Sharon e Hamas
IL TERRORE COME POLITICA
Michele Giorgio
Le ultime settimane hanno visto Hamas raggiungere traguardi di eccezionale significato politico nei Territori occupati palestinesi. Diversi eventi hanno contribuito ai successi del movimento islamico: a. l'assassinio compiuto il 22 marzo da elicotteri israeliani del fondatore e leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, ha ulteriormente accresciuto la popolarità di cui gli islamisti radicali già godevano tra i palestinesi; b. il clamoroso rinvio del vertice della Lega araba, previsto a fine marzo a Tunisi - e durante il quale i leader della regione avrebbero dovuto, tra i vari punti in agenda, prendere in esame anche una risoluzione di dura condanna di Israele per l'assassinio di Yassin; c. l'approvazione, data a metà aprile dal presidente americano George Bush al cosiddetto `Piano di disimpegno' del premier israeliano Sharon, che - oltre all'evacuazione delle colonie ebraiche nella Striscia di Gaza - prevede anche l'annessione di `blocchi' di insediamenti colonici in Cisgiordania e, di conseguenza, di ampie porzioni di terra palestinese allo Stato ebraico; d. l'avvio di negoziati volti a dare a Gaza nel dopo-Israele una amministrazione aperta a tutte le forze politiche palestinesi, incluse quelle islamiche; e. infine, l'assassinio immediato - e barbaro - di Rantisi, il nuovo leader di Hamas succeduto a Yassin, intervenuto mentre in questa organizzazione era in corso una discussione sulla direzione da prendere. Tutto è andato nella direzione voluta da Hamas, che se da un lato in poche settimane ha perduto il suo leader carismatico e il suo successore, dall'altro ha visto i suoi dirigenti persuadere con maggiore facilità ampi settori dell'opinione pubblica palestinese che i fatti sul terreno `provano' la validità della linea intransigente e della lotta armata tenuta sino ad oggi dal movimento islamico.
«L'allenza sempre più stretta di Stati Uniti e Israele ha detto in particolare ai palestinesi che Washington non svolgerà mai una mediazione imparziale. In generale ha contribuito a convincere molti qui, nei Territori occupati, che il negoziato con il premier israeliano Sharon è impossibile e che l'unica strada rimane quella della lotta armata», ha spiegato l'analista politico e islamista moderato, Ghazi Hamad. A pagare le conseguenze dirette del sostegno garantito da Bush al piano di Sharon, è stata l'Autorità nazionale (Anp) di Yasser Arafat che, ha spiegato Hamad, continua a sostenere un negoziato con Israele che i palestinesi invece non ritengono più credibile, almeno per i prossimi anni. Un sondaggio - svolto a febbraio dal Centro palestinese per le ricerche politiche e sociali e reso noto all'inizio di aprile - ha rivelato che una parte consistente di palestinesi preferirebbe che ad avviare negoziati con Israele fosse proprio Hamas. L'86% degli intervistati ritiene inoltre «di non poter contare sugli Stati arabi per un aiuto a recuperare i propri diritti». Due terzi degli stessi palestinesi pensano che il ritiro di Israele da Gaza sia stato deciso a causa della «resistenza armata» guidata da Hamas, anche se per il 61% ritiene che «Sharon non fa sul serio e non effettuerà il ritiro». In caso dovesse esserci, tuttavia, ad un 58% che affida alla Autorità nazionale di Arafat il compito di negoziare con Israele, si contrappone un 41% che vorrebbe che a condurre le trattative fosse appunto Hamas.
Del resto, una chiara indicazione del desiderio della popolazione dei Territori occupati di un maggiore coinvolgimento politico di Hamas si ebbe già nei colloqui che le varie fazioni palestinesi tennero al Cairo dal 4 all'8 dicembre scorso. In quell'occasione non fu raggiunto l'accordo mediato dall'Egitto per la cessazione di attacchi suicidi contro gli israeliani, ma Hamas affermò il rifiuto di arrivare a uno scontro con l'Autorità nazionale e la volontà di porsi come interlocutore diretto in eventuali futuri negoziati con Israele. Qualcuno ipotizzò anche che Hamas stesse tentando di avviare contatti con Washington, per proporsi come la reale e unica forza in grado di far cessare le violenze da parte palestinese. In cambio però della cessazione degli assassinii mirati da parte di Israele.
