La costituzione dell'Europa
CRISI E POTENZIALITÀ
Etienne Balibar
Dobbiamo riproporre il problema di come `costituire' l'Europa, dato che la pubblicazione del Progetto di Trattato costituzionale - che deve essere di nuovo sottoposto a ratifica dopo le elezioni del 13 giugno - non ha fugato nessuna delle controversie e delle esitazioni in merito al suo contenuto e ai suoi effetti. Intendo impostare la discussione non sul piano tecnico, giuridico o politologico, bensì nella prospettiva che Kant avrebbe definito `cosmica', cioè combinando la riflessione del cittadino con quella del filosofo, per portare alla luce la natura dei problemi sottostanti alle attuali difficoltà.
Non si tratterà quindi di giocare a contrapporre le argomentazioni dell'europessimismo a quelle dell'eurottimismo, ma piuttosto di tornare al problema che incombe sulle discussioni senza essere mai affrontato in maniera esplicita: sapere che cosa significa `costituire' un insieme politico inesistente, problema che è posto proprio da questa Costituzione. Spero così di poter fare luce almeno in parte sui paradossi della situazione attuale. Da un lato c'è il fatto che, alla vigilia delle elezioni a suffragio universale del Parlamento dell'Unione allargata - che segnano la fine della divisione tra le due metà dell'Europa (per quanto con non poche carenze e ineguaglianze) -, il comportamento dei `cittadini dell'Unione' sembra battere tutti i record storici di indifferentismo 1. Dall'altro abbiamo di fronte il problema che, appena aggirato l'ostacolo su cui si era incagliato il primo tentativo di approvazione (il conflitto sulle procedure decisionali in funzione della popolazione degli Stati membri), ne appare uno ancora più pernicioso (il progetto del governo Blair di servirsi del referendum come mezzo di ricatto per ottenere modifiche in extremis del progetto, oppure legittimarne il rifiuto da parte britannica). Non si tratta di semplici vicissitudini, ma dei sintomi di una profonda incertezza sulla natura stessa del processo in atto. È la negazione dell'esistenza stessa di un `momento costituente' in Europa e delle questioni di principio che costringerebbe ad affrontare.
Quando parlo di Costituzione, intendo il termine nella sua accezione più completa, nel contempo `formale' e `materiale', di cui le discussioni attuali hanno riproposto con forza le implicazioni. Non escludo nessuna delle definizioni giuridiche, che si riferiscano alla gerarchizzazione delle fonti del diritto nello spazio europeo, alla divisione e all'equilibrio dei `poteri' (di cui la tradizione che risale alla rivoluzione francese e a quella americana faceva l'essenza stessa della istituzione politica), oppure alla caratterizzazione del regime politico (secondo una tipologia che appare essa stessa problematica: perché per poter definire la forma dell'Unione europea, o il suo regime, occorrerebbe aver risolto preliminarmente il problema di sapere in quale senso essa possa essere considerata un corpus politico). Ma tutti questi problemi sono per me subordinati a quello che la Convenzione ha continuato a citare con insistenza, per darne poi alla fine soltanto una presentazione restrittiva e formale: la questione della `cittadinanza'. È proprio definendo una forma di cittadinanza che un testo giuridico acquisisce la valenza di Costituzione. E, inversamente, è proprio fondando istituzioni e regole sociali (le `norme' di cui parlano i giuristi) che una collettività di cittadini acquisisce la funzione di `potere costituente'.
Ne deriva che le caratteristiche della `cittadinanza europea' in fieri nel processo attuale costituiscono il criterio ultimo per valutarne la portata giuridica e politica. Devono essere esaminate alla luce dei diritti e dei poteri che fanno emergere, piuttosto che degli status che conferiscono. Ciò che potrà fare della `Costituzione dell'Europa' un processo duraturo, non è il fatto di ricondurre il `titolo di cittadino' a un livello sovranazionale (federale, confederale, ecc.), bensì il contenuto nuovo che riuscirà a dare all'idea stessa di cittadinanza, il progresso che saprà (o non saprà) realizzare rispetto a modelli anteriori di cittadinanza, scrivendo in qualche modo `un nuovo capitolo' della sua storia. Prima ancora di domandarsi chi è o chi sarà `cittadino dell'Unione europea', occorre iniziare a chiedersi quale sia la sostanza politica della nuova cittadinanza istituita nell'Ue.
