numero  53  settembre 2004 Sommario

Usa: le presidenziali al giro di boa

IL PROGRAMMA DI KERRY
Luciana Castellina  

Come parlare del programma elettorale del Partito democratico per le prossime elezioni presidenziali di novembre e per il rinnovo, alla stessa data, di un terzo del Congresso, quando di programma non parla quasi nessuno e quello scritto, nonostante le sue molte pagine, non dice praticamente niente? Basti pensare che all'argomento più scottante della vita politica americana, a quello che, peraltro, preoccupa di più (a stare ai sondaggi) l'opinione pubblica, all'Iraq, sulle 110.000 battute di cui si compone il testo del documento preparato per la Convenzione democratica di Boston, ve ne sono dedicate quaranta; e per di più in un inciso. Per dire che l'obiettivo di promuovere la democrazia e la libertà in tutto il mondo deve «cominciare da un pacifico e stabile Iraq».
Per le elezioni presidenziali americane, è noto, più decisivo del programma è il carattere, la personalità del candidato. Ed è per questo che il clou della Convention di Boston, più che il discorso di John Kerry - che ha comunque evitato di dire quanto farà se verrà eletto, per non annoiare i 4.353 delegati, i 611 loro sostituiti, i 15.000 ospiti e altrettanti giornalisti, con la `lista della spesa', come aveva sconsideratamente fatto quattro anni fa il noiosissimo Al Gore - è stato il suo spettacolare arrivo nella baia dove sorge il Fleet Center sul battello Lulu. E, assieme ai commilitoni di 35 anni fa, gli stessi con cui allora perlustrava il Delta del Mekong, compreso Jim Rassman, il `berretto verde' cui - rischiando la propria vita - il giovane sottotenente che egli era salvò l'esistenza. Cosa volete di più per un presidente? - si è chiesto e ha chiesto retoricamente all'assemblea Max Cleland, due gambe e un braccio lasciati in quegli acquitrini, per l'occasione incaricato di presentare l'antico compagno d'armi: lealtà, coraggio, credibilità. E si è limitato a raccontare del battello anfibio, della fratellanza della pattuglia, della fiducia che riscuoteva dai suoi uomini il giovane skipper, del suo senso del dovere, del suo carattere calmo. Insomma: il capitano giusto per guidare la nave dello Stato.
Per contrattaccare i repubblicani hanno finanziato un gruppo che si definisce `Veterani per la verità', che contestano la medaglia a suo tempo concessa a Kerry, perché, dicono, in quel 13 marzo '69, è vero che lui aiutò Rassmann a montare sulla barca, ma non c'era traccia, al momento, di fuoco nemico. Per sostenere la loro tesi il veterano Larry Thurlow, acceso repubblicano, che in quell'occasione ricevette la stessa medaglia di Kerry, arriva persino a dire che anche la sua decorazione fu uno sbaglio. E così, fra accuse e controaccuse, e relativi pronti sondaggi per misurare l'effetto delle une e delle altre, il centro del confronto presidenziale è ora su quanto davvero accadde trentacinque anni fa sul Mekong, non sulle prospettive degli Stati Uniti nel secolo ventunesimo.
Fra i delegati alla Convention ben 500, comunque, erano veterani del Vietnam. E altri mille, l'indomani del suo discorso, sono confluiti a Boston, in un tripudio di stampelle e sedie a rotelle, per dichiarare il loro entusiastico appoggio al candidato Kerry. Cui hanno conferito, con la autorevolezza del loro sacrificio, la migliore patente di patriottismo, indispensabile in un'America sempre più perduta dietro lo sventolio delle proprie bandiere. E utile - anche se non sufficiente - a contestare all'avversario Bush il primato di miglior difensore della sicurezza che egli tuttora detiene nei sondaggi. Nonostante il disastro prodotto in Iraq e l'odio che ha saputo suscitare contro gli Stati Uniti, ultima prova le Olimpiadi di Atene dove - hanno raccontato, frustrati, gli atleti (che hanno sfilato con indosso una divisa tessuta di bandiera a stelle e strisce) - tutti li guardavano male.
