Dopo le elezioni
A SINISTRA PER VINCERE
Pietro Folena
Giancarlo Aresta La Casa delle Libertà perde colpi - e in modo serio sulle politiche del 2001 -; ma resta, seppure di misura, maggioranza nel paese, smentendo le ipotesi che fosse ormai `fuori gioco'. Berlusconi riceve una sconfitta seria. Ma la Lista Prodi arretra dell'1% sul 2001 e dell'1,5% sulle precedenti europee; e non partecipa al rafforzamento delle opposizioni, che pure è stato significativo. Lo stesso risultato assai positivo delle amministrative - imperniate sul consenso ai partiti e sui programmi delle coalizioni - fa trasparire in controluce l'insuccesso di un progetto politico. Che valutazioni ne dai?
Pietro Folena Credo che sono stati smentiti coloro che avevano ricavato dal voto delle amministrative dell'anno passato e dalla stagione più recente dell'opposizione l'idea che questa avesse davanti una passeggiata, senza ostacoli, verso una vittoria alle elezioni politiche. C'è sicuramente una novità politica molto rilevante: ed è la crisi di Forza Italia e dello stesso `berlusconismo', inteso anche come collante di un sistema che ha retto per molti anni. E ritengo che la caduta di immagine di Berlusconi non sia facilmente arginabile, né sia giunta al punto più basso. Ma nello stesso tempo è preoccupante, che in controtendenza con gli altri paesi europei - e pur in presenza di una partecipazione al voto molto più elevata che in passato e rispetto al resto d'Europa - si sia registrata nelle elezioni europee una tenuta del centro-destra, garantita da un buon risultato di An, dalla crescita dell'Udc e della stessa Lega, e persino dal voto sorprendente dei socialisti di De Michelis.
In ultima analisi, la presenza di queste diverse `anime' configura un centro-destra che nel momento più acuto delle sue difficoltà - col paese fermo economicamente, con un quadro di lotte che in questi anni hanno avuto una estensione e una ricchezza sociale enormi, con una larghissima maggioranza dell'opinione pubblica schierata contro la guerra - è in ogni caso riuscito ad evitare una sconfitta politica generale. Questo ci dice che la partita è ancora tutta aperta da qui alle elezioni politiche. Anzi, la mia opinione è che se la disposizione delle forze in campo delle opposizioni sarà quella con cui si è andati alle elezioni europee, la partita è perduta. Anche perché bisogna sapere che il centro-destra oltre il suo 46,1% ha delle `riserve', nel voto alla sua destra dei radicali, dei due partiti di ispirazione fascista e di altre liste minori di ispirazione conservatrice..
Colpisce inoltre moltissimo - e questa è la seconda parte della riflessione - lo scarto profondo (clamorosamente confermato nei ballottaggi) tra il dato delle europee e quello delle provinciali, nelle quali il centro-sinistra ha ottenuto diversi punti in più. È come se ci fossero due schemi politici nel centro-sinistra: quello che ha portato al successo rilevante di Bologna, Milano e di Bari, o di Padova e tanti altri Comuni e Province; e un secondo `modello politico' - quello delle europee -, che è destinato, se dovesse andare avanti, a creare dei problemi abbastanza insormontabili. Do, infatti, un giudizio molto critico sul risultato della lista unitaria. Lo dicono i numeri, che evidenziano che il `listone', così come è stato proposto, non ha permesso di presidiare un'area più moderata, come era nelle attese dei proponenti, mentre ha finito con il rafforzare le forze alla sua sinistra. Se alla crescita di Rifondazione comunista, Pdci e Verdi aggiungiamo il successo personale che hanno avuto i candidati della sinistra del partito, anche quelli molto riconoscibili e molto scomunicati ufficialmente come Claudio Fava in Sicilia, si evidenzia un rafforzamento di una componente di sinistra, che mi sembra assolutamente evidente. La Lista Prodi ha insomma messo in campo un organismo geneticamente modificato, politicamente sterile, che perde a destra e perde a sinistra, perde sui moderati e perde sulla sinistra. Mi stupisce quindi l'ostinazione con cui - già nei minuti successivi al voto - più che l'intero Triciclo il gruppo dirigente dei Ds si è dimostrato determinatissimo nel voler perseguire e portare avanti questo disegno, mentre nella Margherita la discussione è assai forte. Questo mentre il voto ha finito con il dare un giudizio assai esplicito su un'operazione, che, se dovesse andare avanti - è convincente in proposito il giudizio di Bertinotti -, rischia di determinare una difficoltà seria di pensare a una coalizione e a un programma del centro-sinistra.
