L'imperialismo neoliberista
UNA DINAMICA INSOSTENIBILE
Gérard Duménil, Dominique Lévy
1. Introduzione
Non si sono mai avuti nella storia del capitalismo dei periodi di armonia e di non violenza. Da questo punto di vista i decenni che seguirono la Seconda guerra mondiale, i cosiddetti `trenta gloriosi', sembrano una sorta di paradiso perduto. Eppure furono questi gli anni del colonialismo e delle guerre di indipendenza, della guerra fredda e dei roventi scontri che questa provocò in Corea e in Vietnam.
Ma da un quarto di secolo il nuovo corso del capitalismo si distingue per il ritorno di forme di violenza che avevamo considerato superate. La caduta dell'`anti-impero' sovietico e il fallimento delle lotte rivoluzionarie - in quello che si chiamava il Terzo mondo, quando ancora ne esisteva un secondo - non hanno portato le classi dominanti e la prima potenza mondiale a moderare la loro strategia di dominio, a civilizzare i loro metodi. Le violenze dell'economia, della guerra e della sovversione sono sempre all'ordine del giorno.
Quali forze sotterranee e oscure sono alla base di questa dinamica? La risposta non sorprenderà i marxisti: una lotta di classe di portata storica e mondiale. A partire dall'esperienza della distruzione del Secondo mondo, le classi dominanti vogliono compiere una riconquista, la restaurazione di un regime politico.
Neoliberismo e imperialismo: è a partire da queste due realtà che il nostro articolo si sforza di caratterizzare il periodo che va dal 1980 ai primi anni del 2000. Queste due dinamiche non nascono nello stesso momento. Al contrario dell'imperialismo, il neoliberismo è un elemento nuovo. Il secondo paragrafo di questo contributo propone alcune definizioni. I due successivi forniscono le informazioni suscettibili di chiarire, soprattutto sul piano economico, la natura e le caratteristiche del neoliberismo (nel terzo paragrafo) e dell'imperialismo (nel quarto). A questo punto può essere definita la relazione fra neoliberismo e imperialismo. La dominazione imperialista sul resto del mondo ha beneficiato in modo straordinario delle trasformazioni prodotte dal neoliberismo; la fase neoliberista dell'imperialismo si rivela particolarmente positiva per le classi e per i paesi dominanti, attirando ingenti quantità di risorse dal resto del mondo; e di conseguenza il progetto neoliberista, cioè il ripristino del potere e del reddito delle classi proprietarie dei mezzi di produzione, ha finito per essere rafforzato. Questa trasformazione sociale reazionaria è però caratterizzata da precise contraddizioni (quinto paragrafo). Quali saranno le conseguenze?
2. Neoliberismo e imperialismo
Esiste indubbiamente un'ideologia neoliberista, ma di fatto il neoliberismo definisce una realtà: il nuovo corso del capitalismo, quanto meno dall'inizio degli anni ottanta.
1. L'ideologia e la propaganda neoliberiste esaltano `le virtù' del mercato e della libera impresa, e in questo modo alludono - in modo indiretto - al capitalismo; l'intervento dello Stato dovrebbe essere limitato al minimo indispensabile. Questi principi non sono estranei al nuovo corso neoliberista del capitalismo. In ogni paese la libertà di impresa, di comprare e di vendere, di assumere e di licenziare lavoratori, di comprare filiali e di fondersi si è accresciuta, mentre i diritti dei lavoratori sono diminuiti. Sul piano internazionale le frontiere commerciali si sono ridotte o sono completamente scomparse e i capitali hanno ottenuto il diritto di circolare liberamente. Questi processi si sono già realizzati o sono in corso. Tuttavia in molti settori il potere degli Stati si è andato rafforzando. È il caso delle politiche monetarie, dirette ormai quasi esclusivamente alla stabilità dei prezzi, senza tener conto della disoccupazione; ovunque gli Stati sono lo strumento dell'instaurazione del neoliberismo, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. A livello delle imprese gli strumenti in mano ai responsabili dell'ordine neoliberista sono i tassi di interesse elevati e un `governo d'impresa' (da intendere come `gestione') attento agli interessi degli azionisti; mentre un elemento chiave è rappresentato dalla nuova disciplina imposta ai lavoratori e ai manager. A livello statale sono state elaborate nuove politiche macroeconomiche (bassa inflazione) o sociali (diminuzione del costo del lavoro), dirette a promuovere quegli stessi interessi. Sul piano internazionale si assiste a una globalizzazione dell'ordine neoliberista, attraverso l'eliminazione delle barriere alla circolazione dei beni e dei capitali e l'apertura dei paesi al capitale internazionale, in particolare attraverso la vendita a basso prezzo delle imprese pubbliche potenzialmente redditizie; mentre l'esportazione dei capitali, i tassi di interesse elevati e i prezzi bassi e decrescenti delle materie prime permettono il trasferimento di enormi quantità di reddito verso i paesi imperialisti.
2. È difficile datare una trasformazione così complessa come l'affermazione del neoliberismo. La fine del 1979 rappresenta però una data emblematica. Paul Volcker, nominato a capo della Banca centrale degli Stati Uniti da un Jimmy Carter prossimo alla fine del suo mandato presidenziale, decide di far salire i tassi di interesse fino a bloccare definitivamente l'inflazione. Ma altre trasformazioni erano già in atto: in particolare la crisi del dollaro, agli inizi degli anni settanta, e l'abbandono delle parità fisse del sistema di Bretton Woods (che era stato creato alla fine della seconda guerra mondiale); e si assisteva alla progressiva eliminazione degli ostacoli o anche delle semplici restrizioni alla libera circolazione dei capitali. E la potente macchina finanziaria degli euromercati e dell'eurobanca era già presente sul piano internazionale, libera dal controllo delle banche centrali. L'incapacità di fronteggiare la crisi strutturale che ha colpito le principali economie capitalistiche negli anni settanta, in particolare l'inflazione, ha creato le condizioni economiche, sociali e politiche, che hanno permesso la creazione del nuovo ordine sociale 1. Si assiste quindi al fallimento dell'ordine precedente e alla contemporanea, pressante iniziativa dei responsabili del nuovo ordine. A ciò si aggiunge il fiasco, sempre più evidente, del modello sovietico e l'indebolimento del movimento operaio.
