Polemiche
PACIFISMO E BUONE AZIONI
Elettra Deiana e Nella Ginatempo
Fin dall'inizio della guerra nei Balcani abbiamo promosso, insieme con soggetti singoli e collettivi, una iniziativa che ha portato oggi alla Carta della Pace, un documento che ha l'intenzione programmatica di rilanciare in un nuovo orizzonte un movimento politico per la Pace, contro tutte le guerre. Questo si rende necessario in seguito al disastro della guerra nei Balcani. Condividiamo, infatti, il giudizio di Pietro Ingrao sulla "sconfitta grave e dolorosa del pacifismo" e non ci convincono affatto le argomentazioni che Marcon e Pianta adducono per sostenere la tesi secondo cui il movimento per la pace ha prodotto in questi anni risultati efficaci, lasciando il segno nell'opinione pubblica europea e nei rapporti internazionali. È vero il contrario, perché proprio il ritorno della guerra, dentro i nostri orizzonti mentali oltre che geografici, la legittimazione della guerra etica come strumento della politica, costituiscono una svolta epocale, una grave regressione storico-antropologica, oltreché giuridica e politica, rispetto a quella messa fuori legge della guerra che aveva caratterizzato la vicenda europea dopo la seconda guerra mondiale. Anzi proprio la vicenda della guerra Nato nei Balcani ha dimostrato come sia stato fragile questo elemento di civiltà nella coscienza europea e come siamo lontani dall'aver interiorizzato il tabù della guerra che sarebbe l'unico antidoto alle scelte belliciste dei governi. La guerra "celeste" non sarebbe stata accettata dai popoli europei, facendoli cadere nella trappola ideologica dell'imbroglio umanitario, se in questi decenni una cultura ed una politica di Pace avessero conquistato una vera egemonia, riuscendo ad incidere non solo sulla costruzione del tabù, ma anche sui rapporti di forza internazionali e sul potere del Palazzo. Marcon e Pianta non parlano in realtà di un movimento politico per la Pace, ma di un programma di buone azioni e di atti solidali, cose forse degne del massimo rispetto quando avvengono in condizioni di vera neutralità e abolendo la categoria del nemico, ma tutte al di qua del problema che è quello di impedire il ripetersi della guerra, incidendo sui rapporti di forza che la determinano.
Le buone azioni da sole non cambiano il mondo ma tendono a giustificare l'esistente: si assiste così ad una subdola divisione dei ruoli per cui i volontari umanitari e pacifisti vanno a sviluppare "la globalizzazione dal basso" e le pratiche solidali ed intanto il governo in Italia ed in Europa attua scelte di guerra facendo strage dei civili "nemici" e giustificando con fini etici gli effetti collaterali, comprese le catastrofi ambientali e le contropulizie etniche. La giusta difesa dei diritti umani si è trasformata in ideologia umanitarista che capovolge il significato della guerra e della pace ed è espressione di un inedito fondamentalismo occidentale, basato sulla psicologia del missionario o colonizzatore occidentale, portatore di civiltà nei suoli barbari dell'Est e del Sud del mondo. Se non ci fosse questa ambiguità culturale e politica non ci sarebbe stata l'invocazione dell'intervento Nato anche da parte di settori del volontariato nei Balcani.
Inoltre non ci sarebbe quella continua confusione tra chi decide la guerra e chi si dice contrario, cosicché si produce il paradosso della Tavola della pace che invita D'Alema a marciare assieme, quel capo di governo che ha fatto della guerra motivo di gloria per sé e per il Paese. Sempre questa logica delle buone azioni consente di accordarsi col governo per i fondi alla cooperazione, anziché organizzare il conflitto per la cessazione di tutti gli embarghi. Con la stessa logica, durante i mesi dei bombardamenti, si concentravano le energie sugli aiuti solidali per i profughi kosovari, ma non si conducevano azioni politiche conflittuali, efficaci per costringere il governo a una dissociazione dell'Italia dalla guerra, impedendo l'uso delle basi Nato e l'invio dei bombardieri italiani. Sarebbe stato meglio una bomba in meno che un camion di viveri in più. 31.000 bombe all'uranio impoverito non sono sufficienti per prendere coscienza del fallimento di questo tipo di pacifismo?
