numero  50  maggio 2004 Sommario

La lunga depressione italiana

CORSA VERSO LA PERIFERIA
Roberto Tesi  

Economia nel pantano Dai cartelloni pubblicitari 6x3 che a decine di migliaia costeggiano le strade italiane, il volto taroccato di Silvio Berlusconi tenta di lanciare rassicuranti messaggi, soprattutto economici: meno tasse, più occupazione, pensioni più alte, grandi lavori pubblici (in migliaia di miliardi di lire, perché fanno più effetto dei totali espressi in euro) approvati. Quello che Berlusconi tenta di presentare è un bilancio trionfale dell'esecutivo, ma a meno di due mesi dalle elezioni europee e a quasi tre anni dall'inizio della sua esperienza di governo, il bilancio del secondo governo Berlusconi è deprimente, tanto che è stata lanciata l'idea di un choc fiscale per incentivare la domanda. E questo perché l'economia italiana sta vivendo la più lunga fase di depressione del dopoguerra (+0,4% e +0,3% la crescita del Pil rispettivamente nel 2002 e nel 2003, con un paio di trimestri di crescita sottozero) e le prospettive anche per il 2004 non sono entusiasmanti: il prodotto interno lordo dovrebbe crescere attorno all'uno per cento, aggravando lo stato dei conti pubblici e mettendo a rischio il rispetto dei parametri del Patto di stabilità e sviluppo. Di più: se la ripresa dovesse consolidarsi, come sembra, almeno per il 2004 a livello internazionale, c'è il rischio che un aumento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea - praticamente certo, in questa ipotesi - possa accrescere l'onere del debito pubblico italiano, che nei confronti del Pil seguita a stazionare da tre anni oltre la quota 106%.
Entro la fine del mese di aprile, il ministro dell'Economia dovrebbe aver presentato la `Trimestrale di cassa'. Come è accaduto già nel 2002 e nel 2003, la relazione sicuramente rivedrà le previsioni di contabilità nazionale e dei conti pubblici formulate in occasione della presentazione dei documenti di bilancio. Ovviamente i dati saranno rivisti al ribasso: minor crescita del Pil, maggior deficit e via dicendo. Ma, come negli anni passati, anche di questa relazione ci sarà poco da fidarsi, anche se, questa volta, Tremonti non potrà non tenere conto del fatto che tutti i maggiori organismi internazionali (ma anche i principali istituti di studi previsionali) hanno mandato a dire che le prospettive dell'economia italiana anche per il 2004 non sono favorevoli.
Il punto non è tanto nel superamento della barriera del 3% nel rapporto deficit/Pil, del quale la Commissione europea presieduta da Prodi si dice certa (prevedendo un rapporto al 3,2% e annunciando per questo quell'early warning che ha tanto dato fastidio a Tremonti) mentre il Fondo monetario è più ottimista e parla di un rapporto al 2,9%. Sarebbe banale far dipendere le prospettive e la bontà dei conti pubblici da uno -0,1% o da un +0,2% di differenza dal parametro di Maastricht. Anche in cifre assolute (euro rispetto al Pil), queste percentuali di `zero-virgola' rappresentano molto poco e in un paese normale sarebbero unicamente scostamenti statistici assolutamente accettabili. Negli Usa, ad esempio, le `revisioni' anche recenti del prodotto lordo - che hanno consentito di accertare come la recessione fosse iniziata 12 mesi prima delle Twin Towers - sono state molto ampie. Il problema vero è l'uso politico che si fa delle cifre per imporre politiche economiche clientelari, che altrimenti non sarebbero state possibili. Uso politico significa nascondere deliberatamente la verità, anche quando questa è sotto gli occhi di tutti. Dove per `tutti' va intesa soprattutto la comunità scientifica.
Ma occorre andare oltre le cifre. E questo significa che anche prendendo per buona l'ipotesi assolutamente ottimistica - che circola nei corridoi del ministero dell'Economia - di una crescita del Pil dell'1,4% nel 2004 e anche se il governo riuscisse a contenere l'indebitamento sotto la soglia del 3%, l'economia italiana rimarrebbe ugualmente impantanata in una fase di stagnazione, che non è solo il frutto di una congiuntura sfavorevole, ma la conseguenza di un lento declino che sta marginalizzando l'Italia.