L'eliminazione dello sceicco Yassin ha fatto crollare ogni ipotesi di `compromesso' tra l'islamismo radicale e Israele o di una hudna (tregua islamica) che aveva sostenuto, almeno in certi periodi, proprio il fondatore di Hamas. Negli anni ottanta le autorità militari israeliane avevano consapevolmente favorito il radicarsi a Gaza (ma anche in Cisgiordania) dell'ideologia dei `Fratelli musulmani', l'organizzazione militante islamica nata nel 1929 in Egitto e diffusasi in tutto il Medio Oriente, allo scopo di contenere la popolarità dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), guidata da Arafat. «Come il presidente egiziano Anwan Sadat, che aveva incoraggiato lo sviluppo delle associazioni islamiche da usare contro la sinistra nel suo paese, molti ufficiali israeliani credevano che la crescita del fondamentalismo a Gaza avrebbe indebolito il potere dell'Olp. Il destino di Sadat fu quello di morire per mano di coloro ai quali aveva consentito di agire liberamente; e ora sta accadendo la stessa cosa a Gaza nel caso del movimento islamico (palestinese), che si sta dimostrando una forza ben organizzata e radicata nel territorio. È stata smentita così l'idea di coloro che credevano di poter indirizzare verso la tradizione e la conservazione la rinascita islamica (nei Territori occupati, Nda)», scrissero i noti giornalisti israeliani Zeev Schiff e Ehud Yaari in un libro del 1989, che analizzava le cause e lo sviluppo della prima Intifada palestinese (1987-93).
Schiff e Yaari non mancarono inoltre di sottolineare che Israele ha permesso la crescita, tra l'inizio dell'occupazione militare nel 1967 e l'inizio dell'Intifada nel 1987, del numero delle moschee a Gaza e in Cisgiordania. Senza contare i permessi concessi a numerosi istituti di carità islamici, che svolgevano in realtà opera di proselitismo politico e religioso. Anche oggi il ruolo di Israele si sta rivelando fondamentale per la crescita di Hamas. I colpi devastanti inferti dell'esercito di Sharon all'Autorità nazionale e gli assassinii mirati di dirigenti islamici sono stati, infatti, determinanti nel favorire la crescita di Hamas fino a farlo diventare, almeno nella Striscia di Gaza, la forza politica di maggioranza a danno di Al-Fatah e delle altre formazioni laiche palestinesi che, sia pure con toni diversi, continuano a credere che l'unica soluzione possibile del conflitto sia un compromesso territoriale con Israele e la nascita di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e Gaza, con capitale il settore arabo (Est) di Gerusalemme, sotto occupazione dal 1967.
Gli `assassinii mirati' compiuti da Israele peraltro hanno eliminato da Hamas esponenti che, almeno rispetto ad altri, non escludevano la possibilità di intese `politiche', anche se `temporanee' con il `nemico'. Lo sceicco Yassin aveva certamente avallato attacchi suicidi, che hanno causato la morte di centinaia di civili israeliani, e non aveva mai offerto il riconoscimento del diritto ad esistere dello Stato ebraico in quella che considerava `terra islamica'. Allo stesso tempo, il fondantore di Hamas spesso accompagnava ai proclami di guerra, dichiarazioni più pragmatiche. A differenza del suo successore nella leadership del movimento islamico a Gaza, Abdel Aziz Rantisi - anch'egli successivamente assassinato -, che sosteneva apertamente la continuazione di attacchi armati e attentati, anche in Israele. All'inizio di marzo, qualche giorno prima del suo assassinio, Yassin aveva affermato in due interviste che Hamas si sarebbe impegnato a non tentare alcun colpo di mano per assumere il controllo di Gaza, una volta che i coloni e i soldati israeliani la avessero davvero abbandonata, ma al tempo stesso preparava un `piano' su come amministrarla nel dopo Israele. «Dobbiamo sottoscrivere fin d'ora un `Patto d'onore', che stabilisca direttive accettabili per tutte le fazioni della resistenza», aveva proposto Yassin, parlando ai giornalisti di una rete televisiva araba. «Scopo di questo `Patto d'onore' - aveva spiegato - è di impedire qualsiasi lotta fratricida» in seguito al ritiro israeliano. Per consentire il ridispiegamento, aveva proseguito, Hamas sarebbe stato disposto a sospendere le azioni militari «per un certo lasso di tempo». In un'altra intervista, al quotidiano di Gerusalemme Est «Al-Quds», Yassin aveva assicurato il suo sostegno ai colloqui tra le fazioni palestinesi. «Non abbiamo preso ancora decisioni - disse -. Stiamo studiando, assorbendo il materiale. Abbiamo preso nota di tutte le posizioni. Nulla comunque accadrà fino a quando i sionisti (gli israeliani, Nda) non si saranno davvero ritirati.» A gennaio invece il leader di Hamas aprì uno spiraglio ad un compromesso con Israele. Si disse disposto «a lasciare alla storia» il compito di decidere il futuro dello Stato di Israele.