Che la costruzione europea sia caratterizzata da grande incertezza, in cui, a seconda dei punti di vista, si è tentati di leggere i sintomi di una crisi praticamente insuperabile, oppure quelli di un'apertura e di una produttività permanente, è ormai un luogo comune. Credo che questi due aspetti siano intimamente connessi fra loro. Per quanto gravide di conseguenze siano alcune decisioni già prese, i nodi non sono ancora sciolti. Non si sono ancora misurati gli effetti che può provocare il semplice fatto di avere ufficializzato il nome di una `Europa dei cittadini', e non soltanto di una `Europa degli Stati', per poco che se ne impadronisca una `virtù' (come avrebbe detto Machiavelli), e se le circostanze dovessero essere favorevoli. Ma penso anche che la congiuntura (contrassegnata sostanzialmente dalla sfida dell'allargamento ad Est e dalla svolta della politica mondiale, in cui la questione che viene in primo piano è quella della distribuzione della potenza globale e delle fratture ideologiche inerenti alla globalizzazione) esaspera tutte le contraddizioni. Mi propongo di raggrupparle in quattro `aporie', intese sia nel senso di problemi senza soluzione che nel senso di potenzialità ancora inesplorate.
La prima aporia è quella della sovranità popolare. Una scuola di giuristi e di filosofi ha sostenuto che la costruzione di una entità politica sovranazionale era inficiata da illegittimità, a causa della impossibilità di “trovare il popolo europeo”, sia dal punto di vista della sua definizione che della sua esistenza empirica. Un'altra scuola di pensiero ha criticato in questa tesi il persistere di una concezione `teologica' della politica, e ha tentato di sostituire alla fonte di legittimità (e di rischio) rappresentata dalla sovranità popolare un perfezionamento delle garanzie dello Stato di diritto. Ma questo problema incide in maniera ben più concreta nella organizzazione dei poteri che ha sviluppato l'Europa comunitaria, e che il Progetto di Trattato costituzionale è venuto a sancire, a prezzo di qualche compromesso (in particolare per quanto attiene al ruolo più forte del Parlamento europeo, ormai associato all'azione legislativa su un piano di parità con il Consiglio, e quindi formalmente `democratizzato').
Si tratta di un regime di `divisione di poteri' del tutto particolare, di cui molti gradiscono sottolineare le difficoltà pratiche, ma di cui è importante soprattutto comprendere appieno la funzione. Quale che sia infatti il modo in cui la si caratterizza sul piano delle categorie tradizionali (federazione, confederazione, sussidiarietà, ecc.), l'Ue è contraddittoriamente quello che potremmo definire un super-Stato debole. In quanto super-Stato, elevato al di sopra degli Stati nazionali e degli apparati burocratici che gli sono propri, il sistema europeo incarna un livello di centralizzazione e un'autonomia nei confronti della `rappresentanza' dei popoli che trova pochissimi equivalenti nella storia. Ma, nel contempo, per la sua stessa debolezza, si priva dei mezzi necessari per imporre politiche di `interesse generale' ai settori intermedi o agli interessi di gruppi sociali, di regioni, di tendenze ideologiche o di comunità culturali `particolari', ricorrendo sia al metodo autoritario - che fa intervenire il potere di costrizione e di convinzione dello Stato -, sia al metodo popolare, che si basa su movimenti sociali capaci di far da traino a tutta la società civile e di arrivare a coagulare una volontà di maggioranza.
La costituzione di questo super-Stato debole ha una competenza, che la Costituzione pone pienamente in luce: si tratta della ripartizione delle attribuzioni tradizionali della sovranità tra il livello europeo e il livello nazionale, in modo tale che una politica di volta in volta possa essere condotta esclusivamente tramite la riunione aleatoria di poteri di decisione e di esperti, che si collocano su ambedue i livelli. L'esempio più lampante di questa strategia è rappresentato dalla spartizione delle leve del potere economico tra il polo monetario che si colloca a livello europeo (al riparo da qualsiasi attentato alla politica di stabilità, che è ufficialmente incaricato di attuare ai sensi degli statuti della Bce) e il polo fiscale, che rimane in tutto e per tutto di competenza degli Stati membri.