Recentemente l'Istat ha diffuso i dati sul commercio estero dell'Italia nel 2003. Naturalmente niente di nuovo: la struttura dell'interscambio è quella tradizionale. Quello che emerge con chiarezza è che in un anno in ogni caso positivo per gli scambi mondiali (gli scambi sono cresciuti a prezzi costanti del 4%) la quota italiana risulta in flessione, anche se, almeno per ora, il saldo con i paesi extra Ue rimane positivo. Anche nel 2004 gli scambi mondiali di beni e servizi sono previsti in forte crescita: l'ultima previsione dell'Ocse ne indicava uno sviluppo di circa l'8%. La domanda è vivace un po' dappertutto, a cominciare dagli Stati Uniti e dall'Asia fino all'America Latina. Però in questo intensificarsi degli scambi commerciali l'Italia resta ai margini: l'industria italiana non è in grado di soddisfare una domanda (alta) di prodotti a elevato contenuto tecnologico e subisce la concorrenza (di prezzo) dei paesi emergenti in settori nei quali il made in Italy, grazie anche alle svalutazioni competitive, era abituato a dominare sui mercati.
Nelle statistiche Istat sull'interscambio commerciale c'è un dato estremamente significativo, che dovrebbe far riflettere: nel 2003 sono crollate di oltre il 15% le esportazioni di prodotti definiti `minerali non metalliferi'. Più banalmente significa che sono diminuite di quasi un sesto le esportazioni di maioliche, piastrelle, ceramiche e prodotti simili. E questo in una fase nella quale, in tutto il mondo, in conseguenza dello sgonfiamento della bolla speculativa dei mercati finanziari, si è verificata una forte ripresa dell'edilizia come bene rifugio, ma anche settore privilegiato di investimento per rilanciare la domanda interna. In questi prodotti, la qualità italiana è decisamente superiore a quella della concorrenza, anche se molti paesi producono con beni strumentali, cioè con tecnologie, made in Italy. La differenza la fanno i prezzi di produzione, in particolare quello del lavoro, decisamente più bassi nei paesi emergenti. Questo significa che l'Italia dovrà abbandonare le produzioni `a più basso livello' per concentrarsi su quelle a più alto valore aggiunto. Insomma, dovrà lasciare quote di mercato ad altri, come negli anni '50 e '60 altri paesi lasciarono all'Italia determinati prodotti.
Insomma, la concorrenza di prezzo può essere vinta puntando sull'innovazione tecnologica e su prodotti high tech sui quali l'Italia, però, è assolutamente scarsa e seguita a perdere quote. E il tutto si riflette in una perdita di quote nel commercio mondiale: quella italiana negli ultimi dieci anni si è ridotta di un terzo, proprio perché i prodotti italiani non appaiono in grado di soddisfare un domanda (l'unica elevata) di prodotti con alto contenuto tecnologico. Ovviamente alla base del declino c'è una politica industriale inadeguata. È chiaro, infatti, che l'innovazione deriva soprattutto dalla risorse investite in R&S. Ma solo i soggetti forti, imprese di grandi dimensioni, di elevato fatturato possono mettere in campo risorse adeguate a sostenere la ricerca e lo sviluppo. E, purtroppo, questo non è il caso dell'Italia, dove la dimensione delle imprese (in media 3,5 dipendenti per azienda) è troppo ridotta per favorire gli investimenti. Basti pensare che in Italia le imprese con oltre 500 dipendenti, occupano solo il 15% del totale degli occupati; in Francia la percentuale sale al 48%; mentre è del 50% in Gran Bretagna e del 60% negli Stati Uniti.
Non è un caso che in Italia i privati destinino alla ricerca appena lo 0,5% del Pil, contro percentuali doppie e triple degli altri paesi industrializzati. In alternativa la ricerca potrebbe essere pubblica, ma anche su questo fronte (anche se il gap con gli altri paesi industrializzati è inferiore) l'Italia non brilla. Il risultato è un gap tecnologico e un declino industriale preoccupante. Aggravato dal fatto che tutte le iniziative messe in campo dal centro-sinistra verso la fine degli anni '90 per adeguare la dimensione delle imprese e favorirne la capitalizzazione e quindi la crescita - il riferimento è alla Dit e alla SuperDit -, sono state `buttate a mare' da Tremonti che ha preferito rilanciare la legge che porta il suo nome (la `Tremonti-bis'), assolutamente inutile. Salvo che per raccogliere il consenso (politico) di commercianti, liberi professionisti e piccoli imprenditori, che grazie alla legge hanno rinnovato gli studi, i negozi o acquistato automobili di lusso, spacciate per beni strumentali. Il risultato, come hanno dimostrato studi separati, ma in larga parte convergenti, di Cgil, Cisl e Uil è che l'Italia è avviata verso un inarrestabile declino, con centinaia di medie imprese che utilizzano disinvoltamente la Cassa integrazione per cercare di far fronte ai nuovi competitori dei paesi emergenti che, spesso, usano il dumping sociale, ma che non disprezzano neppure il dumping fiscale.
