Nel prisma iracheno
IMPLOSIONE DI MONDI
Isidoro D. Mortellaro
Quanta fortuna ha arriso a Robert Kagan e alle sue semplicistiche dicotomie! Gli Europei vengono da Venere, gli Americani da Marte. Kantiani gli uni, hobbesiani gli altri. Destinati perciò a imboccare strade sempre più divergenti per muovere nel mondo: i primi verso la pace perpetua con l'ausilio di legge e cooperazione, i secondi con la forza per la conquista di sicurezza e giustizia 1.
Quanta fortuna! Forse troppa. Sicuramente ingiustificata. Specie su questa sponda dell'Atlantico. Qui molti, troppi cantori hanno fatto proprio e un po' abusato di quella contrapposizione, per intonare peana ai tratti irriducibili della complessità europea e alla lunga durata di un modello di civiltà, incomprimibili nei formati leggeri, un po' naïf, inevitabilmente selvaggi, del dirimpettaio americano 2. Ne è finita sacrificata la storia. Lo si è ben visto con le celebrazioni del D-Day, oscurate da una rivisitazione unidimensionale della potenza e della libertà, rideclinata nelle usuali cadenze neoliberali. È stata cancellata proprio la molteplicità di facce - le «quattro libertà» di Roosevelt: di parola e religione, dal bisogno e dalla paura -, che allora aveva consegnato una potenza straordinaria a quel messaggio e duratura egemonia all'atlantismo a stelle e strisce. Allora assieme Usa ed Europa occidentale presero a frequentare il mondo in altro modo e provarono a maneggiare in forme diverse diritto e guerra, pace e istituzioni internazionali. Almeno fino a Nixon e ai primi anni '70.
Né il presente guadagna molto, quanto ad intelligibilità, da rettilinee vedute che, frammischiando miti e astri, provano financo a mutare pianeti in stelle fisse. Si guardi all'Iraq e all'ultima deliberazione, la 1546, del Consiglio di sicurezza. A giudicarla col metro di Kagan, l'unico problema è contrassegnare con bianca o nera pietruzza, giuste le proprie inclinazioni, il punto in cui l'estenuante tiro alla fune - cinque riscritture ufficiali assieme agli inconfessabili baratti e maneggi intercorsi tra Brahimi per l'Onu a Bagdad e il circo politico-mediatico trasmigrante tra Normandia e Sea Island - si è chetato infine nel compromesso tra i Grandi, all'Onu come al G8. Ma soprattutto tra Bush e la coppia Chirac-Schröder. Tra un presidente bersagliato, con la sua armata in Iraq, da attentati e sondaggi, e ansioso di esibire, sotto l'incalzante novembre, le nuove virtù del multilateralismo nella loro allure spot-mediatica e una coppia europea affannata dalla propria incapacità a tramutare il pur lungimirante e coraggioso non possumus in una politica capace di conquistare interlocutori in Europa come in Medioriente e nel Mediterraneo.
Purtroppo la Risoluzione 1546 non segna solo il cammino percorso da Bush nel rinsavire dalla sbornia neoconservatrice e riaccostarsi all'«old Europe» già seppellita da Rumsfeld. Nel suo cuore, in realtà, dimora immutato, dall'11 settembre 2001, un assunto assai deleterio. In suo nome la comunità internazionale da tempo sosta sul ciglio di un abisso rovinoso - per il diritto internazionale, per le relazioni tra Stati e popoli e lo stesso stato di salute del pianeta -, senza trovare ancora la forza e la saggezza di tirarsi indietro, di imboccare un'altra strada in risposta al terrorismo del Terzo millennio. Lo si può leggere scorrendo il preambolo della Risoluzione e giungendo all'ultima delle premesse che introducono il dispositivo decisionale, quando il Consiglio di sicurezza letteralmente prende atto che «la situazione in Iraq continua a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale». È la formula d'obbligo perché il Consiglio di sicurezza possa, alla luce del Capitolo V della Statuto delle Nazioni Unite, individuare il campo riservato al proprio esclusivo dominio - mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, appunto - e agire di conseguenza. Ma è anche la formula abituale con cui risoluzione dietro risoluzione, a partire dalla 1373 del 28 settembre 2001, che riconosceva agli Usa il «diritto naturale di legittima difesa individuale e collettiva», la comunità internazionale è finita, a rimorchio dell'individuazione americana dell'asse del male, dapprima in Afghanistan e poi in Iraq a collaborare all'estirpazione delle metastasi con cui il mondo oggi sarebbe in furibonda battaglia. Fermo rimane il dissenso di alcuni rispetto alla terapia generale della `guerra preventiva' proposta da Bush e dai suoi Vulcans. Ma al fondo della Risoluzione 1546 viene ribadita la lettura generale di un Occidente e di un mondo in lotta senza quartiere contro un cancro mortale: un nemico per definizione senza volto e contorni precisi, con il quale la guerra conseguentemente non ha che da essere infinita, senza termini di tempo e luogo.
