numero  52  luglio-agosto 2004 Sommario

Il ritorno della concertazione

TRA DESIDERI E REALTÀ
Giorgio Cremaschi  

Il sistema delle imprese, le organizzazioni sindacali, gli schieramenti politici, paiono oggi tutti di fronte allo stesso nodo: se e come tornare a una politica di concertazione e di patto sociale.
La crisi industriale, la più lunga dal dopoguerra, è una delle cause determinanti che hanno spinto alla vittoria la presidenza di Luca di Montezemolo alla Confindustria. Prima ancora che di vecchi e nuovi equilibri politici, questa scelta degli industriali porta il segno dello smarrimento di un sistema che ha subìto contemporaneamente i morsi della dura realtà della globalizzazione e il disincanto verso l'ottimismo berlusconiano.
Solo tre anni fa a Parma pareva che si fosse definitivamente saldato un nuovo blocco di potere tra la destra politica e i rappresentanti di quel padronato, forte soprattutto nel Nord-Est, che pareva vincente su tutti i terreni. Nel 2000 il candidato della Fiat e dei tradizionali gruppi industriali, Carlo Callieri, uomo della concertazione e degli accordi centralizzati con i sindacati, era stato sconfitto nella corsa alla presidenza da D'Amato, che rappresentava la piccola e media impresa, esaltata, ed esaltatasi, nei suoi successi di mercato. Hanno vinto i «berluschini» disse allora Giovanni Agnelli. Un anno dopo, a Parma, questi berluschini lanciavano la loro sfida agli equilibri sociali e politici consolidatisi negli anni novanta, incontrando un naturale ed entusiasta alleato nel proprietario dell'unica grande azienda italiana in qualche misura esterna al sistema di potere tradizionale. La marginalizzazione della Banca d'Italia, nonostante il suo sostegno iniziale a Berlusconi; l'affidamento a Giulio Tremonti e alle sue politiche liberiste di tutto il potere nella gestione delle scelte economiche e finanziarie; l'attacco ai diritti contrattuali e statutari dei lavoratori; la teorizzazione degli accordi separati, con la formula: `si firma con chi ci sta', costituivano tutti assieme gli elementi della saldatura di un blocco di potere tra destra e imprese che intendeva scardinare gli equilibri consolidati. Si riproduceva così, dopo quasi vent'anni, e non casualmente attorno ad un suo discepolo molto beneficato, il tentativo di Bettino Craxi di costruire un sistema di potere di homines novi.
Gli accordi separati, a partire da quello sul contratto dei metalmeccanici, per giungere al Patto per l'Italia, avrebbero dovuto assumere lo stesso valore materiale e simbolico del decreto taglia scala mobile del 1984. E, infatti, inizialmente i successi non sono mancati. La Cisl e la Uil, esattamente come vent'anni fa, avevano scelto di partecipare all'operazione politica per le stesse ragioni di allora: ridurre drasticamente il peso della Cgil e diventare i soggetti portanti di una nuova concertazione. Il Libro Bianco, il Patto per l'Italia e la Legge 30, provvedimenti tuttora giudicati in maniera sostanzialmente positiva dal segretario della Cisl, dovevano sanzionare la svolta.
Bettino Craxi vinse la battaglia sulla scala mobile, ma alla fine fu strategicamente sconfitto. Il grande padronato italiano, le antiche famiglie della nobiltà industriale, dalla Fiat all'Olivetti alla Pirelli, al gruppo Ferruzzi, negli anni ottanta fallirono ogni strategia di internazionalizzazione. Ovunque le imprese italiane e i loro proprietari abbiano tentato di acquisire potere, vennero respinti con perdite. Restava in campo solo il sistema delle Partecipazioni statali, ma su di esso stavano per scaricarsi i costi e i guasti del deficit pubblico. Era proprio la crisi monetaria, combinata con un deficit pubblico insostenibile nel nuovo contesto integrato e liberista dell'Europa, a porre fine alla possibilità di costruire il nuovo blocco di potere craxiano. Alla fine il presidente socialista veniva messo da parte, a favore di un ritorno al sistema consociativo e concertativo (allora non si chiamava così) più tradizionale. Le politiche economiche e sociali, i tagli ai salari e allo Stato sociale, dovevano essere gestiti in un quadro di unità nazionale e quindi non c'era spazio per gli assalti di arrampicatori economici e politici. Tangentopoli poi chiudeva definitivamente il cerchio. L'Italia si avviava a entrare nella moneta unica e nei vincoli di Maastricht e del Patto di stabilità, con gli equilibri sociali governati da politiche di unità nazionale. L'Accordo del '93 formalizzava quell'impostazione nel sistema contrattuale, con rigidità a danno dei lavoratori più nette che nel passato. L'equilibrio era destinato a reggere e, non casualmente nel 1994, il primo tentativo di Berlusconi di scardinarlo veniva travolto nel giro di sei mesi.