Hai sottolineato la crescita consistente di un'area politica, collocata a sinistra di Uniti nell'Ulivo. Si tratta, effettivamente, di un dato importante: il 13% dei voti, il consenso di circa 4.200.000 elettori è andato a liste che si collocano a sinistra della Lista riformista, e che hanno avuto un impegno comune, spesso condiviso dalla sinistra Ds, su questioni decisive per l'indirizzo politico del paese: la guerra innanzitutto, ma anche la difesa delle pensioni, il sostegno alle lotte sociali, una particolare sensibilità nel mettere in discussione l'impronta antidemocratica dell'azione del governo, l'attenzione ai movimenti. La Lettera di Prodi a «Repubblica» del 16 giugno - a cui hanno fatto seguito dichiarazioni tese alla costruzione di una federazione tra i partiti della lista unitaria - indica già un percorso, che tende a disaggregare quest'area, proponendo un metodo di definizione di una piattaforma comune per le politiche, che muove a cerchi concentrici. Tu che ne pensi? E cosa ritieni che si debba fare?
Penso che ci sia innanzitutto un dato molto fecondo e molto positivo in questo nuovo peso politico-elettorale di diverse formazioni della sinistra, che trae la sua forza da un risveglio di valori ideali e anche di pensiero, che rappresenta l'espressione politica parziale - e ancora inadeguata - delle novità positive espresse dai movimenti nella società italiana. Si guardi, per esempio, il voto meridionale che dà conto sia di una ripresa politica, di una uscita dalla passività, sia di una parziale manifestazione di un nuovo meridionalismo, che nasce dal basso e ha preso corpo nelle lotte ambientaliste di Scanzano, in quelle per la salute di Terlizzi, o nel grande movimento contro i bassi salari e le discriminazioni normative di Melfi.
È però difficile rispondere a queste novità con processi unificanti a tavolino o con un'operazione giacobina, dirigistica, gestita dall'alto, che in modo rapido e meccanico produca una realtà politica nuova. Anche perché sarebbe sbagliato reagire alla costruzione di un organismo geneticamente modificato - quale sarebbe il partito riformista, se prendesse corpo -, costruendo alla sua sinistra un altro Ogm, anche se è vero che queste forze hanno radici culturali assai più omogenee e compatibili di quelle del Listone.
Inoltre il voto ha registrato un più generale spostamento a sinistra, testimoniato sia dal contributo - lo ripeto - dato dalla sinistra Ds alla lista unitaria (malgrado le defezioni che si sono registrate in questi mesi) che dal cambiamento degli equilibri elettorali tra Ds e Margherita, verificabile sia nelle preferenze e negli eletti alle europee che nelle elezioni amministrative. Ora, è chiaro che anche su quest'area hanno pesato i movimenti di questi mesi. E che se la Lista Prodi non avesse usato il simbolo dell'Ulivo - affossando però con questa scelta l'Ulivo del '96 - e non si fosse espressa in Parlamento per il ritiro delle truppe dall'Iraq, difficilmente avrebbe superato il 30%.
Quanto alla proposta di Prodi, c'è nella sua ispirazione una cosa che apprezzo e c'è invece una cosa che non condivido. Mi pare utile un qualche intento - non del tutto chiaro - di andare al di là dei confini della Lista unitaria, la consapevolezza che questa di per sé non basta: che è la cosa che noi ci eravamo ostinati a dire in tutte le lingue nei mesi passati e si è dimostrata validissima. Mentre non condividerei in nessun modo uno schema per cui noi dovremmo prima concordare un programma elettorale nella lista Uniti nell'Ulivo, dopo tra le forze del vecchio Ulivo, per andare solo alla fine di un percorso a un confronto con Rifondazione: è questo che ci ha fatto dire che Prodi rischia di diventare `il signore degli anelli'.
