numero  52  luglio-agosto 2004 Sommario

Baghdad

IL MODELLO AFGHANISTAN NON FUNZIONA
Stefano Chiarini  

«Vi faremo tornare all'età pre-industriale», minacciò alla vigilia della guerra del 1991 l'allora segretario di Stato Usa, James Baker, nell'ultimo incontro avuto con il ministro degli Esteri iracheno del tempo, Tareq Aziz. Tredici anni dopo quella profezia sembra in parte essersi avverata. Ci sono volute due devastanti guerre - che hanno distrutto tutto quel che di moderno era stato costruito nel paese in seguito alla nazionalizzazione del petrolio dagli anni sessanta-settanta (vero `peccato originale' dell'Iraq) - e un embargo - che ha ucciso oltre un milione di iracheni, bloccato la ricostruzione e `congelato' il paese a livello scientifico, politico e culturale, costringendo all'emigrazione gran parte della classe media intellettuale. Il progetto di `distruzione creativa' dell'Iraq, caro ai neocons americani likudnik, con il suo obiettivo di minare alla radice l'esistenza stessa dell'Iraq come Stato unitario arabo attraverso un processo di balcanizzazione del paese e di `istituzionalizzazione' delle divisioni etniche e confessionali, del resto non è che una variante più estrema della politica seguita nell'ultimo decennio dalle amministrazioni americane che si sono succedute alla Casa bianca. Basti pensare all'istituzione, all'indomani della prima guerra del Golfo, delle due No fly zone proibite agli aerei e agli elicotteri iracheni nel Nord e nel Sud del paese (quelle dove si trova la gran parte dei giacimenti petroliferi), primo passo verso quella divisione dell'Iraq, di fatto anche se non ufficialmente, in tre entità etnico confessionali, una curda a Nord, una sunnita al Centro e una sciita al Sud. E, alcuni mesi fa, alla concessione da parte del viceré Usa in Iraq, Paul Bremer, di tre licenze per la telefonia mobile, che ricalcano esattamente quella divisione in tre parti del paese. Oppure alla clausola nella Costituzione provvisoria dell'Iraq, redatta dal professore likudnik americano Noah Feldman, che dà un potere di veto sulla futura costituzione definitiva del paese alle tre province curde del Nord, poco più del 10% della popolazione, anche nel caso questa fosse approvata da tutto il resto dell'Iraq. Del resto quella della divisione dell'Iraq è un'ipotesi che già venne apertamente teorizzata sulle colonne del «New York Times» dall'esponente della destra americana, Leslie Gelb, ex presidente dell'United States Council on Foreign Relation: «L'idea di fondo è quella di rafforzare i curdi e gli sciiti (nelle cui zone si verrebbero a trovare i pozzi petroliferi, NdA) e di indebolire i sunniti», i quali a quel punto dovrebbero addivenire a più miti consigli. Quello della disgregazione dell'Iraq è, del resto, un progetto da tempo caro alla destra israeliana. Basti pensare che nel 1982 Oded Yinon, alto funzionario degli Affari esteri a Tel Aviv, aveva scritto senza alcuna remora: «Disgregare l'Iraq è per noi ancor più importante che disgregare la Siria», e ancora «qualsiasi conflitto inter-arabo ci aiuta», in quanto «avvicina il nostro obiettivo di spaccare l'Iraq in tanti piccoli frammenti».
Il primo passo nella realizzazione di questo folle piano - che ignora la realtà dei milioni di iracheni che vivono all'interno di famiglie o di clan `misti', e prefigura, vista la composizione etnico-geografica del paese a macchia di leopardo, una brutale e sanguinosa `pulizia etnica' - è stata la distruzione del patrimonio storico-archeologico mesopotamico (attraverso il saccheggio dei musei iracheni), pre-arabo e pre-islamico - e quindi collante per tutte le confessioni ed etnie presenti in Iraq - e lo scioglimento dell'esercito multietnico e multiconfessionale, strumento essenziale per difendere l'Iraq, vaso di coccio tra tanti vasi di ferro, e mantenere l'unità del paese di fronte alle spinte centrifughe e secessioniste. Il secondo passo, a dimostrazione del carattere scientifico del programma perseguito dall'amministrazione Bush, è stato quello della istituzionalizzazione del criterio etnico-confessionale nella scelta dei membri del governo e delle alte cariche dello Stato introdotto, sulla base di presunte percentuali delle varie comunità, in occasione della formazione del Consiglio di governo provvisorio e confermato nella designazione, il mese scorso, del nuovo governo temporaneo iracheno, privo di qualsiasi reale potere, che dovrebbe portare il paese alle elezioni del gennaio 2005.