È paradossale che su questo punto si ribadisca e torni una generale unità di vedute, proprio mentre negli Usa, dagli scranni stessi del Congresso, della National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, giunge devastante, rapporto dopo rapporto, una globale e inappellabile smentita del dispositivo politico e strategico messo in campo dai neoconservatori: niente armi di distruzione di massa, né legami tra Saddam e Osama. Aggiunti alle precedenti rivelazioni di Bob Woodward e alle esplosive memorie dell'ex ministro delle Finanze Paul O'Neil, o dell'ex responsabile dell'anti-terrorismo Richard A. Clarke 3, quei rapporti scavano nel profondo di una coscienza nazionale turbata e spezzata dalle immagini di Abu Ghraib e dalle tracce che di lì si dipartono per puntare decise su Guantanamo, sul limbo extra-territoriale ed extra-giudiziario in cui si era pensato di rinchiudere il nuovo nemico, senza volto e senza nome. Lì la guerra infinita al terrore, in nome della democrazia, perverte nelle mani dei suoi ideatori e si rivela, essa sì, immediatamente cancrena. Lì, proprio perché senza confini, essa si dichiara insofferente di vincoli e diritti: all'estero come in patria, a spese ora del detenuto cui, assieme alla qualifica di `prigioniero di guerra', viene negata ogni protezione, ora del cittadino, insidiato nella privacy e fatto bersaglio programmatico della menzogna. Intanto, si è già mutata in problema per la democrazia americana, costretta a cercare altre strade per garantire ai marines quell'immunità che ora le Nazioni Unite, scosse da Abu Ghraib , non possono più accordare.
Ma è proprio sul trauma della nazione americana che la svolta segnata dalla Risoluzione 1546 rischia di avere gli effetti più duraturi e deleteri. Solo ora la scossa inferta all'Iraq ha iniziato ad evidenziare inesorabilmente tutti i suoi contraccolpi. I neoconservatori avevano ragione a pronosticare un effetto domino. Ma a direzione invertita. La cascata delle tessere si allunga infatti proprio nelle retrovie americane. In primo luogo, verso il Pakistan. L'insistenza sulle armi di distruzione di massa e sul possibile avvento di un terrorismo atomico, in primo luogo, ha finito col portare allo scoperto un mercato nero su scala globale, una rete occulta di scambi scientifici e tecnologici accentrata su quel paese e sui suoi più prestigiosi e vantati milieux scientifico-militari. È altamente improbabile, quando non impensabile, che non godessero di coperture politiche adeguate. Fatto sta che proprio nel momento in cui lo scandalo - dalla Corea alla Libia all'Iran - si faceva più acuto, gli Usa, per iniziativa del segretario di Stato Colin Powell, hanno deciso di concedere al Pakistan lo status di `alleato maggiore non-Nato': un privilegio concesso a pochi paesi, che assicura intanto la più alta cooperazione diplomatica e militare, oltre che l'accesso privilegiato alle armi e all'intelligence più sofisticate. Per sviluppi analoghi si è incamminata la vicenda saudita. Anche qui l'alleato più fedele - quella dinastia saudita con cui Roosevelt nel febbraio 1945, di ritorno da Yalta, stipulò un patto ancor oggi secretato, ma accentrato su uno scambio petrolio contro protezione che fece dei Saud e del paese un perno della proiezione americana nel mondo e in quell'area - è venuto rivelando, fin dall'11 settembre, natura e frequentazioni non propriamente commendevoli, oltre che un campo di battaglia tra i più infidi e rischiosi. Ma anche qui la risposta è in una ulteriore stretta di accordi e segreti: le voci più o meno fantasiose di provvidenziali soccorsi elettorali a Bush, con compressione del prezzo del petrolio al momento più opportuno, in prossimità del novembre fatale, hanno finora trovato riscontro nelle dinamiche, che da ultimo hanno movimentato le scelte dell'Arabia Saudita all'interno dell'Opec.