Le prospettive Le previsioni per il 2004 del Fondo monetario internazionale (Fmi) e dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) convergono sull'ipotesi di un 2004 di forte espansione economica. La crescita del Pil a livello mondiale dovrebbe posizionarsi nell'anno in corso tra il 4,6 e il 4,8 per cento. A trainare la crescita saranno soprattutto gli Stati Uniti (+4,6%), il Giappone (+3,4%), la Russia (+6,0%), l'India (+6,8%) e la Cina - il cui Pil dovrebbe salire di quasi l'8,5% su base annua (e la previsione sembra confortata dal dato stratosferico fornito da Pechino sulla esplosione, quasi il 10%, del Pil nel primo trimestre dell'anno). Bene dovrebbero fare anche i paesi dell'America Latina, con incrementi del Pil che oscillano dal 3,5% del Messico e un valore tra il 3 e il 4 per cento di Brasile e Argentina, che hanno ripreso fiato dopo lo sganciamento delle rispettive monete dal dollaro. E che, anzi, attualmente sono impegnati ad acquistare valuta statunitense, per rimanere competitivi tenendo basso il rapporto di cambio con il dollaro del peso e del real.
In Europa, invece, la ripresa non decolla. Una previsione (Euro Zone Economic Outlook) elaborata congiuntamente dai tre principali istituti congiunturali del Vecchio continente (Isae-Italia, Insee-Francia e Ifo-Germania) diffusa il 16 aprile sostiene che l'economia seguita a crescere a ritmo ridotto e il trend sarà debole almeno fino alla fine del terzo trimestre, con una previsione per l'intero anno compresa tra l'1,3 e l'1,5 per cento per l'intera zona. Ma, mentre per Germania e Francia i tre istituti segnalano una parziale ripresa dei consumi, la situazione italiana rimane più depressa. Questa tendenza viene confermata da altri istituti privati, come Prometeia, che nel dicembre 2003 aveva preventivato una crescita dei consumi nel 2004 del 2,2%, mentre a metà aprile ha effettuato una drastica riduzione allo 0,8%. Altre previsioni non rosee sono state effettuate da Confcommercio, Confindustria e dalla Lega delle cooperative.
La scarsa crescita dei consumi significa anche piccola crescita della domanda globale, visto che anche gli investimenti ristagnano e la domanda estera non riesce a compensare la bassa domanda interna. Con un distinguo: mentre la Germania seguita a mantenere un attivo commerciale elevato nei confronti della Cina, grazie alla dinamica dell'export, che riesce a soddisfare la domanda di prodotti tecnologici che proviene da Pechino, la situazione italiana nei confronti della Cina sta andando alla deriva e le merci cinesi (non tutte di basso livello tecnologico, peraltro) stanno conquistando spazi sempre più ampi in Italia. Un fenomeno non unico: negli Stati Uniti la Cina, infatti, ha sostituito il Giappone come paese con il maggior surplus commerciale (si viaggia negli ultimi mesi a ritmi attorno agli 8 miliardi di dollari). Ma gli Usa non si lamentano più di tanto, visto che larga parte delle merci è prodotta da circa 80 mila imprese statunitensi che operano in joint-venture in Cina. E che, in ogni caso, la Cina resta tributaria di prodotti ad alta tecnologia, mentre inonda gli Usa di prodotti a bassa-media tecnologia: in particolare beni di consumo durevoli, che trovano facili sbocchi in grosse catene di supermercati. Come ad esempio la Wal Mart, che da sola acquista il 15% di tutte le merci cinesi importate negli Stati Uniti.