In questo senso, il sistema confessionale promosso dagli Usa in Iraq (che impedisce la formazione di partiti nazionali multietnici e multiconfessionali e che dà un ruolo centrale alle istituzioni religiose) è simile a quello introdotto dai francesi in Libano dopo la metà del diciannovesimo secolo, che avrebbe portato alla terribile guerra civile tra il 1975 e il 1990.
Certo i piani americani si sono scontrati con una realtà sul terreno piuttosto diversa da quella immaginata, a cominciare da una resistenza imprevista sia come dimensioni che come incisività. Una resistenza, inizialmente concentrata nel cosiddetto `triangolo sunnita' e nella capitale e poi allargatasi via via praticamente in tutto il paese, ad eccezione delle tre province curde autonome del Nord, saldamente nelle mani delle milizie alleate degli Usa. La resistenza riflette anch'essa il carattere caleidoscopico dell'Iraq ed è estremamente composita, sia per quanto riguarda coloro che la portano avanti, sia per gli obiettivi che per i metodi di lotta. In essa troviamo militari e ufficiali rimasti senza stipendio e senza pensione in seguito allo scioglimento nell'aprile scorso dell'esercito, pezzi dei servizi segreti, appartenenti ai vari gruppi paramilitari creati in ogni città e paese con il compito di una difesa territoriale sul modello russo-jugoslavo, militanti del Partito Baath messo fuori legge, molti di coloro che - costretti a suo tempo ad iscriversi al partito unico per poter lavorare - sono stati ora licenziati nonostante non avessero fatto nulla di male, gruppi nazionalisti arabi, nasseriani, baathisti dissidenti, e, assai presenti, vari movimenti islamisti-nazionalisti, o semplicemente islamisti sunniti di ispirazione salafita-wahabita e infine settori urbani sottoproletari della comunità sciita facenti capo al leader radicale Moqtdada al Sadr. Questi ultimi mossi in particolare da rivendicazioni economico-sociali e costretti a prendere le armi di fronte al tentativo dell'amministrazione Usa, scattato lo scorso marzo, di eliminarli dalla scena politica del paese insieme alla resistenza sunnita di Falluja. Nella resistenza troviamo infine esponenti di tribù e zone geografiche del paese, soprattutto sunnite, emarginate politicamente ed economicamente dal nuovo regime americano.
Alla base del diffondersi della resistenza c'è inoltre, paradossalmente, una profonda delusione per una occupazione talmente rapace da non essere riuscita neppure a portare nel paese elettricità e benzina, lo sdegno per la repressione indiscriminata, i posti di blocco, le violenze e le torture nelle carceri, le umiliazioni subite ogni giorno durante le perquisizioni delle case sia in quanto iracheni che in quanto musulmani. Tra gli elementi che hanno rafforzato la resistenza c'è anche il disprezzo mostrato dagli occupanti verso il carattere arabo dell'Iraq e il loro tentativo di `dearabizzare' il paese: con la modifica dei libri di testo (con l'esclusione di ogni riferimento al nazionalismo arabo, a quello iracheno e alla storia della Palestina), il cambio imposto dall'alto della bandiera nazionale con l'abolizione di tutti i colori caratterizzanti il nazionalismo arabo-islamico - il verde, il rosso, il nero, presenti in tutti i vessilli della regione - e la sua sostituzione con un drappo bianco-azzurro, gli stessi colori della bandiera israeliana, con tanto di due righe blu (in quella israeliana il Nilo e l'Eufrate, i limiti della grande Israele, e in questa invece il Tigri e l'Eufrate), con una mezzaluna al posto della stella di Davide. Ad aggravare la situazione, sul nuovo vessillo tra le due righe blu sulla parte inferiore della bandiera gli americani hanno inserito una sola striscia gialla, a rappresentare i curdi, suscitando le ire di tutte le altre 17 etnie e confessioni presenti in Iraq, a cominciare da quella turcomanna. Un vespaio che ha convinto anche i più dubbiosi delle malevole intenzioni americane e del peso che in tali decisioni avrebbe la destra israeliana. Non a caso la situazione, nel mese di marzo, precipitò proprio durante una serie di inedite manifestazioni di sunniti e sciiti contro l'occupazione e l'uccisione in Palestina dello sheik Yassin, il leader di Hamas eliminato dai servizi israeliani a Gaza.