Il nuovo tentativo è durato di più, ma ora è anch'esso in crisi e sempre più si delinea nell'orizzonte dell'attuale presidente del Consiglio la stessa sconfitta strategica che toccò al suo antico maestro e protettore. È proprio la debolezza strutturale delle forze portanti del disegno neocraxiano di Berlusconi, a determinarne la rapidissima crisi.
Il padronato del Nordest, la piccola e media impresa d'assalto, i milioni di partite Iva, non hanno retto di fronte alla globalizzazione e alla crescita della concorrenza dei grandi mercati emergenti dell'India e della Cina. De Rita, il Censis, tutti i teorizzatori del `piccolo è bello', si sono sbagliati, così come fecero negli anni ottanta, quando esaltarono la `Milano da bere'. I loro errori di valutazione hanno portato fuori strada tanti. Basti pensare ai contratti d'area, con i quali nel Mezzogiorno si pensava di importare, tramite adeguati sconti contrattuali e pubblici finanziamenti, il modello del Nordest. Un generale fallimento. La nuova industria del Mezzogiorno, dalle scarpe ai divani, alla meccanica, precipita nella crisi e in un mare di debiti. I debiti. Ecco ciò che accomuna tutto il sistema industriale, ovunque collocato, la piccola come la grande impresa, la Fiat e la Telecom, così come la metalmeccanica veneta. I debiti, prima di tutto verso il sistema bancario, affondano la linea di Parma. Così come il deficit pubblico ha contribuito enormemente ad affossare la politica di Craxi, ora quello privato ha fatto lo stesso con quella di Berlusconi.
Mai per le imprese italiane le cose erano andate così male come nel periodo 2001-2004. Era evidente che un tale deficit di risultati non poteva che travolgere la nuova alleanza.
Poco importa che crisi industriale e finanziaria vengano da lontano, siano il frutto di un declino iniziato negli anni ottanta e proseguito per tutto il decennio successivo. Che le politiche industriali dei governi di centro e centro-sinistra dei novanta abbiano nella crisi industriale maggiori responsabilità di quelle dell'attuale governo. Che lo smantellamento dell'industria più avanzata, soprattutto collocata attorno alle Partecipazioni statali, il disastro dell'informatica e delle telecomunicazioni, il deficit degli investimenti su ricerca e sviluppo di qualità, vengano tutti da lontano. A subire la smentita dei fatti è la direzione di marcia della destra, il suo ignorare la realtà, il suo ottuso operare sul terreno dei regali fiscali ai ricchi e alle imprese, quando essi non sono comunque sufficienti per ripartire. Di fronte alla caduta dei profitti e all'aumento vertiginoso dei debiti, gli industriali reagiscono come hanno spesso fatto: aggrappandosi allo Stato e a politiche di unità nazionali che li salvino.
