numero  53  settembre 2004 Sommario

La conferenza sulle energie rinnovabili

L'ALIBI DELL'UMANITA'
Hermann Scheer  

A Johannesburg, alla Conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile del 2002 1, i temi dominanti del dibattito erano due: le risorse idriche e le fonti di energia rinnovabili. E dire che dieci anni prima, all'epoca della Conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile del 1992 2, la questione energetica passava ancora per un tema marginale. Dati gli enormi interessi legati alle energie fossili e nucleari, si preferiva evitare di parlarne - anche perché, nel momento in cui si pone questo problema all'ordine del giorno, non è più possibile prescindere dall'alternativa delle energie rinnovabili. Ma al punto in cui siamo, mentre si profila ormai chiaramente, in contrapposizione al sistema energetico costituito, la prospettiva del «powerdown» - questo il titolo di un libro dell'americano Richard Heinberg 3, di recente pubblicazione - è ormai impossibile eludere il problema dei rischi del nucleare, né si può ignorare il cambiamento climatico indotto dalle energie fossili e la prospettiva sempre più ravvicinata del loro esaurimento.
A Johannesburg il tema era sul tappeto. Ma anche stavolta si è mancato di trarne le logiche conseguenze politiche, anche se in questi ultimi anni alcuni paesi hanno messo a punto strategie nazionali, con evidenti successi. In Germania sono state create, grazie alla legge sulle energie rinnovabili, nuove strutture per una capacità di produzione energetica di 16.000 Mw. Gli impianti eolici in funzione sono 15.000, per una capacità di 14.000 Mw, che assommano al 40% della produzione totale di energia eolica a livello mondiale. Nel settore delle energie rinnovabili la crescita è di 3000 Mw l'anno. Grazie a queste attività, sono creati 130.000 nuovi posti di lavoro, con un tasso di crescita annua del 30%. In Austria le fonti rinnovabili coprono attualmente il 20% del fabbisogno energetico. In Brasile, il bioetanolo rappresenta un quarto circa del combustibile utilizzato. In Cina si producono ogni anno 50 milioni di collettori solari per usi di riscaldamento domestico. Ma a parte questi esempi, nella maggioranza dei paesi - come del resto a livello internazionale - i progressi concreti sono minimi, mentre abbondano i riconoscimenti puramente verbali.
In senso positivo si possono comunque registrare due iniziative innescate a Johannesburg. La prima è l'invito, rivolto a tutti i governi dal cancelliere federale tedesco Schröder, a una Conferenza internazionale sulle energie rinnovabili, per portare avanti una serie di iniziative a livelli più avanzati di quello, nettamente insufficiente, condizionato dalla ricerca del consenso internazionale. La seconda è una dichiarazione d'intenti da parte di una `Renewable Energy Coalition' [Coalizione per le energie rinnovabili], sottoscritta da 80 governi per una serie di iniziative di livello superiore alla media. Purtroppo si è constatato quasi subito lo scarso significato di questa dichiarazione, sottoscritta anche da governi che non hanno mai preso iniziative di sorta in favore delle energie rinnovabili, né prima né dopo la firma del documento. Un effetto pratico più rilevante ha avuto l'invito alla Conferenza intergovernativa sulle energie rinnovabili, che ha avuto luogo a Bonn dal primo al 4 giugno. Vi hanno partecipato le delegazioni di 154 governi, i rappresentanti delle organizzazioni dell'Onu e tutta la gamma delle Ong. In contemporanea, si è svolto il Forum parlamentare internazionale sulle energie rinnovabili, organizzato dal Bundestag, con la partecipazione di 350 rappresentanti di oltre 70 Parlamenti.
Il punto cruciale è chiedersi se questa Conferenza intergovernativa sia riuscita ad abbandonare i consueti binari della diplomazia ambientalista internazionale, o non riproduca invece lo schema delle precedenti conferenze: le quali, incapaci com'erano di dare impulso ad azioni concrete, si sono limitate a proporre surrogati che non cambiavano nulla.
