Dopo le elezioni
CROCE E DELIZIA DEL VOTO
Aldo Tortorella
1.Il voto italiano ha posto in modo del tutto nuovo la questione del governo sia per i moderati del centro-sinistra sia per le sinistre. Per i moderati raggruppati nel listone è caduta l'illusione dell'autosufficienza. Per le sinistre è divenuto un obbligo dimostrare la propria attitudine al governo. Per gli uni e per gli altri c'è un problema di ridefinizione della propria identità.Il listone, perdendo verso il centro e verso sinistra, ha testimoniato l'incertezza della propria collocazione. Pensare di sfondare al centro cercando contemporaneamente di dire qualche parola di sinistra è una tattica miope. Davanti ai Ds c'erano due strade possibili. La prima era guardare a sinistra, cercando la via di una intesa, se non di una ricomposizione unitaria, per trovare poi un accordo con le forze centriste. Questa linea, che fu immaginabile fino a un certo punto, è stata scartata. Si è scelta la conversione verso il centro, rendendola definitiva con la idea del soggetto unico `riformista' (attraverso la tappa federativa). È un indirizzo comprensibile, anche per chi non lo condivide. Esso ha dietro di sé quei vasti gruppi sociali e quei diffusi orientamenti di opinione, i quali considerano complessivamente accettabile la propria condizione, desiderano miglioramenti ragionevoli, e ritengono che benessere e tranquillità si ottengano meglio senza aspri scontri sociali come quelli prevedibili portati dalla destra. Per garantire questi ceti e corrispondere a questa opinione, però, la scelta deve essere limpida, non apparire un furbesco camuffamento. Principi e valori liberaldemocratici andrebbero proclamati e seguiti con nettezza, cosa che non è stata (basta pensare ai temi dello Stato di diritto, delle incompatibilità, della separazione dei poteri, del principio di legalità interna e internazionale). Più zelo per dimostrare un orientamento centrista si è posto nel campo degli interessi, con lo sposalizio delle priorità della impresa, anche se con eccessi di attenzione verso i gruppi dominanti e scarso impegno verso i più piccoli, il risparmio, l'azionariato diffuso eccetera. Una formazione moderata di questo genere può allearsi con forze di sinistra ma non può essere di centro e di sinistra allo stesso tempo. Ciò può almeno in parte riuscire - finché riesce - a mantenere il consenso nelle zone di antico radicamento dove l'elettorato può ritenere che ogni nuova presentazione del vecchio prodotto sia soltanto un adattamento, se non una dissimulazione. Ma l'ambiguità non può guadagnare né qui né altrove nuovo consenso, soprattutto in quegli ambiti dove sarebbe necessario erodere il blocco avversario. La voracità (tenere tutti i voti di sinistra, conquistare il centro) non produce di per sé un qualche manicaretto appetibile. Io non credo che abbiano torto coloro che, avendo calorosamente consigliato l'indirizzo detto `riformista', e cioè neocentrista (i seguaci di Gyddens e simili), reclamano a gran voce maggior rigore. Ma di questo rigore moderato dovrebbe far parte - cosa che non accade neppure a chi lo sostiene - l'abbandono del dogmatismo e dello schematismo (vizio antico) secondo cui c'è una e una sola politica di governo: cioè la propria. Se non si ammette che gli eventuali alleati di sinistra possano avere una propria linea di governo con cui confrontarsi non ci può essere un vero compromesso e un vero accordo. A loro volta, le sinistre alternative, nel momento in cui il voto dimostra che senza di loro non si può vincere e non si può governare, debbono dimostrare di avere una compiuta linea per il governo da confrontare con i moderati: il che pone un grande problema di ridefinizione di se stesse. Non si può dire che finora sia emerso con chiarezza il rapporto tra una seria analisi critica della realtà e un altrettanto serio programma per il breve periodo di una legislatura. Un'analisi critica della società così come essa è, pone in discussione molti dei fondamenti che la costituiscono, a partire da un modello di sviluppo e di crescita che ha dimostrato di