Il voto della Nuova Europa
UN FALLIMENTO POLITICO
Gian Paolo Caselli
Il fallimento politico delle elezioni a Est
Le elezioni europee che si sono tenute pochi giorni fa sono state il più grande esperimento di democrazia transnazionale nella storia, un esperimento che ha interessato 350 milioni di votanti in un blocco geografico di venticinque Stati, che hanno eletto un Parlamento europeo di 732 membri.
Si è celebrato in questa occasione il venticinquesimo anniversario delle elezioni europee, iniziate nel 1979, ed è stata la prima volta che i dieci nuovi membri dell'Unione hanno votato per l'Assemblea di Strasburgo. Ma, invece che una grande celebrazione per la moneta unica, per l'allargamento a Est e per la scrittura della nuova Costituzione europea, i risultati delle elezioni hanno mostrato una grande stanchezza dei cittadini europei per la costruzione europea e un generale sentimento di apatia, disinteresse, se non rabbia, che mette in discussione la continuazione e la stessa esistenza di questo progetto, rendendo visibile una nuova frattura politica, che va al di là della tradizionale divisione destra-sinistra, quella fra `pro-europei' e `anti-europei'.
Lo scontento per il modo in cui è governata l'Unione è molto diverso nei vari paesi, con una grande frattura tra i vecchi membri dell'Unione nell'Ovest ed i nuovi membri nell'Est. L'insoddisfazione nei paesi dell'Ovest nei confronti del recente allargamento si concentra sulla presunta ondata di immigrazione e sul timore che le risorse finanziarie del bilancio comunitario verranno dirottati verso i nuovi aderenti dell'Est: per questo nell'Ovest ha in parte dominato il discorso politico degli euroscettici. Ad Est, invece, gli euroscettici hanno sottolineato di considerarsi cittadini europei di seconda classe, di temere di perdere la loro sovranità nazionale, di non voler diventare una colonia economica tedesca.
Non è difficile comprendere tale sentimento di espropriazione della sovranità nazionale e di scarsa rilevanza nell'Unione, se si ricordano i provvedimenti dei vari Stati della vecchia Europa, che in modo diverso hanno regolamentato la libertà di movimento dei cittadini dell'Est Europa: ad esempio, non più tardi di tre mesi fa l'Inghilterra, che fino ad allora non lo aveva fatto, ha posto nuove restrizioni all'entrata dei cittadini provenienti dall'Est. Nello stesso tempo primi ministri come Schröder e Blair stanno richiedendo che il bilancio comunitario sia ridotto a non più dell'1% del prodotto interno lordo dell'Unione, lasciando intravedere che i trasferimenti all'Est non solo non aumenteranno, ma potrebbero diminuire, dato il basso tasso di crescita delle economie europee.
Con tali premesse, tutte le previsioni erano concordi nell'attendersi una bassa partecipazione al voto e un voto punitivo nei confronti dei governi in carica, ma il risultato è stato peggiore di ogni aspettativa: degli otto nuovi membri dell'Europa centro-orientale solo la Lituania ha avuto una partecipazione sopra la media europea, risultato probabilmente dovuto alla coincidenza fra elezioni europee e presidenziali, mentre la Slovacchia ha raggiunto la percentuale più bassa con il 16,7% degli aventi diritto. Complessivamente la partecipazione al voto nei nuovi dieci paesi entranti è stata del 26% contro una media europea del 46%.
