numero  5  aprile 2000 Sommario

Le lotte contro le imprese biotech

NOUVELLE CUISINE PER I POVERI
Maria Margaronis  

Appena un anno fa, il presidente della Monsanto, Robert Shapiro, pensava di avere il futuro in pugno. La sua potente corporation, specializzata in biotecnologie, si trovava all'apice della nuova rivoluzione agricola, la modificazione genetica. Rivolgendosi ai suoi azionisti, aveva affermato che diffondere i semi geneticamente modificati (GM) in tutti gli Stati Uniti, significava "lanciare il più importante successo teconologico di tutti i tempi, dalla scoperta dell'aratro in poi". L'avversione dell'Europa nei confronti delle nuove colture transgeniche era una difficoltà trascurabile e si sarebbe presto risolta - ne era certo - con un'adeguata offensiva di pubbliche relazioni e un'attenta opera di rassicurazione a livello scientifico. Come ebbe a spiegare pazientemente agli europei contrari ai prodotti GM, Ann Foster, l'avvenente agente pubblicitaria britannica della società, "la gente avrà la soia Roundup Ready, che lo voglia o no".
Ma da allora le cose non sono andate come la Monsanto aveva previsto. L'Unione Europea ha proclamato una moratoria de facto sulla destinazione commerciale dei raccolti GM, in attesa di successivi dibattiti (eccezion fatta per il Bt corn della società svizzera Novartis, il grano transgenico attualmente coltivato in Spagna). L'Austria, il Lussemburgo, l'Italia e la Grecia hanno imposto divieti totali o parziali all'introduzione di queste tecnologie. Persino il governo di Blair, attratto dai promettenti business ad alta tecnologia e desideroso di tenersi buono Clinton, ha dovuto cedere alle pressioni dell'opinione pubblica, rinviando di almeno tre anni la coltivazione commerciale dei semi GM in Gran Bretagna. (sembra che il ministro dell'Ambiente Michael Meacher, le cui opinioni al riguardo sono tenute sotto stretta sorveglianza dalla CIA, abbia detto in privato che i raccolti GM non verranno mai commercializzati nel Regno Unito). Gli acquirenti hanno boicottato in massa gli alimenti GM, costringendo le catene di supermercati a una gara accanita per liberarsi di quei prodotti. Un rapporto della Commissione governativa britannica per la scienza e la tecnologia ha sottolineato che "all'attuale velocità con cui i produttori alimentari stanno ritirando dalla produzione gli ingredienti geneticamente modificati, presto il cibo GM non avrà più alcun mercato nel paese".
Le esportazioni di soia statunitense verso l'Europa sono scese da 2,1 miliardi di dollari nel 1996 a 1,1 miliardi nel 1999, e le forti preoccupazioni sui raccolti transgenici (o genetically engineered crops - "coltivazioni geneticamente modificate" - nome con cui sono note negli Stati Uniti) imperversano sui campi. Tra la primavera e l'estate scorsa, con una serie di rapporti, l'influente Deutsche Bank ha fatto pressioni sugli investitori, invitandoli a rifiutare in massa l'agricoltura biotecnologica: "Il termine OGM ("organismo geneticamente modificato") è diventato un inconveniente. Noi prevediamo che gli OGM, prima recepiti come il motore di un settore promettente, saranno ora visti come paria". In ottobre uno Shapiro contrito porgeva le scuse a Greenpeace per il suo "entusiasmo", che - riconosceva - poteva essere letto come "compiacimento o piuttosto arroganza". I titoli azionari della Monsanto sono andati incontro a un ribasso notevole e sembra che il consiglio di amministrazione della società abbia preso seriamente in considerazione il fallimento.
Com'è potuto succedere? Come è possibile che un'aggregazione di gruppi disorganizzati di militanti ambientalisti europei, organizzazioni per lo sviluppo, commercianti di generi alimentari e acquirenti di supermercati siano riusciti a fermare la corsa di una potente industria multinazionale, almeno per il momento?