essere strepitosamente capace di incrementare la quantità delle merci, ma così cieco da correre senza potersi fermare di fronte ai guasti umani e ambientali che esso stesso genera e così poco equilibrato da riproporre la guerra per rispondere alle proprie paure. È molto importante che un movimento nuovo, essenzialmente giovanile, partendo da questa constatazione, sia venuto proponendo come propria parola d'ordine la possibilità di un mondo nuovo. Ma è certo complicato, partendo di qui, elaborare una proposta per il governo di uno Stato nazionale fortemente vincolato sia dagli impegni sopranazionali sia dalle scelte che i grandi gruppi multinazionali compiono per loro conto. È un compito difficile ma non è impossibile. Anzi, per individuare le basi di una politica nuova anche per il governo del paese, una politica che non coincide con quella dei moderati ma può aiutare il moderatismo democratico a uscire dalle proprie ristrettezze, una visione lucida delle incongruenze e delle contraddizioni del sistema può servire molto meglio che una pura e semplice accettazione delle cose come stanno. L'esempio della lotta contro la guerra in Iraq è significativo. Il manifestarsi di un grande movimento internazionalista e nazionale per la pace, il costituirsi di una intesa tra vari gruppi della sinistra per sostenerne le ragioni anche in Parlamento, hanno, sia pur faticosamente, portato a una posizione comune che ha schierato l'insieme dell'opposizione italiana prima contro la guerra e alla fine per il ritiro delle truppe. La non partecipazione alla guerra e il conseguente rifiuto di partecipare alla occupazione con i propri soldati non è esplicazione soltanto di un sacrosanto sentimento di pace, è - insieme - un'altra linea di governo, un'altra linea di politica internazionale, non a caso scelta da governi di importanti paesi europei di vario orientamento politico. Anche in materia istituzionale, nelle politiche del lavoro e in quelle dell'ambiente sono stati sottoscritti documenti comuni tra gruppi sindacali, partiti della sinistra (Verdi, Rifondazione, Pdci, parte della minoranza Ds), esponenti di associazioni e di movimenti, che contengono proposizioni finora non proprie alle forze moderate dell'opposizione. Non è ancora un programma comune per il governo del paese, ma è certo un insieme di indicazioni molto impegnative, a partire dall'abrogazione di una serie di leggi del centro-destra sul mercato del lavoro, sulla scuola, sulla giustizia, sullo Stato sociale. Si indica complessivamente una linea di contrasto alle scelte liberistiche che non è propria, fino a questo momento, dell'insieme delle opposizioni attuali e di quella che dovrebbe essere la coalizione per il futuro governo. Sarebbe un errore lasciar cadere questa concordanza tra le forze `alternative' per tornare al metodo per cui i maggiori partiti del centro-sinistra, tra loro coesi da molte visioni comuni, hanno di fronte a sé i minori partiti tra loro divisi e magari in gara per la spartizione dei seggi. Una semplificazione dello schieramento, che ponga a confronto il raggruppamento moderato e un raggruppamento delle sinistre, gioverebbe molto, credo, alla ricerca di una linea diversa da quella che si ebbe nel primo governo di centro-sinistra e che terminò nella sconfitta comune. 2. La necessità dell'intesa tra le sinistre alternative rimanda però a una questione diversa e ancor più complicata, che è quella della costituzione di un grande soggetto politico della nuova sinistra. Non è un tema che nasce oggi, ma è di oggi il suo riproporsi con più convinzione da parte di molti protagonisti della vicenda attuale. Accade anche altrove in Europa, sia per lo spostamento graduale e sempre più evidente su posizioni neocentriste delle forze maggioritarie della socialdemocrazia sia per l'evidente incapacità o impossibilità della sinistra detta alternativa di raccogliere e dare forma politica al malcontento per le scelte neoliberistiche, un malcontento che rifluisce così nell'astensione o addirittura si sposta a destra, verso il populismo e le chiusure localistiche.