Di fatto, proprio i patti stipulati dagli Usa coi regimi tra i più retrivi e fondamentalisti covano verminai purulenti e nei gangli più sensibili: atomica e petrolio. Con essi e con la guerra vi sarebbe bisogno di un taglio netto. Su questa strada - e sull'onda a suo tempo generata da Howard Dean - sembrava avviato John F. Kerry. Ma la sua corsa si è infranta sulle contromisure che la squadra di Karl Rove ha subito squadernato. Attento ad evitare l'accusa di `scarso patriottismo', Kerry ha così preso a versar sempre più acqua nel vino di un programma elettorale di lenta e faticosa gestazione. Come ha efficacemente notato William Arkin, puntuale commentatore della scena politico-militare dalle colonne del «Los Angeles Times», il suo profilo non si discosta da quello di Bush sulle scelte più vitali: nessun piano di ritiro dall'Iraq; persistenza in Afghanistan, così come nella politica di pre-emption contro il terrorismo; un esercito più grande e più pronto alla mutazione della Revolution in Military Affairs, a farsi poliziotto globale; una nuova centrale di intelligence nazionale4. A far la differenza era incaricata finora la perorazione appassionata del multilateralismo, del pieno ritorno all'Onu e alla Nato. Ma, dopo la fruttuosa incursione di Bush sulle spiagge di Normandia e Georgia e l'ancor più fortunato approdo in Consiglio di sicurezza, rischia di ridursi a briciole che non aggiungono molto al pur meritorio first, Bush out, «per prima cosa, via Bush», che infiamma e mobilita il suo elettorato più attivo. Uno strato forse troppo sottile da opporre vittoriosamente ad un Bush II in pesante e strategico affanno, ma che, a differenza di Bush I, non deve confrontarsi con la divisione del proprio campo. Non vi sono nuovi Pat Buchanan o Ross Perot. Mai come in questo momento Bush unifica, pur non galvanizzandolo più, l'elettorato repubblicano. Semmai è la corsa al centro di Kerry che rischia di deprimere, fino all'astensione, fasce significative dell'elettorato democratico.
In realtà, in questo giugno di vertici l'Europa e gli altri Grandi hanno deciso di non votare nell'urna americana a novembre. Salvo improbabili e straordinarie sorprese al vertice atlantico di fine mese a Istanbul, l'eccezionale privilegio di partecipare dall'esterno alla selezione del nuovo imperatore è quasi esclusivamente riservato al Medioriente - più o meno grande, più o meno largo -, preso di mira dall'amministrazione americana.
Un potere immenso è stato conferito al nuovo governo provvisorio iracheno appena insediato da Paul Bremer e dalla comunità internazionale. La Risoluzione 1546 lo ha chiamato a conquistare la possibilità per gli iracheni di votare sul proprio futuro per i primi del 2005, calibrando di fatto il tutto sui tempi del calendario elettorale americano. Le modalità in cui i nuovi leaders iracheni sapranno adempiere o meno - in collaborazione con l'armata americana, con il nuovo ambasciatore Usa Negroponte e forse con l'Onu o financo la Nato - al compito assegnato si muteranno in schede elettorali nelle urne americane di novembre. Fuor di metafora influenzeranno potentemente - assieme alle dinamiche innestate dal terrorismo e dalla guerra infinita - il processo elettorale americano.
Anche per questo motivo, in realtà, in merito all'assegnazione o meno di un reale margine di manovra al governo iracheno, è indubbio che, assieme al ravvicinamento prodotto tra le due sponde dell'Atlantico, si è determinata una svolta. Vi ha contribuito, in primo luogo, il mutato accento di Bush. Il suo riconoscimento di forme di resistenza diverse dalla guerriglia terroristica, alimentate anche dalla naturale alterità del popolo iracheno rispetto all'invasore, era più di una battuta diretta ad ingraziarsi questo o quell'alleato riottoso. Designava un campo di intervento entro cui provare a differenziare le fin qui ottuse e cieche forme di occupazione, in cui il civile si è frammischiato indistinguibilmente e insopportabilmente al militare, lo sfruttamento economico alla pretesa messa in sicurezza, l'invadenza consumistica e culturale all'ingerenza umanitaria. Del resto, è su questo punto - allargare il campo d'azione del governo provvisorio - che gli europei, ma soprattutto Francia e Germania, si sono concentrati, azzoppati da una più generale incapacità di manovra e dall'impossibilità di una interlocuzione irachena. L'autismo in cui si è progressivamente avvitata la resistenza armata all'invasore non ha mai permesso comunicazione, né concesso di intravedere un futuro altro dallo sbranamento etnico-religioso.