Per questo Montezemolo viene eletto sull'onda della parola precedentemente aborrita, in quanto identificata nel diritto di veto della Cgil: concertazione. Le elezioni alla presidenza alla Confindustria del 2004 sembrano il film rovesciato di quelle di quattro anni prima. Il candidato delle banche e della Fiat (anche se ancora non a capo dell'azienda) riceve un plebiscito e quello del Nordest, Tognana, viene travolto. Oggi come allora la Banca d'Italia benedice il ribaltone. Ma è solo un ritorno al passato? Le cose non sono così semplici. Il presidente della Ferrari viene eletto più come simbolo che come rappresentante di un effettivo ritorno in forze delle grandi imprese. Perché queste restano in crisi altrettanto e più delle piccole. E le banche, autentiche proprietarie del sistema industriale, soffrono per tutti. Ed è proprio quest'intreccio fra debiti, finanza, politica, che può costituire, paradossalmente, la carta di riserva per Berlusconi e il suo gruppo di potere. Nei prossimi anni le imprese industriali italiane, come del resto avviene in tutti i paesi sviluppati del mondo, avranno un assoluto bisogno del sostegno e anche dell'intervento diretto dello Stato. C'è una svolta ovunque. La politica della Thatcher va sempre bene sul piano sociale ma non più su quello dei mercati. L'attacco ai diritti e ai salari dei lavoratori continua, ma nel mercato si rinuncia a ogni utopia liberal-liberista. Si afferma, invece, un sempre più forte liberismo di Stato, di cui la Cina è l'esponente estremo e vincente, ma Francia e Germania ne sono buoni seguaci. Torna in campo l'intervento diretto a sostegno delle imprese nazionali, torna la programmazione industriale. L'idea che l'intervento statale debba solo manifestarsi nelle politiche dell'`offerta', accrescendo i fattori di competitività delle imprese e abbattendo il costo del lavoro, si rileva largamente inadeguata alla crisi. Torna in campo il volano della domanda pubblica. In sintesi, lo Stato diventa contemporaneamente ancor più liberista sul terreno sociale, ma nuovamente interventista sul piano dell'economia e dei mercati.
Questa impostazione ha in Italia un interprete rigoroso nel ministro del Tesoro Tremonti. E se c'è uno spazio per una ripresa di potere contrattuale da parte della destra verso le imprese, esso è determinato dagli strumenti e dai poteri con i quali, nei prossimi mesi, il governo interverrà nelle crisi industriali. Chi, nel centro-sinistra, si attarda nelle formule del liberismo temperato degli anni novanta, rischia, paradossalmente, di essere meno interessante per il sistema delle imprese, di una destra che scelga di ricostruire l'Iri, magari chiamandola Fintecna. O di orientare le scelte bancarie, e di finanziare i mercati con gli investimenti pubblici nelle ferrovie e nelle telecomunicazioni.
La scelta del padronato di tornare alla concertazione e alle politiche di patto di unità nazionale, non contempla dunque nessuna svolta sul piano dei rapporti sociali. Non siamo di fronte, neanche alla lontana, a una svolta riformista come quella della Confindustria dopo il '69. Ciò che si vuole è un rapporto più stretto con la politica e uno meno intenso con Berlusconi. Si ricerca una disponibilità del sindacato a concertare, ma nel contesto di una continuità delle politiche liberiste verso il lavoro. Il modello delle imprese non è più quello del taglio alla scala mobile dell'84, ma quello degli accordi del 31 luglio '92 e del 23 luglio '93. E oggi la riproposizione di quel tipo di accordo potrebbe avere un solo obiettivo: lo smantellamento di ciò che resta del contratto nazionale.
È questo passaggio, intrecciato con l'aggravarsi della crisi finanziaria delle imprese, che può vedere un ritorno in campo della destra. È sul contratto nazionale, così come sulla scadenza dei debiti della Fiat e della Telecom, che in autunno il ministro del Tesoro e il presidente del Consiglio tenteranno una loro rivincita.
Sarà per quest'insieme di ragioni che il congresso della Fiom, pur cogliendo la svolta, non ha manifestato nessun particolare entusiasmo o affidamento verso la nuova presidenza confindustriale.
In questi anni la lotta contro la svolta a destra di Parma ha avuto sostanzialmente due componenti. Da un lato c'era la spinta per ripristinare gli equilibri del 23 luglio, scardinati a destra dal governo e dagli industriali. D'altro lato, però, la Fiom soprattutto, interpretava una spinta più profonda dei lavoratori, quella verso la redistribuzione del reddito e dei poteri. Spinta che non poteva essere confinata nei vecchi schemi concertativi. Semplificando, si potrebbe dire che la Fiom si è battuta per un'uscita a sinistra dal 23 luglio, la Cgil per conservarlo, Cisl e Uil si sono mostrate disponibili a ricontrattarlo in peggio. Nell'esperienza concreta di molte categorie, poi, si sono realizzati accordi che già peggiorano il sistema contrattuale e dei diritti del 23 luglio. Il congresso della Fiom ha dedicato un certo spazio polemico a quelle intese unitarie che peggiorano la copertura salariale del contratto nazionale, aprono spazi alla contrattualizzazione della Legge 30, danno il via al decentramento o a forme di federalismo contrattuale. La sconfitta della posizione di D'Amato, e conseguentemente anche dell'interlocuzione privilegiata delle imprese con Cisl e Uil, ripropongono con forza il ritorno a politiche di patto di unità nazionale. Ma, nello stesso tempo, consegnano a tutto il movimento sindacale l'impossibilità di una pura restaurazione del 23 luglio. La contrattazione reale è già oltre quel sistema, a volte in peggio, a volte in meglio. Le imprese puntano al metodo, della concertazione, non al ripristino di quell'accordo. Quindi la posizione centrale, più forte soprattutto nella Cgil, quella del ripristino, rischia di avere forti motivazioni politiche, ma bassissime possibilità di realizzazione nel concreto sistema industriale di oggi.