A rendere attuale il tema di una nuova soggettività a sinistra contribuisce anche il disagio dei lavoratori, dipendenti o `autonomi' che siano, e dei loro sindacati. Nella trasformazione interclassistica dei partiti socialisti o ex comunisti si avverte un netto calo - o l'assenza - di rappresentanza del lavoro e, con il declino dello Stato sociale, una perdita dell'orizzonte che il tradizionale compromesso socialdemocratico sembrava garantire. I crolli della Spd sono impressionanti non meno di quelli dei laburisti inglesi. Ed è significativa la ricerca dei sindacati tedeschi dei metallurgici e dei lavoratori dei servizi per una qualche nuova rappresentanza 1. Non era provinciale o campata per aria, qui da noi, la tesi della Cgil, poi portata avanti dalla Fiom e dalla sinistra sindacale sulla mancanza di rappresentanza politica del lavoro. Ma quali sono le nuove basi di principio e la nuova prospettiva `strategica' offerta dalle forze della sinistra alternativa? Si sente poco parlare di questo, quasi che si trattasse di elucubrazioni superflue. È comprensibile che solo gradatamente si venga formando nel mondo unificato sotto il segno del capitale e della tecnica una idea, appunto, di nuove `possibilità' (`un nuovo mondo è possibile') al posto di quelle vecchie e fallite. Tuttavia, non si andrà avanti senza almeno una approssimazione che faccia capire che cosa dovrebbe sostituire gli impulsi determinanti e le politiche del liberismo, le cui conseguenze sono drammatiche e creano allarme ma le cui premesse non sono ancora sconfitte. Queste presero vigore - parallelamente al declino e poi al crollo della realtà e del progetto sovietico - perché le conquiste e i vincoli redistributivi dello Stato sociale (e cioè del compromesso socialdemocratico tra lavoro e capitale) venivano apparendo come limiti inaccettabili per la ristrutturazione capitalistica resa possibile e necessaria dalle nuove tecniche e, dunque, per la prosecuzione di uno sviluppo produttivo alla cui ideologia era in sostanza legato anche il movimento operaio di impronta socialistica, sia pure con i suoi importanti correttivi in materia di diritti e di redistribuzione del reddito.
Un rinnovarsi della idea di alternativa comincia a nascere con lo svilupparsi della consapevolezza, in larga misura esterna alla sinistra tradizionale, dei danni paurosi determinati nell'ambiente e nella società da una crescita economica dei paesi ricchi, inimitabile per l'insieme del mondo a causa dei limiti delle risorse del pianeta, oltreche intrinsecamente iniqua. Si manifesta una riflessione sulle vecchie e nuove contraddizioni del sistema; viene avanti un nuovo movimento di giustizia e di pace; si sviluppa una nuova critica femminista che va alle radici del modello patriarcale. Le sinistre alternative traggono da tutto questo - giustamente - nuova motivazione per il loro esserci. La guerra preventiva, teorizzata e praticata, ha confermato poi la giustezza di una opposizione e di una lotta.
