numero  53  settembre 2004 Sommario

En attendant la ripresa

LA SCURE DI SINISCALCO
Roberto Tesi  

Osservavo gli occhi: erano occhi tristi, ma soprattutto preoccupati. D'altra parte motivi di preoccupazione il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco ne ha molti: le cifre che esponeva nella conferenza stampa di fine luglio di presentazione del Dpef non erano affatto tranquillizzanti. La manovra che il governo si appresta a varare con la Finanziaria per il 2005 è imponente: 24 miliardi di euro. Se poi dovesse essere messo in cantiere anche un primo modulo di taglio delle imposte, la manovra necessaria a ricondurre il deficit nel 2005 sotto il 3,5 potrebbe superare i 30-35 miliardi di euro.
«Avvertiamo segnali di ripresa - ha detto Sininscalco - flebili, ma percettibili.» Già, la ripresa: sono tre anni che l'economia italiana è `al palo', con tassi di crescita negli ultimi due anni assolutamente insoddisfacenti: 0,3% l'incremento del Pil nel 2003; 0,4% nel 2002. Per quest'anno la previsione era di una crescita dell'1,4. `Era', perché dopo l'approvazione della manovra correttiva di luglio, decisa per non incorrere nell'early warning dell'Unione europea, il tasso è stato rivisto all'1,2%. Ma forse anche questa nuova ipotesi pecca di ottimismo: dense nubi si addensano sull'economia mondiale spinte dai venti degli aumenti petroliferi.
D'altra parte, i più recenti dati sul Pil, diffusi dall'Istat il 9 agosto, mostrano una crescita estremamente contenuta: +0,3% nel secondo trimestre rispetto al primo; +0,8% nella media dei primi sei mesi dell'anno, rispetto allo stesso periodo del 2003, nonostante due giorni lavorativi in più.
1. Il quadro internazionale Il 2004 da tutti gli istituti di ricerca veniva indicato come un anno di forte ripresa. Le premesse c'erano tutte. A partire dalla recovery statunitense che nell'ultimo quadrimestre del 2003 faceva registrare un performance straordinaria, con un tasso di crescita annualizzato del Pil del 7,2%. Perfino le borse apparivano ottimiste: nei primi mesi dell'anno la risalita dei principali indici azionari ha sfiorato il 20%. I dati statunitensi, ovviamente, risentono positivamente della politica di bilancio e della politica monetaria americane: fortemente espansive. La Fed solo il 29 giugno ha ritoccato all'insù il costo del denaro, aumentandolo di 25 punti base all'1,25%, mentre la politica di bilancio è rimasta fortemente espansiva, con un deficit federale che sfiora il 5% del Pil. Tutto questo, ancora nei primi mesi dell'anno, ha portato a incrementi del Pil (rispettivamente del 4,5% nel primo trimestre e del s3% nel secondo, sempre su base annualizzata) con un trend, però, che sembra in via di attenuazione. In particolare sembra che si stia esaurendo la fase caratterizzata da fortissimi incrementi dei consumi: l'ultimo dato disponibile ci dice che in luglio c'è stata la più brusca frenata dei consumi dai tempi delle Twin Towers.
La frenata dei consumi va addebitata alle retribuzioni, che non crescono e che peggiorano la distribuzione dei redditi. Più in generale si sta assistendo a una ristrutturazione generalizzata, che tende a peggiorare le condizioni di lavoro, in particolare per quanto riguarda le retribuzioni. Una recente statistica Usa mostra, ad esempio, che il 67% degli statunitensi che hanno ritrovato il lavoro, dopo averlo perso in seguito all'ultima recessione, guadagna meno di quanto guadagnava tre o quattro anni fa.
A ridurre la capacità di spesa di larghe fasce di cittadini contribuisce senza dubbio la risalita dei prezzi, in particolare dei prodotti energetici; ma anche la debolezza del dollaro, che rende più care le merci estere.
L'import statunitense è fatto di moltissimi prodotti dell'Estremo Oriente. Si tratta per la stragrande maggioranza di prodotti a basso valore aggiunto, ma di larghissimo consumo, caratterizzati da costi assai bassi, e che coprono produzioni non più realizzate negli Stati uniti. Basti pensare che un terzo delle importazioni dalla Cina (diventato il paese con il più alto surplus nei confronti degli Usa, oltre 10 miliardi di dollari al mese) sono acquisti della Wall Mart, il gigante della distribuzione statunitense che occupa in tutto il mondo 1,3 milioni di lavoratori. Questi prodotti sono i più sensibili all'inflazione e alla debolezza del dollaro.