Questa situazione controproducente dal punto di vista dell'efficacia politica comporta peraltro un beneficio politico per nulla `secondario', che ne spiega anche la permanenza e il perfezionamento costante. Mano a mano che si allarga e si intensifica, la costruzione europea localizza sempre più il potere reale, non al `centro' o in `periferia', ma nel punto stesso di articolazione tra le istituzioni comunitarie e le istituzioni nazionali. E perciò proprio in questo punto (generalmente invisibile e inaccessibile ai cittadini) si è insediata la classe politica dell'Unione, la cui esistenza dipende sempre in larga misura da un `radicamento' a livello nazionale, ma che nel contempo si presenta come una classe di intermediari indispensabili fra i due livelli di `competenza' politica. È evidente che essa mantiene rapporti molto più stretti con le lobbies dei poteri economici che non con la rappresentanza popolare. E soprattutto blocca qualsiasi soluzione del problema posto dal `federalismo' di nuovo genere, che la costruzione europea ha posto all'ordine del giorno: quello di una nuova modalità della rappresentanza, che realizzi nell'ambito di una costruzione plurinazionale una innovazione paragonabile a quella che fu, all'epoca delle `rivoluzioni borghesi', l'istituzione della sovranità del popolo `unitario' 2.
La seconda aporia è quella dell'identità europea. È inscindibile da quella delle `frontiere' dell'Europa, impegnate in una espansione di cui non si vede la fine, codificata dalle regole di candidatura e dalle condizioni di ammissione. Si tratta in realtà di un processo di grande complessità, in quanto si intreccia con l'esistenza di modalità di appartenenza rinforzata o, al contrario, attenuata, che demoltiplicano il concetto stesso di frontiera 3. Questo processo, poi, è arrivato a un punto tale che il problema dell'europeicità di taluni paesi limitrofi e dei `criteri' di tale identità costituisce un punto dolente dei dibattiti ideologici, sottoposto a pressioni esterne (specie da parte degli Usa a proposito della Turchia) come pure a manovre di politica interna (la xenofobia dei cosiddetti movimenti `populisti').
A questo punto è essenziale prendere coscienza del fatto che le `frontiere dell'Europa' costituiscono un problema secolare, indissolubile dalle figure dell'`equilibrio europeo', e sottoposto a variazioni costanti. Vi sono sempre state concezioni restrittive e concezioni estensive della `piccola' e della `grande Europa'. Ma soprattutto la questione dell'identità e dei limiti è sempre stata sovraderminata dal modo in cui gli interessi mondiali delle nazioni europee ne riflettevano i problemi interni, in materia di religione, di economia, di colonizzazione, di potenza militare. In modo tale che è impossibile parimenti definire l'identità europea sia in chiave esclusiva che in chiave non esclusiva. Una decisione politica, provvisoria per definizione, e perfino reversibile, non modificherà affatto tale stato di cose 4.
Quel che, per esempio, crea la difficoltà (innegabile) di prevedere l'inclusione della Turchia nell'Unione europea non è l'incompatibilità di essenza tra una nazione di cultura musulmana e tante nazioni di tradizione ebraico-cristiana, ma piuttosto il fatto che l'Unione auspica di conservare quanto più a lungo possibile gli squilibri tra tenori di vita, che consentono di importare una manodopera a basso prezzo proveniente dalle sue immediate vicinanze. L'ostacolo è il fatto che l'integrazione della Turchia conferirebbe agli emigrati turchi uno status di cittadini a pieno titolo all'interno dell'Ue (e quindi anche, a lungo termine, un rafforzamento di legittimità alla richiesta di cittadinanza proveniente dall'insieme dei musulmani stabilitisi in Europa). Quel che spiega la resistenza della Gran Bretagna ad integrarsi completamente nell'Ue, ma anche nel contempo la sua preoccupazione costante di non venirne esclusa, è il `particolarismo' culturale e segnatamente giuridico che la distingue dal `continente', ma soprattutto il carattere indissolubile dei legami che l'uniscono al resto del mondo `anglosassone', nato dal suo ex impero coloniale, e agli Usa 5.
