Tom Benetollo
LA GRANDE POLITICA DI UN MOVIMENTISTA
Massimo Serafini
Tom Benetollo ci è stato tolto, è stato imprevedibilmente strappato alla sua famiglia e a quella più grande che così spesso aveva unito intorno a lui. Che cosa aggiungere di lui, delle sue straordinarie qualità umane e politiche, che non sia già stato scritto o detto durante quella straordinaria manifestazione di dolore e di fratellanza che è stato il suo commiato?Mi riesce difficile scrivere di lui. Ci vorrà del tempo per accettare l'idea che se ne sia andato poco più che cinquantenne. Non mi aiuta sapere che è morto da `militante', mentre a un'assemblea di lettori del «manifesto» parlava di rinnovamento della politica e dell'indispensabile protagonismo sociale che solo può innescarlo e sostenerlo. Anzi. Sapere che lo ha stroncato la passione del suo `lavoro' non risarcisce il dolore e il senso di privazione che la sua morte infligge. Al contrario, la sua morte, così crudele e ingiusta, mi spinge a riflettere, a rinnovare, un dubbio sul senso aspro e sacrificale della militanza che, troppo spesso, intendiamo come annullamento di sé, rinuncia al privato, al riposo, alla cura di quel tesoro unico e fragile che è il nostro corpo. Solo non rimuovendo questo interrogativo si possono evitare le rievocazioni rituali e capiremo che cosa abbiamo effettivamente perso con la sua morte. Solo dopo questa elaborazione può cominciare la valutazione del patrimonio prezioso di idee e di pratiche che la sua vita e le sue esperienze ci lasciano come seme per progettare un futuro migliore.Tornano in folla i ricordi delle tante battaglie vissute insieme a lui e alle donne e agli uomini della sua Arci a spalancare il vuoto immenso che Tom lascia. Perdita in primo luogo di umana presenza. Solo chi, ma sono tanti, ha avuto la fortuna di passare qualche ora con lui sa quanto era capace di farti star bene, di trasmetterti buon umore, caricarti, vincere lo scoramento e la stanchezza. Ma Tom era anche e soprattutto una presenza politica fondamentale, centrale per la qualità, la continuità, le dimensioni unitarie e di massa della rinascita del protagonismo sociale di questi anni. La sua curiosità e apertura intellettuale, il suo rigore critico, la sua passione civile lo hanno portato a misurarsi coraggiosamente sui temi più stringenti del nostro tempo: la pace e la guerra - che fosse `umanitaria' o, come ora, più brutalmente preventiva -, la povertà e le ingiustizie, il razzismo, il rischio per la democrazia, la crisi delle società occidentali, il lavoro e la crisi ambientale del pianeta. Su ognuno di questi temi non ha solo pensato e scritto, ma ha saputo produrre azioni collettive e movimenti che hanno inquietato i piani alti della politica. E anche questo forse spiega l'ottusa indifferenza con cui i media di regime hanno accolto la sua scomparsa. Ora, senza di lui, senza la sua saggezza, la sua straordinaria capacità di unire sensibilità diverse facendo sempre prevalere la mediazione intelligente sul settarismo o l'ideologismo, c'è un grosso problema in più per il movimento pacifista o per quello contro la globalizzazione liberista. È difficile immaginare, senza Tom e la sua determinazione, i grandi cortei unitari contro il razzismo o l'esclusione o per la difesa dei migranti. Un vuoto con cui dovranno fare i conti anche gli ambientalisti o quanti stanno aprendo una nuova stagione dei diritti, a cominciare dai lavoratori e dalle lavoratrici della Fiat. Ognuno dei movimenti che scuotono l'ordine costituito e che insieme danno vita al progetto comune di un mondo diverso avverte che, senza Tom e la sua creatività e ostinazione, senza la sua cultura della tolleranza e del dialogo, senza quella sua tenace e irriducibile aspirazione a una società giusta ed egualitaria, tutto è più difficile.
Spesso i cultori dell'`autonomia del politico' lo hanno accusato di `movimentismo' e di scarsa attenzione alla mediazione politica e al ruolo dei partiti, delle istituzioni. È vero, Tom rifiutava l'idea che solo i partiti fossero i laboratori e i depositari del progetto politico, cui i movimenti al massimo potevano, anzi dovevano, fornire un sostegno di massa. Come un'intendenza numerosa che doveva seguire senza impicciarsi nelle decisioni dello stato maggiore e, più sbrigativamente, non disturbare il manovratore. Invece quell'infaticabile costruttore di movimenti e di esperienze collettive riteneva che il manovratore andasse disturbato, inquietato, incalzato. Ma non ignorato. La sua azione ha sempre puntato a organizzare in movimento la società civile e a considerare il confronto con i partiti come un rapporto fra due autonomi soggetti della politica. Per questo si è sempre battuto per l'autonomia dei movimenti dai partiti, praticandola con successo nell'Arci.
In questa ostinata battaglia per l'autonomia dei movimenti e delle associazioni c'è uno dei tratti più significativi dell'idea che Tom aveva del cambiamento della società. In tutto il suo agire politico il cambiamento della società non è mai passato dalla presa del Palazzo d'Inverno, né dagli strappi rivoluzionari correndo molti passi davanti alle masse. Sapeva che un'alternativa non è tale, e soprattutto non dura, se a progettarla è una solitaria avanguardia illuminata. Ripeteva che solo lo sviluppo del protagonismo e della partecipazione popolare, la crescita dei diritti di cittadinanza possono rendere effettiva e duratura un'alternativa al liberismo e al capitalismo. Solo una società che si organizza in sindacati, in cui luoghi di lavoro e territori vedono crescere consigli di fabbrica e comitati, associazioni, movimenti di cittadini, può dirsi veramente democratica.