Io sono per cancellare tutto questo. Lo dico a malincuore, perché nell'Ulivo ho creduto come ipotesi più aperta di quanto non lo fossero i partiti, più capace di entrare in rapporto con i movimenti. L'Ulivo è stato, in passato, un simbolo che per un periodo ha evocato qualcosa che non era solo incontro di culture e tradizioni politiche; ma oggi è diventato il simbolo di una lista di tre soli partiti: e quindi si è voltata pagina. Del resto, non casualmente, sia i Comunisti italiani che i Verdi hanno bocciato l'idea di una Convention del `vecchio Ulivo', che preceda il confronto con il Prc.
Oltretutto, siamo di fronte a una grande e straordinaria novità, che è la svolta di Bertinotti dei mesi passati, molto interessante sul piano ideale e culturale e politicamente molto coraggiosa, anche se può essere discussa in alcuni suoi aspetti. Bertinotti ha chiarito che Rifondazione non intende fare più la desistenza, non cerca più un accordo solo elettorale - per battere Berlusconi -, ma propone di impegnarsi a costruire un programma autenticamente riformatore, autenticamente di cambiamento, che abbia dei connotati di sinistra molto più chiari. Allora io - facendo mia la sollecitazione di Prodi, ma modificandone nettamente l'impianto - assumerei la proposta di Bertinotti e lavorerei perché nell'autunno prossimo ci sia una grande Convenzione programmatica di tutto il centro-sinistra - di tutte le opposizioni -, che non abbia velleità di ingegneria organizzativa, ma in cui una prima bozza di programma - o i suoi punti qualificanti - siano messi in discussione di fronte al paese. Per andare poi a un confronto nelle fabbriche, nelle scuole, nei posti di lavoro, nei movimenti, nelle associazioni, nel volontariato, nel Sud. Perché si apra un metodo molto più ricco di quello con cui si formò il programma del 1995-96, che comunque fu un metodo abbastanza partecipato. Questa secondo me è la strada maestra.
Poi i Ds decideranno. Se vogliono fare un partito unico con la Margherita, faranno il loro congresso e decideranno. Ma non confondiamo il piano delle scelte dei partiti e quello della coalizione di governo e del programma. E mi piacerebbe che su quest'ultimo terreno ci si potesse avvalere dell'esperienza dei Forum per un'alternativa programmatica di governo, che non sono un partito, non sono un superpartito, non sono un interpartito, ma rappresentano qualcosa di meno ma anche qualcosa di più, perché poi alla fine impegnano anche molto le persone.
Per questo, non vedo perché Prodi e anche i leader del Triciclo debbano osteggiare un confronto programmatico fra partiti, società, movimenti. A questo appuntamento, sarebbe utile che una sinistra plurale e gli stessi Forum arrivassero con delle priorità condivise, con dei punti programmatici comuni, sostenendoli insieme. Con l'obiettivo - ciascuno dal proprio punto di osservazione di partito, di associazione, di movimento - di spostare a sinistra l'asse programmatico e ideale della coalizione. Perché la coalizione di centro-sinistra può vincere solo se mette fine ad una rincorsa al centro - che ne fa impallidire l'immagine e in cui centro-sinistra e centro-destra propongono sostanzialmente la stessa minestra, come è avvenuto il più delle volte in Europa nel corso degli anni '90 - per definire una sua identità più chiara, fondata su proposte di vero rinnovamento.
Hai proposto un metodo per costruire la coalizione, che si dovrà misurare con il centro-destra alle politiche. Ma la discussione non può eludere un nodo più di fondo. Il progetto del Partito riformista sembra prendere corpo come uscita dalla lunga crisi dei protagonisti politici della vita repubblicana dando vita a un partito nuovo, di centro democratico, prigioniero delle culture neo-liberiste, seppure portato a moderare le spinte classiste più rozze della destra. Questa analisi, se ha dei fondamenti, non evidenzia una prospettiva, in cui - caso unico in Europa - si assisterebbe alla scomparsa della sinistra: o alla sua sopravvivenza in formazioni minoritarie e residuali? E, in questa ipotesi, non emergerebbe il problema - grande come una casa - di una ricostruzione della sinistra? Anche per evitare che resti senza voce un blocco democratico e popolare, con un forte apporto del lavoro, che per più di tre anni ha dato vita a movimenti intensissimi, che hanno messo in difficoltà i governi di centro-destra e scosso l'egemonia di Berlusconi su settori ampi della società italiana?