In molti paesi dell'Europa dell'Est i votanti hanno punito i governi in carica, causando la probabile caduta del governo di centro-sinistra nella Repubblica ceca, mentre in Polonia il governo ad interim dell'economista Marek Belka non si è ancora dimesso solamente perché non è stata ancora fissata la data delle elezioni. In Ungheria i votanti hanno punito il governo del primo ministro Peter Meggyessy, dando la vittoria al principale partito di destra, mentre nella Repubblica ceca il Partito comunista - che è all'opposizione del governo guidato dal partito socialdemocratico - ha guadagnato il 20% dei voti con una piattaforma elettorale anti-europea. In Slovacchia il voto ha premiato invece il governo di centro-destra, anche se con la più bassa partecipazione al voto di tutta l'Unione. In Estonia, poi, gli elettori hanno votato a favore di un partito di centro-sinistra all'opposizione del governo di centro-destra, e in Lettonia ed in Slovenia - all'opposto - gli elettori hanno dato la vittoria a partiti di centro-destra per dare una lezione politica ai governi di centro-sinistra. In Lituania il vincitore è un nuovo partito di centro-sinistra, finanziato da un miliardario lituano, russo di nascita, che è stato favorito dagli scandali che hanno coinvolto il presidente Ronaldas Paksas.
Se la bassa partecipazione al voto è la spia più importante dello scontento generalizzato delle popolazioni est-europee nei confronti dell'Unione europea, l'altra spia di questa insoddisfazione è l'affermazione elettorale di partiti e movimenti euroscettici, se non apertamente anti-europei.
Il fenomeno è comune a tutta l'Europa. Basti pensare all'affermazione in Inghilterra dell'Indipendence Party o del Movimento di giugno in Svezia, ma nell'Est-Europa questi movimenti hanno fatto breccia soprattutto in Polonia e nella Repubblica ceca. I più noti di essi sono il Partito dell'autodifesa polacca (Samoobrona ) di Andrzej Lepper e la Lega cattolica delle famiglie polacche, che insieme hanno riportato il 29% nel voto europeo, mentre nella Repubblica ceca il più antieuropeo dei partiti, il Partito comunista, ha raggiunto il 20% dei voti aggiudicandosi così 20 seggi sui 54 seggi assegnati alla Polonia. Ma in generale anche le posizioni degli altri partiti non apertamente anti-europei o euroscettici esprimono grande preoccupazione per la sovranità nazionale e per i problemi economici che l'integrazione europea sembra comportare, consapevoli della distanza che li separa dal benessere della Old Europe, e che ragionevolmente non verrà colmata in breve tempo.
Gli euroscettici dell'Est-Europa, uniti a quelli dell'Europa a quindici non avranno più del 10% dei seggi del nuovo Parlamento europeo e quindi non saranno di per sé una forza politica che possa mettere in discussione il processo di costruzione europea, ma potranno, alleandosi con forze di centro, rallentarlo, paralizzarlo e portare la costruzione europea in una posizione di stallo; non si deve dimenticare che la Costituzione europea dovrà essere sottoposta a referendum in molti paesi dell'Unione e che una sua bocciatura potrebbe rappresentare un momento decisivo per la continuazione dell'esperimento europeo.
L'allargamento: un progetto nato su premesse sbagliate
Il progetto di allargamento all'Est dell'Unione soffre di due distorsioni fondamentali: la prima, comune a tutta l'Unione, è l'impianto neoliberista del progetto, mentre l'altra prende corpo in un atteggiamento politico, che ha visto l'allargamento ad Est in chiave antirussa, con un retro-pensiero da guerra fredda, che impedisce di organizzare una strategia politica ed economica europea nei confronti della Federazione russa. Dal punto di vista politico, l'allargamento ad Est - insieme all'allargamento della Nato - è stato scelto come un mezzo per controllare un paese poco affidabile e con precedenti per così dire poco raccomandabili come la Russia post-sovietica. Questo ha incontrato il favore di paesi come la Polonia e le Repubbliche baltiche, che storicamente sono sempre vissuti nella paura dell'espansione russa e di quella tedesca: e che quindi hanno dato il tono politico di fondo al processo di allargamento, anche se la musica ufficialmente suonata era quella della ricomposizione della frattura storica fra le realtà a Est e ad Ovest dell'Europa.