Di fronte a questa nuova unità sunnita-sciita contro l'occupazione dell'Iraq e della Palestina, l'amministrazione americana ha cercato di cancellare, in vista del 30 giugno - presunto giorno del passaggio dei poteri agli iracheni -, qualsiasi forma di opposizione all'occupazione, assediando per settimane Falluja, bastione della resistenza sunnita (con oltre 1000 morti), e cercando di togliere di mezzo il leader sciita radicale Moqtada al Sadr, chiudendo il suo giornale, arrestando i suoi collaboratori e minacciandolo di arresto. Ma il tentativo americano di `normalizzare' il paese in realtà ha dato fuoco alle polveri, provocando al contrario un allargamento della rivolta a tutto il Sud del paese, sino a quel momento relativamente non toccato dalla resistenza, e favorendo soprattutto una certa unità tra la parte maggioritaria della resistenza sunnita e i settori sciiti più radicali.
Questo processo ha fatto saltare, per il momento, quell'asse curdo-sciita tendente a isolare la resistenza - in gran parte sunnita - e a cancellare ogni forma di nazionalismo arabo, sul quale poggiavano i piani americani per l'Iraq a cominciare da quello di una divisione di fatto del paese su basi etnico-confessionali. E che questa sia qualcosa di più di una semplice ipotesi ci viene confermato dal già richiamato diritto di veto dei curdi, sancito nella Costituzione. Questa clausola è stata respinta sia dalle forze politiche e religiose sunnite, che dagli sciiti radicali di Moqtada al Sadr e infine dal più moderato e massimo esponente religioso sciita, l'ayatollah Ali al Sistani, che, in extremis, è riuscito a far sì che la Costituzione provvisoria imposta dagli Usa a febbraio non venisse menzionata nella risoluzione dell'Onu varata ai primi di giugno per legalizzare l'occupazione e il nuovo governo fantoccio.
Questa risoluzione lascia tutto il potere in Iraq nelle mani dei due generali americani nominati alla bisogna nelle scorse settimane, in quelle del nuovo ambasciatore Usa John Negroponte (l'uomo dei contras e degli squadroni della morte in America centrale) e dei fedelissimi filo-Usa nominati da Bremer non solo nel nuovo governo, ma soprattutto in una pletora di organismi (dalla Banca centrale all'Autorità per le telecomunicazioni), che impedirebbero al nuovo esecutivo di prendere (ammesso che lo voglia) qualsiasi decisione autonoma.
Il fallimento del tentativo Usa di schiacciare la resistenza di Falluja e di eliminare dalla scena politica Moqtada al Sadr, grazie a quella sorta di unità di azione stabilitasi tra pezzi di resistenza tra loro lontanissimi, ha spinto l'amministrazione Bush a modificare in parte i suoi piani, mettendo da parte gli aspetti più ideologici e unilateralisti sostenuti dai neocons e dal Pentagono, e ridando un certo potere decisionale ai pragmatici del dipartimento di Stato. Ciò ha portato a un accordo con la resistenza di Falluja, consistito dall'affidare l'ordine pubblico nella città a un settore del vecchio esercito iracheno e ad una intesa con i dirigenti religiosi sciiti, il grande ayatollah Ali al Sistani in primo luogo, in base alla quale Moqtada al Sadr avrebbe ritirato i suoi uomini dalle città sante sciite di Najaf e Kerbala e in cambio avrebbe potuto partecipare di nuovo alla futura vita politico-istituzionale del paese.