Con questo non si vuol concludere che la `vera Europa', nei tempi lunghi, includerà la Turchia e si libererà dell'Inghilterra 6. Bensì che siamo giunti ai limiti di applicabilità del modello classico delle identità e delle frontiere, in cui la differenza tra spazi interni ed esterni riproduce l'opposizione tra la politica e la diplomazia (o la guerra), o ancora - secondo la teoria cara a Carl Schmitt - consente di neutralizzare gli antagonismi nello spazio interno, proiettando la conflittualità della politica sulla figura del `nemico esterno'. Proprio per questo motivo, in alcuni scritti precedenti ho voluto attirare attenzione sul modo in cui la costruzione europea attuale in quanto processo di inclusione, si abbina ad un processo di esclusione che finisce col creare l'equivalente di un apartheid, che determina all'interno delle frontiere dell'Ue una differenza di diritti e di riconoscimento, giustificati a posteriori rifacendosi ai miti `identitari' 7.
La terza aporia che si manifesta concerne i diritti fondamentali inclusi nella `costituzione di cittadinanza' dell'Ue, e si pone al centro del dibattito sul carattere democratico della costruzione europea. Ho sostenuto che l'«Europa sarà più democratica delle sue componenti nazionali», o avrà vita breve. Se l'Europa politica non rappresenterà un «progresso» nella storia della «costituzionalizzazione dei diritti fondamentali” 8, non desterà alcun interesse agli occhi dei propri aderenti, vale a dire della `moltitudine' dei cittadini e dei residenti delle varie nazioni europee. Ma da questo punto di vista il bilancio è estremamente diseguale, anche se nel progetto di Costituzione è inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, adottata al vertice di Nizza nel 2000, che altro non fa se non accentuare ulteriormente le contraddizioni esistenti 9.
Il significato della costituzionalizzazione dei diritti umani, e quindi della loro trasformazione in `diritti fondamentali', iscritti nella definizione stessa di cittadinanza, consiste nel tradurre in maniera vincolante, a livello delle istituzioni, le conquiste storiche dei movimenti di emancipazione e delle lotte per il riconoscimento dei due valori fondamentali: eguaglianza e libertà (l'assenza di discriminazione e l'eliminazione dei poteri arbitrari indipendenti dal controllo dei cittadini). E consiste anche nel garantire le condizioni sociali che consentono agli individui di partecipare alla vita politica in quanto attori autonomi, parimenti liberi delle loro scelte (il concetto di `capacità' creato dall'economista e filosofo Amartya Sen) 10. Più che distinguere i `diritti fondamentali' in categorie o `generazioni' (diritti-libertà e diritti-crediti, diritti civili, politici e sociali, ecc.), è importante ora chiedersi che cosa rappresenti questa formulazione rispetto al movimento storico della `invenzione democratica' (Claude Lefort) e alle sue sfide attuali. A tale proposito, nei testi costituzionali europei, si ha modo di riscontrare un progresso esitante, un regresso, una negazione di diritti e una lacuna flagrante.
Progresso esitante: quello che riguarda l'uguaglianza tra i sessi. Certamente, mentre le `dichiarazioni dei diritti' del passato si contentavano di denunciare le discriminazioni fondate sul sesso di appartenenza (come pure sulla razza, la religione, la nazionalità di origine), il progetto di Costituzione iscrive l'eguaglianza tra uomini e donne tra gli obiettivi dell'Ue, precisando che deve «essere garantita in tutti i settori». Ma non ne fa un valore, a cui richiamare i paesi e le società che non lo rispettano (quasi tutti...). E per quanto autorizzi a derogare rispetto al `principio di eguaglianza' per `avvantaggiare il sesso sottorappresentato' nei diversi settori, non descrive la situazione reale come un predominio maschile, che è necessario correggere per liberare le donne dalla violenza e dallo sfruttamento fra le pareti domestiche, e conferire loro l'uguaglianza sul piano professionale e politico.
Regresso: quello che riguarda i diritti sociali, in particolare i diritti del lavoro. Il movimento storico del XX secolo in Europa, innervato dalle lotte del mondo operaio e dallo sviluppo di quella che ho definito la “democrazia conflittuale” 11, è passato dall'assistenzialismo alla definizione dei diritti universali all'istruzione, alla protezione dalla disoccupazione, alla salute, ecc. e ai mezzi necessari per garantirli. La Carta sociale europea del 1961 non è stata ripresa nel progetto di Costituzione, che segna un regresso rispetto a quel che si è convenuto di definire il `modello sociale europeo'. È vero che questo pone alcuni problemi, soprattutto per il fatto di associare i diritti sociali a uno status di lavoratore salariato, che attualmente è soggetto a trasformazioni e precarietà, ma ci sono senza dubbio proposte alternative per salvaguardare l'universalità dei diritti sociali e togliere spazio all'esclusione: però nessuna di queste è stata presa in considerazione 12.