Basti pensare che persino Max Cleland, il commilitone che ha presentato Kerry alla Convention, ha perduto recentemente il suo seggio di senatore della Georgia perché il popolo della periferia di Atlanta lo ha addirittura accusato di essere amico di Bin Laden; per aver votato contro una versione della Legge sulla sicurezza interna presentata dal governo. Nonostante le due gambe e il braccio sacrificati per la patria.
In questo quadro si capisce come mai, sebbene l'86% dei delegati alla Convenzione (e il 75% degli iscritti al Partito democratico) ritengano - secondo un sondaggio del «New York Times» - che la guerra all'Iraq non si dovesse fare, Kerry abbia ridotto al minimo il discorso sull'argomento, limitandosi a criticare l'amministrazione, non per aver attaccato Baghdad, ma per averlo fatto in modo tale da mettere in pericolo la vita dei soldati americani, danneggiare la reputazione del paese e compromettere la più generale battaglia contro il terrorismo. Sicché il progetto alternativo potrebbe esser riassunto nel motto: `continuare la guerra' (e anzi inviare in Iraq altri 40.000 soldati, per alleggerire il fardello di quelli che stanno già lì), ma `con la corresponsabilità degli alleati'. (Qualcuno già reclutato, come è noto, se si pensa ai plaudenti Fassino e Rutelli.) Altrettanto preoccupati di non disturbare il nucleo degli incerti che possono fare la differenza - valutati attorno all'8% - gli altri leaders democratici si sono accortamente accodati. Persino Edward Dean - il più radicale dei candidati alle primarie, dove si era inizialmente imposto proprio in virtù della sua dura critica alla guerra e alla mobilitazione che, on line, aveva suscitato nel popolo della pace - ha scelto, nel suo discorso alla Convenzione, di sorvolare sull'argomento. E così, paradossalmente, mentre cuore e testa della gente sono catturati dall'avventura americana in Iraq, dell'Iraq in questa campagna elettorale non si parla: i repubblicani, perché hanno capito che per loro sta diventando controproducente, i democratici per paura di perdere qualche voto moderato. Come in tutte le competizioni maggioritarie l'impegno è concentrato sulla conquista del mitico centro: un isolotto, questa volta, che è stato paragonato a Iwo Jima, quello famosissimo nel Pacifico, dove, alla fine della guerra, si combattè l'ultima e storica battaglia contro i giapponesi e dove a lungo il lentissimo progresso si misurò in pollici e non in miglia. In questo caso in frazioni di percentuali: a poco più di due mesi dal voto il 53% ritiene infatti che Bush non vada rieletto, ma solo il 45% ha già deciso per Kerry.
La sola presa di posizione chiara e coraggiosa di John Kerry - bisogna riconoscerlo, soprattutto pensando al disinteresse per il problema sempre manifestato dalla nostra sinistra, moderata e non - è a proposito delle energie rinnovabili. Su questo (certo anche perché attaccare i potentati petroliferi è un modo per attaccare la famiglia Bush, che ne è parte integrante) il candidato democratico ha assunto impegni precisi. Fra l'altro, quello di istituire sussidi per le industrie che rinnoveranno i loro impianti in senso ecologico, 10 miliardi di dollari in 10 anni solo per quelle che fabbricheranno auto a combustibile verde, idrogeno e solare; crediti agli agricoltori che produrranno etanolo; la creazione di un istituto di ricerca sulle energie rinnovabili. Gli Stati Uniti - ha detto in buona sostanza il candidato democratico - importano due milioni e mezzo di barili di petrolio al giorno e questo ci rende dipendenti, per di più da regimi antidemocratici, implicandoci in tutti i guai mediorientali. Cheeney propone di sventrare i parchi dell'Alaska alla ricerca di nuovi pozzi, la soluzione sta invece in una seria svolta ecologica nella nostra politica energetica.