Prevedere se e come il governo provvisorio saprà mutare poteri e spazi disegnati sulla carta di una risoluzione in una reale e fruttuosa iniziativa politica e di governo, sconfina oggi nell'arte divinatoria. Fatto sta che - pur nell'allarme suscitato dagli inquietanti pedigrees esibiti da molti esponenti del nuovo governo, in primis dal premier Allawi - la situazione su un campo permanentemente e intollerabilmente insanguinato rivela scarti degni di nota e attenzione. Moqtada al Sadr scioglie - volente o meno, per finta o realmente - le sue bande e prova ad inventarsi un futuro politico. Non è dato sapere quanto e come vi abbia influito l'evoluzione del confronto militare o, più probabilmente, la formazione della compagine governativa, legata più o meno esplicitamente all'accordo intervenuto con il riconoscimento e la fattuale legittimazione delle varie milizie. Di fatto, si profila una libanizzazione della sfaccettata e multiforme realtà irachena. E segni significativi in questa direzione vengono dall'esterno, dai paesi vicini, tutti pronti a non lesinare o ritardare il riconoscimento anche formale del nuovo governo iracheno. Non cesseranno ingerenze e operazioni più o meno clandestine. A differenza del passato, dovranno essere riprogettate e condotte, però, in un nuovo, generale quadro di compatibilità.
Intanto, la voglia d'ordine conquista spazio e proseliti. Maneggiata opportunamente, rischia di divenire la vera risorsa della leadership provvisoria, tentata magari - con la complicità più o meno esplicita dell'imbarazzante amico americano - di durare oltre il mandato.
Ora più che mai, dopo l'avventura irachena, l'intero Medioriente è un ardente braciere. I neoconservatori, posti sulla difensiva dalle perigliose inclinazioni dei sondaggi elettorali domestici, hanno dovuto rinunciare alle secchiate d'acqua gelida promesse da quella proposta di `Grande Medioriente', strumentalmente passata alla stampa araba a metà febbraio. Agli occhi dei più la cura - per dosi massicce di neoliberismo giacobino e autoritarismo libertario - è apparsa peggiore del malanno.
Il ripiego varato al vertice di Sea Island, di un intervento diffuso e puntiforme su un Medioriente progressivamente sfumato e allargato all'intera area mediterranea e africana, rivela la perdita di presa del G7-G8. A partire da Genova 2001, e rispetto alla rivelazione globale del `Popolo-Mondo', della `superpotenza' pacifista, è probabilmente vero che le decisioni prese ai vertici dei Grandi sono destinate a passare direttamente dalle fotocopiatrici agli archivi, senza lasciar tracce effettuali 5. Guai a sottovalutare, però, gli effetti prodotti dal loro agenda-setting: In realtà, essi da sempre provano a segnare e coordinare il passo delle élites globali e a provvederle di un vocabolario comune, specie quando più angoscioso si fa l'assedio del mondo che la loro stessa azione mette a soqquadro. Da questo punto di vista, l'agenda varata a Sea Island, variamente ispirata al soft-power tanto vituperato dai neoconservatori ancora fino a poco tempo fa, produce ricadute imponenti e di lungo periodo: attira nelle più disparate e parziali iniziative tutti i comprimari, cui assicura un accesso all'area coordinato dall'amico americano e dalla sua presenza logistico-militare; elegge il Medioriente e il mondo arabo a principale area di crisi d'un pianeta portato per il suo stesso forsennato metabolismo a mettere in crisi gli equilibri di potere e le oligarchie che in quell'area avevano finora garantito convenienze ed accessi; vara nei fatti - al di là delle mielate parole sulle riforme da far sgorgare dall'interno della società araba - un piano generale di transizione per quell'area e quei regimi, colpevolmente privo di un contributo reale all'incrudelirsi del conflitto israelo-palestinese; attiva, negli interstizi di questa rimodulazione dell'intervento nell'area mediterranea, una contrattazione sulla riforma delle Nazioni Unite e delle principali istituzioni internazionali, in cui, prima che Asia e America Latina possano irrompervi con tutto il loro nuovo peso, viene fatto posto a Germania e Giappone.