Queste trasformazioni sono state opera dei settori più forti delle classi capitalistiche. In un capitalismo in cui proprietà e gestione sono separate, la proprietà di questi gruppi sociali sui mezzi di produzione si esprime attraverso il possesso di azioni, cioè di titoli; ma queste classi sono anche `creditrici', detengono cioè dei titoli di credito che danno loro un diritto su una parte dei profitti delle imprese. Questa proprietà ha quindi un carattere finanziario, e Marx considerava sia la posizione degli azionisti che quella dei finanziatori - che sono spesso le stesse persone - nella categoria del «capitale da prestito».
La possibilità che la gestione delle imprese potesse passare nelle mani dei salariati avrebbe significato una perdita di potere da parte dei proprietari `finanziari', così il potere di questi proprietari si è concentrato in potenti istituzioni finanziarie, come le banche, le holding finanziarie e i fondi di vario tipo. Chiamiamo finanza questi settori superiori delle classi capitalistiche e le loro istituzioni finanziarie. Non si tratta di un'attività particolare, come la banca. Nel capitalismo moderno, la classe dei grandi proprietari del capitale è relativamente unificata e possiede partecipazioni in tutti i settori dell'economia (attraverso i suoi titoli), e li controlla (attraverso le sue istituzioni finanziarie) 2. Ma nella fase neoliberista le attività finanziarie e il settore finanziario hanno acquisito un'importanza ancora maggiore. Da un lato queste attività sono diventate molto più redditizie, dall'altro il controllo dell'economia nazionale e mondiale da parte delle istituzioni finanziarie è fondamentale per il mantenimento dell'ordine neoliberista. Per questi motivi si parla spesso di finanziarizzazione e di globalizzazione finanziaria 3.
Rispetto a Lenin, che aveva tracciato in Imperialismo, fase suprema del capitalismo 4 un quadro sorprendente della realtà del capitalismo all'inizio del ventesimo secolo, diamo un significato diverso al termine imperialismo. Ci sembra più corretto fare dell'imperialismo una caratteristica generale e permanente del capitalismo. Dalle sue origini più remote ed embrionali (si può risalire addirittura alla Lega anseatica), il capitalismo cerca il profitto fuori dalle sue `metropoli', con l'avidità che gli è propria.
Questa ricerca, strutturale nel capitalismo, si è sempre associata a un processo egemonico, che va dalla semplice imposizione dell'apertura delle frontiere nei confronti di paesi meno sviluppati, con le conseguenze drammatiche che ben conosciamo, al colonialismo puro e semplice e a tutti i vari strumenti di pressione e di estorsione. I suoi mezzi sono stati la guerra e la subordinazione, l'acculturazione e, soprattutto in passato, l'evangelizzazione: la schiavitù ha rappresentato un episodio particolarmente abietto, ma - fatte le debite differenze - la situazione ai nostri giorni delle popolazioni delle maquiladoras a non sono molto diverse. È l'insieme di queste relazioni che costituisce il sistema dell'imperialismo, caratterizzato dalla ricerca di profitti fuori dai paesi capitalistici con metodi di assoggettamento.
Se l'imperialismo non è una fase del capitalismo, passa esso stesso per diverse tappe, che seguono le trasformazioni dei paesi imperialistici. Le caratteristiche principali cambiano. Nelle prime fasi, ad esempio, sono state particolarmente importanti le relazioni commerciali, che molto rapidamente si sono combinate con modalità di finanziamento particolari, caratterizzate dall'esportazione del capitale, come nell'impero americano della Spagna. Allo stesso modo l'imperialismo neoliberista possiede delle caratteristiche peculiari: in particolare la grande importanza attribuita agli investimenti finanziari.
L'imperialismo non riguarda un solo Stato, ma una moltitudine di paesi diversi. Questi hanno fra di loro delle relazioni che possono essere conflittuali - scontro armato fra due potenze o gruppi di potenze (in caso di alleanze) - o cooperative. In questo sistema ogni Stato rappresenta gli interessi delle sue classi dominanti. Un paese può occupare una posizione egemonica, come gli Stati Uniti che dirigono - nel mondo contemporaneo unipolare - il gruppo dei paesi imperialistici. Il rapporto di dominazione si stabilisce su un duplice livello: tra paese dominante e gli altri membri del gruppo, e tra questi paesi imperialistici e i paesi dominati. Questa configurazione caratterizza l'egemonia degli Stati Uniti nel mondo contemporaneo.
Come abbiamo visto, in questo mondo neoliberista e imperialista i paesi e gli Stati continuano, nonostante la globalizzazione, a svolgere un ruolo centrale. Le grandi società sono più transnazionali che multinazionali, in quanto con la loro proprietà e con la loro gestione rimangono `attaccate' a un paese particolare. I proprietari hanno ancora una nazionalità. Nonostante i paradisi fiscali, si possono ancora vedere i flussi di reddito internazionali fluire in favore di determinati paesi. Le situazioni macroeconomiche dei vari paesi non sono equivalenti, e queste particolarità hanno effetti di rilievo. Vedremo in particolare le conseguenze del fatto che gli Stati Uniti non si siano sottomessi alla necessità di equilibrare i loro conti esteri grazie alla loro potenza. Questa permanenza di punti di riferimento nazionali si manifesta inoltre in modo chiaro nell'azione che ogni Stato conduce per difendere i propri interessi nazionali.