Una cosa però va detta: questa Conferenza ha certamente dato un contributo senza precedenti per superare, a livello politico e istituzionale, il diffuso atteggiamento di sufficienza sulla questione delle energie rinnovabili, considerate finora come una tematica marginale. È quindi all'evento politico in sé che si deve attribuire una valenza particolare. Il fatto che uno dei maggiori paesi, tra i più ricchi di tradizioni industriali a livello mondiale, abbia cercato di porre questa questione al centro dell'interesse, rappresenta un grande passo in avanti per il superamento dei blocchi mentali che accecano i responsabili politici ed economici in materia di ecologia e sviluppo.
Ciò considerato, si sarebbe dovuto evitare di far incombere su quest'evento il proposito di raggiungere un consenso generalizzato. Così facendo, si è ricaduti, come troppo spesso è avvenuto, nel tentativo di programmare strategie ecologiche globali, improbabili perché basate su premesse errate. Si sono così suscitate di volta in volta, con grande dispendio di mezzi, grandi aspettative e speranze che sono andate regolarmente deluse; e si è perduta frattanto l'occasione di iniziative in grado di produrre risultati concreti. In nome dell'unanimità, la dichiarazione finale della Conferenza intergovernativa ha tentato di far contenti tutti - compresa la delegazione del governo Bush e i rappresentanti dei paesi dell'Opec. Era quindi scontata l'inconsistenza di questo testo che parla di «riconoscere» la prospettiva di un «contributo significativo» delle energie rinnovabili per uno sviluppo sostenibile, e a tal fine fa appello alla «cooperazione e collaborazione». La Conferenza di Bonn, prosecuzione di quelle di Rio e Johannesburg, decide «di comune accordo» di «riaffermare» i risultati (inesistenti) ivi conseguiti e di «costruire» la propria azione su quella base. I governi prendono atto («take note») che da parte di alcuni paesi sono stati fissati determinati obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili, e che è stato presentato un catalogo delle diverse scelte possibili («a menu of options for decision-makers»), in cui figura la quasi totalità delle iniziative finora realizzate a livello mondiale. Peccato che nessuno abbia pensato di verificarne il grado di efficienza e utilità. I delegati assicurano il loro «appoggio» alla promozione delle potenzialità umane e istituzionali (purtroppo non meglio precisate) nel campo delle energie rinnovabili; e sottolineano («emphazise») la necessità di stabilire obiettivi di ricerca e sviluppo, ma senza dire quali. Inoltre sono concordi («agree») per collaborare a un «global policy network» informale, con il coinvolgimento dei Parlamenti, delle autorità locali e regionali, del settore accademico e di quello privato, delle istituzioni internazionali, delle confederazioni dell'industria e dei consumatori, della società civile, di associazioni e gruppi di donne e dei partner «di pertinenza a livello mondiale». Insomma, di tutti: la formula generica e non vincolante per eccellenza. Il tentativo all'origine di questa Conferenza - quello di portare la problematica dello sviluppo ecologico fuori dal calderone della diplomazia del consenso - è dunque miseramente fallito. In conclusione, si invita a riferire ogni «progresso quantificabile» («measurable step») alla Commissione dell'Onu per lo Sviluppo sostenibile (Csd) e si stabilisce che in quella sede verrà discusso un follow-up, una ricaduta. Dunque, tutto come prima Il Programma d'azione internazionale, presentato al termine della Conferenza e celebrato come un grande passo in avanti, è di fatto una pura e semplice enumerazione delle diverse iniziative che sono state poste in atto finora nel campo delle energie rinnovabili. A tutti i partecipanti - delegazioni degli Stati e organizzazioni - era stato distribuito un formulario sul quale indicare le iniziative in via di attuazione e quelle già programmate. I moduli così compilati sono stati - letteralmente - spillati insieme a formare un fascicolo: con buona pace del concetto di programma! Ne è risultato un insieme eterogeneo, che affianca senza distinzione alcuna programmi di rilievo, come quello della Cina, all'obiettivo di coprire entro il 2020 il 17% del proprio fabbisogno di energia elettrica ricorrendo alle fonti rinnovabili, fino ai più diversi annunci di iniziative di ricerca (seminari, documentazione) organizzate in altre parti del mondo.
