numero  49  aprile 2004 Sommario

Contro la Moratti, e non solo

UNIVERSITA' IN MOVIMENTO
Mario Giovanni Garofalo  

1.Nelle ultime settimane, nelle Università italiane si è sviluppato uno straordinario movimento di protesta di un'ampiezza senza paragoni, almeno negli ultimi decenni. È formato da uno schieramento assai largo, che va dagli studenti al vastissimo e frastagliato precariato (dottori e dottorandi di ricerca, borsisti, assegnisti, docenti a contratto, collaboratori coordinati e continuativi, eccetera), a coloro che - pur avendo vinto un regolare concorso da ricercatore, associato od ordinario - non possono prendere servizio per il blocco delle assunzioni, a organi istituzionali rappresentativi delle Università (Consigli di facoltà e di dipartimento, Senati accademici, Consigli di amministrazione, Cun; persino la Conferenza dei rettori), passando attraverso quasi tutte le organizzazioni sindacali (confederali e non) e le associazioni dei docenti universitari. E il ministro Moratti ha già dovuto registrare una sconfitta: con la rinuncia al proprio disegno di abrogare il Cun come organo rappresentativo del sistema universitario e di sostituirlo con un organismo formato da suoi consiglieri.
L'occasione che ha prodotto questo movimento, come è noto, è l'approvazione, da parte del governo, del Ddl sulla riforma dello stato giuridico dei docenti universitari; ma per comprenderlo, non è sufficiente individuare i punti critici di questo disegno di legge. Occorre scavare più in profondità, nella situazione di malessere in cui si trovano tutti quelli che lavorano nelle Università, un malessere che si è andato stratificando nel tempo e che investe sì gli interessi immediati di questo o quel gruppo, ma anche - e, forse, soprattutto - il ruolo di questa istituzione nella società e, quindi, il significato stesso del loro lavoro.
Partiamo da quest'ultimo aspetto. Oggi, ma non solo da oggi, si fronteggiano due modelli di sviluppo: quello che vuole affidare la tenuta del nostro sistema produttivo nei confronti della concorrenza globalizzata alle capacità di innovazione tecnologica ed organizzativa. Questa politica di sviluppo ha bisogno che negli apparati di ricerca (non solo nelle Università, ma anche negli enti pubblici di ricerca) sia attivo e vitale il circuito ricerca di base-ricerca applicata-trasferimento tecnologico, in modo che ciascuno dei momenti del circuito alimenti e stimoli gli altri. Questa politica ha anche bisogno che le Università formino un alto numero di persone con una forte formazione di base: solo un costante atteggiamento critico nei confronti della realtà consente di non rimanere spiazzati dai processi innovativi, ma di comprenderli e promuoverli e, complessivamente, crea un ambiente sociale (micro e macro) favorevole all'innovazione. Non può però essere trascurato quel formidabile ostacolo a praticare questa politica, che deriva dalla scarsa propensione del nostro sistema produttivo all'innovazione; occorre, dunque, una politica che operi su tutti e due i lati della questione: occorre un'Università che sappia tenere insieme ricerca di base e didattica critica, ma occorre anche stimolare la domanda di innovazione da parte del sistema produttivo (non solo delle imprese). Se ad un sistema di alta formazione e di ricerca, che produca una forza lavoro capace di promuovere l'innovazione e che sappia tenere insieme il circuito della ricerca, non corrispondono imprese e altre organizzazioni produttive con un'accentuata propensione all'innovazione, il risultato sarà quello comunemente noto come fenomeno della fuga dei cervelli (deve trattarsi di cervelli ben formati, se hanno la possibilità di fuggire) e il sistema complessivo, comunque, tenderà a degradare.
L'altro modello è quello perseguito dall'attuale governo: il postulato da cui si muove è, nuovamente, la scarsa capacità di innovazione del nostro sistema produttivo, ma questo dato viene assunto come immodificabile e se ne trae la conseguenza che la capacità competitiva, non potendo più avvantaggiarsi di svalutazioni o misure protezionistiche, deve fondarsi sull'abbattimento dei costi del lavoro, sul dumping sociale. Si tratta di una vicenda nota, che qui richiamo solo per sommi capi: si invoca la flessibilità del lavoro, ma ciò che si vuole non è un lavoratore che sappia modificare i contenuti della propria prestazione in relazione ai mutamenti tecnologici e organizzativi perché ne comprende senso e significato, ma che il datore di lavoro sia dominus incontrastato degli aspetti quantitativi e qualitativi della prestazione stessa; si afferma la necessità di allentare la rete di protezione legislativa e contrattuale in favore dei lavoratori, per restituire spazio alla libertà del mercato; si afferma, più o meno esplicitamente, che il sindacato e la sua azione sono un'indebita intromissione che limita ingiustificatamente la libertà individuale del lavoratore. È naturale e ovvio che un sistema di alta formazione e di ricerca che produca ricerca di base e formazione critica è - in questa ipotesi - un lusso che ci si può permettere solo in quantità molto limitate: quella delle cosiddette `punte di eccellenza'; qualche fiore all'occhiello bisogna pure metterselo!