Il peggioramento nella distribuzione dei redditi è aggravato dagli aumenti delle imposte e dai tagli di spesa (in particolare sociale), che molti Stati stanno realizzando per cercare di tamponare il blocco dei trasferimenti o la loro riduzione da parte del governo centrale. La questione sta assumendo una tale rilevanza che molti intereventi alla Convention democratica sono stati centrati proprio su questo tema. E nel programma economico di Kerry c'è un esplicito riferimento alla necessità di interventi per modificare la distribuzione dei redditi. Il che significa, in caso di successo dei democratici, un quasi certo aumento delle tasse per i ceti medio-alti.
Un ulteriore elemento che contribuisce a frenare i consumi è il forte rallentamento nella crescita dell'occupazione. In luglio, secondo i dati resi noti il 6 agosto dal dipartimento del Lavoro, pur in presenza di una diminuzione dal 5,6% al 5,5% del tasso di disoccupazione, sono stati creati solo 32.000 posti di lavoro. Occorre ricordare che, visto il tasso demografico e il flusso migratorio, l'economia statunitense dovrebbe creare circa 135 mila posto di lavoro al mese per non vedere deteriorarsi il mercato del lavoro. È vero, come cerca di difendersi Bush, che dall'inizio dell'anno sono stati creati oltre 900.000 posti di lavoro. Tuttavia - a due anni abbondanti dalla fine della recessione - il saldo occupazionale è ancora negativo, nel senso che non sono stati ancora recuperati i posti di lavoro persi nella fase recessiva. Insomma, il quadriennio di presidenza di Bush si presenta fallimentare anche dal punto di vista del mercato del lavoro, nonostante una politica monetaria e di bilancio fortemente espansiva.
Quello che soprattutto è mancato è la ripresa dell'occupazione nel settore manifatturiero. Inoltre, la diminuzione del tasso di disoccupazione sembra avvantaggiare soprattutto i `bianchi adulti', mentre questo, invece, sta aumentando per quanto riguarda il giovani (penalizzati anche nei lavori temporanei), i neri e gli ispanici. Altro elemento che influenza il tasso di disoccupazione è la riduzione della `popolazione attiva', con una forte crescita del numero di persone inserite tra le `non forze di lavoro', in quanto, secondo i criteri statistici, non farebbero una ricerca `attiva' per trovare una nuova occupazione. Nella maggioranza dei casi si tratta di lavoratori `scoraggiati', disoccupati di `lunga durata', che - terminato il periodo di pagamento del sussidio di disoccupazione (26 settimane) - non trovano lavoro (o lo trovano solo in nero) e scivolano progressivamente fuori dal mercato ufficiale del lavoro.
La ripresa Usa, abbastanza vigorosa per almeno sei trimestri grazie alla `droga' monetaria e a quella della politica fiscale e di bilancio appare destinata a rallentare quando ancora sono molto distanti i traguardi raggiunti (produzione industriale, capacità produttiva e occupazione, per non dire dei livelli di Borsa) nella precedente fase espansiva. In questa situazione ha provocato molte polemiche la decisione del 10 agosto della Fed, presieduta da Alan Greenspan, di aumentare di un ulteriore quarto di punto il costo del denaro. Le decisioni dell'ottantenne Greenspan sono sempre razionali e sufficientemente prevedibili: il presidente della Fed, dopo aver aiutato la ripresa dell'economia statunitense con una abbondante liquidità e tenendo per lungo tempo bassissimi (all'1%) i tassi di interesse, ha deciso alcuni mesi fa di riprendere il controllo della leva monetaria, aumentando progressivamente e senza strappi il costo del denaro. Di qui la decisione del 30 giugno di alzare dello 0,25% i tassi sui Fed Fund: e a seguire l'aumento di martedì 10 agosto. L'impressione è che entro la fine dell'anno il Fomc (il Comitato monetario della Fed) alzerà i tassi per almeno altre due volte, portando il costo del denaro al 2%.
Nei giorni precedenti negli Usa si erano levate molte voci che chiedevano un rinvio dell'aumento del 10 agosto. Apparentemente solide le argomentazioni: il rallentamento del Pil, i dati sui consumi e infine quelli sull'occupazione - infatti, vista la dimensione del mercato del lavoro Usa, i 32.000 nuovi posti di lavoro appaiono un'inezia. Greenspan, tuttavia, non appare molto sensibile ai dati congiunturali, ma opera ragionando sui trends di lungo periodo, che indicano che la ripresa, seppure drogata e in attenuazione, è ancora una realtà. Di più: il presidente della Fed sa bene che se non riprende il controllo delle leva monetaria, questa rischia di scappargli di mano, di non produrre più effetti, di diventare inutile.