La prima protesta contro gli alimenti geneticamente modificati spunta negli Stati Uniti verso la fine degli anni Settanta, quando alcuni attivisti di un gruppo chiamato Science for the people ["Scienza per il popolo"] distruggono una coltivazione di fragole resistenti al gelo e riescono a ritardare la costruzione dell'edificio che doveva ospitare le ricerche di biologia molecolare di Princeton. Poi tutto si conclude con un nulla di fatto. Gli americani si fidano del fatto che la FDA [organismo per l'alimentazione e i farmaci] mantenga i livelli di tossicità della loro alimentazione quotidiana a un livello accettabile e non s'interessano più di tanto della provenienza delle leccornie che abbondano sulle loro tavole. Le grandi fabbriche di cereali del Midwest producono le loro stregonerie in luoghi lontani dai posti visitati dalla maggior parte delle persone alla ricerca di un intimo contatto con la natura. Ma in Europa, natura e agricoltura sono unite e occupano lo stesso spazio fisico e sociale. Il mosaico europeo stratitificato di paesaggi agricoli e gastronomici ha preso forma nel corso di 2500 anni, e si è modificato con le piccole e grandi migrazioni, la conquista e la perdita delle colonie, le guerre e le rivoluzioni. Gli europei sono molto sensibili a quello che mangiano: l'alimentazione è una questione d'identità e di cultura, oltre che di economia e di nutrimento.
I cambiamenti più drammatici nell'agricoltura europea in quest'ultimo secolo sono in parte il risultato dell'esperienza della fame nella seconda guerra mondiale: l'origine della tanto criticata Politica Agricola Comune dell'Unione Europea è da ricondurre alla determinazione che l'Europa non avrebbe più dovuto subire una morte per fame in massa. Proteggendo e sostenendo i propri agricoltori contro i capricci del mercato e al tempo stesso investendo nell'agricoltura intensiva (una contraddizione in termini, si direbbe, dal momento che circa l'80% dei sussidi per l'agricoltura europea va al 20% degli agricoltori), i governi europei hanno cercato di assicurare una sicurezza alimentare a lungo termine per tutti. Ma, come spesso accade, le contraddizioni hanno finito per ritorcersi contro di loro.
"La quarta rivoluzione agricola", sostiene Tim Lang, professore di politica alimentare presso la Thames Valley University e uno degli intellettuali illuminati del nuovo movimento per l'alimentazione, "sta cominciando proprio nel momento in cui la terza rivoluzione - l'agricoltura agrochimica e intensiva - va esaurendosi". Il suo disfacimento si è fatto sentire tanto nella crisi economica che sta colpendo gli agricoltori europei quanto in una serie di scandali che hanno travolto la sicurezza alimentare, provocati da un modo di produrre privo di normative ed eccessivamente intensivo. L'esplosione dell'encefalopatia spongiforme dei bovini (BSE) nel bestiame britannico nel corso degli anni Ottanta e la comparsa negli esseri umani di una nuova variante fatale del morbo di Creutzfeldt-Jakob negli anni Novanta è stato il più potente catalizzatore della perdita di fiducia dei consumatori nei confronti dei governi e dei produttori di generi alimentari. Il BSE ha coniugato, in un terribile insieme, le nuove pratiche agricole "industriali" (in questo caso il nutrimento del bestiame con le carcasse di altri animali), l'abbassamento degli standard di salute e sicurezza e la volontà del governo di proteggere l'industria alimentare anche a costo di vite umane.
