numero  53  settembre 2004 Sommario

Le prove d'autunno

PASSI OBBLIGATI PER LA CGIL
Dino Greco  

1.A qualsiasi sindacato che si rispetti, anche al più incline a una interpretazione pragmatica del proprio ruolo, tocca prima o poi tirare le somme, stilare il bilancio consolidato della propria azione, misurare su un lasso di tempo ragionevole l'efficacia delle proprie politiche, avendo come riferimento la condizione materiale di vita e di lavoro di coloro che rappresenta. E verificare, in primo luogo, se la tensione universalistica, solidaristica ed egualitaria della sua ispirazione regge oppure no la prova della contrattazione, vale a dire della sua pratica reale. Questo vale anche nei momenti di più acuta difficoltà che possono costringere a strenue battaglie difensive. Ma proprio di fronte all'attacco più duro c'è una cosa su tutte che un sindacato `generale' non può permettersi: recintare le conquiste della generazione più anziana e abbandonare quella più giovane a se stessa, scontandone la secessione. Subire questa involuzione equivarrebbe a flettere l'azione sindacale nell'unica dimensione di un presente agonico, orbo del passato e privo di futuro, un tirare a campare che subisce passivamente la scomposizione del lavoro in una miriade di segmenti spogliati di una comune identità e in reciproca concorrenza.
2. È dunque necessario compiere un esame di realtà, senza praticarsi sconti, e guardare alla condizione di una generazione che si affaccia al lavoro oggi, in Italia.
Sto parlando di giovani mediamente descolarizzati che si adeguano alla domanda quantitativamente scarsa e qualitativamente mediocre che viene dal sistema delle imprese, in un paese nel quale poco meno del 60% della popolazione non possiede la licenza media inferiore e quasi il 40% è privo anche di quella elementare. I loro rapporti di lavoro sono marchiati, sotto ogni aspetto, dalla precarietà: lavoro discontinuo, sottopagato, sindacalmente poco o per nulla tutelato, in molti casi - si pensi agli effetti della Legge 30, ma non solo - sottocontribuito. Difficile che essi possano immaginare un futuro accettabile che non può non essere fondato su un'aspettativa di guadagno continuativo. Un giovane che non possa vantare la condizione privilegiata di un lavoro stabile, qualificato e ben remunerato, non saprà mai se raggiungerà il diritto alla pensione, essendo ormai necessari, per meritarsi questo traguardo, quarant'anni di contributi effettivamente versati, da accumulare nel corso di una vita costellata da prestazioni di lavoro saltuarie e a bassa o, per lunghi periodi, nulla contribuzione, come avviene per i rapporti di apprendistato che possono ormai stagliarsi oltre un lustro. Ma se mai egli alla pensione arriverà, l'attuale coefficiente di trasformazione unito al criterio di calcolo contributivo ne taglieggerà la rendita ben al di sotto della soglia di sopravvivenza, mentre l'esiguità della sua retribuzione, diretta e indiretta, gli avrà precluso qualsiasi possibilità di accantonamento ai fini di una pensione integrativa.
Nel frattempo egli dovrà fare i conti con un sistema di ammortizzatori sociali del tutto inadeguato: si pensi al rinsecchimento dei massimali per i trattamenti di cassa integrazione o di mobilità per la (non grande) platea che se ne può avvalere o, ancora, all'assenza di copertura contributiva nei periodi di disoccupazione involontaria. Non lo sostiene un sistema ormai esangue di protezione sociale che tende sempre più a scaricare sulle persone la spesa sanitaria, quella per l'assistenza, quella per l'infanzia, quella per l'istruzione. La casa, poi, è semplicemente un miraggio: gli affitti lievitano insieme alla rendita urbana a causa di una cronica insufficienza dell'offerta abitativa popolare, mentre la possibilità di accedere a un mutuo è fuori discussione. Quale istituto bancario accetterebbe di rischiare su un lavoratore intermittente, occasionale, in affitto, a termine, a chiamata o a progetto?
