numero  52  luglio-agosto 2004 Sommario

Dopo le elezioni

DUE URGENZE
Rossana Rossanda  

Due sono le urgenze poste dal risultato elettorale del 12 e 13 giugno. Hanno un legame ma non sono la stessa cosa.
La prima viene dal dover constatare che la sconfitta personale di Berlusconi non è una sconfitta della Casa delle Libertà: metà degli elettori alle europee - cioè in quello che appariva il voto più `politico', di indirizzo, spersonalizzato - ha continuato a votare a destra. E non una destra qualsiasi, ma una destra guerrafondaia e che, differentemente dal resto dei paesi europei del nostro livello, assorbe e metabolizza rigurgiti anticostituzionali e fascistizzanti; se non abbiamo un Le Pen è perché gli stessi umori sono coltivati nella Lega, in parte di Forza Italia e in parte di An. Il revisionismo di destra e gli appelli a oblii e riconciliazioni, che poco hanno a che vedere con i morti, hanno fatto un ottimo lavoro per i vivi che detestano la Costituzione antifascista. E infatti Berlusconi ha perduto al centro dove i malumori sono stati recuperati dalla Udc e nella destra più torpida, delusa dal non avere avuto la riduzione delle tasse e la liquidazione di quel che resta dei diritti del lavoro. Di qui l'immediata decisione del premier di recuperare voti attraverso una linea dura da perseguire con l'appoggio della Lega, e subito. Le elezioni restituiscono dunque intatta all'opposizione la domanda: come battere la Casa delle Libertà? per la quale occorre un accordo di programma fra centro, centro-sinistra e sinistra.
Seconda urgenza: dal 12 al 13% degli elettori ha votato alla sinistra della Lista Prodi. Rifondazione ne raccoglie la metà. Se a questo 12/13% si aggiunge una quota di astensionismo dell'area più antistituzionale dei movimenti e quella sinistra Ds che ha scalpitato davanti alla proposta di accelerare una federazione degli Uniti nell'Ulivo, non è insensato pensare che quasi un venti per cento dell'elettorato vorrebbe una forza di sinistra, corrispondente a quella che nei suoi anni rappresentò il Pci. E non riesce a essere rappresentata né da Rifondazione né dai Comunisti italiani, che sono aumentati ma non hanno sfondato. Questa quota di elettorato è una potenzialità depauperata dalla divisione fra tre o quattro sigle. Non è detto che tutte resisteranno alla durata. O prendono corpo o rifluiranno...
È un quadro chiaro ad ambedue le coalizioni, quella moderata e quella di sinistra. Tuttavia né l'una né l'altra si sono mosse dopo il voto con la rapidità del governo. Il blocco di Prodi ha reagito con fatica alla delusione di non avere sfondato al centro, e la sua trasformazione da lista in federazione o partito, che prima del voto era dichiarata sicura, ha subito incertezze e arresti, non solo da parte dei Ds, dove a opporsi è la sinistra, ma anche da parte della Margherita che teme l'egemonia diessina, contro la quale Rutelli costruiva da tempo con Bayrou, e senza discuterne con gli alleati del Listone, una casella al Parlamento di Bruxelles fra Internazionale socialista e Partito popolare, in modo da marcare subito una differenza del centrosinistra cattolico. Per far ripartire un processo di aggregazione ci sono voluti gli interventi di Prodi e di D'Alema.
Neanche l'area del 13% s'è affrettata a discutere in vista d'una strategia comune, o qualcosa di più. Dopo le elezioni sono volate le frecciate reciproche. Rifondazione e i Comunisti italiani lanciano separatamente una proposta di costituente, sospettandosi di politicismo (unire soltanto le sigle in campo) o di movimentismo (aprire il confronto anche a movimenti e soggetti non istituzionali). L'infausta proposta di Prodi di riaprire un tavolo programmatico con i Verdi e i Comunisti italiani, isolando Rifondazione, ha moltiplicato le diffidenze. Ancora una volta l'opposizione appare più litigiosa che impegnata in un confronto di merito e sorda all'impazienza di coloro che l'hanno votata.