Fino a oggi, le nuove varianti del CJD (morbo di Creutzfeldt-Jakob) hanno ucciso 43 persone in Gran Bretagna; il ministro della Sanità ha recentemente avvertito che milioni di persone potrebbero ancora rischiare di contrarre la malattia per una bistecca mangiata quindici anni fa. Secondo alcune stime, l'intera faccenda sarebbe costata intorno ai 6,5 miliardi di dollari, di cui buona parte spesi dall'Unione Europea. Casi analoghi stanno scoppiando in altri paesi europei, con una regolarità sconfortante. La scorsa estate, ad esempio, la scoperta di mangimi contenenti diossina ha messo in crisi il governo belga e in minore misura anche il governo olandese allarmando gli amanti della buona tavola di tutta Europa che hanno dovuto buttare via polli, uova e cioccolata belga per 800 milioni di dollari. (La crisi della Coca Cola, nel corso della quale sono state vuotate fino all'ultima goccia 30 milioni di lattine e bottiglie dell'elisir di lunga vita, a seguito di voci che sostenevano si fossero ammalate alcune persone, si è rivelato un caso di vera e propria isteria di massa). Le forti preoccupazioni si sono attenuate solo in parte con lo scoppio di un caso ai margini della guerra anglo-francese per la "mucca pazza", in cui il ministro britannico dell'Agricoltura ha deciso di boicottare i cibi francesi come rappresaglia per il rifiuto della Francia di annullare la messa al bando del manzo britannico, come invece aveva fatto il resto dell'Unione Europea - divulgando al tempo stesso un rapporto dell'Unione che riscontrava la presenza di rifiuti trattati provenienti da detriti fognari nel mangime francese. Il tabloid scandalistico che ha seguito la vicenda ha temporaneamente riabilitato il manzo della Vecchia Inghilterra, come un baluardo contro le sgradevoli "frog" (rane), [uno stereotipo inglese per indicare i francesi nei secoli scorsi, per la loro (disprezzata) usanza di mangiare le rane], permettendo al Daily Mail di aumentare le vendite con la pubblicazione di foto di mucche addobbate con baschi e collari di carta igienica e la vignetta "diciamo no!".
Le imprese biotech hanno ballato in questo campo minato con la grazia di elefanti con gli stivali.
Dieci anni fa la biotecnologia agricola era una materia discussa soltanto da quelli che il parlamentare laburista Joan Ruddock (ex leader della campagna per il disarmo nucleare) ha definito "uomini in camice bianco e uomini in completo grigio", mentre le ONG per l'ambiente, come Greenpeace e gli Amici della Terra, ne divulgavano le attività ma senza organizzare proteste su larga scala. Nel 1990 l'introduzione del primo additivo GM nel cibo britannico, un lievito GM per i fornai, fu accettata senza rimorsi; e così pure il primo concentrato di pomodoro GM in vendita nel supermercato Sainsbury nel 1996 a un prezzo più basso del suo equivalente tradizionale. I problemi sono cominciati in quello stesso anno, quando l'American Soybean Association, la Monsanto e le associazioni per il commercio statunitensi comunicarono ai commercianti britannici di prodotti alimentari che non avrebbero potuto - né voluto - differenziare i semi di soia GM americani dal prodotto tradizionale, contravvenendo alla regola d'oro del capitalismo al servizio del consumatore: la libertà di scelta. Quasi contemporaneamente, la consapevolezza critica del pubblico e dei media sulla questione si diffuse a un livello di massa, e i supermercati cominciarono a ricevere lettere preoccupate dei loro clienti che chiedevano di non utilizzare ingredienti GM.
L'arroganza delle imprese biotech statunitensi nel rivolgersi alle industrie alimentari europee, è entrata nella leggenda. Bill Wadsworth, responsabile tecnico della catena di surgelati Iceland, ricorda le parole che il manager di una società biotech pronunciò durante un incontro, nel settembre 1997: "Lei è un europeo arretrato che non vuole il cambiamento. Dovrebbe semplicemente accettare ciò che è giusto per i suoi clienti". Alcune settimane dopo Wadsworth si trovava su un aereo diretto in Brasile, dove conobbe un coltivatore addetto ai processi di lavorazione di semi di soia non GM, e decise di creare una catena di rifornimento a integrazione verticale per gli alimenti trasformati dell'Iceland. La Iceland cominciò a promuovere una nuova immagine con i propri clienti, sottolineando che mentre i propri prodotti non erano GM, quelli degli altri supermercati erano contaminati. Poco dopo, tutte le catene di supermercati del paese sono state sommerse di lettere e telefonate sugli alimenti GM e hanno cominciato a seguire l'esempio della Iceland.