Se si riflette su questi aspetti - ma altri se ne potrebbero aggiungere che riguardano l'erosione dell'intera impalcatura dei diritti - si comprende quale percorso a ritroso sia andato compiendosi, lungo un quarto di secolo e con una accelerazione progressiva negli ultimi quindici anni, nelle condizioni di vita delle classi lavoratrici. Solo chi sente a sé estraneo questo stato di cose può sottovalutarne la drammaticità e il segno di rottura generazionale, culturale e sociale. Tanto più che l'impoverimento non è generale. Alla spoliazione dei lavoratori e di una buona porzione dei pensionati corrisponde l'arricchimento di un quinto della società che vive nell'opulenza e nello spreco, come prova indubitabilmente la lievitazione dei consumi di lusso. Persino in una fase di marasma economico e di decadenza industriale come l'attuale le grandi imprese distribuiscono lauti dividendi agli azionisti, le banche fanno profitti e non sanno più dove investire i depositi di cui dispongono, la distribuzione della ricchezza prodotta ha stracciato l'equilibrio fra capitale, rendita e profitto degli anni '70 in una misura che non ha raffronti in Europa. Alla penalizzazione prolungata dei lavoratori non è neppure corrisposta una fase di riallocazione innovativa dell'investimento industriale quanto piuttosto e su larga scala l'appropriazione rapace delle risorse da parte di un capitale speculativo che ha esaltato i vizi usurari del padronato italiano.
Come nella superstizione dei sacrifici pagani, il lavoro è stato immolato per niente. Anzi, come non ci stancheremo di ripetere, l'impoverimento sociale che ne è derivato ha colpito anche l'economia e da due lati: ha pesantemente depresso i consumi di massa e ha sospinto le imprese verso l'illusoria scorciatoia di una competitività giocata sulla riduzione dei costi e sul controllo rigido, spesso dispotico, del fattore lavoro.
3. Il fatto è che, a ben vedere, siamo ancora al punto di partenza. La dura lezione dei fatti non sembra essere servita. Almeno non a tutti, a giudicare dallo scontro in atto fra sindacati e nella stessa Cgil.
L'idea - ossessivamente riproposta - è: prima lo sviluppo, poi la redistribuzione. Insomma, prima l'economia deve guarire, da cui la necessità di lavorare sodo e tirare la cinghia, solo dopo sarà possibile spartire (magari più equamente) i frutti, per l'ottima ragione che non si può andare all'incasso di quel che non c'è. Dietro l'apparente buon senso di questa affermazione si ripropone l'inflazionato gioco di prestigio dei due tempi: all'epoca di D'Amato flessibilità e bassi salari erano un valore in sé, oggi sono derubricati a strumento per ricostruire i margini finanziari per la ricapitalizzazione e per l'investimento industriale. Nell'uno e nell'altro caso la compressione del lavoro (come l'improrogabilità di un dimagrimento dello Stato sociale) è un must che non si discute.
In realtà, come si è detto, non è vero che manchino le risorse: ne hanno le imprese e ne hanno le persone fisiche, come indicano i dati sulla distribuzione del reddito. Solo che le imprese preferiscono la corsa alla finanziarizzazione e alla diversificazione dell'investimento, spesso di natura speculativa, mentre il governo rigetta una tassazione progressiva che intercetti tutta la ricchezza, anche quella finanziaria e patrimoniale, che è tanta, ripudiando la sola linea che potrebbe sostenere una politica di rilancio della spesa pubblica sociale la quale a torto continua a essere ritenuta, a destra come a sinistra, un fardello e una voce da contrarre piuttosto che una virtù e una risorsa da promuovere.
4. Se lo stato delle cose assomiglia a quello descritto, allora il tema, per il sindacato, è questo: o si procede, con convinzione ed in profondità, lungo la strada indicata dal XIV Congresso della Cgil, oppure si innescherà un processo involutivo che chiamerà i lavoratori - anche in un mutato quadro politico - a reinterpretare il ruolo dei donatori di sangue, replicando una commedia che ha lasciato ferite non ancora rimarginate.