Eppure, a livello internazionale si stanno avviando azioni concrete, che potrebbero dar luogo a un vero salto di qualità. Particolarmente importante è il progetto di istituire un'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. L'auspicio della creazione di quest'organismo, contenuto nell'accordo di base della coalizione rosso-verde, è stato riconfermato nell'aprile 2003 al Bundestag e ribadito nell'ambito del Forum parlamentare per le energie rinnovabili, svoltosi in parallelo con la Conferenza intergovernativa. Ma questa proposta, pur valorizzata dallo stesso cancelliere Gerhard Schröder nel suo intervento alla Conferenza intergovernativa, è stata da questa percepita come un elemento di disturbo. Il fatto è che a Bonn si voleva evitare a ogni costo qualunque tema o proposta suscettibile di scontrarsi con una qualche resistenza che così finisse per ostacolare il tentativo di conseguire il consenso generale. L'iniziativa era stata peraltro già accantonata, per volontà del ministro tedesco dell'ambiente, fin dalla fase preparatoria della Conferenza; e per tutta la sua durata si è cercato con ogni cura di evitare anche di discuterne. Di fatto, un'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili costituirebbe una realtà politica operativa non in linea con i metodi abituali del sistema Onu e della diplomazia internazionale. Si supererebbe così l'insostenibile status quo di un sistema internazionale in cui le sole istituzioni sono quelle preposte alla promozione dell'energia nucleare (l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica) e alla sicurezza delle fonti di energia fossile (l'Agenzia Internazionale per l'energia dell'Ocse). Non può quindi destare sorpresa che sul piano internazionale le energie rinnovabili siano state sempre trascurate, se non del tutto ignorate. Ed è tanto più sorprendente che a dispetto di tutte le dichiarazioni del partito di governo tedesco e del Bundestag, nonché delle decisioni già approvate in questo senso, sia stato proprio il ministro dell'ambiente della Repubblica federale tedesca a opporsi alla creazione di un'istanza internazionale per le energie rinnovabili.
Il motivo va ricercato nell'ostinato attaccamento alla premessa della ricerca del consenso internazionale, e di un approccio tassativamente multilaterale. E nel conseguente rifiuto dell'idea che per portare avanti in maniera incisiva la risoluzione dei problemi ambientali globali sia necessaria - così come accade nei campi dell'economia e della sicurezza con l'appoggio di istituzioni comuni - un'organizzazione internazionale sostenuta da un gruppo di paesi. Nel campo della tutela dell'ambiente dobbiamo invece constatare che da un quarto di secolo la diplomazia si è autoimposta una serie di limiti che non riesce a superare, ed è quindi prigioniera delle sue stesse premesse.
Ecco perché l'ipotesi di un'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili è stata la cartina di tornasole che ha reso evidente l'indisponibilità della Conferenza intergovernativa a superare l'autoreferenzialità di un sistema basato sulle conferenze internazionali, uscendo dalla paralisi della consensualità. Un sistema che vuole far contenti tutti e non dare dispiaceri a nessuno comporta obbligatoriamente tempi da lumaca, ed è quindi fatalmente incapace di tenere il passo con la reale dinamica dei rischi. Purtroppo, da tempo molte Ong si sono integrate in questo sistema rinunciando al loro ruolo propulsivo. Alla Conferenza di Bonn, il Wwf ha votato compatto contro l'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, e la stessa Greenpeace, che ancora a Rio aveva condiviso la proposta avanzata già allora da Eurosolar 4, ora traccheggia, sempre in nome del consenso. Mentre il suo rappresentante si è associato al giudizio positivo sui «risultati» della Conferenza, fuori della sala i giovani di Greenpeace dispiegavano uno striscione con la scritta «Rio, Johannesburg, Bonn - we are disappointed» [siamo delusi].
Una strategia ecologica globale richiederebbe iniziative in grado di produrre un vero salto di qualità per far decollare dinamiche trainanti, alle quali, a un dato momento, nessuno potrà più sottrarsi. Ma per dar luogo a una svolta di questo tipo, qualcuno deve assumersi il ruolo da battistrada. Potrebbe trattarsi di singoli Stati, o di gruppi di Stati disposti a prescindere dall'obbligo di realizzare un consenso generale, svincolandosi da una logica preoccupata esclusivamente dei `costi' e pedissequamente ligia al dogma della liberalizzazione globale dei mercati, ponendo invece in primo piano i vantaggi reali di un tale mutamento di rotta, non da ultimo per la propria economia, in termini di innovazione e di potenzialità per il futuro.