Non pochi segni dovrebbero suggerire di regolare gli orologi. Anche al centro-destra, costretto a registrare la presa di distanza dal governo della Confindustria di Montezemolo. Abituato alla concordia di intenti con D'Amato, si trova davanti non solo alla critica di Bankitalia a Tremonti, ma all'accusa confindustriale di non far nulla contro il declino industriale e la crescita bassa, cercando soltanto lo scontro con il sindacato. Maroni fino a ieri rispondeva: non ficcate il naso nel governo, noi tireremo diritto con le pensioni e voi avete la Legge Biagi, usatela di più. Ma già è aumentata la tensione con l'An di Fini e l'Udc di Follini, più propense ad ascoltare i poteri forti nel momento in cui sembrano proporre una strategia di appeasement.
Sulla quale puntano Margherita e Ds. La loro linea è, come nel Manifesto 1 di Prodi, quella della Commissione europea, cioè una riconduzione in Italia delle regole elementari della democrazia (conflitto di interessi e magistratura) unite a un monetarismo e liberismo appena temperati dalla compassione (l'interpretazione prodiana del Progetto Penelope 2. Ma forse c'è una riflessione autocritica sul passato, il dubbio che il declino industriale e l'impoverimento dei ceti medio-bassi sia dovuto alla subalternità dei governi di centro-sinistra a una ricetta che vietava allo Stato, inteso come area del pubblico dove si assume decisioni di indirizzo, di scegliere qualche priorità economica che non fossero le imprese in genere e la devoluzione al privato e all'automatismo del mercato: il quesito sul che cosa come e perché produrre. Il che, in Italia come altrove, ha portato a investire nei mercati finanziari e, dopo lo scoppio della bolla, nell'immobiliare più che nell'industria.
Di questa riflessione nel Listone e nei suoi giornali non s'è sentito cenno, salvo i solitari interventi di Jean Pierre Fitoussi e degli economisti avversi a Bush, negli Usa Krugman e Stiglitz. I quali tornano a chiedere, oltre che la pulizia sui giganteschi conflitti di interesse, un intervento pubblico nell'economia, una scelta non meramente antinflazionistica e un fisco che cessi di gettare il peso delle entrate dello Stato sui ceti medio bassi. Una linea del genere potrebbe diventare quella del governo Usa a novembre se Bush perdesse le elezioni. Il Listone potrebbe adeguarvisi tanto più se avesse l'appoggio della Confindustria, la quale potrebbe chiedere ai sindacati un'alleanza in nome dello sviluppo. Era già successo per entrare nell'euro. Ma con quali contropartite, il lavoro essendo stato strizzato al punto che, oggi come oggi, non si vedono margini che potrebbero con decenza essere contrattati? La famosa `fase Due' del governo di centro-sinistra che doveva compensare i sacrifici non fu nemmeno tentata; al contrario è di allora il Pacchetto Treu, fonte della proposta Biagi e della Legge 30.
Se questi sono i problemi maturati per la destra e il centro-sinistra, che attende la sinistra a sinistra del Listone per esaminare, possibilmente in comune, i suoi? Invece che denunciare la deriva dei Ds e della Margherita (che si federino o no) verso un centro democratico che lascerà del tutto scoperto lo spazio politico e simbolico che era stato del Pci, non sarebbe più utile far sapere all'elettorato e al paese se e come si intende coprirlo? Oggi né Rc né Pdci lo occupano. Potrebbe essere occupato da una forza o coalizione che ora manca?
Quel che lo ha lungamente caratterizzato era l'idea, introiettata da quasi un terzo del paese (ma che filtrava anche fra i cattolici) che considerava democrazia e conflitto sociale condizione l'una dell'altro - era questo che ne faceva la forza e, malgrado i molti vizi, l'originalità. Questo legame si è andato logorando nel senso comune, a mio avviso fin dal periodo di Enrico Berlinguer (del primo Berlinguer, osserva Aldo Tortorella), e occorrerebbe anzitutto dirsi se sia dovuto a un mutamento epocale del capitalismo, e quindi della composizione sociale del paese, o se si tratta d'una tormentata vicenda della soggettività dopo le sbandate e i crolli dei `comunismi reali'. Nel primo caso lo spostarsi dei Ds verso il centro avrebbe una `oggettività' nel venire a fine del dualismo fra capitale e lavoro; nel secondo caso la sparizione dell'area comunista, che Rifondazione e Comunisti italiani non riescono a coprire, segnalerebbe un clamoroso vuoto. In altre parole, senza una sinistra forte e in grado di pesare, dal governo o dall'opposizione, una quota non piccola dell'Italia non sarebbe rappresentata. E questo spiegherebbe sia la presenza dei movimenti sia l'ampiezza di quel 15/20% che non ha votato il Listone.