Allo stesso tempo, pur di controllare la resistenza, gli Usa hanno affidato l'ordine pubblico nelle città del Sud (come hanno fatto gli italiani a Nassiriya) - con buona pace dell'`esportazione della democrazia' - alle milizie del partito filo-iraniano del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (Sciiri), addestrate dalle guardie della rivoluzione di Tehran e non certo ben accette da buona parte della popolazione, assai sospettosa dei loro strettissimi legami con lo stato iraniano. Una decisione, questa, assai grave, che non potrà non pesare sulla possibilità delle popolazioni del Sud di esprimere liberamente il loro pensiero nelle future elezioni per l'Assemblea costituente previste per il prossimo gennaio.
Il messaggio è chiaro, gli Usa sono pronti a ballare con qualsiasi diavolo, dai separatisti curdi a spezzoni del precedente regime, agli integralisti più oscurantisti purché `stiano buoni' fino alle prossime elezioni presidenziali americane e non rimettano in discussione il controllo Usa sul paese, a cominciare dal petrolio e dalla presenza delle 14 gigantesche basi costruite in questi quattordici mesi di occupazione. L'affidare il potere locale alle milizie più forti in una determinata regione in cambio dell'accettazione dell'occupazione, o almeno di una neutralità, e il ridare un ruolo centrale stabilizzatore alle tribù e ai clan - segnale inequivocabile in questo senso è stata l'elezione alla presidenza della Repubblica del capo tribale sunnita filo-Usa, Ghazi Ajil al Yawar, nipote del capo di una delle più importanti tribù del paese, gli Shammar - non contraddice in realtà il progetto di fondo di balcanizzione e libanizzazione dell'Iraq. Al contrario. La contraddizione sta semmai nel fatto che persino molti di questi soggetti non sembrano affatto disposti ad accettare il dominio americano sul loro paese. O, per dirla in altri termini, che sino a questo momento il senso di essere iracheni sembra sia ancora più forte delle varie fedeltà etniche e confessionali.
Da questo punto di vista è senza dubbio importante il fatto che - pur di fronte a politici, partiti e capi tribali pronti a soffiare sul fuoco delle divisioni etniche e confessionali - questa operazione non sembra sia riuscita né con la popolazione né, cosa fondamentale, con i più importanti esponenti religiosi del paese, assai più `politici', `patriottici' e rappresentativi degli esponenti della ex opposizione all'estero, tornati nel paese dopo decenni di assenza, con le loro milizie, al seguito dei carri armati americani. Se i sermoni del radicale Moqtada al Sadr, `testa calda' e paladino dei sottoproletari sciiti di Baghdad e odiatissimo dagli esponenti e dai partiti sciiti pro-Usa e pro-Iran, hanno i toni di una difesa a spada tratta della `patria' e della unità dell'Iraq, il moderato Ali al Sistani, da mesi, anche contro gran parte dei politici sciiti, non è da meno e chiede - sostenendo una resistenza `politica' - un ruolo centrale dell'Onu nella transizione (e non una verniciata di blu dell'occupazione com'è avvenuto con la nuova risoluzione dell'Onu), la convocazione di elezioni democratiche per un governo e una Costituzione che rispecchino la sovranità popolare irachena, e il mantenimento dell'unità del paese. L'ayatollah Ali al Sistani, erede di una tradizione `pietista' contraria al coinvolgimento diretto del clero sciita nella politica, sostiene la necessità di un Parlamento composto da parlamentari laici, pluralistico e rappresentativo di tutti gli iracheni, sunniti, sciiti, curdi, arabi, cristiani. Una visione del tutto diversa dal concetto del `potere dei chierici' alla base della rivoluzione iraniana. L'idea che Sistani ha del futuro Iraq è quindi quella, senza dubbio più aperta, e se vogliamo inedita, di uno Stato islamico, nel quale la gestione diretta del potere