L'umiliazione della tortura
L'INCAPPUCCIATO
Ingrao Pietro
Che è, che dice questa vicenda di prigionieri iracheni che si contorcono, sottoposti a forme particolari di pressione affinché diano le informazioni necessarie, rispondano alle domande cogenti dell'esercito straniero che è venuto a liberare dal tiranno il loro Paese? Perché questo accaduto ci allarma e muove giornali e televisioni di tutto il pianeta? E chiama a rispondere capi militari e politici di così alto prestigio?
Forse perché ci appare una violenza inutile visto che quegli arabi sono già nelle mani del nemico? E la seconda guerra irachena oramai è già vinta e a questo punto è inutile che si forzi la mano?
O per il ricordo fastidioso di altri orrori, e oggi vogliamo invece che nelle nuove guerre dell'Impero occidentale capi e soldati vestano il manto immacolato dei giusti e senza macchia?
Sì, ci sono tutte queste ragioni. E si comprende anche il fastidio di governi e governanti di grande autorità che si ribellano, e ricordano ai facili censori come non si possa pensare di risolvere le astruse controversie su un globo dove si muovono miliardi di esseri umani al riparo dagli errori transeunti di qualche balordo sergente o imprudente capitano di compagnia.
E tuttavia nessuna - proprio nessuna - di queste ragioni basta a reggere, a rispondere all'emozione che la vicenda di Abu Ghraib sta scatenando, e il turbamento (si potrebbe dire: il ghiaccio), che fa calare sugli animi.
La vicenda di Abu Ghraib non è nemmeno la violenza irrevocabile della morte, che segna passo passo il cammino delle guerre. È altro, è diverso. È l'umiliazione della persona .
Non chiede (o almeno non chiede ancora) la morte del prigioniero. Più che il suo pianto domanda la sua umiliazione, il suo stravolgimento. Intanto lo mette nudo: cioè non solo assolutamente disarmato nella sua nudità, ma leso nelle radici profonde del suo intimo.
Non solo cieco, ma insaccato, coperto (mutilato) nella testa: che non veda gli altri, e sia visto senza vederci. Non solo colpito nella sua libertà, ferito nella sua carne, ma stravolto in quel flusso trascinante - e così intimo e così perentorio - che è la sua sessualità. Violato o deviato non importa: deformato in quel profondo del sentire umano che è così complicato nel suo accendersi o improvvisamente consumarsi o mutare.
Così quei prigionieri di Abu Ghraib vengono spogliati del loro sentire profondo, e trascinati in una relazione falsificata e falsificante. Ecco - dice chi comanda - io posso manovrarti nel tuo sentire: e anche ridere vedendo come ti contorci: cioè come ti avvoltoli nell'incapacità di essere il vero te stesso. E lo sbirro aguzzino sembra dire (e dimostrare corposamente): vedi, dunque, come sei davvero mio prigioniero: non solo nel tuo moto esteriore, o nella fame, o nella sete, ma nel mio potere di rimuginarti nelle viscere del tuo sentire, e al di là dello spavento e del rischio di morte.
E in fondo qui è la vetta più alta - e più vera - della tortura: cancellare, dimenticare l'essere umano che si ha di fronte, e usarlo come un singolare mix di materia manipolabile, pur essendo nato come esistenza specifica e inimitabile. Di fatto il torturatore ha bisogno del prigioniero per trascinarlo in questa trasmigrazione.
Mi scuso se vado a un ricordo lontanissimo e inadeguato. Io - nella mia esperienza di lotta clandestina antifascista - ebbi la grande fortuna di non cadere nelle manette della polizia. Ricordo però quanto - in me, e in altri con cui combattevo insieme - fosse grande la paura (quasi più che di morire) di cadere nelle mani degli sbirri, e di cedere, sì, alla tortura (in quei luoghi terribili che a Roma si chiamavano via Tasso, o Pensione Iaccarino, Pensione d'Oltremare):e di svelare nomi o recapiti o rifugi di compagni combattenti, e di esporli a una pena che era più della morte.