Lo sceicco affermò che Hamas, in cambio della costituzione di uno Stato palestinese «provvisorio» in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, potrebbe accettare una «pace temporanea» con Israele. Fu un'affermazione volutamente vaga, che lasciò lo spazio a interpretazioni diverse. Qualcuno commentò che in questo modo Hamas si era rassegnato all'esistenza di Israele.
Yassin, in ogni caso, chiarì che, anche dopo la creazione di uno Stato palestinese, il suo movimento non sarebbe stato disposto a riconoscere «l'altro Stato (Israele, Nda) che si trova in Palestina». E precisò che le condizioni di Hamas per una tregua erano «la fine dell'occupazione nei Territori, lo sgombero degli insediamenti ebraici e il ritorno dei profughi palestinesi del 1948 alle loro case e terre in Israele».
Il `pragmatismo', sia pure ambiguo, di Yassin è stato fatto a pezzi dagli elicotteri israeliani la mattina del 22 marzo a Gaza. Rimangono intatte invece le voci intransigenti, più militanti, di un movimento islamico che è ben consapevole della sua forza e popolarità, non solo nei Territori occupati, e che non accetta più di essere subalterno all'Autorità nazionale. «Gli accordi di Oslo sono morti. Quando i sionisti andranno via da Gaza ci troveremo in una terra `liberata', che richiederà una amministrazione palestinese aperta a tutte le forze su di un piano di parità. Accetteremo di entrarvi solo se saremo parte del processo decisionale», ha avvertito Said Siam, uno dei dirigenti di Hamas smontando il piano di Arafat, volto a far entrare il movimento islamico nell'Autorità nazionale, senza però concedergli alcun potere reale.
La struttura di Hamas attualmente comprende una direzione all'estero - guidata dal suo nuovo leader supremo Khaled Mashaal - e un gruppo dirigente nei Territori occupati, di cui, oltre al nuovo leader a Gaza - la cui identità, dopo l'assassinio Abdel Aziz Rantisi, è stata tenuta segreta - fanno parte Mahmud al Zahar e Ismail Haniye, già direttore dell'ufficio dello sceicco Yassin. «Combatteremo, se necessario, fino a quando l'ultimo sionista avrà lasciato la nostra terra», aveva proclamato Rantisi appena dopo la sua nomina a leader nei Territori occupati. Rantisi aveva inoltre definito Bush «nemico di Dio, nemico dell'Islam e dei musulmani». Sostenendo che: «L'America ha dichiarato guerra a Dio. Sharon ha dichiarato guerra a Dio e Dio ha dichiarato guerra all'America, a Bush e a Sharon». Aveva poi accusato i leader arabi di debolezza per il rinvio del vertice di fine marzo. Dalla guerra di Sharon all'Intifada palestinese è emerso un Hamas ancora più intransigente, e consapevole della sua enorme influenza. Ma forse ciò fa parte della strategia di chi cerca di allargare l'incendio e non di risolvere il conflitto israelo-palestinese.