Nel frattempo, in Gran Bretagna, le coltivazioni sperimentali GM della Monsanto, la AgrEvo, la Novartis e altre società hanno attirato le polemiche degli ambientalisti contro la modificazione genetica. Ecologisti con indosso delle tute anti-contaminazione o mascherati da scheletri con la falce in mano andavano a manifestare contro le colture sperimentali e a diffondere volantini nei supermercati; nell'estate del 1998 non è trascorsa neppure una settimana senza che venisse segnalata una qualche nuova protesta fantasiosa e non violenta. Le autorevoli English Nature, responsabile governativo per la tutela ambientale, e la Royal Society, per la protezione degli uccelli, si sono aggregate alle richieste di moratoria sulle coltivazioni, ribadendo i pericoli imprevedibili e incontenibili insiti nel mettere in circolazione nuovi organismi nell'ecosistema: la trasformazione dei geni potrebbe produrre "super-erbacce" resistenti agli erbicidi; le colture geneticamente modificate, che risultano tossiche agli insetti, rischierebbero di colpire anche l'intera catena alimentare, danneggiando ulteriormente la biodiversità di un territorio già impoverito dall'agricoltura intensiva. In un paese in cui il numero degli aderenti ai gruppi ambientalisti e per la tutela del territorio supera quello dei partiti politici in un rapporto di quattro a uno, la scomparsa di fiordalisi e di allodole dai campi e dalle siepi è una questione politica. La partecipazione del principe Carlo nella disputa, schieratosi dalla parte dei sostenitori dei verdi, ha contribuito molto a migliorare la credibilità "post-Diana" dell'uomo che fino a non molto tempo fa veniva ancora deriso perché parlava con le sue piante.
Nell'estate del 1998, mentre la Monsanto si apprestava a lanciare la sua campagna pubblicitaria per vendere la biotecnologia al pubblico britannico, il fuoco era già rovente. Al fronte unito di ambientalisti, acquirenti e venditori di generi alimentari - animato tra le altre cose dalla rabbia per l'arrogante volontà della multinazionale di ingannarli - si sono poi aggiunte le ONG per lo sviluppo indignate per i tentativi della Monsanto di monopolizzare il mercato dei semi del Terzo Mondo con una tecnologia che avrebbe potuto distruggere i mezzi di sostentamento degli agricoltori con la scusa di "nutrire il mondo". La scintilla che ha fatto scoppiare l'incendio è stato un documentario trasmesso in agosto sul lavoro del dottor Arpad Pusztai, un ricercatore di un istituto finanziato dal governo, che rendeva noti i risultati di un esperimento su alcuni topi da laboratorio nutriti con patate GM: gli animali avevano subito un ritardo nella crescita e danni nel sistema immunitario. Il dottor Pusztai fu immediatamente licenziato con la motivazione che il suo lavoro era incompleto e inattendibile, ma l'intera faccenda portò gli OGM sotto i riflettori dei tabloid scandalistici. Con il suo solito impetuoso entusiasmo, The Express lanciò una crociata populistica contro il "frankenfood" ["cibo di Frankestein"] e molto presto nessun uomo, donna o bambino in Gran Bretagna avrebbe potuto dire di essere all'oscuro sull'argomento. La polemica sugli OGM è comparsa persino in una nota soap opera radiofonica della BBC, The Archers, centrata su una famiglia di agricoltori inglesi: per il sollievo di tutti i suoi fan, il giovane Tommy Archer, che era stato incriminato per aver distrutto una coltivazione sperimentale di semi oleiferi di colza GM in una delle proprietà dello zio, è stato recentemente riconosciuto innocente durante il processo penale.