La tortura fa orrore perché lavora per la disintegrazione del soggetto umano vivente, e punta a condurlo a quel ciglio dove esso o cede e si asservisce o si disintegra nell'allucinazione: perde la sua identità storico-sociale. Salvo aggrapparsi disperatamente all'istinto di conservazione e salvezza tentando, sognando una fuga. La prigione diventa il cerchio di fuoco da scavalcare; e la guerriglia il disordine armato che tenta di rompere l'occupazione della terra e delle persone. E gli esseri invasi, i dominati, i torturati - attuali o potenziali - sono trascinati a consegnarsi alla guerriglia o al terrorismo.
Chi sono quei torturati? Perché combattevano? E come, dove sono finiti in prigione?
Noi, qui, da lontano non lo sapremo mai. Non conosceremo nessuno - o quasi - dei loro nomi: e nulla o quasi della loro passione politica: delle loro colpe se ne hanno, di ciò che li condusse a quella terribile prigione. Conosciamo solo alcune sagome nude e contorte stampate su una pagina di giornale. Di nessuno vedremo, sia pure per un istante, il lampo degli occhi. Sono soltanto sagome contorte nella sofferenza. E difatti chi li aveva denudati e aveva chiusi gli occhi loro nel cappuccio questo voleva: che si adattassero ad ubbidire: nelle mani del nemico.
E ancora adesso vengono esposti al mondo solo come nudo soffrire: senza storia.
E alla fine ci sentiremo paghi se quegli accecati, la testa ora insaccata in tela scura, entreranno in un tribunale coperti di un lungo camice bianco e - forse - libere le mani dalle manette. Sì: ci sentiremo paghi e uomini giusti. E presto impallidirà il lampo della nostra indignazione.
Intanto - ricordate quella celebre frase? - la guerra continua: ora che ha assunto un volto nuovo e ha squadernato la sua capacità di iniziativa: anzi di prevenzione. E Rumsfeld - ci assicura il comandante supremo - ha fatto un «lavoro superbo». Aprite la pagina del giornale che avete comprato in edicola. E dinanzi ai vostri occhi stanno tutti e due. L'uomo dal volto asciutto e ben rasato, assorto nel suo alto e difficile compito di tutela del mondo dal Male e la figura nuda e senza sguardo, il volto e lo sguardo cancellati da uno scuro cappuccio, il ventre piegato sino alle gambe serrate a nascondere quelle che - quand'ero ragazzo - il maestro di scuola talvolta, nel linguaggio pudico di rito, chiamava le `vergogne'.
Ma non dovete avere troppo timore: presto forse quell'essere incappucciato e contorto tornerà a godere le meraviglie della luce nelle gabbie ariose che guardano l'incontaminato cielo caraibico di Guantanamo. (p.i.)
P.S. È mattina. Apro i giornali. leggo che un americano, Nick Berg, figlio di Michael, abitante a West Chester, località vicino a Filadelfia, è stato sgozzato da un gruppo affiliato al Al Quaeda: per vendetta sulle torture compiute nelle carceri di Abu Ghraib. E sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo si vede la scena: Nick è seduto per terra; alle sue spalle stanno cinque uomini in piedi, incappucciati e avvolti in una tuta scura.
Il prigioniero è accosciato per terra, lo sguardo nel vuoto.
Poi una delle figure in piedi, in nero, l'afferra per il capo, e nella penultima foto Nick Berg si vede come stesse crollando a terra su un fianco. Infine si scorge la sua testa mozza, afferrata per i capelli e levata in alto dagli irakeni come trofeo.
È vero dunque: i morti chiamano i morti. E noi nemmeno sappiamo prevedere quando il massacro finirà. E quando gli aggrediti e gli uomini di pace potranno e sapranno trovare una via che isoli e fermi gli aggressori.