E sua moglie Teresa, che come candidata first lady gioca, secondo la tradizione americana, un ruolo importante (e lo fa più di altre perché è un personaggio per nulla scialbo), è stata così chiara da sembrare leggesse il programma di Eurosolar 1: «Credo che i combustibili alternativi - ha detto nel suo discorso alla Convenzione di Boston - non solo garantiranno che nessuna ragazza e nessun ragazzo americani andranno in guerra a causa della nostra dipendenza dal petrolio straniero, ma anche che la nostra economia sarà per sempre libera da questo bisogno. Possiamo e dobbiamo creare posti di lavoro buoni, competitivi, sostenibili continuando a proteggere la qualità dell'aria che respiriamo, dell'acqua che beviamo e la salute dei nostri figli, perché una buona politica ambientale equivale a una buona politica economica». Frasi di questo genere sono nuove in un paese che non ha neppure voluto firmare l'imbelle accordo di Kyoto; e comunque sono state la critica più esplicita alla guerra in Iraq fin qui pronunciata nella campagna elettorale.
Gli scettici obiettano che in un paese che consuma un quarto delle risorse petrolifere mondiali e ne produce sul proprio suolo solo il 3%, per essere `indipendenti' ci vuole ben altro. E tuttavia le sue parole sono, intanto, un buon segnale.
Per il resto, invece, molta denuncia e poche proposte impegnative: nella politica fiscale, enorme problema visto che il paese ha accumulato il più grosso deficit della sua storia - 420 miliardi di dollari -, si chiede il ripristino, per chi ha un reddito superiore ai 200.000 dollari annui, delle tasse cancellate da Bush, ma non si dice molto sull'insieme della questione; per la salute si denuncia il fatto che negli ultimi due anni ben 82 milioni di americani sono rimasti senza copertura sanitaria, che i cittadini afro, ispano, asiatici, indiani nativi si ammalno di più e muoiono più giovani degli altri; che i malati mentali vengono discriminati; che Bush ha respinto l'appello di Nancy Reagan e di tanti altri per il diritto a utilizzare a fini sanitari le cellule staminali, così togliendo ogni speranza a 100 milioni di concittadini malati di Parkinson, Alzheimer, diabete e cuore; e, infine, che l'Amministrazione ha persino tradito le promesse fatte ai gloriosi veterani, riducendo le loro possibilità di accedere all'assistenza sanitaria. Patriottismo - si dice nella Piattaforma democratica per l'America - è innanzitutto preoccuparsi per i propri mutilati di guerra.
Una proposta di riforma generale del sistema sanitario, di portata analoga a quella che Clinton presentò al paese in occasione della sua prima campagna elettorale, anche se questa volta, tuttavia, i democratici l'hanno evocata ma non presentata, memori delle difficoltà che poi incontrò quella avanzata nel '96, che spinsero, alla fine, il presidente a rinunciare. Analoga genericità per l'educazione e, in definitiva, anche per il più grosso dei problemi sul tappeto: il declino dell'occupazione, il cui tasso è tornato a scendere in quest'ultimo anno, sfatando l'illusione che la piccola ripresa economica che Bush aveva attribuito al taglio delle tasse avesse ormai stabilmente allontanato lo spauracchio della disoccupazione.
In realtà su questo punto cruciale l'atteggiamento dei due contendenti è sostanzialmente analogo: ambedue sono divisi fra la necessità di garantire ai lavoratori americani che sbarreranno la strada alle importazioni dalle minacciose nuove tigri asiatiche, prima di tutte la Cina, e la volontà, al tempo stesso, di non scontentare quei settori dell'economia, i più potenti, che puntano, attraverso l'Organizzazione mondiale del commercio, alla completa liberalizzazione degli scambi. Proprio nei giorni in cui si teneva la Convenzione democratica, al vertice dell'organismo, a Ginevra, i big occidentali (Stati uniti, Europa, Giappone) vendicavano l'`affronto' subito a Cancún da parte del Gruppo dei '20, varando - con la compiacenza di Brasile e India (i più ricchi dei 90 poveri) - un accordo che, sebbene presentato come un grande successo dei paesi del Sud - che avrebbero ottenuto la cancellazione dei sussidi statali concessi alle agricolture occidentali (e non è affatto vero) -, impone l'apertura totale - in cambio di quasi niente - delle fragili economie dei paesi in via di sviluppo a beni e servizi dei paesi più industrializzati. Difficile, in queste condizioni, alzare a casa propria ulteriori barriere per difendere i propri operai dalle importazioni e tanto meno dalle delocalizzazioni, che sono una manna per il capitale finanziario.