È una domanda cui non si risponde con dichiarazioni di principio ma con un'analisi ravvicinata dell'Italia del 2004 e nell'attuale contesto internazionale (tenendo presente l'avviso gramsciano che la presenza o l'assenza di una interpretazione e proposta politica è parte del paesaggio analizzato). Le teorizzazioni della destra liberale e di parte della sinistra estrema sono andate per un certo periodo nello stesso senso: con la fine del proletariato della grande industria e con il lavoro immateriale che ne avrebbe preso il posto, non sarebbero percorribili le vie del conflitto sociale del Novecento. Esce di scena Cipputi, per la destra resta il consumatore e per la sinistra una moltitudine in movimento - dal pacifismo alla protesta territoriale - mentre sarebbe residuale l'iniziativa sindacale, per esempio, della Fiom. Tuttavia l'influenza di queste teorizzazioni si è affievolita. E l'ampiezza del voto `non utile', sconosciuta in altri paesi, indica un bacino di soggettività non pacificata, un bisogno di politica conflittuale non rassegnato. Sotto questo profilo l'americanizzazione della società non ha ancora vinto. E dice della necessità di tentare una lettura di medio termine delle tendenze, cessando di trastullarsi con il frammento e l'effimero caro alla postmodernità. Siamo anche a un passaggio culturale.
È possibile che il bisogno di sinistra si coaguli in una tesi e una soggettività politica? E basandosi su che e su chi? Che stenti ad annodarsi una ricerca e un dialogo fra Rifondazione e Pdci e i protagonisti di movimento, non è possibile imputare a una cattiva volontà dei dirigenti. Il contenzioso fra Rc e Pdci è antico, si è manifestato proprio a proposito del centro-sinistra, la comune provenienza dal Pci vi ha aggiunto l'asprezza delle divergenze fra ex fratelli. È mancata ad ambedue una elaborazione del lutto del socialismo `reale', né possono sostituirla, anzi, le dichiarazioni di continuità o discontinuità, fedeltà o esecrazione. Quanto ai movimenti è loro costitutivo il sospetto per la politica-politica, la determinazione a non delegare e non essere delegati. Un vero dialogo o una proposta di respiro non si costruisce attorno a un tavolo in vista di un accordo elettorale, inerente di regola più al `come vincere' che al `che cosa fare' (il `come', preso sul serio, investirebbe questioni di fondo come la forma partito non meno che i problemi della `non forma'). Né basta la partecipazione al tavolo, sulla quale insiste Bertinotti, dei soggetti di movimento o sindacali: se un processo di rifusione non si fa per sommatoria delle sigle esistenti, non avviene neanche sommandovi questa o quella esperienza a loro esterna. Si forma tentando una o più linee di analisi del presente, delle tendenze e dello sbocco da perseguire, presentandole al confronto, scegliendo e assumendo o gettando e rifiutando. Un'interpretazione o un progetto non sono l'amichevole affiancarsi di relativismi culturali.
Sull'analisi del presente le posizioni non sono vicine. Non c'è un giudizio comune sulle tendenze internazionali dopo la fine dell'equilibrio del terrore e la caduta dell'Urss; né sulla natura dei neocons nella società statunitense (incidente o tendenza di lunga durata?) né sulla contraddizione che hanno prodotto nell'Occidente `atlantico', né sul ruolo possibile delle Nazioni Unite, né sulla natura delle resistenze all'aggressione imperiale nel Medio Oriente. Il rifiuto della guerra non ha impedito la guerra anche perché un approfondimento del discorso, che preciserebbe il rapporto di forze, non si è fatto. Alla stessa stregua sembra approssimativa la tesi, avanzata soprattutto da «Le Monde Diplomatique» ma da molti condivisa, d'una crisi ormai consumata del liberismo: sono finiti i trionfalismi sulla `fine della storia', le contraddizioni che il liberismo incontra sono molte, ma l'iniziativa resta sua. Ed è appena nominabile la questione che qui ha lasciato il secolo XX; se il capitalismo sia superabile, se sia augurabile superarlo, se il conflitto non induce sempre a una eterogenesi dei fini - temi che la discussione su violenza e non violenza ha sfiorato e dai quali si è subito ritratta.
