strato sociale che per la loro posizione politica (fra i poveri e i ricchi).
Ma non dobbiamo semplicemente presupporre che i ceti medi condividano queste valutazioni poco benevole nei confronti delle tendenze politiche dell'amministrazione Bush. Per quanto disponibili, i dati delle varie indagini divisi per sottogruppi ci forniscono la conferma. In un sondaggio congiunto dell'ABC News e del «Washington Post» svoltosi nell'aprile 2003, il 50% di tutto il campione aveva detto che le proposte di Bush di ridurre le tasse favorivano i ricchi, mentre soltanto l'11% sosteneva che favorissero i ceti medi. Tali cifre fanno quasi esattamente la media fra le due fasce di reddito che meglio rappresentano i ceti medi (da 30.000 a 50.000 dollari e da 50.000 a 75.000). Nello stesso sondaggio, il 61% riteneva che le grandi corporations esercitassero un'eccessiva influenza sull'amministrazione Bush, rispetto ad appena l'8% che riteneva che fossero troppo poco influenti - ancora una volta, quasi esattamente la media fra le due fasce di reddito dei ceti medi. E in un sondaggio congiunto sempre dell'Abc News e del «Washington Post», effettuato nel marzo 2004, il 67% complessivo riteneva che Bush si preoccupasse soprattutto di tutelare gli interessi delle grandi corporations, rispetto al 26% che riteneva che si preoccupasse di tutelare gli interessi dei comuni lavoratori - confermando quasi alla virgola la percentuale degli iscritti al `college', così come risulta dalle risposte alla domanda sul livello di istruzione.
È possibile, peraltro, che i ceti medi si rendano conto che il progetto di Bush non corrisponde ai loro interessi, ma siano comunque convinti, nel complesso, che le priorità relative di tale politica siano quelle giuste? La risposta è decisamente negativa. Nella stragrande maggioranza i ceti medi respingono in toto la priorità dei tagli fiscali a scapito degli investimenti sociali. Nel sondaggio dell'Abc News dell'aprile 2003, le due fasce di reddito dei ceti medi indicavano in media un appoggio del 70% per una maggiore spesa nei programmi di politica interna - scuola, assistenza sanitaria, sicurezza sociale - e solo il 28% era favorevole alle riduzioni fiscali. Gli intervistati di quel sondaggio hanno anche detto, nella misura del 64% contro il 27, che le riduzioni fiscali sono più importanti per Bush che non la fornitura dei servizi sociali, mentre, con una maggioranza del 68% contro il 30, sostenevano che i servizi sociali, per quanto riguardava loro personalmente, erano un fattore più importante che non i tagli fiscali. Veramente, comunque si vogliano formulare i rapporti d'equilibrio tra riduzioni fiscali e investimenti sociali, le priorità dei ceti medi sembrano essere costantemente i maggiori investimenti, non le riduzioni fiscali.
I risultati di questi sondaggi pongono interrogativi inquietanti. Come mai le riduzioni fiscali di Bush nel 2001 e nel 2003 sono state approvate, con un consenso così scarso da parte dei ceti medi? Perché l'Amministrazione Bush credeva di potersela cavare senza danno, ostentando tanto disinteresse per le priorità dei ceti medi? E perché non c'è stata - almeno fino a oggi - una forte reazione da parte dei ceti medi? In qualche modo, i ceti medi assomigliano a Calvin nel fumetto di Calvin e Hobbes 2, in cui la madre chiede al bambino, che ha appena messo a soqquadro la casa: - Ma non hai proprio il minimo buon senso? E Calvin risponde: - Ne ho tantissimo, ma preferisco non utilizzarlo.
Quando si tratta dei ceti medi, come è possibile che abbiano tanto buon senso nella percezione dei propri interessi, ma scelgano di non utilizzarlo? I primi elementi di una risposta ci vengono da un importante libro di imminente pubblicazione, Off Center: George W. Bush, Tax Cuts and the Erosion of Democracy 3, degli esperti di scienze politiche Jacob Hacker e Paul Pierson. Osservando che le riduzioni fiscali del 2001 erano «in totale contrasto con le posizioni chiare, decise e ben informate dell'opinione pubblica», Hacker e Pierson si chiedono come tale decisione sia stata approvata contro il giudizio dell'elettore `medio'- che in questo contesto può essere utilmente considerato come una componente media dei ceti medi -, dimostrando ben scarso timore di una punizione in sede politica.