Il governo di Londra è rimasto impassibile di fronte alla protesta, il che ha permesso al leader conservatore William Hague (del quale tra l'altro è stata pubblicata una caricatura che lo rappresentava come un vegetale geneticamente modificato) di accusare il governo laburista di non preoccuparsi sufficientemente delle questioni ambientali e di essere, in realtà, subalterno alle società biotech. Secondo Blair, totalmente favorevole al business, la rivoluzione GM fa parte del calor bianco delle nuove tecnologie che accompagneranno l'economia britannica dentro il nuovo secolo. Secondo il consulente-capo scientifico del governo, Sir Robert May, "noi abbiamo svolto un ruolo incredibilmente importante nel promuovere la ricerca di base: lo stiamo forse perdendo come abbiamo perso altre cose in passato?". D'altra parte, la pecora Dolly è stata clonata proprio qui.
Se a lungo andare "perdiamo" sarà in parte a causa della grave responsabilità del governo nel non aver capito gli umori dell'opinione pubblica. Se avesse adottato un comportamento più aperto e più cauto sin dall'inizio, riconoscendo l'esistenza di tutta una serie di domande ancora senza risposta sulla modificazione genetica, e se avesse trattato la popolazione da cittadini intelligenti invece che come bambini superstiziosi, il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma anche se - in un qualche universo parallelo - fosse stato intrapreso un cammino diverso, le imprese biotech e i coltivatori statunitensi al loro seguito non avrebbero mai permesso una tale prudenza. Blair potrebbe anche essere incline a favorire qualunque genere d'impresa biotecnologica; ma è anche, come afferma lo scrittore e ambientalista George Monbiot, "nelle mani di Clinton".
Per gli Stati Uniti, la porta d'accesso in Europa è la Gran Bretagna, ma l'Europa è ancora meno entusiasta della biotecnologia, nonostante tutti gli sforzi delle imprese nazionali come la Novartis e la Zeneca. In Gran Bretagna, in Germania e altrove, l'opposizione agli OGM è stata guidata dagli attivisti verdi e dai consumatori. In Francia, ha anche coinvolto la Confédération Paysanne, la seconda maggiore associazione degli agricoltori del paese e patria politica di José Bové, famoso per aver distrutto un McDonald a Millau per protesta contro l'imperialismo alimentare nordamericano. Lo scorso anno Bové fu uno dei 120 agricoltori che distrussero un silos pieno di grano GM - una varietà GM che si è dimostrata nociva per la crisopa, le api, le coccinelle e le farfalle monarche - che veniva coltivato in Francia. Nel corso del processo nei suoi confronti, Bové ha pronunciato un discorso appassionato, spiegando le sue azioni: "Quando è stato chiesto agli agricoltori e ai consumatori che cosa ne pensano? Mai. Le decisioni sono state prese al livello del WTO e l'apparato statale asseconda la legge di mercato. Il mais geneticamente modificato è il simbolo di un sistema agricolo e di un tipo di società che mi rifiuto di accettare. Il mais geneticamente modificato è un prodotto puramente tecnologico, per il quale i mezzi diventano il fine. Le scelte politiche sono soggette al potere del denaro".
Da quel momento la Francia ha fatto marcia indietro rispetto alla decisione di coltivare quel grano, per ragioni legate all'ambiente e alla salute e - dopo un tempestivo intervento di Greenpeace e dell'attivista Jeremy Rifkin presso lo staff del Primo ministro - ha discusso una moratoria con l'Unione Europea per ulteriori approvazioni sulle coltivazioni GM. Nonostante la caparbia opposizione britannica, la moratoria viene già praticamente, se non ufficialmente, applicata: Francia, Italia, Danimarca, Grecia e Lussemburgo hanno dichiarato che qualsiasi nuovo permesso rimarrà bloccato finché non verranno concordate nuove norme. Inoltre, tutti gli alimenti contenenti percentuali significative di ingredienti GM dovranno riportarlo sulle etichette. La decisione è immediatamente ricaduta sul business agricolo statunitense, inducendo giganti del commercio di cereali come Cargill e Archer Daniels Midland a differenziare i propri silos.