A ricasco tutta la Nato e l'intero dispositivo militare americano annunciano uno spostamento generale di baricentro. Si alleggeriscono posizioni e basi in Germania, spostandosi più ad Est e a Sud. I comandi da Londra si trasferiscono a Napoli e l'intero tacco italiano torna ad essere `valorizzato'.
L'impatto sul mondo arabo è tutto da valutare. Ma già la ricaduta europea rischia di essere devastante. In particolare, la promozione di un altro paese dell'Europa occidentale, e in particolare della Germania, all'Olimpo del Consiglio di sicurezza ridurrebbe a sigla esoterica, a fatica di Sisifo, ogni ipotesi futura di Pesc - politica estera e di sicurezza comune - e porterebbe a storicizzare inevitabilmente quel patto franco-tedesco che ha finora assicurato la marcia europea. Ma è proprio questo quadro generale di nuovi rapporti e convenienze che forse aiuta ad illimpidire la frettolosa e caotica conclusione del capitolo costituzionale al Consiglio europeo di Bruxelles.
Non ci sono precedenti nella storia dello spettacolo offerto dai governanti dell'Europa in formazione. Entrano `a capotorto' in Consiglio, ridotti tutti da un voto di sconfessione a farsesche riproduzioni dell'Angelo della storia eternato da Benjamin. E non trovano di meglio, per rispondere alle raffiche che li flagellano, che replicare con la ricetta appena rifiutata o negletta da tutti i governati d'Europa: un ennesimo atto di `dispotismo' assai poco `illuminato'; un Trattato costituzionale appesantito da ulteriori bizantinismi e dalla predisposizione di un'Europa ancor più matrigna di ieri, armata di capziosi codicilli per una ulteriore costituzionalizzazione del già tanto vituperato Patto di stabilità e per una interpretazione autentica della Carta dei diritti, che la svuota d'ogni virtuosa possibilità evolutiva.
È una svolta storica, maneggiata purtroppo da molti come fascina per fuochi d'ogni genere. Tanto di apprendisti stregoni, quanto di piromani consumati - e Tony Blair è parso in più occasioni dilettarsi in un'arte in cui s'era già distinta Margaret Thatcher - o di invasati del sacro furore costituente europeo. Come per tutti i grandi momenti di svolta, è difficile distinguere il punto d'approdo di una lunga vicenda dal `nuovo inizio' di un ciclo affatto nuovo. In realtà, le divisioni esplose sulla guerra infinita hanno suonato il `rompete le righe' per le vecchie quadriglie intergovernative. Ora con l'atto costituente del Consiglio europeo tutta la Grande nuova Europa è chiamata ad un drammatico cambio di passo, vissuto purtroppo nei vecchi ridotti nazionali. In almeno nove paesi la parola è al popolo sovrano, chiamato per referendum ad esprimersi non più su questo o quel trattato, variamente accentrato sulle limitazioni di aspetti più o meno decisivi della sovranità nazionale. Al centro del voto sarà una epocale muta di pelle, un salto in un'altra dimensione.
In molti paesi, in primis nell'Inghilterra già allertata per tempo dallo stesso premier che firmava l'ipotesi di Costituzione, il barometro volge al peggio. Incerte sono addirittura le procedure nel caso che da qualche spalto il cannoneggiamento annunciato abbia successo. In molte capitali da tempo si appuntiscono compassi per tradurre l'Europa a geometria variabile in proposte e progetti di varia alleanza. Lo stesso globalismo pacifista è chiamato ad esprimersi e ad interrogarsi sulla qualità del processo costituente in atto, magari in forme analoghe a quelle concrete avanzate dal Partito socialista francese quanto alla costituzionalizzazione di un'Europa sociale 6. Ci si muove comunque su nuovi fondali e con altre regole. Già la proposta di nuova armatura istituzionale - la nuova presidenza, per esempio, non più affidata alla rotazione intergovernativa o il futuro ministro degli Esteri - determina una politicizzazione inusitata del dibattito. Se ne sono viste le prime avvisaglie nella scelta del successore di Prodi. Il candidato viene soppesato e votato per i suoi quarti di nobiltà europeistica. Nascono schieramenti e partiti, più o meno esplicitamente federalisti o euroscettici.