Di questa vicenda, che ha enormi implicazioni internazionali e domestiche, perché fra l'altro richiama il fantasma della crescente potenza cinese, la sola capace in prospettiva di tener testa agli Stati Uniti, a Boston nessuno ha parlato, così avallando di fatto le scelte a favore delle proprie multinazionali compiute dall'Amministrazione Bush. (Ma, del resto, quali partiti della sinistra europea si sono occupati del fatto?) Certo, i democratici restano - per tradizione e sensibilità acquisita, così come, seppure in modo sempre meno lineare, per via della loro base sociale - più vicini ai sindacati e ai lavoratori. Ma più che per gli impegni assunti in loro favore, le hanno confermate grazie alla attiva solidarietà che i delegati hanno manifestato a poliziotti e pompieri di Boston, cui il sindaco (democratico) non aveva voluto rinnovare il contratto e che, per protesta, avevano allestito i loro picchetti di sciopero tutt'attorno alla Convention.
Per capire il senso delle enunciazioni programmatiche di Kerry è meglio, comunque, guardare a come si sta muovendo in rapporto ai diversi spicchi dello spettro sociale, scientificamente analizzato dai managers della sua campagna elettorale. Ne risulta che i candidati democratici sono storicamente più deboli fra i maschi bianchi e adulti (Bush aveva, quattro anni fa, in questa categoria, un margine di vantaggio del 23 %). Di qui l'insistenza nel mostrare un Kerry forte negli sport competitivi e il suo silenzio - accoratamene suggerito dai suoi consiglieri - sulla libertà di detenere le armi. La foto del candidato con un fucile in spalla - ha raccontato James Kaspar, leader del sindacato dei lavoratori dell'auto dell'Ohio - mi ha aiutato a convincere non pochi iscritti diffidenti.
Su aborto, matrimoni gay e, più in generale, sulle questioni di costume, i democratici hanno cercato di evitare prese di posizione troppo precise. Il partito si presenta infatti piuttosto debole nelle più conservatrici città di provincia: Gore, nel 2000, ottenne nei centri con meno di 50.000 abitanti meno del 40% dei voti.
E però la gente cambia e perciò si scopre dai sondaggi che questa volta ci sono non pochi giovani ricchi diventati democratici: perché sono stati a scuola con almeno un nero, un gay, un fumatore di canne e hanno la mamma che lavora. Gore già ne aveva conquistato il 44%, 4 punti in più di Clinton, ma ben 16 più di Mondale nel 1984, davvero un segno dei tempi! E poi bisogna tener conto che in alcuni Stati è necessario evitare che un po' di voti, magari pochissimi ma che potrebbero esser decisivi, vadano a Nader proprio per via di questi temi cosiddetti `culturali'. E così, sebbene sempre con molta prudenza, Kerry qualcosa, su questi argomenti, la dice. Anche perché i democratici sperano sempre di poter attingere questa volta più largamente della precedente nel grande serbatoio dei giovanissimi, la categoria fra i 18 e i 22 anni, che praticamente non vota: nel 2000 solo un terzo dei registrati ha fatto lo sforzo di recarsi alle urne, mentre questa volta sembrerebbero più propensi ad impegnarsi contro Bush, anche grazie alla inedita mobilitazione dei grandi della musica e del cinema.
In questo gioco di alchimie, di detto e non detto, scrupolosamente calcolato in rapporto alle dimensioni di questo o quello spicchio di elettorato da recuperare, solo sulla pena di morte Kerry non è stato reticente. A chi una volta lo ha attaccato su questo punto, forte del suo passato di guerriero, ha tappato la bocca rispondendo: «Credo di sapere qualcosa sull'uccidere».