Ora che l'ombra dell'orso russo appare più lontana e meno minacciosa, i polacchi, i cechi, le Repubbliche baltiche si rendono conto che il pericolo di una dipendenza economica dalla Germania diventa sempre più reale. Rinascono, così, sentimenti antitedeschi mai sopiti, ma che nell'euforia post-Ottantanove si erano affievoliti; in più la dipendenza reale dal petrolio e dal gas russo sembra riportare i polacchi a un bagno di realtà da cui, nella loro tradizione, tendono sempre a sottrarsi.
I paesi dell'Est Europa si rendono conto oggi, dopo la serie innumerevole di esami a cui sono stati sottoposti per entrare nell'Unione, della loro debolezza economica all'interno della costruzione europea e di essere la periferia dell'Unione sia in termini economici che politici; gli esami poi non sono finiti e l'adozione dell'euro comporterà notevoli sacrifici dal punto di vista economico. Alla frustrazione politica si aggiunge quindi una ben più pesante frustrazione e delusione economica, che è palpabile in tutti questi paesi.
I paesi dell'Est Europa, Polonia in testa, hanno affrontato quella che più che `transizione' sarebbe più giusto chiamare `grande trasformazione' con attese enormi di rapido miglioramento del tenore di vita. Le aspettative erano molto alte e per niente realistiche, e venivano continuamente alimentate dai discorsi ufficiali, che - per far accettare le conseguenze non conosciute di un vero e proprio salto nel buio - affermavano che i problemi economici sarebbero stati di breve durata e poi si sarebbero aperte prospettive radiose. Dopo circa quindici anni dall'inizio della `transizione' i risultati economici per Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovenia dal punto di vista della crescita del reddito, dopo la terribile crisi iniziale durata da due a tre anni, non sono stati per niente deludenti; ma, nello stesso tempo, risultavano molto lontani dalle aspettative iniziali. Per di più, vi sono stati coloro che hanno guadagnato molto e coloro che hanno perso molto nella `grande trasformazione': e coloro che hanno perso si sono trovati in situazioni drammatiche di vita, che non si aspettavano. Il reale problema è che il prossimo futuro non lascia intravedere una tendenza al miglioramento rispetto agli andamenti passati.
Immaginare che queste delusioni non si scaricassero nel processo elettorale europeo era un atteggiamento ingenuo. Il problema vero che il risultato est-europeo pone alle classi dirigenti europee è un ripensamento di tutto il processo di allargamento dell'Unione: non è forse stato fatto tutto troppo in fretta, non tenendo conto delle reali condizioni economiche e politiche di questi paesi, appesantendo i meccanismi di decisione dell'Unione, già molto complessi? Non sarebbe stato preferibile per i dieci paesi essere associati all'avventura europea in modo diverso e politicamente meno impegnativo?
Non solo il meccanismo di allargamento dell'Unione va ripensato, ma - dal momento che l'insoddisfazione per la costruzione europea si è manifestata, in modo diverso, in tutti i paesi - all'ordine del giorno è lo stesso senso economico e politico dell'Unione europea. Creato ormai un unico mercato a dimensione continentale, con una moneta che nei fatti ha acquistato lo status di moneta internazionale, espressione di una grande area economica allo stesso modo del dollaro e dello yen, è evidente che una condizione necessaria se non sufficiente è che l'Unione aumenti il tasso di crescita del proprio sistema economico e diventi un motore di sviluppo per tutta l'Europa dell'Est e i paesi mediterranei. Per poter fare questo occorre che venga rivisto tutto l'impianto neoliberista della costruzione economica europea, dal ruolo della Banca centrale europea, ai parametri di Maastricht sulla spesa pubblica, al problema pensionistico, affrontato fino ad ora in chiave puramente contabile. Tutto questo è molto difficile, ma è altrettanto difficile continuare la costruzione europea all'interno del quadro concettuale con il quale è stata iniziata da metà degli anni ottanta, che è ormai è diventato una camicia troppo stretta per una Europa che voglia giocare un ruolo importante e autonomo nello scacchiere mondiale.
Gian Paolo Caselli insegna nelle Università di Modena e Reggio Emilia.