Per rispondere a questa domanda, vorrei fare una breve battuta sul quadro europeo. Infatti questo voto italiano, con la sua specificità, avviene in un contesto di crisi europea, che si manifesta in un astensionismo di massa, in un nuovo radicalismo di destra o comunque iperlocalistico che prende piede in moltissimi paesi, ma, nello stesso tempo, in una certa capacità di presa - non ancora maggioritaria - di una sinistra che si innova e che lascia gli orizzonti del blairismo e della competizione tutta al centro.
Quest'ultimo fenomeno tocca solo in parte la sinistra socialista - si pensi alle posizioni di Zapatero o al Manifesto per l'Europa di Rocard 1 -, ma investe soprattutto altre formazioni: i Verdi tedeschi, altri movimenti che sembrano intercettare la crisi dei partiti socialdemocratici, o Rifondazione comunista in Italia e altre esperienze di questo tipo. Caratteristica comune di queste diverse famiglie della sinistra, che hanno ottenuto risultati buoni in queste elezioni europee, è la capacità di interloquire con i movimenti, soprattutto di partire da una critica della globalizzazione, del pensiero unico, traendone alcune conclusioni.
Ora, senza dubbio, non c'è una ripresa socialdemocratica in Europa, in senso classico. Anzi, questa ha preso due colpi assai duri, in Gran Bretagna per le scelte di Blair sulla guerra e in Germania per le politiche sociali di Schröder. Mettendo a confronto questi risultati assai pesanti con quanto è avvenuto in Spagna e in Francia, dove si è avviata una ricerca, è aperto il problema se in Europa non dobbiamo considerare esaurita una certa stagione delle socialdemocrazie così come le abbiamo conosciute finora. E se dalla critica al liberismo e alla guerra non emergano elementi su cui occorre lavorare con la mentalità dei pionieri, ma con la consapevolezza che può aprirsi un ciclo nuovo, i cui interlocutori sono il Sud del mondo, partiti di governo `nuovi', movimenti della società civile.
Proprio per questo trovo sbagliata l'ipotesi di un partito riformista, che finirebbe con l'essere un partito di centro - come dice «la rivista» - che magari guarda a sinistra, trovando lì tematiche che considera tuttalpiù come testimonianze morali, ideali, con cui interloquire. Questa ipotesi mi pare del tutto sbagliata politicamente e, se dovesse andare avanti, non darebbe in alcun modo una risposta alla crisi italiana. Mentre l'unico modo per strappare questo paese alla destra di Berlusconi è quello di dare vita a un centro-sinistra, in cui certo una componente moderata, che guarda a sinistra, ci sia e abbia un suo peso, ma che veda presente una grande sinistra autonoma, forte, non ridotta a testimonianza, popolare, legata al sindacato, che sappia rappresentare l'Italia di questi ultimi anni, con i suoi movimenti e la sua mobilitazione democratica.
Questo è il vero tema della prossima stagione. Non so se i Ds faranno in tempi brevi un congresso, ma se nel suo gruppo dirigente prevale l'ipotesi di dare vita a un partito di centro che guarda a sinistra - anche se attraverso passaggi graduali e l'ipotesi intermedia di una federazione - si creerebbe a sinistra un vuoto politico-culturale enorme, che difficilmente le attuali soggettività così come sono alla sinistra dei Ds sarebbero capaci di occupare. I vuoti in politica non esistono, tanto più in una stagione come questa. Si rischierebbe, infatti, di lasciare interi settori popolari, una parte grande delle forze del lavoro, privi di ogni riferimento e possibile preda di operazioni populistiche. La scomparsa di una prospettiva politica per loro, capace di parlare al loro sentire, alla loro vita, aprirebbe un vuoto - credo - di dimensioni drammatiche, per cui noi dobbiamo avere assolutamente questa percezione.
I Ds sono perciò di fronte a un bivio. O rinnovano una scelta di rimanere legati al sindacato, di stare a sinistra, e di tenere conto del fatto che, se si guarda il dato delle provinciali, emerge che tra Ds, Comunisti italiani, Verdi, Rifondazione comunista, e quei voti di sinistra orientati anche verso la Lista di Occhetto e di Pietro (che, però, ha conosciuto un insuccesso) si concentra una forza elettorale assai consistente, chiaramente superiore al 30%, che sarebbe necessario mettere in campo. Se non con una Federazione con un rapporto preferenziale fra chi ha valori comuni, un sentire comune. Se invece i Ds scelgono la corsa al centro - proprio mentre questa in Europa non paga e il blairismo affonda - temo una crisi assai profonda, una dissolvenza.