Per alcune poste, però, d'acqua ne è veramente passata tanta sotto i ponti. L'incapacità ad apprestare una posizione europea sulla guerra o sul Medioriente si è tradotta nel buco in Costituzione sulla guerra e sul ruolo dell'Europa nel mondo e nel futuro. In compenso, si sono solo chiusi i conti col passato e con la fuorviante questione delle radici cristiane, di un antistorico ancoraggio costituzionale ad una tradizione. Per altri aspetti, come ha dimostrato la discussione più larga sul D-Day, si sta consumando un divorzio storico. Le classi dirigenti dell'Europa occidentale del tempo vissero quei momenti e le pagine successive, fino al Piano Marshall e al Patto Atlantico, accogliendo il capitalismo a stelle e strisce, il fordismo veicolato da quegli atti, come un cambio di civiltà che consegnava loro poteri e spazi di iniziativa, in particolare rispetto a un movimento operaio emerso dalla guerra come protagonista incomprimibile. Una inquietudine profonda mina oggi le élites europee, solo a tratti e per sprazzi rivelata dalle divisioni sulla guerra e dalla crisi più o meno esplicita dell'atlantismo o, su altri versanti, dai dibattiti ovunque aperti sul declino di questo o quel paese e dell'Europa tutta. Oggi in Europa non si è più così sicuri che il «capitalismo millenaristico» propagandato da Bush II e dai suoi neocons - per adoperare una formula appena proposta da Walter Russel Mead 7 - riservi ancora spazio e potere di manovra all'Europa, specie per il modo in cui traguarda e sommuove l'Oriente.
Volendo adottare Samuel P. Huntington come termometro sensibilissimo dei mutamenti climatici, è il caso di concludere sottolineando come anche oltre Atlantico s'addensino tempeste di inusitata potenza. Aveva provato a comprendere il mondo nuovo squadernato dalla caduta del Muro e del bipolarismo interrogandosi sullo scontro di civiltà, non a caso proposto nell'estate 1993 con tanto di punto interrogativo nella versione originaria licenziata per «Foreign Affairs». A distanza di poco più di un decennio, Huntington torna ora ad angosciare direttamente gli Usa e gli americani con un'ultima fatica, sospesa all'interrogativo Who Are We? 8: Chi siamo? E la discussione è già divampata vivacissima sulle minacce rappresentate per gli Usa dalla nuova immigrazione di marca ispanica, sulla cancellazione dei confini. Ancora una volta lo scienziato sociale più famoso d'America colpisce al cuore, dritto al centro di quelle cultural wars, le guerre di cultura, la nuova `guerra di religione' americana che da oltre un trentennio oppone la Red America alla Blue America: uno scontro che il `rinato' Bush con i suoi fondamentalismi sta portando nuovamente al calor bianco, dopo lo storico duello con Gore. L'impero partito in guerra per esportare la democrazia, ha importato e amplificato il conflitto. Ora va al voto, a decidere del futuro proprio e del mondo, diviso come non mai. Invaso e turbato da alieni.
«Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente»: diceva una volta il grande timoniere. Più modestamente è il caso di aguzzare ingegno e vista per sporgersi e osare oltre il quotidiano.
Bari, 25 giugno 2004
note:
1 Nel saggio Power and Weakness, pubblicato su «Policy Review» di giugno-luglio 1992, poi tramutato nel volume Of Paradise and Power, subito tradotto in Italia da Mondadori con il titolo Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Milano 2003, pp. 3-4.
2 Tra gli esempi più limpidi, Rita Di Leo, Lo strappo atlantico. America contro Europa, Laterza, Roma-Bari 2004.
3 B. Woodward, Plan of Attack, Simon & Schuster, New York 2004; R. Suskind, The Price of Loyalty: George W. Bush, the White House, and the Education of Paul O'Neil, Thorndike Press, 2004; R. A. Clarke, Against All Enemies, Free Press, New York 2004, trad. it. Contro tutti i nemici, Longanesi, Milano 2004.
4 William Arkin, Kerry: A Lighter Shade of Bush, «Los Angeles Times», 20 giugno 2004.
5 Così V. Zucconi, Una vittoria a orologeria, in «la Repubblica» del 10 giugno 2004.
6 Cfr. il programma del Psf per le elezioni europee, Une ambition socialiste pour l'Europe, varato dal Conseil national il 17 aprile 2004 e rintracciabile sul sito www.parti-socialiste.fr.
7 Walter Russel Mead, Power, Terror, Peace, and War. America's Grand Strategy, in a World at Risk, Knopf, New York 2004.
8 Il libro di Huntington è edito da Simon & Schuster.