C'è da dire che nella recente esperienza americana i bassi tassi di interesse non sono stati inutili: hanno dato una spinta determinante, come già accennato, per far ripartire i consumi; hanno sostenuto l'attività edilizia (e la rinegoziazione dei mutui ha alimentato nuove risorse destinate ai consumi) nel momento in cui più pesante era la caduta dell'attività nel settore manifatturiero. E hanno anche favorito gli investimenti. Con questa ricetta (paradossalmente keynesiana) l'economia Usa è ripartita. Ma al basso costo del denaro non si può chiedere di più. Soprattutto per una fase molto lunga. Anche perché l'inflazione negli Usa sta rialzando la testa sotto la spinta del prezzo del petrolio, la cui ascesa è favorita dalle basse quotazioni del dollaro.
Certo, per una inflazione esogena, e non provocata da eccesso di domanda interna, l'aumento del costo del denaro può apparire inutile. Tuttavia sulla decisione di Greenspan di aumentare i tassi, sembrano pesare anche decisioni di ordine psicologico: rinvii degli aumenti lancerebbero segnali allarmanti sulla fiducia dei soggetti economici. Significherebbe riconoscere che la situazione economica sta deteriorandosi. E questo inciderebbe sulle aspettative.
2. Il petrolio Il petrolio è stato il tema `caldo' dell'estate. All'inizio di agosto ha sfiorato i 45 dollari al barile sul mercato future di New York, mentre il future sul Brent ha toccato i 41,50 dollari, ma la corsa è poi acontinuata. La situazione è estremamente fluida e le oscillazioni dei prezzi ampie. Al di là dei movimenti di breve periodo dei prezzi e della componente speculativa (il mercato dei future è un mercato unicamente speculativo che però influenza il mercato `fisico') delle vicende legate all'affare Yukos o alle difficoltà produttive dell'Iraq, del Venezuela e della Nigeria, è possibile leggere tendenze di fondo, cioè un trend che appare irreversibile.
Occorre ricordare che appena sei anni fa (nel 1998) il petrolio toccò la quotazione più bassa degli ultimi 25 anni, poco sopra i 10 dollari al barile. La reazione dell'Opec fu abbastanza decisa e compatta: superando le divisioni e gli interessi nazionali furono decise sostanziose riduzioni delle quote della produzione. Da quel momento il prezzo del petrolio ha ricominciato a salire: prima recuperando i 20 dollari al barile, poi accelerando in maniera quasi esponenziale. Sulla base dei prezzi future di metà agosto, gli aumenti dall'inizio dell'anno superano il 35% per il Wti (la qualità di riferimento Usa) e il 39% per il Brent. In un anno e mezzo, invece, i prezzi si sono praticamente raddoppiati. E questo nonostante la produzione Opec abbia toccato i massimi storici e la Russia abbia notevolmente incrementato l'output.
Vari i motivi alla base dell'aumento. In primo luogo, la quotazione del dollaro. La valuta Usa è passata dai circa 0,80 centesimi per un euro di tre anni fa a oltre 1,20 centesimi di metà agosto. La perdita è rilevante e i gli esportatori di petrolio non possono non tenerne conto: il dollaro svalutato penalizza il loro potere d'acquisto verso i paesi dell'area dell'euro.
Una seconda causa dell'incremento dei prezzi è nell'accresciuta domanda. I paesi industrializzati non `fanno economia' di energia e soprattutto gli Usa hanno incrementato gli acquisti di petrolio. Il problema, ovviamente, è di modello di sviluppo, di utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Ma su questo fronte la situazione, nonostante i corposi progressi tecnologici, tutti i paesi industrializzati sono rimasti fermi o quasi. A tirare la domanda sono arrivati poi un gruppo di nuovi paesi: Cina e India su tutti, che hanno avviato il processo di industrializzazione, oltretutto con una componente energetica decisamente superiore a quella dei vecchi paesi industrializzati. Già oggi la Cina è il secondo consumatore e importatore di petrolio del mondo e visti i tassi di crescita (9% l'anno l'incremento del Pil negli ultimi tre anni), anche scontando un rallentamento della crescita, per il prossimo futuro bisogna scontare un incremento dei consumi energetici, legati anche alle espansione della motorizzazione di massa per quanto riguarda non tanto la percentuale di cittadini coinvolti, ma il numero assoluto (vista la popolazione cinese) di vetture immatricolate.