Negazione dei diritti: quella che riguarda il diritto di cittadinanza degli stranieri (extracomunitari), almeno in parte inserito in alcune legislazioni nazionali a livello di diritto di voto per le elezioni amministrative, ma escluso dalla Costituzione dell'Europa. Di conseguenza, la Costituzione sancisce lo sviluppo dell'apartheid europeo, ovvero l'esclusione sociale e politica di una parte dei suoi residenti.
Infine, la lacuna flagrante: quella che, a garanzia del `diritto all'informazione' e della libertà di comunicazione, riguarda l'interdizione dei monopoli di fatto nella sfera della cultura e dei mass media (quello che talvolta viene indicato come il `quarto potere' degli Stati moderni), che siano di natura privata o mista, pubblico-privata (di ciò l'Italia attuale rappresenta un caso estremo). È infatti risaputo - dopo i grandi dibattiti sulla libertà di stampa - che il pluralismo dell'offerta culturale è il fondamento stesso della `sfera pubblica', e che il suo deficit è ritenuto responsabile in larga misura della mancanza di legittimità delle istituzioni.
Tutte queste carenze, che contraddicono (smentiscono) l'ideale di una Europa all'avanguardia nella elaborazione democratica, rimandano evidentemente da una parte al carattere `liberista' dichiarato della costruzione europea. Il Progetto di Costituzione si riferisce esplicitamente alla necessità di proteggere e sviluppare l'economia di mercato, prima di incorporarvi alcune garanzie di eguaglianza e di tutela sociale; e presenta questa analogia formale con le vecchie costituzioni delle `democrazie popolari': la volontà di costituzionalizzare uno specifico regime economico-sociale. Questa è una causa determinante, ma non è l'unica. È necessario aggiungervi un `deficit di democrazia' specifico o, per esprimersi con maggiore chiarezza, una paura delle masse propriamente politica, che si traduce nella reticenza a istituire i diritti fondamentali da cui dipende la `produzione' dell'autonomia dei cittadini e la loro capacità di azione pubblica, sia individuale che collettiva.
Infine, una quarta aporia, a cui contribuiscono tutte le contraddizioni precedenti, ma che riveste una sua dimensione specifica, riguarda la posizione che l'Unione europea si attribuisce nei conflitti del mondo contemporaneo, e il ruolo internazionale che può svolgere. Sono tentato di definirla l'aporia del cosmopolitismo provinciale 13. Stretta fra i progetti rivali di costituzione di una `Europa-potenza', idealmente in grado di controbilanciare la forza militare americana, e di rafforzamento del `mondo occidentale' 14, l'Ue rinunzia di fatto a svolgere un ruolo attivo nella formazione di una `cittadinanza del mondo', sia a livello dei movimenti costituenti, che partono dal basso, sia a livello dei poteri costituiti post-nazionali. L'Ue proclama la necessità di ridurre le `fratture', che sono ormai una caratteristica della globalizzazione, ma non avanza nessuna proposta per ridisegnare l'assetto delle istituzioni internazionali. In particolare, non solleva il problema della riforma delle Nazioni Unite, della rappresentatività dei loro organi dirigenti, da cui dipende la ricostituzione stessa della loro autorità e della loro capacità di dare una risposta a tutte le forme in cui si presenta oggi come oggi l'esigenza di sicurezza collettiva 15. È vero che inserisce fra i suoi obiettivi lo `sviluppo sostenibile', ma non fa del Protocollo di Tokyo e di altri trattati sulla protezione ambientale - che restano al momento lettera morta - una parte integrante della propria Costituzione. Alle sue porte, in Palestina, in Cecenia, in Algeria, non fa nulla per disinnescare la combinazione antipolitica del militarismo e dell'intervento umanitario, ripetendo così lo stesso errore e manifestando la stessa impotenza già vista a proposito dell'ex Jugoslavia. Così facendo, distrugge il suo patrimonio di universalità, quella universalità tanto necessaria nel mondo di oggi, e la cui richiesta pressante si fa sentire da ogni parte (anche dal Nord America). Infatti, è necessario evitare di confondere la critica necessaria delle illusioni di universalità che l'Europa ha alimentato con un certo compiacimento nei confronti del suo progetto coloniale, con la negazione del ruolo di mediazione o di traduzione che la sua storia e il suo modo di esporsi alle influenze del mondo intero la chiamano a svolgere nella costruzione di una nuova problematica universalista, da cui dipende dialetticamente la sua stessa identità politica.