Sul piano nazionale la Germania, con la sua legge sulle energie rinnovabili, ha posto le basi per l'adozione di queste premesse alternative, dando così un esempio incoraggiante che altri paesi stanno già seguendo. Purtroppo però gli organizzatori della Conferenza di Bonn hanno invertito la rotta, abbandonando quei concetti che invece dovrebbero essere estesi a livello internazionale, se si vuole che la nostra ecosfera abbia qualche probabilità di salvezza.
In questo senso la Conferenza di Bonn avrebbe potuto fare riferimento a una serie di spunti concreti elaborati, in occasione del suo Forum, dal Consiglio mondiale per le energie rinnovabili. In questa sede è stato presentato un compendio delle esperienze portate avanti in questo campo dai protagonisti a livello mondiale, e in particolare dalle Associazioni indipendenti per le energie rinnovabili. Ma evidentemente quelle proposte - e in particolare il passo concreto della creazione di un'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili - sono state considerate troppo ambiziose. Il Forum parlamentare internazionale per le energie rinnovabili, formato da 350 rappresentanti di 70 Parlamenti, ha invece accolto questa e altre proposte nel testo della sua risoluzione. Ma a Bonn il tutto è stato regolarmente cestinato. Così la Conferenza intergovernativa appare come un nuovo, classico esempio dell'effetto paralizzante del dogma del consenso, che vanifica qualsiasi tentativo di perseguire una strategia ecologica globale. Lo scenario è sempre quello di una megaconferenza che, con il concorso massiccio dei media, suscita l'impressione di una mobilitazione globale. Ma non appena l'eco della grancassa mediatica si spegne, il risultato appare nella sua sconfortante realtà: un girare a vuoto che non ha cambiato nulla: business as usual.
Di regola, è ben difficile che un'iniziativa in grado di indurre una svolta reale riscuota il consenso generale. Perciò bisogna che qualcuno si assuma il ruolo di precursore, e stringa possibilmente qualche alleanza per un'azione d'avanguardia. La possibilità di partecipare dovrebbe essere aperta a tutti, ma a condizione di non esercitare un'azione frenante.
Perciò, di fatto non era essenziale ottenere che la Conferenza di Bonn si pronunciasse in favore della creazione di un'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili. Sarebbe stato invece importante, in quella sede, presentare l'iniziativa, invitando chiunque lo desiderasse a prendervi parte in condizioni di parità. Purtroppo questo non è stato fatto, e tutto il resto è finito nella famigerata macchina tritatutto del consenso internazionale. Perciò anche questa Conferenza ha mancato di realizzare la svolta che avrebbe potuto portare a un risultato concreto.
Un caso di scuola per dimostrare che non sarà la diplomazia internazionale a produrre un salto di qualità in materia di tutela dell'ambiente, né a liberare la comunità internazionale dalla trappola delle fonti energetiche fossili e nucleari.


note:
1  La Conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile si tenne Johannesburg, Sudafrica, dal 26 agosto al 4 settembre 2002. Prevedeva cinque Sezioni: Acqua, Energia, Salute e brevetti, Biodiversità, Finanze. Si concluse con un generico rinvio delle soluzioni al 2015 (NdRM).
2  Nel 1992 la Conferenza mondiale di Rio de Janeiro approvò l'Agenda 21 per lo sviluppo sostenibile, invitando in particolare i governi locali a promuovere azioni per la sua attuazione (NdRM).
3  Richard Heinberg, Powerdown: Options and Actions for a Post-Carbon World, trad it. R. Heinberg, La festa è finita. La scomparsa del petrolio, le nuove guerre, il futuro dell'energia, Fazi editore, 2004. Powerdown si può tradurre con ridurre l'energia o ridurre il potere (NdRM).
4  Eurosolar è un'associazione no-profit, apartitica e indipendente dall'industria, dalle istituzioni politiche e dalle pressioni del mercato, fondata a Berlino nel 1988 e diffusa in molte nazioni europee. Hermann Scheer ne è il presidente (NdRM). (traduzione di Elisabetta Horvat)


Inizio Sommario