Il terzo elemento che influenza il prezzo del petrolio sembra essere quello che i tecnici chiamano `picco di Hubbert', cioè il picco della produzione petrolifera, determinato dal tasso di scoperta di nuovi giacimenti, che poi vengono classificati tra le riserve delle compagnie petrolifere. Gli esperti hanno la percezione che siamo vicino al `picco di Hubbert', nel senso che i nuovi giacimenti scoperti coprono a malapena i consumi. Questo non significa che il petrolio si sia esaurito: il pianeta è pieno di combustibili fossili. Il problema è solo di costi di `sfruttamento'. Come un problema di costi, in aumento, è quello dello sfruttamento dei giacimenti marginali (quelli più piccoli) e anche di quelli grandi, anzi enormi come il Ghawar saudita, il più grande del mondo, nel quale ogni giorno vengono iniettati 7 milioni di barili di acqua salata per poter seguitare a estrarre petrolio.
Tutto questo lascia presumere che in futuro non vedremo più le quotazioni del petrolio a 20-25 dollari al barile. Soprattutto se il dollaro rimarrà `basso', ipotesi non improbabile visto che alcuni analisti indicano il cambio con l'euro in discesa fino a 1,40 entro la fine dell'anno. Nel lungo periodo (due o tre anni) un prezzo del petrolio `stabilizzato' anche a 50 dollari al barile porterà a un incremento della domanda da parte dei paesi esportatori e quindi a un nuovo equilibrio dove, purtroppo, a pagare pesanti conseguenze saranno i paesi in via di sviluppo. Riflessi pesanti, però, sono attesi nel breve periodo anche per i paesi industrializzati: le prime proiezioni dei maggiori centri previsionali indicano come conseguenza dell'aumento del prezzo del greggio una minore crescita del Pil attorno allo 0,2-0,4 per cento. In pratica il prezzo più alto drenerà risorse destinate ad altri consumi e/o porterà a una riduzione secca dei consumi, alimentando l'inflazione.
3. L'economia italiana L'economia italiana da oltre tre anni attraversa una fase di stagnazione: ancora non è riuscita ad agganciarsi al carro della ripresa mondiale, e - visto lo scarso contenuto tecnologico del made in Italy - l'export ristagna, anche se la domanda mondiale cresce con ritmi vicino al 9%. In questo l'economia italiana si differenzia da quella francese o tedesca, che anche nella fase di recessione hanno visto accrescere la quota dell'export. Al contrario in Italia l'export ha dato un contributo negativo alla crescita dell'economia: per fronteggiare la crescita dei consumi interni si è fatto ricorso a crescenti importazioni, in particolare di beni di consumo durevole (come esempio classico si possono citare le auto). Di più: la svalutazione del dollaro e l'apprezzamento dell'euro hanno reso l'economia italiana vulnerabile (alla concorrenza di paesi di nuova industrializzazione) anche per quanto riguarda i prodotti tradizionali del nostro settore manifatturiero, che per una questione di prezzo ha perso quote notevoli di mercato. E questo anche in presenza di notevoli investimento di `processo' che, con l'uso di una flessibilità esasperata, hanno cercato di ridurre il costo per unità di prodotto.
Il vero gap italiano appare quello della politica economica, che negli ultimi anni è stata caratterizzata da dosi massicce di improvvisazione e dalla fiducia che i meccanismi di mercato da soli potessero condurre a un riequilibrio delle carenze strutturali. E questo vale anche sul fronte dei conti pubblici. In pratica Berlusconi e Tremonti hanno sprecato tre anni con manovrine tese a contenere i deficit, nell'attesa che la ripresa potesse creare gli spazi per una riduzione della pressione fiscale, che da sola - queste erano le attese un po' miracolistiche - avrebbe risolto tutti i problemi della ripresa dei consumi e del processo di accumulazione. Nulla è stato fatto per cercare di accrescere la dimensione delle imprese, caratteristica fondamentale per poter garantire un impegno soddisfacente di ricerca e sviluppo, che non è stato neppure incentivato da risorse pubbliche adeguate: finalizzate a sostenere i privati o, meglio ancora, la ricerca pubblica diretta. Così come nulla è stato fatto per potenziare l'industria pubblica, dimentichi del ruolo che aveva avuto negli anni '50, quelli del miracolo economico. Il problema è che oltre a pessimi risultati per il passato, si è compromesso anche il futuro caratterizzato da un - per ora inarrestabile - forte declino. Tutto questo, inevitabilmente si è riflesso sui conti pubblici, che appaiono come la punta dell'iceberg di un più generale malessere.