Nella guerra sulla quarta rivoluzione agricola, il primo round sembrano averlo vinto i cittadini; ma questo è solo l'inizio. L'economia alimentare globale è regolata da meccanismi goffamente collegati tra loro da forze quali l'UE e il WTO, esse stesse dominate da corporation transnazionali con bilanci superiori a molti piccoli Stati. Il livello raggiunto dagli interessi in gioco e dalle sovrapposizioni delle competenze giurisdizionali è sconcertante. La guerra anglo-francese per la "mucca pazza" fu in parte un fulmine a ciel sereno sul mercato azionario, in parte una lotta per stabilire chi dovesse controllare quello che mangiano i francesi, se l'Unione Europea o l'autorità francese per la sicurezza alimentare appena creata. Il governo di Clinton ha utilizzato il WTO per dichiarare illegale il rifiuto europeo della carne con gli ormoni americana (il che ha consentito agli Stati Uniti di imporre sanzioni per 117 milioni di dollari).
Come tutte le vittorie, questa, benché parziale, offre un valido strumento per il futuro. L'opposizione agli OGM in Europa è stata guidata da organizzazioni ambientaliste come Greenpeace e Amici della Terra - una parte della moltitudine di gruppi militanti che hanno riempito il vuoto lasciato dal governo nel corso dei neoliberali anni Ottanta. Ma la forza reale che ha fermato la spavalda avanzata delle imprese biotech sono le donne e gli uomini che hanno rifiutato di comprare i loro prodotti, i consumatori - o cittadini del mercato globale capitalista - che si sono espressi nell'unico modo possibile. Nel movimento europeo contro gli alimenti GM, la vecchia strategia di Ralph Nader di organizzare i consumatori ha già dato ottimi riscontri.
La politica del consumo ha tuttavia i suoi limiti. Le corporation transnazionali sono come l'Idra dalle molteplici teste, hanno la stessa capacità di sviluppare nuove parti del corpo in un batter d'occhio. Non appena ha visto avvicinarsi le minacce, la Monsanto ha immediatamente cercato alleati; in una serie di incontri con le organizzazioni ambientaliste all'inizio dello scorso anno, ha proposto di utilizzare i suoi database genetici per aiutare gli agricoltori a creare nuove varietà di colture con i tradizionali metodi di ibridazione. Non deve stupirci che la Monsanto abbia anche cercato di farsi avanti nei paesi in cui ritiene che la popolazione abbia preoccupazioni più importanti che quella del possibile rischio derivante dal mangiare OGM. Ad esempio, in Georgia ha condotto per due anni esperimenti illegali sulle patate GM, prima di essere smascherata da Greenpeace e da Elkana, un gruppo georgiano di agricoltura organica.


La sfida che deve affrontare la grande coalizione di attivisti, collegati tra loro tramite Internet, che rappresenta il nuovo movimento per l'alimentazione, è di continuare a pensare a livello globale e ad agire su quello locale. In Europa, il dibattito sul cibo GM ha diffuso nella popolazione la preoccupazione sulla sicurezza di ciò che si mangia: la domanda di cibo organico dei consumatori britannici è cresciuta del 40% in quest'ultimo anno, come testimonia lo sviluppo di costosi prodotti organici artigianali - di cui il 70% importato - distribuiti lungo gli scaffali dei supermercati. Gli agricoltori sono più difficili da convincere, benché qualcuno ci stia provando. Il programma del governo inglese per la trasformazione organica ha esaurito il budget per l'anno 1999-2000 a marzo dello scorso anno, nonostante i 17 milioni di dollari stanziati; il parlamentare laburista Ruddock ha presentato un progetto di legge per aumentare, nei prossimi dieci anni, la superficie di terreno destinata alle coltivazioni organiche. La catena Iceland è tornata in primo piano con un'iniziativa per la produzione di alimenti organici a prezzi accessibili, comprando gli ingredienti nei paesi in cui le condizioni consentono una coltivazione intensiva con il minimo impiego di prodotti chimici, ad esempio il grano nel Canada occidentale. La strategia di Bill Wadsworth per il futuro si basa sull'estensione del principio di rifornimento a integrazione verticale - "coltiva i miei germogli di soia che poi finiranno nel mio hamburger". Ma che cosa significa questo per i produttori dei paesi più poveri? Ci troviamo forse davanti a un nuovo scenario del tipo "United Fruit", nel quale le isole tropicali coltivano ananas organici per i supermercati del Nord, mentre le loro popolazioni mangiano poltiglie geneticamente modificate spacciate dalle succursali della Monsanto?