sarebbe nelle mani di parlamentari e politici laici, i quali però dovranno comunque, in quanto musulmani, prestare ascolto ed essere guidati dai precetti religiosi e dai pareri del clero. Ali al Sistani, del resto, fortemente pragmatico, si rende conto - come ha fatto il partito sciita libanese degli Hezbollah - che l'Iraq è un caleidoscopio di etnie e confessioni e che sarebbe impossibile, pena la disgregazione del paese, voler imporre a tutti una certa idea di società. Da qui gli appelli al dialogo e alla concordia e il rifiuto del fatto che il clero si doti di milizie armate, anche se sciite, consapevole del loro rifiuto da parte della stragrande maggioranza della popolazione. Ne consegue l'avversione di Sistani ad un uso delle moschee da parte delle milizie di al Sadr ma anche di quelle dello Sciirie: un vero e proprio veto a qualsiasi scontro intestino di fronte agli occupanti. Una posizione di equilibrio, quella di Sistani, che ha evitato il peggio, ma anche molto difficile da mantenere di fronte alla radicalizzazione dello scontro e alle pressioni, spesso contrastanti, della `base' militante, dell'Iran (da dove in realtà proviene lo stesso Sistani) - deciso a mettere la sordina alla resistenza in cambio di un allentamento dell'assedio Usa - e dei movimenti filo-Usa e filo-iraniani, tesi spesso a ingraziarsi i favori degli occupanti in cambio di un sempre maggiore potere sulla società irachena. A preoccupare Sistani, e non solo lui, c'è il fatto che gli Usa, pur di arrivare alle elezioni di novembre, hanno promesso tutto a tutti, e - visto il carattere conflittuale di tali impegni - così facendo hanno preparato il terreno, con l'aiuto di politici screditati e avventuristi, per una sanguinosa conflagrazione della società irachena. Di qui, tra l'altro, il tentativo di creare una sorta di Assemblea permanente di religiosi e laici, sciiti, sunniti, islamisti e nazionalisti (operazione alla quale Sistani è comunque estraneo pur avendola incoraggiata discretamente), che costituisca un fronte ufficiale, politico, della più generale resistenza del popolo iracheno all'occupazione e che soprattutto mantenga aperti i canali di comunicazione tra le varie componenti del paese e faccia da contrappeso alle forze centrifughe disgreganti sostenute dall'Amministrazione americana.
Il progetto americano di appoggiarsi a questa o a quella milizia locale, a questa o a quella tribù o confederazione di tribù (in tutto sono almeno 25), guidate spesso dallo sheik del clan più importante, nel tentativo di controllare questa o quell'area si è inoltre scontrata con la crisi di queste strutture tradizionali, provocata dal fenomeno dell'urbanesimo, frutto del boom petrolifero degli anni settanta, che ne ha limitato l'influenza su non più del 40% della popolazione, e della repressione-cooptazione subite durante il regime del presidente Saddam Hussein. Lo dimostra l'autonomia operativa e decisionale, all'interno della stessa resistenza, dei vari soggetti che spesso fanno riferimento alle tribù più come rete di protezione che come fonte delle proprie scelte politiche. Spesso le solidarietà interne ai vari gruppi della resistenza, collegate a precedenti rapporti in questo o quel reparto dell'esercito o cellula del partito, sono più forti delle divisioni etniche, tribali o religiose.
In altri termini, malgrado i tentativi americani, l'Iraq, nonostante tutto, non è ancora l'Afghanistan, se non altro perché è stato sino a qualche anno fa un paese moderno con un altissimo livello di istruzione della popolazione, e il `modello Karzai', importato in Mesopotamia dagli alleati, pur facendo danni gravissimi, non sembra destinato ad avere fortuna nella culla della nostra civiltà. E con esso i piani Usa di controllo della Mesopotamia.


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