Tutte queste aporie hanno la caratteristica comune di rimettere in discussione le contrapposizioni tradizionali della politica: diritto e potenza, politica interna ed esterna, politica sociale o culturale e istituzioni rappresentative. Su un livello più profondo, chiamano in gioco il futuro stesso della democrazia, il cui ideale regolatore che pervade costantemente la filosofia politica, fa della cittadinanza la `verità' delle Costituzioni. E così, nel loro modo particolare, testimoniano l'irreversibilità del processo di costruzione europea, o piuttosto il fatto che l'inversione di marcia di questo processo, sempre concepibile, non potrà prendere altra forma se non quella del crollo totale del progetto democratico. Parlavo prima della `virtù', vale a dire della capacità di azione e di riflessione collettiva necessaria per scongiurare una simile prospettiva e portare a compimento il processo di `costituzione' dell'Europa, cioè per rifondarlo. È possibile che una tale virtù finisca per precipitare soltanto sotto la pressione dell'incombente catastrofe, di cui molti credono di intuire i segni premonitori nell'aumento esasperato delle ineguaglianze, nella follia delle imprese neo-imperialiste o nel ritorno in auge delle passioni teologiche-politiche. Anche in questo caso, peraltro, sarà possibile cambiare marcia soltanto a patto di aver preso coscienza della portata di problemi che non è più possibile risolvere ripetendo pratiche di governo e di `inquadramento' dei cittadini divenute ormai inoperanti o palesemente ingiuste.
note:
Il testo attuale riprende alcune considerazioni presentate il 20 maggio 2004 all'Università di Bari (dipartimento di Filosofia), il 21 maggio 2004 alla riunione Europa in movimento organizzata dalla rete Transform-Italia al teatro dell'Orologio di Roma (dibattito con Sandro Mezzadra, Fausto Bertinotti, Toni Negri), e il 7 giugno 2004 nell'ambito delle conferenze dell'Unità formazione della Direzione generale Personale e amministrazione della Commissione Europea a Bruxelles.
1 A ciò evidentemente non è estraneo il fatto che le classi politiche facciano a gara a svuotare di significato le sfide e a subordinare le procedure a manovre di politica interna (fra cui annoveriamo l'idea francese di `voto sanzione' contro il governo, che trova un suo equivalente in numerosi altri paesi.
2 È inquietante constatare che, da questo punto di vista, la costruzione politica europea si trova non all'avanguardia fra le forme della democrazia politica, bensì in ritardo rispetto ai punti estremi del suo percorso nel mondo: si pensi in particolare alla istituzione e al ruolo determinante nella vita politica dei paesi anglosassoni (soprattutto gli Stati Uniti) delle Commissioni di inchiesta parlamentare, dotate di ampi poteri e di indiscussa autorità, che possono controllare e rendere di pubblico dominio praticamente tutti gli aspetti del funzionamento dell'apparato dello Stato e dei governi.
3 Appartenenza o meno alla zona dell'euro, sottoscrizione o meno degli accordi di Schengen sui controlli della polizia, inclusione nell'area geografica dell'Ue senza adesione, appartenenza al Consiglio d'Europa o alla Nato ma non all'Ue, ecc.