3. Neoliberismo: redditi, patrimoni e stili di vita delle classi più ricche
Prima di analizzare la natura stessa del neoliberismo, è importante respingere la tesi che ne fa un modello di sviluppo. In realtà né al centro né in periferia il neoliberismo appare come tale. Anche negli Stati Uniti il tasso di crescita della produzione e il tasso di accumulazione del capitale (il tasso di crescita dello stock di capitale fisso, cioè l'insieme delle costruzioni e del materiale di cui dispongono le imprese per produrre) registrati dal 1980 sono meno elevati di quelli raggiunti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. Tuttavia gli Stati Uniti godono di una situazione privilegiata, legata alla loro posizione dominante.
Al contrario, in Europa la riduzione dei tassi di crescita e di accumulazione ha avuto conseguenze drammatiche. In Francia, ad esempio, il tasso di accumulazione delle società non finanziarie, che raggiungeva l'8% all'inizio degli anni settanta, è sceso durante la crisi strutturale degli anni settanta per risalire solo con il neoliberismo; ma alla fine del ventesimo secolo oscillava attorno al 2%. Nel frattempo l'Europa non riesce a liberarsi dalla sua disoccupazione strutturale.
La situazione è particolarmente grave in molti paesi della periferia. A parte alcuni modelli molto particolari, come quello della Corea, della Cina, dell'India e del Cile, il quadro è molto negativo in America latina e catastrofico in Africa. Il Grafico 1 mostra la curva di produzione in Brasile, in Messico e in Argentina negli ultimi decenni. In questi tre paesi la crisi della crescita si manifesta all'inizio degli anni ottanta. Nessun miglioramento è stato registrato in seguito, nonostante la docilità di questi paesi nei confronti dell'ordine neoliberista e, nel caso del Messico, dell'associazione nel 1994 con gli Stati Uniti e il Canada nell'Aléna b. In questi paesi la caduta dei tassi di crescita e l'instabilità macroeconomica (il ripetersi di recessioni) sono particolarmente evidenti, e cominciano in modo brutale con la crisi del debito nel 1982.
Le finalità dell'ordine neoliberista sono di natura completamente diversa dalla ricerca dello sviluppo della periferia o, persino, dell'accumulazione del centro. Tendono in realtà alla restaurazione dei redditi e dei patrimoni dei settori superiori delle classi dominanti. Non esistono statistiche in grado di definire delle classi propriamente dette. Ma alcuni lavori e inchieste forniscono dei dati sulla concentrazione dei redditi e delle ricchezze. Il Grafico 2 mostra l'andamento dei redditi totali disponibili delle famiglie percepito dall'1% più ricco negli Stati Uniti.
Come si può vedere da questo grafico, l'1% delle famiglie con i redditi più elevati deteneva più del 16% del reddito totale prima della crisi del 1929 e della Seconda guerra mondiale. Si trattava di un momento `felice' per un capitalismo dominato da una borghesia facilmente identificabile. Alla fine della guerra questa percentuale è caduta improvvisamente all'8%, rimanendo a questo livello fino agli inizi degli anni ottanta. I redditi da capitale erano profondamente diminuiti e la gerarchia dei salari si era fortemente ridotta. Questi decenni, che sono stati spesso definiti come quelli del compromesso keynesiano, si sono caratterizzati per una riduzione delle disuguaglianze e per una forte autonomia dei quadri dirigenti (manager), tanto al livello delle imprese che a quello delle istanze centrali responsabili delle politiche economiche e della gestione sociale (istruzione, sanità, ecc.). Come i proprietari del capitale, anche il settore finanziario era poco retribuito; il profitto rimaneva nelle imprese ed era reinvestito. Con il neoliberismo, invece, le percentuali del Grafico 2 ricominciano a salire e tornano a livelli simili a quelli di prima della guerra.
Lo studio della ricchezza totale di queste classi dominanti fa apparire la sua forte diminuzione relativa durante la crisi degli anni settanta 5: mentre nel dopoguerra l'1% delle famiglie più ricche deteneva circa un terzo della ricchezza totale del paese, questa percentuale è scesa rapidamente al 22% all'inizio degli anni settanta. Ma in un numero altrettanto ridotto di anni il neoliberismo ha ristabilito la concentrazione dei patrimoni (sempre relativamente all'insieme della popolazione) ai livelli precedenti alla crisi o addirittura più elevati.
Per una restaurazione completa delle condizioni economiche di queste classi manca solo un elemento: la riduzione della pressione fiscale diretta sui redditi più alti. Ma attualmente questa riduzione è in corso, malgrado la pressione costante esercitata dall'esistenza di forti squilibri di bilancio.
Come si sono potute verificare queste variazioni di reddito e di ricchezza? Durante gli anni settanta i tassi di inflazione erano superiori ai tassi di interesse; le imprese erano poco redditizie e distribuivano pochi dividendi; nel frattempo il livello della borsa, corretto dall'inflazione, si era dimezzato e non cresceva. È facile immaginare quindi come alcune classi, i cui redditi derivavano per lo più dal possesso di titoli, vedessero il loro reddito e la loro ricchezza compromessi.
Il neoliberismo ha cambiato radicalmente la situazione. I tassi di interesse corretti dall'inflazione - prima assai bassi - sono schizzati verso livelli del 5% (per i tassi di interesse sui crediti a lungo termine nei confronti delle imprese meglio quotate). Le imprese, la cui redditività è migliorata, hanno cominciato a distribuire una percentuale crescente dei loro profitti in dividendi. Da circa un 30% dei profitti - dopo il pagamento degli interessi e delle imposte - la percentuale di ripartizione dei profitti è cresciuta gradualmente fino a raggiungere praticamente il 100% alla fine del ventesimo secolo. Le quotazioni di borsa (sempre corrette dall'inflazione) si sono triplicate rispetto al livello precedente la crisi degli anni settanta.
Nessun miracolo, quindi. Si è trattato semplicemente di una questione di potere e di rapporto di forza, da un punto di vista nazionale e internazionale.
Il Grafico 3 mostra la percentuale dei consumi delle famiglie americane rispetto al prodotto interno lordo (Pil) a partire dagli anni Cinquanta. Come si vede, questo tasso oscilla intorno al 62 o al 63% prima della fase neoliberista, mentre dall'inizio degli anni ottanta aumenta regolarmente e in modo spettacolare, arrivando a superare il 70% all'inizio del ventunesimo secolo.