La loro risposta è che l'ambiente politico negli Stati Uniti è cambiato per due aspetti fondamentali. Il primo è che i politici, in questa era dominata dal denaro, sono motivati soprattutto a favorire la loro base elettorale, con particolare riferimento ai propri sostenitori, i gruppi di attivisti, e le persone benestanti. Questa è una buona tattica per evitare sfide pericolose alle primarie, che tendono a venire dalla base e che sono il principale ostacolo alla rielezione di molti politici. Compiacere la propria base elettorale vuol dire anche che i funzionari in carica riceveranno un alto livello di sostegno finanziario e d'altro genere da parte dei vari gruppi d'interesse, il che faciliterà la loro vittoria contro gli sfidanti nelle elezioni generali. Secondo questa formula, le preferenze degli elettori medi dei ceti medi incidono ben poco o niente.
Il secondo mutamento dell'ambiente politico consiste nel fatto che sempre più spesso i politici riescono a evitare le conseguenze elettorali che possono derivare dal dispiacere gli elettori medi. Nella misura più evidente, il numero di elezioni veramente combattute è diminuito, e lo stesso dicasi per la capacità dei sindacati e di altre organizzazioni locali a livello di base di punire chi si presenta per un nuovo mandato. In maniera meno evidente, ma non meno importante, la legislazione è diventata più complessa e i sondaggi sempre più sofisticati, rendendo più facile nascondere agli elettori i grossi inconvenienti delle nuove leggi, puntando invece i riflettori sui contentini elargiti. Messi insieme, questi mutamenti indicano che, ignorando il tipico elettore dei ceti medi, i legislatori hanno tutto da guadagnare e ben poco da perdere.
Nel caso delle politiche fiscali di Bush, i tagli erano in contrasto con le preferenze dei ceti medi, ma in perfetta sintonia con le preferenze della base del Partito repubblicano, soprattutto del suo nucleo ricchissimo di sponsor politici. Per gli eletti repubblicani che volevano venir confermati in carica, ciò costituiva un vigoroso incentivo a infischiarsene dei ceti medi e a sostenere le riduzioni fiscali. Nel contempo, il Partito repubblicano era in grado di sottrarsi alla reazione dei ceti medi, fornendo una rappresentazione sistematicamente falsificata dei vantaggi che le riduzioni fiscali avrebbero apportato a tali ceti, riducendo il loro impatto sul bilancio pubblico, nascondendone gli effetti sulle sue priorità, e minimizzando il loro costo totale con tutta una serie di fantasiosi escamotages contabili (leggi provvisorie, una tantum, `finestre' varie, ecc.). Di conseguenza, i ceti medi non hanno mai avuto la percezione completa di quanto queste riduzioni fiscali fossero contrarie alle loro esigenze prioritarie, non hanno mai organizzato una vigorosa opposizione, e, con l'appoggio del partito (repubblicano), le riduzioni fiscali hanno ottenuto una risicata maggioranza al Congresso Allora, in che modo possiamo motivare i ceti medi ad agire secondo i propri interessi? È questa la domanda chiave per i Democratici, i quali farebbero bene a cercare una risposta proprio nella disastrosa sconfitta legata alle riduzioni fiscali. Il primo insegnamento di cui far tesoro è che i ceti medi non si mobilitano semplicemente perché vengono attaccati i loro interessi. A differenza di quanto avveniva in passato, la mobilitazione passa attraverso una presa di coscienza politica.