Quando si passa, però, al tentativo di alternative concrete, anche il più piccolo passo diventa una immane fatica (e le delusioni, come per Lula, sono al primo angolo di strada). Dunque, la necessaria definizione di un orizzonte non può non accompagnarsi alla ricerca delle nuove coordinate per il cammino da compiere e del conto dei pesi da portare. Questo dovrebbe essere il compito di una soggettività politica nuova che può non essere un partito tradizionale, come si sente giustamente affermare, a patto che questo non significhi rinuncia alle responsabilità che un soggetto politico deve assumersi e alle forme democratiche con cui queste responsabilità vanno definite.Per stare alle polemiche più vicine sui percorsi da intraprendere per una eventuale nuova soggettività politica, sento che a coloro che propongono una federazione delle sinistre si obbietta che una nuova soggettività non nasce dall'assemblaggio del ceto politico, cosa che, si aggiunge, non è riuscita bene neppure al listone e dunque non è degna di essere imitata. Mi pare che questo sia vero. Senza una reale novità negli orientamenti e nel modo di concepire e praticare la politica non vale la pena di pensare a una nuova soggettività. C'è diffidenza e fastidio sia verso le escogitazioni puramente tattiche e prive di fondamento sia verso un professionismo politico ormai troppo spesso superato per capacità, motivazione, disinteresse da un volontariato sempre più forte, diffuso e autorevole. La crisi della rappresentanza viene anche di qui: e riguarda anche tutti i partiti alternativi, sia pure con motivazione e grado diversi. Affrontare questa crisi richiede innanzitutto un rapporto più stretto con i cittadini elettori. E a me sembra, come elettore, che adesso dai rappresentanti delle sinistre alternative, i quali hanno avuto tante cose in comune prima del voto, ci si debba aspettare - come ho detto sopra - un unitario impegno programmatico. Ciò potrebbe recare un contributo anche al bisogno di una sinistra nuova, un contributo utile, ma non sufficiente e non risolutivo.
Come sostenne a suo tempo questa rivista, una nuova soggettività politica può nascere solo da un processo costituente e questo deve coinvolgere come protagoniste la sinistra sociale e quelle associazioni e gruppi e reti che compongono i movimenti. Un mondo che va assai oltre le sinistre politiche comunque intese e spesso si riconosce assai poco o per nulla nelle sinistre moderate o alternative esistenti. Un tale processo costituente, però, dovrebbe vedere la capacità dei soggetti politici attuali e delle diverse componenti di ciascuno di essi non già di stare rinchiusi in una propria statica identità, ma di mostrarsi disposti a mettersi in discussione insieme con gli altri. Non c'è uno solo dei partiti della sinistra, per quanto differenti l'uno dall'altro, e sia pure con gradazioni diverse, che abbia potuto o saputo sfuggire al leaderismo, alla scarsa democraticità interna, alle dispute sui ruoli di potere.
È logico che ogni gruppo si presenti a un processo costituente con la propria identità e le proprie proposte, e capisco che ciò, se vale per tutti, vale anche per i partiti politici a nessuno dei quali, come è ovvio, si può chiedere di rinunciare a se stesso. Ma volere e sapere ridiscutere, pur partendo dalle proprie posizioni, anche se stessi, i propri convincimenti e i propri metodi è cosa diversa dal chiamare a raccogliersi intorno al proprio ceppo.
Credo, comunque, all'utilità di far esprimere il più possibile le persone singole, che appartengano a un partito o a nessuno di essi, per una nuova idea di sinistra che a me parrebbe - ascoltando quanto si dice da tante parti - che si possa definire come una sinistra capace di pensiero critico sulla società e di proposta, di autonomia e di volontà unitaria. A questo scopo l'Associazione di cui faccio parte ha voluto promuovere, prima ascoltando il parere di molti, una petizione popolare 2, e cioè una raccolta di firme, per una sinistra autonoma e unitaria. Poche o tante che saranno le firme, serviranno da stimolo a scuotersi dal rischio di non far nulla e di rassegnarsi ad andare avanti con la frammentazione attuale e la cura gelosa del proprio orto o del proprio podere. Naturalmente sarà meglio se le firme saranno molte. Ma quello che conta, dentro o fuori dei partiti, è di spingere a ritenere che la libera e convergente volontà di ciascuna e di ciascuno è quello che vale prima di ogni altra cosa per costruire ciò che insieme si desidera e si spera.
note:
1 Cfr. H. Bierbaum, Germania: sindacati all'opposizione, «la rivista del manifesto», 51, giugno 2004, pp. 71-78 (NdRM).
2 Il testo della petizione si può leggere sul sito dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra: www.arssinistra.it (NdRM).