Questo aumento dei consumi delle famiglie ha due cause: l'aumento della percentuale del loro reddito nel Pil e la riduzione del loro tasso di risparmio (l'aumento della percentuale del reddito dedicata al consumo). Questi due meccanismi riguardano ovviamente le famiglie più ricche.
Per quanto riguarda la riduzione del tasso di risparmio, uno studio della Federal Reserve 6 permette di identificare i settori della popolazione che sono all'origine di questa `caduta'. La diminuzione del risparmio si concentra nell'area sociale che ha i redditi più alti, che sono la fonte tradizionale del risparmio del paese (i poveri, infatti, risparmiano poco). Le conseguenze di questo processo sono state amplificate dal fatto che questi settori concentrano i redditi che sono aumentati di più, cioè quelli finanziari. Tra il 1952 e il 1979, cioè prima del neoliberismo, i redditi finanziari (interessi e dividendi, senza tener conto delle plusvalenze) rappresentavano in media il 10% del reddito totale delle famiglie, mentre fra il 1980 e il 2003 questa percentuale ha raggiunto il 17%.
Il costo per le altre classi sociali e per gli altri paesi è stato considerevole: crescita lenta, disoccupazione, frammentazione delle società, miseria e così via. Ma dal punto di vista dei suoi obiettivi il neoliberismo è stato un brillante successo.
4. Potenza dell'imperialismo degli Stati Uniti
Non si può però comprendere la dinamica dei redditi da capitale negli Stati Uniti senza esaminare le relazioni fra questo paese e il resto del mondo, ed è qui che la pressione imperialistica propriamente detta entra in gioco.
Non esiste una maniera semplice per osservare l'effetto della relazione tra gli Stati Uniti e il resto del mondo sui redditi da capitale di questo paese. I suoi meccanismi, infatti, sono molteplici. Si conosce, ad esempio, l'importanza dell'acquisto di materie prime, comprese le fonti di energia, a un prezzo favorevole ai paesi acquirenti. Nel corso dei decenni neoliberisti questi prezzi hanno continuato a scendere, talvolta riducendosi a un terzo. Altri meccanismi - come l'importazione di cervelli dal resto del mondo (il cosiddetto brain drain) - hanno favorito in modo considerevole non solo la crescita dei redditi negli Stati Uniti, ma anche il mantenimento del loro predominio tecnologico. Anche in questo caso la quantificazione è problematica. Al contrario, i sistemi di contabilità nazionale permettono di quantificare i flussi dei redditi cosiddetti finanziari, come i pagamenti dei dividendi o degli interessi, e dei profitti delle società transnazionali ottenuti all'estero ma che appartengono a società madri che hanno sede negli Stati Uniti.
Prima di questa analisi bisogna precisare una questione terminologica. Di solito si intende per investimento la crescita del capitale fisso nel corso di un certo periodo di tempo. A questo si possono sommare le variazioni delle scorte. Tuttavia si tende sempre di più a utilizzare lo stesso termine per indicare l'investimento finanziario, ad esempio l'acquisto di un'azione o di un'obbligazione. Quando parliamo, ad esempio, di un investimento diretto, cioè di un acquisto da parte di una società di oltre il 10% del capitale di un'altra, rendendola una filiale, le definizioni di `fisico' e `finanziario' non sono, però, adeguate. Tuttavia possiamo differenziare l'investimento in capitale fisso e in scorte di prodotti, `fisico', dall'investimento `finanziario', compreso l'investimento diretto. Gli investimenti di portafoglio sono investimenti finanziari diversi dagli investimenti diretti.
Consideriamo in primo luogo gli investimenti diretti delle società transnazionali statunitensi. I profitti realizzati su questi investimenti sono composti da dividendi, interessi e profitti conservati all'estero. I dati a nostra disposizione permettono di separarli dalla massa degli altri profitti definiti `profitti interni'. Di fatto alcuni di questi profitti `interni' rappresentano un prelievo nei confronti del resto del mondo, grazie ai bassi prezzi delle materie prime o ai pagamenti effettuati dall'estero direttamente a società con sede negli Stati Uniti (come una parte dei pagamenti degli interessi sul debito della periferia).
Nel 2000 l'insieme dei profitti derivanti dall'investimento diretto statunitense - cioè i profitti delle filiali delle transnazionali in altri paesi - ha rappresentato il 53% dei profitti interni. Sapendo che questi profitti contengono anche una parte dei redditi presi dal resto del mondo, questa cifra fornisce una chiara idea dell'importanza che rappresenta l'apertura internazionale dell'economia per i redditi da capitale negli Stati Uniti.
Il Grafico 4 mostra l'evoluzione della percentuale dei profitti delle società transnazionali sui loro investimenti diretti all'estero rispetto ai profitti interni. Si vede una crescita abbastanza regolare, da circa il 10% nel 1948 al 53% nel 2000. Questa progressione corrisponde alla globalizzazione dell'economia: e il neoliberismo si inserisce in questa tendenza. Di fatto questo ordine sociale, poco favorevole all'investimento fisico, ha considerevolmente rallentato la crescita del flusso di investimenti diretti delle transnazionali degli Stati Uniti, tanto in volume quanto in percentuale sulla produzione totale di questo paese.
Disponiamo inoltre di una capacità di misurare i redditi complessivi provenienti da tutte le categorie di investimento finanziario, compreso l'investimento diretto, degli americani nel resto del mondo. Per valutare le dimensioni di questo dato, possiamo metterlo in relazione con i profitti interni. Nel 2000 questo rapporto raggiunge il 100%. In altre parole la massa di redditi ottenuti dal resto del mondo sotto forma di dividendi, di interessi e di profitti ottenuti dalle filiali all'estero è stata uguale a quella dei profitti interni (vedi Grafico 4). Non si tratta quindi di un piccolo complemento all'attività territoriale.