L'ultimo anno ha visto finalmente emergere un movimento rivendicativo nei luoghi di lavoro, che segna l'avvento di nuove generazioni e nuove pratiche di lotta. Dagli autoferrotranvieri a Melfi, all'Alitalia, a Terni, per passare per tante piccole e medie aziende metalmeccaniche, una nuova generazione di lavoratrici e lavoratori, che hanno sperimentato precariato, riduzione dei diritti, oppressione nelle condizioni di lavoro, scende in lotta. Molte vertenze vengono condotte fuoriuscendo dalle pratiche rituali dei meccanismi di sciopero previsti dalla concertazione. Gli autoferrotranvieri lottano nelle fasce protette, i metalmeccanici scioperano ad oltranza. È una radicalità del lavoro, ancora a macchia di leopardo, che si diffonde, spesso anche con veri e propri meccanismi di emulazione. Di questa nuova radicalità, la Fiom è diventata interlocutrice e interprete, ma il fenomeno non resterà confinato ai metalmeccanici. Ovunque i lavoratori abbiano un minimo di potere contrattuale tentano di fermare le politiche liberiste e di riconquistare salari e diritti. Difesa e contrattacco sono intrecciate tra loro nelle nuove vertenze del lavoro. Per questo è molto difficile congelare i rapporti di forza nella restaurazione del 23 luglio. Lo stato del conflitto sociale fa dire che sia le imprese che i lavoratori, naturalmente per ragioni opposte, non reggono più gli equilibri di quel sistema.
Ecco allora che la parola concertazione non è sufficiente a definire un nuovo equilibrio sociale. Essa può essere apprezzata per quel tanto di rifiuto di Berlusconi che significa, ma viene immediatamente respinta, se è ritorno alle politiche dei tassi programmati d'inflazione, applicazione della Legge 30, moderatismo salariale e debolezza sui diritti e sulle condizioni di lavoro.
Così come avviene nella crisi del sistema industriale, la crisi delle relazioni sindacali non può essere risolta con un puro ritorno al passato. È su questa difficoltà nella riedizione delle politiche di unità nazionali, che può inserirsi la destra. Il risultato elettorale pare rispecchiare esattamente questo quadro. Berlusconi perde, si creano le basi per una sua sostituzione, ma lo schieramento di destra si sposta verso il centro, non viene travolto. Dall'altro campo, alla nuova forza della sinistra alternativa corrisponde il risultato a metà del listone, ed è difficile evitare il paragone tra questo voto e quelli in tutto il continente. Ove sono state punite dal voto sia le forze brutalmente liberiste, sia quelle concertative. Nel risultato modesto dell'Ulivo, c'è anche un segnale di rifiuto verso l'Europa di Maastricht e del Patto di stabilità, verso quell'Europa che vede il mondo del lavoro su posizioni apertamente critiche o di disincanto e sfiducia.
Anche il quadro politico, allora, pare muoversi verso un ritorno al passato che in realtà è sostanzialmente velleitario tentare di realizzare. Anche a livello politico non si torna ai governi Ciampi. O la svolta sarà di fondo, sul terreno delle politiche economiche come su quello della distribuzione del reddito e dei diritti, oppure essa rischia di non esserci affatto. E da questo fallimento potrebbe trovare nuova forza una destra fattasi un po' più accorta e pragmatica.
È su questa contraddizione che devono agire la forze sindacali e della sinistra più convinte della necessità, oltre che della possibilità, di un vero cambiamento sociale.


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