Lo scorso novembre, nove agricoltori indiani hanno visitato la Gran Bretagna, finanziati dalla Iceland e da un gruppo di scambi commerciali internazionali chiamato Farmers'Link. Ammassati in una piccola sala riunioni di Westminster, hanno raccontato la loro delusione per non essere stati ammessi a partecipare agli incontri del WTO decisivi per il loro futuro. In India, dove il 75% della popolazione è direttamente coinvolta nell'agricoltura, la liberalizzazione del mercato ha avuto effetti devastanti: l'importazione di cibo economico significa disoccupazione. "La vostra gente ha rifiutato il cibo GM", ha detto Vivek Cariappa, un agricoltore di prodotti organici dell'India meridionale, esponente del forte movimento anti-GM nel suo paese. "Dove andrà a finire? Certamente non in mare; finirà in paesi come il nostro". Con cauta sincerità, Ruddock ha spiegato agli agricoltori che i loro colleghi britannici non condividono completamente le loro preoccupazioni: "La Gran Bretagna è stata governata come le imprese agricole multinazionali, con sussidi del CAP. Sono soprattutto le popolazioni delle aree urbane e i gruppi di pressione che vogliono il cambiamento dei metodi di produzione agricola, con l'eccezione di quella minima percentuale organica". Quando Juli Cariappa ha domandato se la Gran Bretagna intende veramente lasciare i suoi approvvigionamenti nelle mani delle multinazionali, Ruddock ha sospirato, l'ha guardata negli occhi e ha risposto riluttante: "Sì".
Se le imprese biotech hanno la strada libera, potrebbero presto realizzarsi le inquietanti visioni del futuro di William Gibson, secondo cui i ricchi mangeranno cibo genuino coltivato da agricoltori artigiani e i poveri si nutriranno di "roba chimica" geneticamente modificata, se si nutriranno. Finché il cibo sarà trattato come un'altra qualsiasi merce e commercializzato in modo da massimizzare i profitti, vi sono poche possibilità di ridurre la fame nel mondo e di produrre un'alimentazione sufficientemente sana per pochi fortunati. Afferma Tim Lang che "dobbiamo capire che il problema sta nella produzione del cibo, e non solo nel suo consumo" o, nelle chiare parole di José Bové, "ci troviamo di fronte a una vera e propria scelta per la società. O accettiamo la produzione intensiva e la forte riduzione nel numero degli agricoltori nel solo interesse del mercato mondiale, oppure creiamo un'agricoltura degli agricoltori per il bene di tutti". La mutevole coalizione globale che ha ostacolato la diffusione delle coltivazioni geneticamente modificate in Europa e che ha rappresentato il carnevale di protesta a Seattle ha fatto il suo dovere. Ma il genio è uscito dalla bottiglia. Il cibo - che nel suo percorso dal seme allo stomaco mette insieme ecologia, lavoro, povertà, commercio, cultura e salute - sarà un fattore chiave nei programmi delle lotte del prossimo secolo per la democrazia contro il potere arbitrario delle corporation giganti.

Maria Margaronis, giornalista, collabora con The Nation.

Per ulteriori informazioni, visita "The Not Milk Campaign" un sito interessante con moltissima informazione sulla biotecnologia e l'alimentazione, l'industria casearia, l'ormone della crescita e le campagne per la sicurezza alimentare. http://www.notmilk.com
(c) The Nation (traduzione di Francesca Buffo)




Inizio Sommario