Da questa analisi, nonostante le limitazioni dei dati a nostra disposizione, si possono trarre alcune considerazioni: nel 2000 i redditi finanziari ottenuti dagli Stati Uniti nel loro rapporto con il resto del mondo sono superiori all'insieme dei profitti delle loro società all'interno degli Stati Uniti. Un imperialismo forte è quindi necessario per la retribuzione del capitale in questo paese.
Ovviamente anche gli stranieri effettuano degli investimenti finanziari negli Stati Uniti, cosa che aumenta ulteriormente i flussi di reddito che entrano nel paese dal resto del mondo. Per ora ci limiteremo a un solo aspetto di questa relazione bilaterale, riguardante i rendimenti degli investimenti degli uni e degli altri.
A questo proposito considereremo in questa sede solo gli investimenti finanziari che gli operatori del resto del mondo effettuano negli Stati Uniti e non i loro investimenti in tutti i paesi terzi. Al contrario prenderemo in considerazione gli investimenti degli Stati Uniti in tutti i paesi terzi. Si tratta quindi di esaminare la posizione degli Stati Uniti in quanto investitori e, insieme, luogo di investimento (vedi Grafico 5).
Il Grafico 5 mostra i tassi di rendimento sugli investimenti degli operatori americani all'estero e degli operatori esteri, quando investono negli Stati Uniti. Una correzione è stata fatta, per neutralizzare la svalutazione del debito ad opera dell'inflazione. Due tipi di osservazioni possono essere fatte:
1. I due profili sono simili. Si nota un forte aumento dei rendimenti di circa 4 punti in percentuale alla fine degli anni settanta, in corrispondenza con l'applicazione di forti tassi di interesse caratteristici degli anni neoliberisti. Al contrario negli anni novanta i tassi hanno subito una leggera flessione.
2. L'elemento più interessante è il divario molto pronunciato dei rendimenti, circa il 4% tra un'estremità e l'altra del periodo. Questa differenza è l'espressione di una forte asimmetria: quando gli Stati Uniti fanno degli investimenti finanziari nel resto del mondo, sono molto ben retribuiti, il 7 o il 9% a seconda del sottoperiodo, con rendimenti molto superiori rispetto a quelli ottenuti dagli stranieri che investono negli Stati Uniti. Questo divario di rendimento appare per ogni componente dell'investimento finanziario, tanto per l'investimento di portafoglio quanto per l'investimento diretto 7.
La composizione degli investimenti degli Stati Uniti all'estero è molto diversa da quella degli operatori stranieri che investono negli Stati Uniti. Mentre per gli Stati Uniti gli investimenti esteri sono caratterizzati per circa il 50% da investimenti diretti, per gli stranieri questa percentuale è solo del 20%. Gli Stati Uniti rappresentano quindi, nella terminologia di Marx, una sorta di `capitalista attivo', mentre gli stranieri costituiscono per lo più dei `prestatori', sempre secondo la terminologia marxista, che riuniva gli azionisti che non partecipavano alla gestione delle imprese e i creditori sotto la voce di capitale da prestito. Questi beneficiari di rendite sono, ad esempio, le ricche famiglie dell'America latina o degli emirati arabi o, ancora, le banche centrali che investono i loro capitali in dollari in buoni del tesoro degli Stati Uniti, comportandosi così da `Stati beneficiari di rendite'. Questa diversa composizione spiega in parte la differenza di rendimenti sull'insieme dell'investimento finanziario.
5. Una dinamica insostenibile
Il paragrafo precedente mette in luce la potenza dell'imperialismo degli Stati Uniti. Il prelievo sul resto del mondo è eccezionale, tanto per dimensioni quanto per efficacia, ed è espresso bene dai suoi rendimenti. Si capisce fra l'altro quale motivazione può avere questo paese, e in particolare il suo governo, a preservare con tutti i mezzi - economici, politici e militari - questa influenza. Ma si capisce anche la dipendenza che si viene a creare. Inoltre questa dinamica è caratterizzata da una grande contraddizione, che cercheremo di illustrare in questo paragrafo.
Bisogna prima di tutto esaminare la relazione fra risparmio e investimento negli Stati Uniti. Per investimento intendiamo l'investimento in capitale fisso delle imprese, secondo le definizioni date in precedenza. Risparmio e investimento sono espressi in percentuale della produzione totale negli Stati Uniti (il prodotto interno netto, Pin), uguale al reddito totale tenuto conto dei flussi di reddito con l'estero.
Le differenze fra i decenni neoliberisti e i primi decenni del dopoguerra sono particolarmente evidenti. Prima del 1980, infatti, i tassi di risparmio e di investimento negli Stati Uniti oscillavano intorno al 4-5%. Ma con l'avvio della fase neoliberista i due tassi hanno registrato un calo: una diminuzione moderata, sebbene significativa, del tasso di investimento, dal 4,1% prima del 1980 al 3,5%, e una riduzione spettacolare del tasso di risparmio dal 4,5% all'1% per lo stesso periodo. Come si vede gli Stati Uniti, con una rapidità sconcertante, hanno cominciato a investire molto di più di quello che risparmiavano a partire dall'inizio degli anni ottanta. Ciò significa che spendevano, in consumi e investimenti, nettamente di più di quello che permetteva il loro reddito.
Questa formidabile ondata di spese ha una duplice origine. All'inizio degli anni ottanta, infatti, si assiste a un forte deficit di bilancio, frutto dell'aumento dei tassi di interesse, della diminuzione delle entrate e dell'aumento delle spese militari (lo `scudo stellare' di Ronald Reagan). Ma esiste anche un altro fattore, che si è imposto gradualmente ma in modo permanente. Si tratta dell'aumento del consumo delle famiglie descritto nel Grafico 3 (vedi p. 54). Questo aumento ha provocato la caduta del tasso di risparmio delle famiglie, conseguenza della spesa eccessiva delle classi più ricche.
Come si è potuto verificare tutto ciò?