La domanda che non cresce sta, ovviamente, frenando anche l'output produttivo: nel primo trimestre la produzione industriale non ha dato segnali di ripresa (salvo che per la produzione di mezzi di trasporto, grazie alla leggera ripresa della Fiat) e in aprile - secondo la stima di un noto istituto di ricerche, il Ref, basata sui consumi elettrici - la produzione, a parità di giornate lavorative, evidenzia una ulteriore flessione del 2,1% rispetto all'aprile 2003. Più in generale, tutti gli indicatori anticipatori non segnalano una inversione di tendenza, ma unicamente il proseguimento della fase di stallo dell'attività produttiva. Di più: ogni piccolo incremento della domanda ributta l'Italia in quello che tanti anni fa l'economista Luigi Spaventa definì un «circolo vizioso»: di fatto gli incrementi della domanda si risolvono in maggiori importazioni di merci prodotte all'estero, visto che l'espansione dei consumi non si realizza più nei prodotti alimentari, ma per beni di consumo durevoli e semidurevoli, nei quali l'Italia è sottoposta a feroce concorrenza. Sia di prezzo che tecnologica.
In ogni caso la domanda per consumi in Italia appare bassa. E perché questo avvenga, non è difficile da comprendere.
Una spiegazione significativa l'ha data la Banca d'Italia, che nella prima decade di aprile ha pubblicato una indagine sui cambiamenti intervenuti nella distribuzione dei redditi tra il 2001 e il 2003. Ne risulta una secca perdita del potere d'acquisto di lavoratori dipendenti e pensionati e una crescita per gli altri redditi. A conferma, è stata alcune settimane fa pubblicata sul sito www.lavoce.info.it una ricerca di Davide Dotti sulle Retribuzioni a crescita zero. Lo studio - basato su dati Eurostat elaborati su statistiche Ocse - analizza l'evoluzione dei redditi netti dei lavoratori dell'industria tra il 1996 e il 2002 a parità di potere d'acquisto nei paesi europei. Per l'Italia, il risultato è sconvolgente: nel periodo il reddito netto di un single è rimasto immutato, mentre nella media dei 15 paesi Ue è aumentato del 17%. Un po' meglio è andata per le famiglie con un solo reddito e due figli (7% contro il 18%) e per quelle bireddito con due figli (4% di incremento complessivo, contro il 18%).
Insomma, la questione redistributiva rimane all'ordine del giorno e non può essere certamente risolta con la riforma (a due aliquote, 23 e 33% ) dell'Irpef, che tenderebbe, anzi, a peggiorare la distribuzione del reddito. Che, sul fronte delle pensioni - nonostante il battage pubblicitario di Berlusconi - è sempre più drammatica. Sulla base dei dati Istat e Inps, ad esempio, l'Associazione artigiani di Mestre ha calcolato che una pensione su due è sotto la soglia di povertà. Certo, la singola pensione non sempre rende chiaro il reddito dei pensionati (parecchi percepiscono più di un assegno), però il problema della distribuzione dei redditi rimane. E lo straordinario successo dei condoni fiscali è la prova più evidente dell'elevata evasione fiscale che mina le basi sociali dello Stato, sottraendo risorse che secondo studi dell'Università di Pavia oscillano tra i 100 e i 150 miliardi di euro l'anno (200-300 mila miliardi di lire).
Certo, c'è una elevata correlazione tra livello della pressione fiscale ed evasione, ma presupporre che tutto possa essere risolto nella diminuzione della pressione fiscale nelle forme ideate da Tremonti è illusorio. E soprattutto non risolverebbe il problema della domanda. Anzi, il «circolo vizioso» potrebbe aggravarsi, visto che l'eventuale incremento dei consumi proverrebbe soprattutto da ceti elevati, la cui domanda potrebbe essere soddisfatta unicamente con merci importate e non prodotte in Italia. E tutto questo senza affrontare il problema del finanziamento della riduzione fiscale, che si sommerebbe a quello della manovra correttiva - necessaria per contenere la crescita del deficit e soprattutto sostituire il gettito delle manovre una tantum. Il tutto per una somma (anche volendo applicare solo una parziale riduzione fiscale), che ammonterebbe a circa 12 miliardi di euro, pari a un punto del Pil. Una cifra difficile da ottenere con `limature della spesa pubblica', così come è illusorio pensare o sperare di raccoglierla grazie all'auto-finanziamento conseguente alla ripresa della crescita e quindi del gettito fiscale.