Gli indizi, come vedremo, ci sono tutti e non sono incoraggianti. Del resto, quanti oggi dall'opposizione pensano che è un bene che il governo in carica faccia in proprio un po' del lavoro sporco (ma necessario) lasciano ben capire quale potrà essere nel futuro la direzione di marcia. Ne è un esempio lampante la costernazione di Fassino per la sacrosanta decisione della Cgil di interrompere un confronto con Confindustria che rischiava di rilanciare un negoziato `al buio', senza piattaforma sindacale, senza oggetto concordato, senza regole. La logica politicista è tutta qui: giova il concerto di forze che in qualche modo metti al tuo fianco (o al cui fianco decidi di collocarti), nuoce tutto ciò che lo disconnette. Cos'è lo schieramento? Tutto! Cos'è il merito? Nulla! Per questo ogniqualvolta si apre un conflitto sociale materialmente determinato (Welfare, diritti, salario) o precipitano questioni di potere reale (come l'esercizio della democrazia sindacale) si salda un fronte di forze sorprendentemente esteso che chiede ai lavoratori e a quei sindacati che ne esprimono più genuinamente le istanze e la soggettività di fare un passo indietro, di rinunziare, di piegarsi.
5. Nel marzo scorso, sospintovi dai disastri provocati dalla situazione economico-sociale, che hanno messo in ginocchio il paese e ridicolizzato il `patto per l'Italia', il sindacato confederale ha confezionato una piattaforma generale che, pur scontando reticenze, ambiguità e un evidente handicap verticistico (essendo stata elaborata al di fuori di qualsiasi rapporto con i lavoratori e con le stesse strutture sindacali territoriali) poteva tuttavia costituire la leva per un rinnovato protagonismo dei lavoratori capace di crescere su se stesso, sostenere la lotta contro la politica del governo e accompagnare quella per i rinnovi contrattuali.
Non è andata così. L'iniziativa che doveva dare la stura a una nuova fase di lotta unitaria si è rapidamente esaurita, per cui la crisi di governo, non formalizzata ma assai reale, anche se prodottasi per autocombustione, ha potuto attraversare l'estate senza che fosse in campo una mobilitazione sociale, benché la vittima sacrificale fosse proprio il lavoro (manovra correttiva, pensioni, Dpef, con corredo di tagli alla spesa sociale, riforma fiscale e golpe presidenzial-devolutivo in dirittura d'arrivo).
Questa incomprensibile impasse ha generato nei lavoratori la pessima sensazione che non si faccia sul serio. La sola indicazione unitaria venuta dal centro confederale, quella di una non meglio definita fermata di protesta nei luoghi di lavoro quando il governo avesse approvato la Legge delega sulle pensioni (modalità che ha consapevolmente escluso dal pur piccolo gesto gran parte del pubblico impiego e tutti i lavoratori dei servizi vincolati dalle norme di preavviso in materia di sciopero), non ha fatto che rinforzare questo sospetto e dunque è stata o ignorata o gestita senza alcun entusiasmo dalle solite avanguardie.
6. Quanto ai contratti, è successo un po' di tutto. Dei due cardini sui quali dovevano essere imperniati i rinnovi - incremento del potere d'acquisto delle retribuzioni e contrasto all'attuazione della Legge 30 - l'uno ha conosciuto alterne fortune, non andando per lo più al di là della tutela dall'erosione inflattiva; l'altro, sia detto con sincerità, è stato divelto. In qualche caso il confronto sulle flessibilità è stato differito nel tempo, in qualche altro ne è stato attutito l'impatto, ma nella maggior parte dei casi vi è stato un florilegio di accordi che hanno battuto, nelle composizioni più fantasiose, l'intera tastiera della precarizzazione: scorporo di ramo d'azienda, contratti a progetto, di inserimento, somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, lavoro intermittente (a chiamata), part-time iperelastico, apprendistato a go go. Ma anche deroghe peggiorative alla già pessima Legge 66 in materia di orario di lavoro e applicazioni estensive del contratto a termine (si ricorderà il rifiuto della Cgil di sottoscrivere -a differenza di Cisl e Uil - l'avviso comune con Confindustria) hanno avuto ampio e libero corso, spesso senza che i sindacati di categoria opponessero alle pretese padronali un solo minuto di sciopero.
