Nuova composizione di classe
MARX
SPIAZZATO?
Alberto Burgio
Strano destino davvero quello di Marx. Celebrato o esecrato, mai nel corso dell'ultimo secolo, a dispetto delle ricorrenti "crisi del marxismo", gli era capitato di essere considerato un cane morto dai suoi stessi epigoni. Gli accade oggi, mentre le sue previsioni più rischiose ricevono evidenti conferme.
Quali previsioni? Quali conferme?
Ripetiamo ogni giorno sconsolati che ormai tutto è reso merce. Tutto: risorse ambientali, corpi viventi, tempo di vita, pensieri, parole ed opere. Ma in questa vocazione totalitaria fu Marx a riconoscere lo stigma del capitale. Polanyi, scarsamente grato nei suoi confronti, insiste sull'idea che il capitalismo si afferma quando il mercato colonizza terra e lavoro: non è forse questa la verità sottesa al Capitale e affermata a chiare lettere già negli ultimi due capitoli del I Libro? Emile Kauder, storico non marxista dell'economia, scrisse che a Marx dobbiamo niente meno che la "discovery of capitalism". Schumpeter, che evidentemente non aveva più bisogno di vendicarsi sui propri padri, definì "grandiosa" la concezione "evoluzionistica" del capitalismo elaborata da Marx, secondo la quale il processo di accumulazione si impossessa dell'intera compagine sociale ponendone a repentaglio la sopravvivenza. Se c'è un tema che attrae l'attenzione di Marx è questo fanatismo dell'automoltiplicazione, questo produrre per amore della produzione; e il conseguente tendere del capitale a organizzarsi come potere sociale complessivo.
Oggi che la cosa è sotto gli occhi di tutti, Marx finisce alle ortiche. L'avere avuto la vista lunga gli si ritorce contro.
Sembra impossibile, a maggior ragione, concedere che si è verificata proprio la più temeraria delle sue previsioni, impugnata già dal revisionismo classico (il Bernstein dei Presupposti) e derisa ancora ieri da Sylos Labini. Marx immagina società rese dal capitalismo semplici, divise in due blocchi contrapposti. Parla (sin nel Manifesto) del polarizzarsi della popolazione tra capitalisti e proletari. Non sorprende che in questa prognosi si sia vista la prova dei limiti della sua teoria e, da parte dei più maliziosi, il segno del fumo ideologico che ne appanna le analisi.
Ma Marx dice proletari, non operai, non tute blu. Intende salariati: allude alla subordinazione di quote crescenti di società al comando capitalistico: alla "sussunzione reale" di figure indipendenti al movimento della valorizzazione. Quando rifiette sull'emancipazione dei servi in Russia, sottolinea come i nuovi statuti siano studiati in modo da realizzare insieme libertà giuridica e dipendenza economica dei contadini. Ma questa è ai suoi occhi l'essenza stessa del capitalismo. Oggi usiamo perifrasi impacciate: autonomi eterodiretti. La sostanza è la stessa. Non è vero quanto ripetono con soddisfazione alcuni critici, forti del senno di poi. Marx vede la struttura stratificata delle società avanzate, ne riporta un disegno accurato studiando i postumi del '48 in Francia, e rimprovera a Ricardo di non tenerne conto. Non ignora la complessità, solo ne coglie la semplicità essenziale.
Le classi medie crescono in quantità, ma il capitale le riduce in servaggio sottomettendole ai propri imperativi. Salarializzazione, proletarizzazione non significa altro. Così torniamo alla vocazione totalitaria di cui dicevamo. Lo sforzo di Marx è sempre volto a raggiungere il senso dei processi di là dalle forme appariscenti. Se provassimo a fare a nostra volta lo stesso, riconosceremmo l'espandersi del dominio capitalistico in quelle stesse innovazioni che si presentano con il volto della libertà. Il comando diviene più pressante nel "capitalismo flessibile" (Sennett), nonostante l'organizzazione gerarchica del ciclo si faccia in apparenza più sfumata. E il controllo si accentra al vertice della piramide sociale, che per ciò stesso tende a schiacciarsi vertiginosamente su una base in continua espansione.