Fermi su un binario morto Tutti i centri previsionali concordano su un 2004 caratterizzato da una forte crescita, ma quasi tutti sono d'accordo che già dal 2005 la congiuntura sarà caratterizzata da un nuovo rallentamento. Non una recessione, ma una minore espansione. I presupposti ci sono tutti. La ripresa dell'economia Usa è stata un fatto straordinario, soprattutto per i tassi di crescita (l'ipotesi per il primo trimestre 2004 è di un tasso annualizzato del Pil attorno al 6%). Però le contraddizioni non mancano. La politica espansiva fiscale, l'enorme spesa pubblica, in particolare per la difesa e la generosa politica monetaria gestita da Greenspan, hanno rilanciato gli aspetti quantitativi della crescita, ma aggravato problemi che sembravano scomparsi. Il deficit commerciale degli Usa sfiora il 5% del Pil, il debito pubblico si accresce di oltre 300 miliardi di dollari l'anno, il dollaro oscilla paurosamente nelle parità di cambio tra la necessità di spingere (con la svalutazione) l'export e quella di attirare, con più alti tassi di interesse e prospettive di crescita certe, capitali dall'estero. Con alcuni paradossi. Il principale è che gli Usa non spingono sulla Cina per far rivalutare lo yuan per timore che una moneta cinese forte possa essere la base per la conquista di imprese statunitensi da parte di Pechino.
Il dollaro debole (1,20 dollari per un euro, peraltro poco più di quando la moneta unica fu creata) rischia di alimentare l'inflazione che negli ultimi mesi ha ripreso a correre a ritmi del 4% annualizzato. Un dollaro più forte, però, rischia di dare un ulteriore colpo alla struttura industriale interna, che già soffre abbastanza e che a oltre 2 anni dalla ripresa non riesce a creare nuova occupazione. Non a caso si seguita a parlare, nonostante i 300 mila posti di lavoro creati in marzo, di jobless recovery, cioè di ripresa senza occupazione. Da tenere presente, visti gli incrementi demografici e il flusso migratorio, che solo per mantenere invariato il tasso di occupazione, ogni mese occorrerebbe creare circa 150.000 nuovi posti di lavoro. Ma non è semplice: l'industria seguita a soffrire di una grande capacità produttiva inutilizzata e questo frena nuovi investimenti. Recentemente anche nel settore informatico. Il risultato è che le imprese industriali non assumono. Anzi seguitano a liberarsi di personale. E le ristrutturazioni - effettuate anche per cercare di spingere sull'acceleratore dei profitti (in crescita del 18% nel primo trimestre per le società quotate in borsa) - vengono fatte spremendo il lavoro e contenendo i salari (le retribuzioni sono di fatto bloccate da un anno). Tutto ciò, però, costituisce un freno ai consumi. E i problemi del lavoro hanno cominciato a far ridiscendere il clima di fiducia tra le famiglie Usa. E a spingere molti a chiedere una politica economica diversa.
Secondo un recente sondaggio condotto da «Money Magazine», il 75,8% degli statunitensi chiede politiche più attive sul fronte del lavoro, e solo il 21,1% riduzioni di tasse. Ancora più stupefacente è il fatto che quasi il 50% chieda una politica economica finalizzata alla riduzione del deficit federale. Infine, il 60,3% ha dichiarato che nel 2003 non ha beneficiato di alcuna riduzione della pressione fiscale. In parte questo dato è falso, ma c'è da considerare che i tagli negli Usa sono stati realizzati con la stessa logica che vorrebbe seguire Tremonti, premiando i redditi più alti: secondo alcuni studi, infatti, dell'80% della riduzione fiscale ha beneficiato solo il 10% dei contribuenti. Probabilmente fino alle elezioni presidenziali di novembre la politica economica statunitense (ma anche quella monetaria) rimarranno ingessate. Dopo quella data, però, sono previsti cambiamenti di direzione, al momento incerti, quanto agli indirizzi che assumeranno. Cambiamenti che potrebbero comportare o un forte aumento dei tassi di interesse per rafforzare il dollaro e quindi riattivare capitali negli Usa. Oppure una nuova sollecitazione a deprimere il valore del dollaro. Che, vale la pena ricordarlo, secondo alcuni analisti veniva visto entro la fine del 2004 a quota 1,50 sull'euro.
Gli Usa non hanno i vincoli di Maastricht. E soprattutto hanno un impero da difendere. Qualunque mossa facciano, gli effetti potrebbero essere disastrosi per molti paesi. Non a caso il Fondo monetario internazionale - in un rapporto diffuso mercoledì 21 aprile - ha sollecitato la Fed a preparare l'economia mondiale a tassi più elevati per «evitare lo scompiglio dei mercati finanziari sia interni che esteri». Per l'Italia un aumento dei tassi a livello mondiale si trasformerebbe in un appesantimento dell'onere del debito pubblico che nel 2003, anche se in discesa, ha rappresentato una quota del 5,3% del Pil. E per un'Italia in declino questo rappresenterebbe un ulteriore duro colpo.


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