1. Per ragioni contabili, il divario fra il risparmio e l'investimento è uguale al saldo della bilancia corrente degli Stati Uniti, cioè alla somma tra la bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni) e il saldo dei flussi dei redditi con l'estero. È la prima componente, cioè i flussi commerciali, che ha accentuato questo divario, evidenziando il deficit della bilancia dei pagamenti correnti nel corso del periodo neoliberista.
2. Quando gli Stati Uniti importano più di quello che esportano, gli stranieri ricevono un pagamento in dollari, senza contropartita finanziaria (questi dollari non derivano ad esempio da un prestito). Se gli stranieri vendessero questi dollari, il corso di questa moneta scenderebbe così da correggere il deficit estero (senza che un tale aggiustamento sia automatico). In realtà gli stranieri, a causa della forza dell'economia americana e della debolezza della situazione macroeconomica dei loro paesi, effettuano degli investimenti finanziari in attività statunitensi. Prendono così parte al finanziamento dell'economia degli Stati Uniti comprando delle azioni, prestando alle imprese, alle famiglie o allo Stato. La politica monetaria degli Stati Uniti, che aggiusta la massa di crediti interni al livello richiesto dal mantenimento di un'attività stabile, registra le sue variabili secondo questo apporto esterno.
Si tratta di una situazione grave? Un primo problema riguarda la volontà degli stranieri di conservare questi dollari: e quindi di effettuare degli investimenti finanziari (poiché ovviamente non hanno interesse a conservare questi attivi in capitali non retribuiti). In questo caso parliamo del totale degli investimenti esteri, indipendentemente degli investimenti degli Stati Uniti all'estero. In questi primi mesi del 2004 ci si può chiedere se la caduta del dollaro dal 2002 sia l'espressione di un tale cambiamento di atteggiamento. Bisogna comunque ricordare che il dollaro aveva una quotazione molto alta nel 2002. Si può inoltre ritenere che gli Stati Uniti abbiano desiderato e molto probabilmente contribuito a realizzare questa riduzione, per sostenere la loro economia in recessione. Ma anche nel caso di una prosecuzione di questi investimenti finanziari esteri, si delinea una contraddizione, che mette in discussione la continuazione nel tempo della dinamica economica americana.
Il problema è semplice. A forza di permettere il finanziamento estero attraverso le loro importazioni, gli Stati Uniti hanno dato al contributo estero un ruolo importante nel finanziamento della loro economia e devono retribuirlo. Fortunatamente per l'economia americana gli investimenti dall'estero sono retribuiti male, ma il prelievo sui redditi da capitale negli Stati Uniti è in continuo aumento (vedi Grafico 6).
Il Grafico 6 mostra i flussi di reddito fra gli Stati Uniti e il resto del mondo, flussi in entrata e in uscita. La prima curva (- - -), come il Grafico 4, descrive il flusso di redditi in entrata, ma il denominatore è in questo caso la produzione degli Stati Uniti. Questi flussi hanno rappresentato il 4% del Pin nel 2000. Questa percentuale è meno impressionante di quella del Grafico 6, ma bisogna ricordare che i profitti delle società rappresentano solo una `piccola' parte del reddito totale 8. Lo stesso grafico mostra anche la percentuale crescente dei flussi in uscita (- - -).
Si possono distinguere tre periodi: dal 1946 al 1972 le due percentuali e il loro divario sono cresciuti lentamente. Il periodo 1973-79 rappresenta una posizione intermedia; i flussi in entrata sono cresciuti più rapidamente, fino al 2,7%, mentre i flussi in uscita sono aumentati solo dell'1,5%. Ma questo aumento dei flussi in entrata non è stato all'altezza della loro crescita spettacolare negli ultimi due decenni. Infatti i flussi in uscita, mentre quelli in entrata stagnavano, hanno continuato a crescere fino a raggiungere un massimo del 4% nel 2000.
La terza curva del grafico (---) descrive il divario fra i due flussi, cioè il flusso in entrata netto degli Stati Uniti. Questi flussi netti hanno avvantaggiato gli Stati Uniti e sono cresciuti in modo sensibile fra il 1973 e il 1980. Ma la novità radicale è stata l'interruzione di questa crescita e poi il suo calo negli anni successivi. Così questo aumento di redditi esteri da parte degli Stati Uniti si è annullato e dal 2002 è diventato addirittura negativo in alcuni trimestri.
La spiegazione di questo peggioramento è evidentemente l'eccedenza crescente degli attivi degli operatori stranieri negli Stati Uniti; descritta prima. Nonostante la forte redditività degli investimenti statunitensi all'estero, la loro posizione si è deteriorata e si cominciano a pagare agli stranieri delle rendite finanziarie superiori a quelle ricevute. Come abbiamo ricordato in precedenza, la causa di questo movimento è l'ondata di consumi delle famiglie più ricche.
Si può illustrare questa nuova situazione, esaminando i flussi di redditi fra gli Stati Uniti e l'America latina nel Grafico 7. I flussi considerati sono dei flussi netti, cioè i flussi che entrano negli Stati Uniti dall'America latina, meno i flussi che escono da questo paese in direzione di questa regione del mondo. Una curva riguarda il totale, mentre le altre due indicano i flussi corrispondenti agli investimenti diretti e di portafoglio, le due componenti del flusso totale. Il Grafico 7 mostra che i flussi netti totali in favore degli Stati Uniti sono saliti oltre lo 0,5% della produzione di questo paese agli inizi degli anni ottanta (questi flussi non tengono conto della svalutazione dei debiti da parte dell'inflazione), per poi diminuire fino allo 0,15% all'anno e scendere ancora di più con la crisi di fine secolo (recessione degli Stati Uniti e crisi in America latina, in particolare in Argentina). L'America latina è quindi una delle regioni del mondo che ha contribuito alla riduzione dei flussi di reddito dal resto del mondo in direzione degli Stati Uniti.