Niente come la lettura dei testi sottoscritti, dei dispositivi utilizzati dà conto di quanto l'impostazione contrattuale prevalente sia innervata di una cultura sindacale che ha al suo centro l'impresa, le sue imprescindibili compatibilità e non i lavoratori con le proprie esigenze. La definizione di `lavoro alla spina' con cui Alessandro Robecchi ci ha amaramente divertito in uno dei suoi articoli domenicali sul «manifesto», rende bene la realtà della stagione contrattuale in corso di svolgimento. Così, la linea faticosamente costruita dalla Confederazione si è infranta - ben prima di arrivare all'impatto con le controparti e persino prima di fare i conti con le ben diverse opinioni degli altri sindacati - contro la scarsa convinzione se non contro l'aperta resistenza di una parte rilevante dei gruppi dirigenti delle categorie della Cgil che quell'orientamento avevano subito come un ripiegamento tattico, come un'oscillazione transitoria degli equilibri interni destinata a essere ricondotta nei sentieri ben collaudati dal '93 in avanti. Per questo è stato eluso l'essenziale coordinamento delle politiche rivendicative, in una fase delicatissima della contrattazione che avrebbe richiesto il massimo della coerenza e del rigore. Di volta in volta, autonomia e specificità di categoria sono state rivendicate per spiegare ogni sorta di scivolone. Ciò ha costretto la Confederazione a inediti interventi di polizia contrattuale, tanto coraggiosi quanto - purtroppo - di relativa efficacia, come sul contratto del commercio o su quello dei chimici. In altri casi vi sono state censure a posteriori, ma a danno ormai fatto e non rimediabile. Molto è semplicemente passato in cavalleria.
Ne viene una situazione davvero paradossale. Nell'arco di poco più di un anno la Cgil è passata dall'intenzione di promuovere l'abrogazione referendaria della Legge 30 a quella di chiederne la cancellazione al Parlamento, a quella di opporvi un argine attraverso l'esercizio della contrattazione, per poi vedere legittimate con la materialità dell'esito negoziale proprio quelle norme vituperate di cui ora si avrà certo maggiore difficoltà e titolo di rivendicare la soppressione.
Quanto all'esercizio della democrazia sindacale, siamo di fronte al riprodursi di una biforcazione netta. Il diritto sovrano dei lavoratori a validare con il voto certificato piattaforme e risultati negoziali è stato sostanzialmente requisito dagli organismi centrali delle categorie, spesso dalle delegazioni trattanti, in qualche caso dalle segreterie.
7. Tutti i nodi non sciolti si ripresentano ora più stretti: la risposta alla politica economica e sociale del governo, la questione del modello contrattuale, quella del salario intrecciata all'imminente attentato alla progressività dell'imposta sul reddito, la lotta alla precarizzazione, i rapporti con Confindustria, la questione unitaria legata inestricabilmente a quella, determinante, della democrazia. È proprio quest'ultimo il filo da tirare per dipanare la matassa. Non si caverà un ragno dal buco fino a quando il pezzottismo (sistematica ricerca di un rapporto privilegiato con le controparti, diritto alla sottoscrizione di accordi separati, disconoscimento di una rappresentanza fondata sulla sovranità di tutti i lavoratori) non sarà stato sconfitto. Troppe volte, in questi due anni, la ricostruzione di momenti unitari, dopo pesanti rotture, è parsa nella Cisl un espediente per uscire dall'angolo, per scrollarsi di dosso difficoltà contingenti, superate le quali è ripreso il dialogo asimmetrico con controparti interessate a scegliersi l'interlocutore più accomodante. La democrazia, dunque, come risorsa e, in ogni caso, come vincolo per tutti. Una strada - e forse più d'una - per saldare il ruolo del sindacato, le prerogative delle Rsu e la sovranità dei lavoratori esiste, ma nessuna soluzione può saltare l'elemento decisivo del giudizio dei lavoratori sui contratti, sia quando ciò serva a dirimere ipotesi discordanti fra i sindacati, sia quando questi ultimi pervengano a una posizione unitariamente condivisa.
Questo punto si presenta già come indifferibile perché intraprendere qualsiasi confronto con Confindustria senza averlo prima risolto equivale a costruirsi la trappola con le proprie mani.