Eppure né un consuntivo di questioni che si trascinano ormai dal 1989, né una mappatura delle caratteristiche e delle tendenze del paesaggio del 2004 sarebbero impossibili. Neppure si capisce come mai la sinistra non si muova che per segmenti senza rendersi conto che non si batterà l'ondata liberista se non con una visione d'insieme adeguata e opposta alla sua. Alcune discriminanti sono patenti. In tema di guerra non solo il suo rifiuto di principio, ma una lettura del perché essa si è ripresentata, che cosa segnala del potere imperiale o imperialistico, che cosa implica per l'Europa, perché la resistenza alla New Strategy è affidata ai movimenti d'opinione o ad alcuni Stati nazionali più che non abbia mobilitato la sinistra. Che cosa frena le sinistre? Un governo di centro-sinistra proporrebbe o no, con la nettezza e rapidità della Spagna, un ritiro dall'Iraq e che cosa contrapporrebbe a breve e a medio termine all'azione militare? Il Progetto di trattato costituzionale europeo è straordinariamente laconico al riguardo. Non meno maturo sarebbe un ragionamento aggiornato sulle forme politiche della democrazia, dovunque in crisi di partecipazione; inutile se no piangere sull'astensionismo. Ma questo punto si collega a quello del modello sociale, che le tesi liberiste azzerano, facendo del lavoratore una delle merci sul mercato: è sotto il profilo dello spessore democratico, oltre che della sussistenza nuda e cruda del singolo, che si misurano la precarietà, la marginalità, la disoccupazione o la condizione di disoccupato. È un problema di cui vergognosamente tace il Progetto di Costituzione europea, mentre le pratiche della Commissione negano ogni difesa dei salari e consentono, se addirittura non suggeriscono, che lo stesso lavoro per lo stesso padrone sia compensato diversamente nei diversi paesi del continente. Sarebbe preliminare per una proposta della sinistra una concertazione fra sindacati europei, che difenda i lavoratori dell'Est; l'assunzione della strada di Zapatero contro il precariato che demolisce ogni progettualità dell'individuo e ne distrugge la possibilità di organizzazione. E si affaccia con prepotenza la questione di una crescita industriale; ma allora come e quale, oppure no, come dicono molti movimenti; ma se no, quale modello di aumento dell'occupazione, quale occupazione, con quali regole? Non si può ignorare che le sinistre in questo sono divise. I socialisti francesi propongono dei parametri di difesa sociale non meno vincolanti di quelli monetari 3. Ma essi esigono un intervento politico, dello Stato, quale Stato? Non mi dilungo su quello che sarebbe un lavoro urgente e di gruppo, preliminare a ogni proposta di ogni sinistra che voglia chiamarsi tale, e che nessuna sinistra affronta mai.
Senza questo lavoro come si potrà andare a un programma di coalizione per battere la Casa delle Libertà? La questione si presenterà subito dopo l'estate per l'imminenza delle regionali, che difficilmente il governo riuscirà a rimandare e accorpare alle legislative del 2006 come vorrebbe. Nessun varco legislativo glielo permette. E se sul piano locale - dove non si presentano i due scogli maggiori, la collocazione internazionale e la scelta del modello sociale - un accordo fra centro-sinistra e sinistre è più semplice; per le legislative la mediazione, necessaria per vincere, non sarà agevole. Divise come sono su questioni di fondo, sinistre e moderati potranno trovare priorità comuni a condizione che le reciproche identità siano consolidate. Non possono spendere altro tempo senza prendere il toro per le corna.


note:
1  Cfr. di R. Rossanda, Il manifesto di Prodi. Il sogno e la realtà , «la rivista del manifesto», 45, dicembre 2003 (NdRM).
2  Il Progetto Penelope è il progetto di Costituzione europea commissionato da Romano Prodi a un gruppo di esperti e presentato alla Commissione europea nel dicembre 2003 (NdRM).
3  Il riferimento è all'appello lanciato - il 9 giugno - da Stéphane Hessel, Pierre Larrouturou e Michel Rocard per un'integrazione sociale del Trattato costituzionale europeo approvato dal Consiglio d'Europa il 17 e 18 giugno a Bruxelles (cfr. «Le Monde», 9 giugno 2004), pubblicato in questo numero della «rivista» alle pp. 40-42 (NdRM).


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