L'aspetto più interessante è però l'analisi per tipo di investimento. Qui vi si ritrovano alcune caratteristiche già identificate. In primo luogo il grafico rivela l'importanza e la stabilità dei redditi ottenuti dagli investimenti diretti delle transnazionali americane, che si attesta intorno allo 0,2% della produzione di questo paese. In secondo luogo si osserva la riduzione e il successivo andamento negativo dei redditi netti sugli investimenti di portafoglio, ciò significa che gli Stati Uniti hanno pagato e continuano a pagare dei redditi finanziari, degli interessi e dei dividendi agli investitori dell'America latina superiori a quelli che ricevono (nonostante il debito della periferia). Questa è la conseguenza della fuga di capitali delle classi agiate di questi paesi verso la madrepatria capitalistica degli Stati Uniti. Si può osservare in particolare l'aumento di questi flussi netti di reddito (una riduzione sul grafico) a partire dal 2000. Questo movimento riflette un flusso netto crescente di investimenti di portafoglio. Di fatto, a eccezione del 1998, l'America latina ha finanziato il lungo boom degli Stati Uniti della seconda metà degli anni novanta. Questo quadro dell'America latina, creditrice degli Stati Uniti, caratterizza in modo significativo la nuova configurazione delle relazioni finanziarie a livello mondiale. Per questa regione del mondo il problema riguarda ovviamente la distanza che separa gli Stati e le imprese indebitate dalle famiglie più ricche. Ma in questo continente non tutti soffrono la fame.
6. Conclusione
I meccanismi descritti nelle sezioni precedenti rivelano l'esistenza di una contraddizione nel sistema dell'imperialismo statunitense nell'epoca neoliberista. Si può riassumere la questione attraverso questo schema:
Redditi elevati e plusvalenze delle classi agiate (rafforzati dal prelievo sul resto del mondo) e politica monetaria relativamente lassista - Crescita del consumo da parte delle classi agiate - Crescita del debito estero - Crescita dei flussi di reddito versati al resto del mondo - Diminuzione dei redditi da capitale negli Stati Uniti.
La continuazione della dinamica attuale è subordinata alla realizzazione di due condizioni: a. che gli stranieri accettino di investire i loro dollari negli Stati Uniti e quindi che il corso del dollaro si mantenga al livello attuale; b. che il divario di retribuzione degli investimenti finanziari provenienti dall'estero (Grafico 5, p. 55) rispetto agli investimenti statunitensi non si riduca. A proposito di quest'ultimo punto, si può osservare che - se gli Stati Uniti dovessero pagare agli operatori stranieri dei tassi di rendimenti uguali a quelli di cui beneficiano - il flusso uscente sarebbe uguale al totale del profitto interno realizzato dalle società statunitensi! Difficilmente una situazione del genere potrà verificarsi.
Da un punto di vista americano, questa dinamica non potrà essere mantenuta senza rimettere in discussione il dominio di questo paese e l'opulenza delle sue classi dominanti. Il mantenimento di questa situazione trasformerebbe gli Stati Uniti in un fornitore di redditi finanziari per il resto del mondo, a scapito della loro classe dominante. È necessario quindi pensare a un cambiamento di dinamica.
Nella discussione sui possibili scenari futuri, è bene fare la differenza fra neoliberismo e imperialismo. Gli Stati Uniti, infatti, erano già imperialisti durante i decenni del compromesso keynesiano (in realtà lo sono da quando esistono), quindi prima del neoliberismo, e lo rimarranno nell'eventualità di una fase successiva al neoliberismo. Inoltre bisogna osservare che il problema posto dallo schema che abbiamo appena ricostruito riguarda il neoliberismo e non l'imperialismo. In realtà la capacità imperialistica degli Stati Uniti rimane integra o addirittura ne viene rafforzata.
Quali sono allora i cambiamenti possibili? Le componenti modificabili sono quattro 10: a. una riduzione dei consumi da parte delle classi più agiate; b. tassi di accumulazione più elevati e finanziati dagli stessi Stati Uniti; c. una domanda in direzione della produzione nazionale; d. un eventuale aumento della pressione esterna sul resto del mondo.
Tuttavia i problemi che si presentano sono numerosi:
1. Il nuovo corso potrebbe entrare in contraddizione con la continuazione del progetto neoliberista. Un metodo che in passato si è rivelato efficace per aumentare i tassi di accumulazione è quello di conservare i profitti nelle società non finanziarie invece di versarlo in interessi e dividendi. Ma in questo caso che fine farebbero i redditi delle classi dominanti e, ovviamente, il loro stile di vita? Si possono anche considerare delle misure in grado di stimolare l'investimento delle imprese. Tuttavia tassi di interesse più bassi andrebbero contro gli obiettivi del neoliberismo. In ogni caso lo Stato potrebbe impegnarsi nel finanziamento di tassi differenziali, nella creazione di incentivi fiscali o nell'assunzione dei rischi, come ha fatto per i prestiti delle famiglie.
2. Una soluzione considerata per rimediare al deficit estero è quella di lasciare diminuire il corso del dollaro. Ma i limiti di questa procedura sono noti. Alcuni paesi hanno indicizzato la loro valuta sul dollaro e un cambiamento del suo valore non modificherebbe i rapporti commerciali fra questi paesi e gli Stati Uniti. Non esiste una soluzione ottimale. L'esempio del commercio fra gli Stati Uniti e il Giappone mostra che l'aumento del corso dello yen non basta a modificare le dinamiche economiche. Inoltre un basso tasso di cambio del dollaro e la minaccia di una sua ulteriore riduzione sono generalmente giudicati incompatibili con le mire imperialistiche degli Stati Uniti. Allo stesso modo, nuove misure dirette ad accentuare il protezionismo o a limitare la mobilità dei capitali negli Stati Uniti scatenerebbero delle misure di reciprocità, che minerebbero il dominio imperiale americano nelle sue modalità neoliberiste.