Questo era il pensiero politico di Tom, praticato inflessibilmente ma creativamente in tante occasioni quanti sono gli episodi della vitalità, della combattività sociale che si è contrapposta alla opacità della politica ufficiale. Perciò era un personaggio scomodo per la politica corrente. Non era un massimalista e tanto meno un migliorista. Sbagliano, hanno sempre sbagliato, quanti lo consideravano, magari anche con simpatia, un impolitico. Tom era attento alla mediazione politica. Sapeva che ai movimenti che contribuiva a creare bisognava dare uno sbocco, che non si poteva aprire una lotta e non chiuderla più fino all'alba dorata della rivoluzione. Era scomodo perché la mediazione la costruiva sempre nel movimento e non con i gruppi dirigenti, per esempio, del Partito comunista italiano in cui ha così a lungo militato. Fra disciplina di partito e disciplina di movimento Tom ha scelto sempre la seconda. Fu così a Comiso nella lotta contro i missili, quando il Pci stentava ad apprezzare il pacifismo e l'importanza di quella battaglia. E si deve anche a lui una straordinaria stagione europea del pacifismo, di cui ha rivendicato l'eredità feconda nell'ultima sua collaborazione a questa rivista 1. È stato ancora così durante la prima Guerra del Golfo. Non è arretrato di un passo nell'occasione della tragedia dei Balcani, dove rifiutò l'ipocrisia della guerra `umanitaria', forte di quell'esperienza diffusa di solidarietà fra serbi, croati, bosniaci e kosovari, che contribuì a creare prima e dopo la dissoluzione dell'ex-Jugoslavia. Più che mai tenne fede a questa regola a Genova, in quella terribile notte dopo la morte di Giuliani, dissociando l'Arci dalle decisioni dei Ds che volevano far disdire il corteo. È questa intangibile rivendicazione di autonomia che ha consentito a Tom di rappresentare un reale punto di riferimento di esperienze così diverse e spesso confliggenti fra loro, dai Disobbedienti ai Boy Scout, passando per la Cgil e i Cobas. Questo, da un lato, spiega la straordinaria evoluzione che ha l'Arci avuto in questi anni (e verso la quale la «rivista», ma non solo, ha un debito quanto meno di registrazione), e, dall'altro, dà la misura del suo contributo alle straordinarie dimensioni di massa, e quindi alla sua influenza politica, che il movimento per la pace ha assunto in Italia.
Nell'affetto così commosso e corale che lo ha salutato all'ultimo commiato c'era tutta questa ricchezza, che ora deve guardare avanti e sforzarsi di coprire il vuoto enorme lasciato dalla sua scomparsa. C'è un solo modo per colmarlo: salvaguardare e sviluppare la sua Arci, impedire che venga dissipato quello straordinario patrimonio di idee e progettazione sociale che quest'associazione è stata sotto la sua presidenza. Non è un compito che spetta solo alle donne e agli uomini iscritti all'Arci. È necessario che ognuno, dai luoghi particolari del proprio personale impegno, definisca un quadro di riferimento dentro il quale le intuizioni di Tom trovino sviluppo, si consolidino in uno stabile sistema di valori, continuando a innervare l'azione dei movimenti e puntando attraverso questi processi a promuovere una reale riforma dell'agire politico e dei partiti.
Non possiamo limitarci a ragionare e pensare. Dobbiamo raccogliere le idee di Tom e, come lui, misurarle con le enormi difficoltà del presente. La tragedia irachena, più in generale quella del Medio Oriente, ci incalzano, esigono un rilancio forte del movimento pacifista. La crisi ambientale e climatica ci prospetta un'altra estate con migliaia di anziani a rischio. La deindustrializzazione del paese e le condizioni di vita di milioni di persone reclamano un'altra economia. Infine, l'attacco ai diritti prosegue, quello alle donne in particolare con l'orribile legge sulla fecondazione assistita. Non mancano dunque i conflitti e i luoghi in cui mettere a frutto l'eredità politica e morale di Tom.
Non servirà solo al nostro agire politico, sarà anche un punto di riferimento del nostro orientamento ideale e morale. Ciao Tom. E grazie.
note:
1 Massimo Serafini si riferisce al Forum L'appuntamento del 13 giugno, cui Tom Benetollo ha partecipato in maggio con Pietro Ingrao, don Tonino Dall'Olio e Paolo Nerozzi, pubblicato dalla «rivista del manifesto» nel fascicolo di giugno (51, 2004, che da oggi è leggibile nel sito www.larivistadelmanifesto.it), pp. 55-64. Sulla «rivista» Tom Benetollo ha scritto poco (cfr. Lo spazio dei movimenti. Uccelli fuori dalla gabbia, 43, ottobre 2003, e il contributo alla Rivista si discute, 47, febbraio 2004) e la «rivista» ha scritto ancora meno di lui e del suo lavoro. Con un imperdonabile ritardo, cercheremo di riparare (NdRM).