4 I confronti al di fuori dell'unità di tempo e di luogo non fanno testo, ma non sono neppure del tutto inutili. Se ci si vuole convincere che non c'è nulla di naturale nella percezione delle frontiere dell'Europa, basta rileggere le pagine introduttive dell'opera di Keynes, Le conseguenze economiche della pace, pubblicata nel 1920 dubito dopo la firma del Trattato di Versailles, di cui egli era stato uno dei negoziatori nella delegazione britannica. Keynes include la Russia nello spazio europeo ed esclude l'Inghilterra (pur sostenendo che l'Inghilterra debba impegnarsi nella ricostruzione dell'Europa soprattutto per evitare - visione profetica - le conseguenze catastrofiche dei progetti francesi di smantellamento della Germania e dell'impero austro-ungarico). Se ci si vuole convincere che non bisogna puntare ciecamente sulla irreversibilità di una costruzione sovranazionale a partire dal modo in cui si presenta la sua `identità', basta chiedersi chi, fino agli anni '80, avrebbe scommesso un centesimo sulla frammentazione dell'Urss, della Jugoslavia o della Cecoslovacchia…
5 Questi esempi, naturalmente, non sono limitativi. Piuttosto che citare la Spagna, a cui viene istintivo pensare in raffronto all'Inghilterra, preferisco citare il caso della Francia. Non si riflette a sufficienza sul fatto che se, per un caso straordinario ma non impossibile, la Francia avesse `vinto' la guerra d'Algeria, una parte importante del Maghreb oggi come oggi farebbe parte dell'Unione europea, come le Antille, la Guyana, l'isola della Réunion e altri residui dell'impero coloniale francese. Soprattutto, non ci si interroga a sufficienza sul problema di capire in che senso la politica e gli interessi neocoloniali della Francia in Africa (spesso definiti `responsabilità storiche' eccezionali) e il suo `mélange' conflittuale con il Maghreb costituiscano ipso facto un fattore di non chiusura per lo spazio europeo e di `snaturamento' della sua identità `propria' - sempre che non si voglia lavorare in perpetuo (e di fatto senza successo) per mantenere le popolazioni post-coloniali nell'`invisibilità'.
6 Come continuano a sognare certi vecchi `gollisti' o i paladini della resistenza all'imperialismo americano.
7 E. Balibar, Nous, citoyens d'Europe? Les frontières, l'Etat, le Peuple, Edizioni La Découverte, Parigi 2001. Da parte sua Catherine de Wenden (La citoyenneté européenne, Presses de Science Politique, Parigi 1997) ha attirato l'attenzione sul modo in cui i successivi allargamenti continuano a mantenere `all'esterno' una nazione in sovrannumero, che di fatto si colloca all'interno della società europea, la “sedicesima nazione” dell'Europa dei 15, oggi divenuta la “ventiseiesima nazione” dell'Europa dei 25 (e così via dicendo), costituita dai residenti permanenti stranieri che lavorano in Europa da più generazioni.
8 Faccio qui riferimento all'opera fondamentale di Gerald Stourzh sulla storia della `costituzionalizzazione dei diritti umani': Wege zur Grundrechtsdemokratie. Studien zur Begriffs- und Institutionengeschichte des liberalen Verfassungsstaates, Böhlau Verlag, Wien 1989.
9 Si osserverà a questo punto senza insistervi troppo che la Carta dei diritti fondamentali è inclusa nel Trattato costituzionale non come Preambolo o norma fondante, bensì a titolo esplicativo dei `valori' che ispirano il funzionamento delle sue istituzioni e la definizione delle sue politiche - il che fa parte degli artifici posti in atto per evitare di dover sollevare il problema (insolubile) di sapere se l'Ue sia o non sia uno `Stato'.
10 Sen recupera così, a modo suo, un vecchio concetto della filosofia politica, terreno di scontro tra le concezioni oligarchiche e quelle democratiche della rappresentanza: si veda Inequality Reexamined: edizione italiana, La disuguaglianza. Una revisione critica, Il Mulino, Bologna 2000.
11 E. Balibar: L'Europe, l'Amérique, la guerre. Réflexions sur la médiation européenne, Edizioni La Découverte, Parigi 2003, p. 125 ss.
12 Cfr., ad esempio, la discussione di Jean-Marc Ferry, La question de l'Etat européen, Gallimard, Parigi 2000, cap. sul `reddito di cittadinanza' e i progetti alternativi.
13 Riecheggiando l'espressione provocatoria di Dipesh Chakrabarty, Provincializing Europe. Postcolonial Thought and Historical Difference, Princeton University Press, Princeton (Nj) 2000.
14 Salvo assegnarsi poi, `dall'interno', una funzione di difesa del diritto e di riequilibrio delle politiche economiche e culturali nei confronti del Terzo mondo.
15 Su questi due punti ha preso posizione il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, in particolare nel discorso pronunciato all'Assemblea generale dell'Onu nell'agosto 2003: cfr. United Nations, Report of the Secretary General on the Work of the Organization, General Assembly, Official Records, A/58/1. Ma non c'è stata reazione da parte degli europei.