L'altra chiave per capire sta naturalmente nell'analizzare i finanziamenti alla sua campagna elettorale. Il divieto di donazioni illimitate ai partiti, stabilito qualche anno fa, non ha cambiato molto nella sostanza, ma ha modificato un po' le forme adottate per veicolare i contributi: così, per esempio, anziché direttamente ai comitati elettorali dei partiti il danaro, a palate, arriva ora all'organizzazione delle Convenzioni che si ingigantiscono, rendendo ridicole le norme restrittive, come quella, per esempio, che proibisce a chiunque di invitare a cena un senatore, pagando un conto superiore ai 49 dollari. Fra i big che hanno dato soldi ai democratici ci sono, comunque, oltre ai più noti critici di Bush, come Soros, nuovi arrivati: per esempio Greenberg, repubblicano, alla testa di un colosso che si chiama Innovation Investments, che si è arrabbiato con Bush per via delle cellule staminali che potrebbero, oltre che curare, aprire immense nuove prospettive all'industria farmaceutica. Quel che si è invece diffusa molto, grazie soprattutto all'esempio di Edward Dean e del suo movimento Move on, che ha raccolto moltissimo danaro on line, è la piccola donazione capillare, che consente di attivare pezzi di società civile che non coincidono affatto con il big money.
John Corzine, presidente del Comitato per la campagna elettorale senatoriale democratica ed egli stesso senatore del New Jersey, ha saputo far tesoro dell'esperienza, cercando soprattutto di candidare per il rinnovo di un terzo del Senato esponenti dei diversi gruppi etnici, sì da legarli al carro del candidato presidente su cui si vota lo stesso giorno e di mobilitare finanziariamente le rispettive comunità: Barack Obama, afroamericano dell'Illinois; Ken Salazar, ispanico del Colorado; Brad Carson, discendente dei nativi indiani, in Oklahoma; una donna (che vale, per il suo genere, come un'etnia!), Inez Tenenbaum, in Sud Carolina. E infine il vero successo di Corzine: l'aver scovato persino un abilissimo pakistano-americano, che, in nome della protesta dei mussulmani per le discriminazioni introdotte dopo l'11 settembre da Bush nei loro confronti, ha scovato un mare di donatori correligionari, che via via si sono collegati con gli altri `etnici'.
Soprattutto `etnici' erano peraltro anche i veterani del Vietnam presenti alla Convenzione, accorsi per celebrare non solo i valori militari di Kerry, ma anche perché la sola critica che egli ha rivolto a Bush per la guerra in Iraq è di aver mandato allo sbaraglio i soldati americani. Che oggi sono soprattutto neri e ispanici, cioè i più poveri. (I neri sono solo il 12% dei `ragazzi americani', ma il 20% fra i militari.) Di fronte a queste vaghezze il mouvement si è differenziato, perché non tutti hanno accettato lo slogan Abb («Anyone But Bush», «Chiunque, ma non Bush»), anche se il candidato alternativo, Ralph Nader, ha questa volta ottenuto davvero pochi appoggi, neppure quello del suo Partito verde. E così mentre l'area pacifista più radicale e storicamente più anti-Partito democratico, raccolta nell'organizzazione Answer 2, ha scelto la diretta e tradizionale contestazione - marcia sulla Convenzione e scontro con la polizia -, il grosso dei pacifisti, che fa capo alla coalizione Giustizia e Pace, ha invece scelto, assieme ad altre organizzazioni, la `contestazione positiva': azioni decentrate nei quartieri della città, dove sono stati organizzati i `People's Parties' e la promozione, a Boston, di un Forum sociale, con ben 400 gruppi di lavoro.
Il dilemma se votare o non votare per Kerry continua a dominare la sinistra americana e le sue numerose pubblicazioni sono piene di interventi pro e contro. Gabriel Kolko, uno degli storici economisti più autorevoli, e Alexander Cockburn, giornalista fra i più noti, sostengono, per esempio, che `il male minore' non è Kerry, bensì Bush: perché la sua incompetenza è tale che sta distruggendo il sistema di alleanze così cruciale per il potere americano. Gli risponde una schiacciante maggioranza che rinfaccia ai due autorevoli personaggi di aver dimenticato la storia e come la tesi del `tanto peggio tanto meglio' portò dritti al fascismo. Alcuni suggeriscono di votare ma non sostenere, altri di votare per Kerry solo negli Stati incerti, in cui il voto può esser decisivo. Per tutti, insomma, il boccone da ingoiare appare molto, molto indigesto e la prospettiva è dunque che il candidato democratico non riesca a ottenere quanto all'inizio il Partito democratico sembrava intenzionato a tentare: ridurre l'astensionismo che è tradizionalmente dei poveri e della sinistra, attivando una mobilitazione che per Gore non ci fu.