Noi della Sinistra Ds, che abbiamo dal Congresso di Pesaro messo in discussione l'equazione tra riformismo e moderatismo, cercando di sviluppare un'iniziativa politica che ha permesso soprattutto di costruire dei legami con la Cgil, con l'associazionismo democratico, con i movimenti, non credo che possiamo mantenere questo ruolo in un partito moderato - che magari veda fiorire mille partitini alla sua sinistra, o all'estrema sinistra. Anzi, proprio perché abbiamo avuto un ruolo politico - oltre che su altri temi - nella vicenda della guerra, contribuendo anche a spostare in avanti l'intera coalizione, sento che pesa su quest'area una responsabilità grandissima, a cui - per quello che mi riguarda - non ho nessuna intenzione di sottrarmi.
C'è però anche un problema di `tempi'. L'imminenza dei prossimi appuntamenti elettorali annuali pone con urgenza il problema di produrre fatti nuovi a sinistra. Come si concilia questa domanda con la difficile dialettica interna ai partiti e la vischiosità dei rapporti tra le formazioni di sinistra, forse troppo legate a identità peraltro deboli? Inoltre, come valuti le proposte di una Federazione delle forze a sinistra di Uniti dell'Ulivo, avanzata dal Pdci, e di una più complessa Costituente dell'alternativa, fatta da Bertinotti in questi giorni, che - tra l'altro - individua la sinistra Ds come interlocutore essenziale?
Anche io penso che sarebbe un errore aspettare l'esito di questi confronti interni, che tuttavia sono importanti, perché sono convinto che milioni di elettori dei Ds vogliono che i Ds vivano, vorrebbero che rimanesse in campo un grande partito che si colloca nel panorama socialista europeo, che si innova, che fa quello che hanno già fatto gli spagnoli, o avvii una ricerca come sembra stiano facendo i socialisti francesi. Questa domanda politica va ben aldilà del `correntone'. Ma non si può restare in attesa.
Avremo la direzione in luglio: sarà quello il momento chiave della discussione. In questa sede bisognerà decidere fin d'ora, senza vischiosità, se alle regionali del prossimo anno esisteranno i Ds o no. Marini ha già dato la sua risposta, e con lui tanti altri della Margherita. Questo è un punto vitale, perché se uno sa che a questo appuntamento non ci sarà un partito di sinistra ma ci sarà un Triciclo, Uniti nell'Ulivo, si definirebbe uno scenario. E a quel punto l'accelerazione di un certo processo costituente di una nuova sinistra sarebbe inevitabile, a prescindere da quello che può decidere Pietro Folena, o altri della Sinistra Ds. Se invece i Ds decidono fin da ora che questo non è in discussione, non dico che l'ipotesi del partito riformista sarebbe definitivamente archiviata - anche perché l'anno successivo c'è il voto politico. Ma, indubbiamente, quello delle regionali è un passaggio assolutamente decisivo, perché, se ci si presenta con la propria lista alle regionali, è evidente - a meno che non si vada a rifare a una legge proporzionale - che nella formazione dei collegi conteranno i rapporti di forza che le forze politiche avranno registrato in questa occasione, per cui è difficile pensare che in queste elezioni si vada in un modo per poi riproporre alle politiche Uniti nell'Ulivo - come ha detto Mussi con una efficace battuta - «nel posto sbagliato». Alle politiche del 2006 occorrerà avere un simbolo che registri un accordo politico e programmatico con Rifondazione e con l'intera coalizione: che non sarà l'Ulivo, ma avrà inevitabilmente un nome e un simbolo diversi.
Per queste ragioni, si configura un appuntamento di verifica, una prova della verità, al momento di questa decisione politica: se si decide, infatti, di andare con liste di partito non si risolve di per sé il problema della prospettiva, ma obiettivamente si apre - o, meglio, ci sono le condizioni perché si apra - una nuova fase di interlocuzione fra i Ds e tutte le componenti di sinistra delle opposizioni, dopo il muro che i promotori del progetto riformista hanno voluto erigere. Capisco che D'Alema e Fassino hanno speso larghissima parte del loro prestigio, della loro credibilità nell'ipotesi di costruire una forza di comando, una guida - come sono soliti dire - dell'intera coalizione, capace di garantirne l'asse politico, ma questo è il primo nodo che noi dovremmo sciogliere.