Il Dpef è un documento `vuoto', di cornice. Ma con un merito: dopo anni di dati falsi, di mezze verità, fa un'operazione di chiarezza sul reale stato dei conti pubblici, dopo la serie di omissioni e previsioni `fantastiche' di Tremonti. In sintesi, per il 2005 è atteso un indebitamento pari al 4,4% del Pil. L'altissimo deficit ha origine nella strategia tremontiana di correggere i disavanzi con manovre una-tantum che, nel 2005, praticamente non esistono più. Inoltre i conti presentati mostrano come negli ultimi anni la spesa pubblica, che si dichiarava essere sotto controllo, in realtà seguitava a crescere senza controlli. E in ogni caso più del tasso di crescita nominale del Pil. Di qui la necessità di una manovra correttiva permanente per riportare i conti pubblici sotto controllo. Cioè il deficit sotto la soglia del 3% rispetto al Pil.
Secondo il Documento di programmazione economico-finanziaria per operare questa correzione occorre una manovra da 24 miliardi di euro. Per 17 miliardi si tratta di tagli strutturali della spesa; sette miliardi, invece, derivano da nuove manovre una-tantum. Inoltre, se il governo vorrà reperire risorse per un prima `tagliatina' fiscale (che seguita a essere il cavallo di battaglia - o, meglio, l'ossessione - di Berlusconi) queste dovranno essere reperite aggiuntivamente. Complessivamente l'importo della manovra arriverebbe così a sfiorare i 30 miliardi di euro. Si tratta di una manovra non lieve il cui importo è simile a quello della manovra del 1996 con la quale Prodi e Ciampi riuscirono ad agganciare l'Europa e inferiore solo a quella del 1992 (la Finanziaria per il '93), quando la bufera finanziaria scuoteva l'Italia e la lira (che venne pilotata fuori dalla Sme e ampiamente svalutata), che superò i 92.000 miliardi di lire.
Dove taglierà Siniscalco è diventato il gioco dell'estate. Dopo la promessa che scuola, pensioni e sanità non subiranno tagli, tutta l'attenzione è concentrata sui trasferimenti. Quelli agli enti locali, già falcidiati dalla manovra da 5,5 miliardi di inizio luglio, e quelli alle imprese, trasformando i vari incentivi a fondo perduto, soprattutto per il Mezzogiorno (ma anche la Legge 488) in fondo rotativo, cioè finanziamenti di lungo periodo a tasso agevolato. E visto che non è possibile tagliare le retribuzioni ai dipendenti pubblici, Siniscalco vuole risparmiare sui contratti con un tasso programmato di inflazione decisamente più basso (1,6%) di quello, oltre il 2%, atteso per il prossimo anno. La manovra correttiva appare oggettivamente difficile, quasi disperata, se non sarà accompagnata da una manovra fiscale selettiva, che porti a un incremento temporaneo o permanente della pressione fiscale. Forse non è un caso che la proposta di una `patrimoniale' avanzata da Epifani questa volta non è stata rigettata con indignazione. O forse saranno aumentate le aliquote sulle rendite finanziarie, ora tassate per appena il 12,5%.
Nel Dpef di Siniscalco ci sono `lacrime e sangue', ma anche la promessa di un futuro migliore. Per il ministro dell'Economia, con la manovra correttiva sarà possibile avviare una fase di sviluppo sostenibile, di rilancio produttivo. Il propulsore della crescita dovrebbe essere il recupero della fiducia degli operatori economici (famiglie comprese). Mentre il contestuale recupero del consenso per il risanamento dei conti pubblici dovrebbe portare al rilancio dell'economia, alla ripresa degli investimenti, alla crescita dei consumi. Insomma, un circolo virtuoso, che si rimetterebbe in moto grazie alla «tranquillità, sobrietà e credibilità» della politica economica di questo governo. Siniscalco ha dalla sua un alleato formidabile: il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, che dopo quasi 3 anni di rapporti tesi, anzi di rottura con Tremonti e il governo, ha pubblicamente lodato le intenzioni del ministro dell'Economia.
Ma è una questione di fase: per Siniscalco, infatti, la premessa è che la ripresa è in atto, «ancora fragile, ma i segnali si percepiscono». Certo, dopo tre anni di stagnazione (e di caduta della produzione industriale) un impercettibile miglioramento del trend è stato avvertito. Ma su tutto pesa l'incognita di quale sarà l'andamento dell'economia mondiale nei prossimi dodici mesi. Un rallentamento o nuovi disordini sul fronte petrolifero avrebbero riflessi gravi per l'economia italiana, ributtandola in una stagnazione infinita.


Inizio Sommario