Anche il modo in cui descrive l'incessante metamorfosi dei sistemi produttivi testimonia l'attenzione di Marx per le infinite vie della sussunzione reale. Le pagine dei Grundrisse in cui prevede il coinvolgimento dei saperi e delle stesse relazioni sociali nel processo di accumulazione sono naturalmente il luogo classico dell'analisi della pervasività del rapporto di merce. Ma proprio il Capitale mostra come sia patrimonio di lunghe esperienze molto di quanto oggi appare inedito nell'organizzazione "postfordista" della produzione. "L'industria domestica che si trasforma nel reparto esterno della fabbrica"; "l'esercito degli operai a domicilio, disseminato nelle grandi città e per le campagne" a costituire "il piedistallo di gigantesche fabbriche"; "intere città e interi distretti che esercitano come specialità" singole branche della produzione; il settore "stagnante" dell'esercito operaio, dotato di "occupazione assolutamente irregolare", in modo da offrire al capitale "un serbatoio inesauribile di forza-lavoro" al minimo salario; "il sopralavoro più spaventoso, a sbalzi, per via di ordinazioni improvvise"; il "subaffitto del lavoro", che "facilita l'inserimento di parassiti fra capitalista e operaio salariato": anche di questo tratta il Capitale, non soltanto di macchine e di grande industria.
Quando scopriamo un mondo nuovo perché il capitale esternalizza, elimina le scorte, precarizza, forma distretti industriali e sfrutta il lavoro interinale, dovremmo ricordarci che la storia del capitalismo non si riduce a quella della grande fabbrica e che le garanzie sindacali sono una fragile anomalia in un contesto fatto di violenza.
Tutto questo non per dire che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il Capitale non è un'altra Bibbia e Marx non è l'ultimo profeta. Ma certo c'è da chiedersi dove nasca il paradosso per cui se ne ritengono invecchiate le analisi proprio quando si potrebbe davvero metterle a valore. Sarebbe stolto cercare in pagine scritte oltre un secolo fa la descrizione dell'attuale composizione sociale o pretendere di rinvenirvi la chiave dell'ultima edizione della new economy e degli odierni sistemi di controllo delle società. Si potrebbe osservare che Marx sembra concepire il risparmio di lavoro come unica forma di accumulazione di plusvalore relativo, non prevedendo strategie incentrate sul risparmio di capitale; o sottolineare che tra le figure più dinamiche del capitalismo odierno c'è proprio quel mercante dominus della produzione che secondo Marx avrebbe dovuto estinguersi a beneficio del capitalista industriale. Il punto è che solo distinguendo tra la logica essenziale della riproduzione e la sua morfologia contingente lo studio di quest'ultima può non degenerare nel feticismo delle forme.
In altri termini, se il dominio del capitale nelle sue molteplici articolazioni può venire enucleato dal contesto generale della lotta di classe ed essere frainteso come segno della sua autosufficienza, questo avviene perché si omette una operazione ineludibile: la distinzione tra la dinamica costitutiva della formazione sociale (in virtù della quale possiamo dire che c'è capitalismo finché c'è estrazione di valore) e le sue configurazioni specifiche (dettate dall'organizzazione dei cicli di lavoro, dal mix delle forme della valorizzazione, dalla composizione di classe, dalla struttura dei mercati ecc.). Ma a sua volta questa distinzione implica una premessa fondamentale, il riconoscimento del carattere idealtipico dei concetti marxiani, che non sono, per dir così, nomi propri ma nomi comuni: non evocano realtà particolari, identificate nella loro concreta specificità, ma costruiscono invece modelli di mondi possibili, dei quali fissano gli elementi cardinali (ad esempio, nel caso della formazione sociale borghese, il non controllo dei mezzi di produzione da parte dei produttori immediati), lasciando impregiudicata la configurazione di ogni altro aspetto specifico.