Con questa guerra abbiamo assistito alla deflagrazione di tutte le culture politiche che in passato avevano sostenuto l'idea della pace: il pacifismo in tutte le sue ispirazioni, il femminismo, la sinistra. In particolare ci preme sottolineare la responsabilità che gran parte della sinistra ha avuto nel decidere e sostenere la guerra, soprattutto quella sinistra ex-comunista che nella sua trasmigrazione verso l'approdo liberal-democratico ha logorato e poi abbandonato il vecchio paradigma antimperialista e campista su cui si fondava in massima parte il suo "pacifismo". Siamo consapevoli che questo paradigma non ha significato una autentica e radicale scelta di pace ma ha significato solo scindere il mondo in amici e nemici e giustificare le guerre del proprio campo. Ma questa consapevolezza non può tradursi in una rinuncia ad opporsi oggi alla scelta strategica della Nato che fa della guerra il proprio strumento "normale" di governo del mondo. La critica dell'ingerenza umanitaria non può essere una opzione solo etica o solo verbale ma deve misurarsi col soggetto che ha fatto dell'ingerenza umanitaria il mezzo per mascherare i propri interessi geopolitici, economici e militari e lo strumento per acquisire consenso ed egemonia sul mondo. Bisogna pertanto individuare qui ed ora i responsabili delle scelte Nato: per l'Italia il governo D'Alema.
A questo proposito è lampante il significato del NUOVO CONCETTO STRATEGICO della NATO, definito il 24 aprile del 1999 nel vertice di Washington, che ha visto l'accordo di tutti i capi di governo dell'Alleanza atlantica sul punto fondamentale: questa Alleanza non è più un patto di difesa militare del territorio dei Paesi membri ma una organizzazione bellica per il controllo del mondo che programma la propria ingerenza armata per evitare i rischi alla propria sicurezza (minacciata dai conflitti e dalle tensioni sociali nelle periferie). Questo Trattato non è mai stato discusso o approvato da nessun Parlamento ma in compenso produce i suoi gravissimi effetti: il nuovo modello di difesa, l'aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali, il riarmo generalizzato, il nuovo proliferare dei test nucleari, il silenzio complice con la guerra in Cecenia e le altre guerre regionali, la strategia di strumentalizzazione, a fini di controllo geopolitico, dei nazionalismi e delle secessioni.
Oggi rilanciare l'iniziativa politica dei soggetti associati, dei popoli e dei Parlamenti contro l'ordine della guerra ci sembra un impegno fondamentale. E questa iniziativa ha bisogno di reggersi su una rete politica di soggetti che condividano il principio della Pace, come elemento sistemico e ordinatore delle relazioni in senso sociale, simbolico, politico, istituzionale, vera base di un ordine mondiale alternativo. Questo per noi è il luogo della politica: non quella del Palazzo e dei suoi giochi di potere, né quella delle semplici buone azioni umanitarie. La politica invece come sviluppo di azioni collettive che incidano sui rapporti di forza e sulle scelte, trasformando cultura, società e soggetti.
"Chi chiede oggi, chi pronuncia più la parola 'disarmo'? - domanda Ingrao - Chi la propone almeno come speranza? O come sogno?"
La Carta della Pace chiede adesioni e consensi proprio per tentare di rispondere, con un segnale anche piccolo ma significativo, a questa grande questione.*
*Il documento integrale della Carta della Pace si può leggere nel sito di CARTA: www.carta.org. Le adesioni possono pervenire a Forum delle donne del Prc, tel. 06/44182204, fax 06/44239490 e-mail: forumdonneprc@hotmail.com