Pensi che - se non si accelera la nascita del partito riformista - una politica di condizionamento possa determinare una svolta effettiva nell'orientamento dei Ds, che a questo punto dovrebbe essere culturale oltre che politica, per la forza che hanno assunto in questo partito l'influenza di idee liberiste e la tendenza a definire un asse moderato della propria proposta politica?
La decisione di andare alle regionali come Ds, se prevalesse, solo come Ds, creerebbe le condizioni di un congresso vero, in cui il tema non sarebbe più eleggere Fassino o Giovanni Berlinguer. Finirebbe, infatti, con il prevalere il tema dell'indirizzo politico culturale del partito: infatti, ogni volta che abbiamo fondato il confronto interno sul terreno politico-culturale le posizioni di sinistra hanno avuto un peso e spostato orientamenti, come è avvenuto sulla guerra e nei rapporti con il sindacato. Se invece prevale l'approdo del partito riformista, anche un eventuale congresso sarebbe condizionato. Non dico che non ci si possa partecipare, ma è inevitabile che alla fine di quel congresso ci sarà qualcuno che dirà «io nel partito riformista non ci starò».
Per quello che mi riguarda, nella lista Uniti nell'Ulivo, se diventa partito riformista, se si trasforma in un soggetto politico, non sono disponibile a fare l'ala progressista o di sinistra, o vagamente di sinistra. Non nego che ci saranno anche in questo partito sensibilità più orientate a sinistra e differenze anche significative di orientamento, ma, per quello che mi riguarda, non è un'operazione che mi interessa, perché credo che il vuoto lasciato dall'assenza di un soggetto politico legato al lavoro, al sindacato, alla questione sociale, alla pace, sarebbe tale da rischiare di dare un colpo alla democrazia italiana.
Quanto, poi, alle diverse ipotesi in campo di aggregazione a sinistra di Uniti nell'Ulivo, culturalmente mi interessa di più un processo forse meno precisato ma più aperto ai movimenti e non solo alle soggettività politiche così come si sono formate fino ad ora, come quello proposto da Bertinotti che non l'ipotesi di Diliberto di una federazione delle forze del 13%. Però mi rendo conto del problema posto dal Pdci: un processo di questo tipo, infatti, dovrebbe comunque garantire una possibilità di parteciparvi e riconoscervisi per tutte le anime dello schieramento di alternativa. Il Pt nacque in Brasile all'inizio come federazione e ha mantenuto fortemente un carattere federativo: anche se è più una rete che una federazione di partiti e ha, in qualche modo, anticipato il metodo di lavoro del Forum sociale. Mi domando, perciò, se alla fine quello che propone Diliberto, ciò che dice Fausto Bertinotti - che è un po' più vicino alla mia cultura e se vuoi anche a questo lavoro che si è fatto nel movimento dei Forum sociali, che è un'attività di raccordo, di costruzione di relazioni - non possano combinarsi in un percorso, che non pretenda di costituire una soggettività politica compiuta domani mattina; ma che accetti un processo un po' più plurale, e anche un po' più aperto, ma consapevole che la politica oggi rimanda a una risorsa molto scarsa. E che, se tu mostri solo il volto di un ceto politico, che non parli a tantissime istanze, non vai da nessuna parte. Dovrebbe, perciò prendere corpo un processo che fa della partecipazione, dell'attivazione di tante risorse che ci sono nella società italiana, un po' il cuore del proprio indirizzo. Per questo serve anche che nasca dal basso un grosso movimento che dica: «ci vuole una sinistra autonoma e questa sinistra non solo deve rimanere, ma anzi in questa stagione dobbiamo lavorare per innovarla, cambiarla, aprirla». Una proposta così caratterizzata sarebbe capace di parlare a una parte importante dell'elettorato dei Ds e anche dei suoi iscritti.
note:
1 Il manifesto di Stéphane Hessel, Pierre Larrouturou e Michel Rocard 5 critères pour l'Europe sociale è pubblicato in questo numero della «rivista», alle pp. 40-42. Questo manifesto sintetizza e riflette le proposte per dare all'Europa una politica sociale definita su parametri altrettanto vincolanti di quelli economici e monetari, già avanzata dal Psf nel suo programma elettorale per le elezioni europee (Ndrm).