Quanto al modello contrattuale, la base di un'intesa non può certo essere quella autolesionista della riproposizione dell'inflazione programmata, per definizione fraudolenta, viatico di un contratto nazionale debole e magari regionalizzato, per nulla compensato dall'illusione di una più robusta contrattazione decentrata che peraltro si vorrebbe incentrata su premi di risultato interamente variabili, legati a sempre più inafferrabili indici di bilancio, aleatori, non soggetti a contribuzione, privi di riflessi sull'indennità di fine rapporto e sulla futura pensione e, per giunta, ottenuti come merce di scambio di una pressoché totale deregolamentazione normativa. Aumento delle disuguaglianze, accentuazione del divario Nord-Sud, compromissione della vocazione solidaristica, degenerazione aziendalistica della contrattazione di secondo livello, sarebbero conseguenze inevitabili dell'eutanasia del contratto nazionale che deve all'opposto riguadagnare peso e centralità, nell'acquisizione al lavoro di quote della produttività generale e nella ricomposizione del lavoro subordinato che la legislazione ha completamente destrutturato: l'esatto contrario dell'attribuzione a ciascuno spezzone di un modesto bagaglio di diversificati e residuali diritti, come vorrebbe non soltanto Sacconi, ma la stessa maggioranza ulivista.
Se molto nei comportamenti reali di diverse categorie della Cgil dovrà dunque cambiare, non è certo dalla Fiom che si deve pretendere coerenza.
8. La Cgil è attesa dunque a scelte cruciali che non potranno essere differite oltre senza pagare dazio pesante. Perché, a differenza delle altre confederazioni, essa non ha alternative. La Cgil non può accettare una trasmutazione parastatale della propria missione, non può rinunciare a una concezione della propria autonomia come espressione di una soggettività politica del lavoro che non si fa assorbire dentro uno schema neocorporativo, dentro la prassi subalterna di un modello che progressivamente sostituisce la contrattazione con un'architettura consociativa bilaterale.
La stagione che è alle porte sarà dunque sotto molti aspetti determinante, perché tutti i nodi verranno contemporaneamente al pettine e l'autunno non potrà essere socialmente incolore come lo è stata l'estate. La stessa ricerca di un terreno di azione unitario sarà tanto più produttiva quanto la Cgil saprà mettere subito in chiaro la determinazione a guidare in proprio la più energica mobilitazione dei lavoratori di fronte a un nuovo smarcamento di Cisl e Uil.
9. La ormai cronica latitanza della rappresentanza politica del lavoro che patisce la diserzione di parte determinante della sinistra può essere costretta a fare i conti con una rappresentanza sociale che non si arrende alla propria marginalità e che sa articolare la propria iniziativa sull'intero fronte delle politiche sociali.
C'è qui un ruolo speciale al quale sono attese le Camere del Lavoro, perché in nessun caso un'impresa di questo respiro - persino se gestita con la più convinta radicalità - può essere delegata al centro confederale. C'è una responsabilità indivisa che non può essere opportunisticamente gettata nel campo altrui.
È allora fondamentale saper produrre una capacità di analisi dei sistemi economico-sociali territoriali, leggerne le peculiarità, formulare proposte e risposte di lotta che sappiano legare in modo originale la contrattazione di secondo livello ai temi della qualità sociale del vivere, il miglioramento delle condizioni di lavoro ai temi dell'inclusione sociale, dell'abitazione, dei servizi pubblici, ma anche dell'innovazione di sistema, dei vincoli ambientali, della scuola e dell'università.
Sto dicendo che è possibile dare forma territorialmente organizzata a un'iniziativa del mondo del lavoro subordinato che lo conduca dalla pura autodifesa (nei punti più forti) alla promozione diretta di una politica attiva di contrattazione sociale. Non solo, dunque, lampi di mobilitazione nei momenti topici che rifluiscono in lunghe fasi di stasi, ma una tensione continua, un'attività molecolare, pronta ad accogliere le sollecitazioni che vengono da movimenti, da soggettività che si muovono sussultoriamente e, contemporaneamente, capace di offrirsi ad essi come punto di riferimento, centro di annodamento di una più generale, autentica spinta al cambiamento, alla riorganizzazione della democrazia. Da un lato, ricomposizione del lavoro, di un'identità annientata nella propria ideologia e prima ancora nella scomposizione materiale del modo di produzione cui la legislazione ha dato forma giuridica e - retroagendo - ulteriore impulso; dall'altro, raccordo con i movimenti: ecco due facce di una sola medaglia, ecco la strada che si deve percorrere per ricostruire le condizioni di una rinnovata coscienza di classe, di una classe oggi dispersa, ma non scomparsa né inesorabilmente condannata alla deriva corporativa e all'anomia.


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