Il secondo insegnamento di cui far tesoro è che i Democratici devono contrattaccare incessantemente i Repubblicani allorché questi forniscono una rappresentazione fasulla delle politiche dei democratici e cercano di nascondere gli aspetti negativi delle proprie politiche. Ormai è evidente che il Partito repubblicano non conosce il minimo rispetto per i limiti storici di tali falsificazioni. I Democratici devono dimostrare lo stesso impegno nel chiarire i problemi. Questo vuol dire, ad esempio, far sì che i rapporti di equilibrio fra tagli fiscali e spese sociali diventino un problema concreto per gli elettori dei ceti medi. In passato i Democratici hanno cercato, senza successo, di focalizzare l'attenzione degli elettori dei ceti medi su una scelta concreta fra le riduzioni fiscali e un obiettivo o un programma sociale specifico. Il problema dei democratici è stato che, per rendere evidente l'idea che le riduzioni fiscali potevano incidere su altre priorità di bilancio, si sono dispersi in troppe direzioni. C'è chi ha parlato dell'impatto sul deficit pubblico. Altri hanno attirato l'attenzione sulla scuola e sui programmi di assistenza sanitaria (soprattutto sul possibile vantaggio per i farmaci forniti da Medicare 4 su ricetta medica), o sulla sicurezza del paese. Ma è mancata una voce unitaria che ribadisse con costanza che l'approvazione delle riduzioni fiscali avrebbe impedito di raggiungere un determinato obiettivo o avrebbe danneggiato un programma specifico che stava a cuore agli elettori dei ceti medi.
Bill Clinton e i Democratici erano riusciti a farlo nel 1998, quando avevano fatto campagna all'insegna del `Primo, salvare la previdenza sociale!'. Anche se alcuni aspetti di tale strategia erano tutt'altro che esenti da pecche - ad esempio, l'eccessiva insistenza sul `lockbox', il deposito in banca dei fondi comuni della previdenza sociale, e quella che è alla fine è diventata un'ossessione per la riduzione del debito pubblico - non vi è dubbio che la strategia unitaria dei democratici focalizzata su un programma d'interesse popolare ha proposto agli elettori del ceto medio una scelta molto chiara: o le riduzioni fiscali o la tutela della sicurezza sociale. E questa strategia ha funzionato a livello politico.
Adesso, bisogna fare qualcosa di analogo. Opponendosi alle riduzioni fiscali dei Repubblicani, i Democratici, naturalmente e comprensibilmente, parleranno di tutta una vasta gamma di investimenti sociali che non saranno più possibili proprio per queste riduzioni fiscali. Ma per coagulare l'opposizione dei ceti medi, i democratici devono concentrarsi su una priorità alternativa che riscuota il maggior numero di consensi possibile. La campagna potrà essere all'insegna di `primo, dare i fondi all'assistenza sanitaria', oppure `primo, difendere la patria', o ancora `primo, una scuola che funzioni'. L'importante è che l'alternativa sia semplice, chiara e faccia presa sull'opinione pubblica. Se invece quello che i ceti medi si sentono dire è un lungo elenco di alternative di spesa, alla fine si farà il gioco del Partito repubblicano, che potrà focalizzare l'attenzione sui vantaggi (spudoratamente esagerati) che le riduzioni fiscali proposte apporteranno ai ceti medi. E sappiamo già allora come andrà a finire.
Realizzare questa unità strategica è un compito tutt'altro che agevole. Ma è una conditio sine qua non per mobilitare i ceti medi a difesa dei propri interessi, per cui è una necessità, senza alternative. Democratici, è giunto il momento di rimboccarsi le maniche.


note: © TAP. Con il titolo Don't Mourn, Mobilize, l'articolo di Ruy Teixeira è apparso su «The American Prospect», la rivista della sinistra dei Democratici, del 4 maggio 2004. I tempi stretti della pubblicazione di questo articolo, e degli altri tradotti in questo fascicolo, hanno impedito di richiedere le autorizzazioni d'uso. «la rivista del manifesto» se ne rammarica e si dichiara disponibile a onorare i diritti relativi.
1  È il senatore del Kansas Robert Dole, a lungo leader del Partito repubblicano.
2  Calvin and Hobbes (l'intenzione allusiva dei due nomi è trasparente) è la fortunatissima strip di Bill Watterson, di cui sono protagonisti - accanto ai comprimari, tra cui la madre di Calvin - il ragazzino terribile Calvin e Hobbes, la tigre amica del cuore, più peluche che felino vero, e comunque molto `filosofa' (NdRM).
3  Oltre il centro: George W. Bush, la riduzione delle tasse e l'erosione della democrazia. Hacker e Pierson sono autori di analisi del Welfare State americano e della sua demolizione ad opera di Reagan e della Thatcher (NdRM).
4  Medicare è l'assicurazione sanitaria pubblica degli Usa (NdRM). Ruy Teixeira, collaboratore di «The American Prospect», autore di importanti saggi di analisi politica, è membro anziano della Century Foundation. (traduzione di Rita Imbellone)


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