A seguire la campagna elettorale degli Stati Uniti, che si svolge nel pieno del dramma iracheno, sembra certo incomprensibile come chi si oppone a Bush sia così reticente, come e perché la gente non insorga per fermare il disastro dell'attuale Amministrazione e chiedere l'immediato ritiro delle truppe dal martoriato paese. Ma il problema non è un candidato piuttosto che un altro. Il problema è l'America. La politica estera - e dunque militare - di Washington è fondata su un dato imprescindibile, che tutti li accomuna: l'eccezionalismo americano, l'idea, radicata fin nel senso comune, di essere depositari di una missione, di rappresentare il modello supremo di civiltà, il tutto accompagnato da una ignoranza di tutto ciòche è `altro' diffusa anche nelle élites politiche, e da un universalismo tutto ricalcato sui propri valori, principi, abitudini, visione del mondo. (Michael Lind, per sottolineare l'accelerazione subita in questi anni da questo autoreferenzialismo, sostiene che occorre ormai parlare non solo di «neo-cons», ma anche di «neo-lib», rispetto a cui si possono tutt'al più trovare «falchi umanitari» e «internazionalisti muscolari».) Del resto, l'accusa che Kerry non riesce a scuotersi di dosso è di avere, nel lontano '71, sebbene lui stesso fosse reduce dal Vietnam, testimoniato dinanzi al Senato sui crimini commessi dall'America in Indocina; e di aver attivamente partecipato al movimento pacifista di allora. Una colpa imperdonabile contro la patria.
Che il problema sia l'America l'ha scritto, in un lucidissimo articolo, persino Ferdinando Salleo, per sette anni ambasciatore italiano a Washington. Una voce rara nell'indecente cicaleccio italiano sull'antiamericanismo, rilanciato con tono cattedratico da Giuliano Amato, prima in occasione di un dotto confronto con i democratici statunitensi promosso dalla dalemiana associazione «ItalianiEuropei», ora - in stagione estiva - riferendoci le sue riflessioni in margine a una sua conferenza tenuta a Cortina d'Ampezzo. Riproponendo l'asse atlantico come il paradigma della civiltà. Ammesso che sia mai stato vero, ripeterlo oggi dopo Abu Ghraib, Guantanamo, la guerra preventiva e tutto il resto, e in un mondo dove non c'è più, se mai c'è stato, l'Occidente da un lato e il deserto di civiltà dall'altro, è solo il segno del carattere retrogrado delle élites politiche italiane. Al punto che ora si sta cercando di imporre - contestato solo da più che tenui proteste - il test di `filoamericanismo' come precondizione per essere ammessi all'alleanza di centro-sinistra. Chi non giura fedeltà agli Stati Uniti, e chi tentenna, è chiamato a scusarsi.
«Non basta cambiare il presidente, bisogna cambiare l'America» - ha scritto recentemente lo scrittore Norman Mailer. E perciò, ha aggiunto, quel che conta non è la campagna elettorale, è una mobilitazione di lungo periodo. In America, e anche in Italia.


note:
1  Eurosolar (The European Association for Solar Energy), fondata a Berlino nel 1988 e presieduta da Hermann Scheer, è un'associazione ambientalista, articolata in sezioni nazionali in quasi tutti i paesi europei, che promuove studi, ricerche e iniziative per favorire lo sviluppo di fonti energetiche alternative e un mutamento dei modelli di mobilità e di consumo secondo principi di compatibilità ambientale (NdRM).
2  Answer (risposta, reazione attiva) è l'acronimo di Act Now to Stop War and Racisme, una delle reti pacifiste contro la guerra e l'emarginazione razziale (NdRM).


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