3. Una modifica nella dinamica economica degli Stati Uniti è resa difficile dalla necessità di stabilizzare la situazione macroeconomica del paese. In questo caso si riproporrebbe il problema della crisi, non in quanto episodio catastrofico in grado di destabilizzare in modo definitivo l'ordine capitalistico e imperialistico, ma come vincolo nel mantenimento della dinamica economica americana. La politica monetaria sostiene la domanda del paese, facendo crescere il debito delle famiglie. È il meccanismo centrale del sostegno della domanda, accanto al poco ortodosso deficit di bilancio. L'indebitamento delle famiglie ha continuato a crescere durante la recessione di questi ultimi anni e qualunque tentativo di ridurlo ha rischiato di trasformare la recessione in un crollo di portata molto più ampia. Conciliare la modifica degli squilibri con l'estero - provocati dalla spesa eccessiva delle famiglie - e il sostegno alla domanda interna è un compito estremamente difficile: per non parlare del rischio in cui incorre lo Stato a causa del trasferimento a organismi pubblici dei debiti delle famiglie presso il sistema bancario.
4. Si può ovviamente immaginare che gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per accentuare il prelievo nei confronti del resto del mondo. Ma il deterioramento della loro posizione estera potrebbe accrescere il costo del loro finanziamento estero con la comparsa di un premio di rischio sfavorevole agli Stati Uniti.
Dietro questi meccanismi si assiste a una gigantesca lotta di classe e di potere. Il risultato sarà quindi politico. Gli uomini, come diceva Marx, fanno la loro storia, ma la fanno in base a determinate condizioni. L'ambizione di questo articolo è proprio quella di dare una rappresentazione di queste condizioni, fondamentalmente economiche. Anche se ciò non cancella il primato della politica.
Queste lotte devono essere conosciute nel loro duplice livello nazionale e internazionale:
a. Sul piano nazionale il neoliberismo si basa su un compromesso sociale con le classi medie superiori, proprietarie di titoli, direttamente o indirettamente attraverso i fondi pensione. Queste classi hanno avuto l'impressione di accedere all'universo meraviglioso della proprietà capitalistica. Se la distribuzione di dividendi e i tassi di interesse reali fossero ridotti, questo compromesso sarebbe rimesso in discussione. In che senso? Verso un nuovo compromesso sociale in grado di superare il neoliberismo, più `democratico', come il precedente compromesso keynesiano, o verso un ordine sociale più autoritario e repressivo?
b. Sul piano internazionale si vanno delineando nuove forme di lotta, come quelle di alcuni Stati della periferia, che acquistano consapevolezza della loro situazione in questo mondo di potenti (si pensi al fallimento dei negoziati di Cancún nel 2003) o quella delle classi i cui interessi convergono a livello mondiale nel cosiddetto movimento no global. Accanto a queste lotte si osserva l'affermazione di movimenti estremisti, che vanno dagli integralisti islamici ai nuovi crociati della destra.
La pressione che queste lotte saranno in grado di esercitare dipenderà molto dalle contraddizioni della dinamica economica statunitense, che questo articolo ha cercato di descrivere. Chi sarà in grado di reagire meglio a queste tensioni? Le forze della reazione sociale o quelle del progresso verso quel tanto atteso mondo migliore? Difficile dire quale sarà il risultato di questi conflitti.
note:
1 Vedi G. Duménil, D. Lévy, Capital Resurgent. The Roots of the Neoliberal Revolution, University Press, Harvard, Massachusetts 2004.
2 Ivi, cap. 23.
3 Cfr. F. Chesnais (a cura di), La finance mondialisée: racines sociales et politiques, configuration et conséquences, La découverte, Parigi 2004.
4 Lenin (Vladimir Ilic Ulianov), Imperialism, kak novejsij etap kapitalisma, Parus 1917; traduzione italiana ora in Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1980.
a Maquiladora è un termine messicano. Le maquiladoras - o industrias maquiladoras - sono industrie «destinate» - secondo la definizione che ne dà la stessa legislazione messicana (Decreto para el fomento de la industria maquiladora de exportación, del 1 giugno 1998 - «alla trasformazione, produzione o riparazione di merci di provenienza straniera importate temporaneamente e destinate alla successiva esportazione». Si tratta, in buona sostanza, di imprese di assemblaggio dislocate in Messico in forza dei vantaggi derivanti dai bassi salari di questo paese e compiutamente integrate nel ciclo produttivo delle multinazionali americane (Ndrm).
b L'Aléna, Accord de libre échange nord-américain, è un trattato internazionale di libero commercio, che impegna gli Usa, il Canada e il Messico (Ndrm).
5 E. Wolff, Top Heavy, The New Press, New York 1996.
6 D.Maki, M. Palumbo, Disentangling the Wealth Effect: A Cohort Analysis of the Household Saving in the 1990, Federal Reserve, Washington 2001.
7 R.J. Mataloni, An Examination of the Low Rates of Return of Foreign-Owned Us Companies, «Survey of Current Business», March 2000.
8 Nel 2000 i profitti interni al netto delle imposte avevano raggiunto il 7,1% del Pin delle società, che è uguale al 61,6% del Pin dell'insieme dell'economia.
9 Questo articolo non tiene conto delle nuove tendenze prodotte dall'innovazione tecnologica e delle pressioni per ridurre il costo del lavoro. Si veda G. Duménil, D. Lévy, Crise et sortie de crise. Ordre et désordres néolibéraux, Presses Universitaires de France, Parigi 2000.
10 Questo articolo non tiene conto delle nuove tendenze prodotte dall'innovazione tecnologica e dalle pressioni per ridurre il costo del lavoro. Si veda G. Duménil, D.Lévy, Crise et sortie de Crise, cit.
Gérard Duménil
insegna all'Università di Paris X-Nanterre
e dirige il Centro di ricerche su
Modélisation de la dinamique économique et monétaire (Modem-Cnrs).
(gerard.dumenil@u-paris10.fr.)
Dominique Lévy è impegnato
presso il Centro studi Prospectives d'économie mathématique appliquée a la planification
48 , bd Jourdan, 75014 Parigi.
( dominique.levy@cepremap.ens.fr)
(Traduzione di Andrea De Ritis)