Quando si afferma che del Capitale sarebbe ora di fare falò, è precisamente perché si trascura questa regola basilare e, feticisticamente, si consacra la lettera disperdendo lo spirito. Marx scrive proletariato, scrive grande industria, scrive classe operaia, dunque appartiene a un'epoca che sta ormai dietro le nostre spalle. Ma, gettata via l'unica struttura teorica mostratasi in grado di ordinare le osservazioni empiriche entro un quadro coerente e critico, è quanto meno dubbio che si sia ancora in grado di orientarsi in questo mondo senza subirne le trionfanti rappresentazioni apologetiche.
Mentre quest'articolo prendeva forma, sul numero 3 della rivista del manifesto è apparso l'Elogio della diversità di Marcello Cini, che per molti versi discute gli stessi temi.
Ragioni di spazio impongono di tralasciare questioni rilevanti che Cini affronta, a cominciare dal presunto "nucleo metafisico" di Marx, che Cini ritiene responsabile di derive deterministiche e che forse si dissolverebbe se solo si considerasse lo statuto esclusivamente metodologico del naturalismo marxiano. Sorprende anche che a Cini l'instaurarsi di un dominio capitalistico globale suoni confutazione delle prognosi di Marx, quasi Marx non considerasse proprio del capitalismo l'organizzare mercati mondiali e non scorgesse in questa sua capacità espansiva il presupposto necessario di una solo possibile cesura rivoluzionaria. Ma su un punto Cini ha ragione, ed è un punto cruciale.
Lo legga o meno avvalendosi di Marx, anch'egli vede nel totalitarismo della merce il più caratteristico segno dei tempi, e per questo continua a ritenere che "l'obiettivo storico della sinistra" sia la lotta contro la tendenza del capitale a omogeneizzare il mondo all'insegna del mercato. Da questa premessa Cini trae alcune conseguenze di rilievo. Se il capitale si rafforza omologando ogni espressione della vita allo scambio di merci, allora la difesa delle diversità ("diversità degli individui, diversità delle culture, diversità delle forme di vita") costituisce l'arma più efficace per contrastarne il dominio. Se questo è vero, la lotta contro il capitale non può fare affidamento su un unico soggetto, necessariamente eguale a se stesso, e men che meno sul proletariato, classe "oppressa dai bisogni più elementari, limitata nei desideri, soffocata nelle aspirazioni" e, soprattutto, "resa indifferenziata" dalla tendenza omologante del capitalismo.
A giudizio di Cini questa conclusione attesta l'inadeguatezza di "tutta la tradizione marxista nelle sue varie espressioni storiche". Benché stando alle letture correnti di Marx sarebbe difficile dargli torto, qualche dubbio forse sorgerà alla luce delle precedenti considerazioni circa il significato del concetto di proletariato e della tesi marxiana della polarizzazione. Ma al di là di dispute tutto sommato astratte, ciò su cui varrebbe la pena di aprire una discussione è un ultimo punto sollevato da Cini, di carattere squisitamente politico.
Posto che un soggetto sociale "unico e omogeneo" non può incarnare il progetto di una nuova società polimorfa, Cini ritiene necessario puntare sulla aggregazione di una pluralità di soggetti diversi, gelosi della propria identità, in un "meta-soggetto" che ne rispetti le peculiarità. Tra le tante questioni che questa proposizione comporta, vorrei sollevarne una, connessa alla concreta pratica politica adeguata a tale finalità. Se Cini vuol essere coerente con l'impostazione antideterministica della sua argomentazione, non può pensare che la formazione del "meta-soggetto" sia un processo spontaneo, un effetto immediato dello sviluppo. Essa non potrebbe essere, al contrario, se non il risultato di un lavoro politico, capace di ricondurre la molteplicità al denominatore comune della lotta anticapitalistica e di una progettualità condivisa. Ma a questo fine può la cura per la diversità di cui Cini tesse l'elogio costituire una premessa sufficiente, o non abbiamo invece bisogno ancora (anzi oggi più che mai, considerata la frammentazione sociale che corre parallelamente al trionfo del mercato) di forme organizzate e di strutture organiche, in grado di dare consistenza a soggettività coese e a una prassi politica coerente?