Né va trascurato un altro aspetto che ritengo altrettanto importante: questo governo ha una visione semplificata e totalitaria della democrazia (rectius della rappresentanza liberale). Gli è del tutto estranea la sofisticata costruzione di poteri e contropoteri tra loro autonomi propria delle Costituzioni liberali contemporanee, diretta - appunto - a impedire che si instaurino forme di dittatura della maggioranza. È questa cultura politica e istituzionale, che spiega l'attacco alla magistratura e alla scuole - oltre che l'introduzione di un vero spoil system nella dirigenza pubblica. Ed è a fondamento anche dell'attacco agli apparati dell'alta formazione e della ricerca, prima nell'anello più debole degli enti pubblici di ricerca, poi alla stessa Università: sono apparati che godono di una relativa autonomia dal potere politico e questo è francamente insopportabile per chi è portatore di una cultura politica, per cui chi ha vinto le elezioni prende tutto. Non è un caso che, mentre si depotenzia il Cnr e si negano finanziamenti alle Università, si inventi e si finanzi in misura rilevantissima un nuovo ente di ricerca, l'Istituto italiano di tecnologia, che ha la stessa `missione' generalista del Cnr, ma è congegnato in modo da essere strettamente controllato dal potere politico, né che la scuola di formazione per i dirigenti del ministero dell'Economia venga trasformata in qualcosa che somiglia a una Università e il suo rettore venga nominato dal ministro.
2. L'altezza dello scontro in atto che, come abbiamo visto, coinvolge l'esistenza stessa (o lo smantellamento) di apparati pubblici che occupino quegli spazi che i privati - almeno in Italia, per gli altri paesi il discorso sarebbe troppo lungo - non vogliono e non potranno mai occupare (la ricerca di base e la formazione critica) è stata pienamente percepita nell'azione del movimento in queste settimane. Questo, infatti, coinvolge tutti i gruppi che lavorano nell'Università, nonostante che ciascuno di essi abbia proprie specifiche ragioni per protestare e per rivendicare profondi chiarimenti ed esigere veri e propri mutamenti di rotta. Alcune di queste ragioni vengono da lontano, da un processo riformatore avviato ma mai condotto a termine con la necessaria coerenza, altre sono il prodotto dello sconvolgimento di equilibri consolidati, che sarà prodotto dal Ddl Moratti, se sarà approvato.
La riforma didattica (Dm n. 509/99) è un tentativo - discusso e discutibile - di porre rimedio a problemi veri; mi limiterò a citarne uno, quello che ritengo il più importante: la massima parte degli studenti o abbandona gli studi, o li conclude in un tempo di gran lunga superiore alla durata ufficiale del corso. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e non è qui possibile analizzarle; ai fini del discorso che sto conducendo mi è sufficiente segnalare che questa riforma, per avere successo, avrebbe richiesto - oltre a un differente approccio da parte dei docenti e una visione complessiva dell'intero sistema dell'istruzione pubblica - un forte investimento in risorse umane, materiali e finanziarie che non c'è stato né al momento del suo varo, né tanto meno oggi.
Questa riforma ha, comunque, comportato un incremento dell'offerta didattica del sistema universitario, mentre un altro rilevante carico è venuto dall'infausta politica di moltiplicazione delle sedi universitarie, spesso nate senza avere a disposizione una biblioteca o un laboratorio. A fronte di questo, il numero dei docenti dal 1994 al 2002 è aumentato solo dell'11% e il personale tecnico-amministrativo è diminuito del 5%. Né le prospettive sono migliori: tra il 2010 e il 2020 - cioè dopodomani - la massima parte degli attuali docenti universitari andrà in pensione.
Gran parte del lavoro necessario per far fronte alla crescita dell'offerta didattica è stato fornito da precari, nelle diverse forme giuridiche: molti corsi di insegnamento sono stati affidati a professori a contratto; l'attività di tutorato è stata demandata a dottorandi e dottori di ricerca, ecc. È noto che gran parte di questi precari accetta di prestare lavoro sottopagato e privo di diritti in vista di un rapporto di lavoro stabile e a tempo indeterminato - e con una retribuzione dignitosa -, che consenta loro di dedicarsi con la necessaria tranquillità al lavoro didattico e di ricerca, senza doversi sbattere per ottenere ora una borsa di studio, ora un assegno di ricerca, ora un contratto di collaborazione autonoma, ora un contratto di insegnamento. La messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori interdice o, perlomeno, allontana per un tempo indeterminabile ogni prospettiva di realizzazione di questo obiettivo: il rapporto di lavoro a tempo indeterminato con reddito dignitoso non potrà credibilmente conseguirsi prima dei 42/43 anni. Perché mai un giovane talento dovrebbe intraprendere la strada dell'insegnamento universitario?
Un'altra parte significativa di questo lavoro aggiuntivo pesa sulle spalle dei ricercatori, tant'è che pressoché tutti sono gravati della responsabilità di uno o più corsi di insegnamento (cosa che, lo diciamo per i non addetti ai lavori, non è prevista dal loro stato giuridico). Sembrava, quindi, a loro stessi e alle organizzazioni sindacali che li hanno sostenuti, una rivendicazione tutt'altro che sovversiva quella di riconoscere loro lo status di docente, ancorché come terza fascia (dopo gli ordinari e gli associati); non si rivendicava, cioè, nessun ope legis: si sarebbe riconosciuto loro come diritto-dovere lo svolgimento di un'attività didattica che la legge prevede come eventuale, ma che nei fatti viene svolta da tutti. Un'iniziativa di legge nella passata legislatura ha incontrato un'incomprensibile opposizione da parte di ristretti gruppi accademici, che ha trovato un ancor più incomprensibile appoggio in Parlamento, con l'effetto di bocciare l'iniziativa. Si consideri il paradosso: se i ricercatori si avvalessero della possibilità - che la legge consente - di rifiutare la responsabilità di corsi di insegnamento, non sarebbe possibile impartire una parte significativa dei corsi; ciononostante, con un vieto quanto inutile e controproducente formalismo, si vuole continuare a negare che siano docenti.
Oggi, con il Ddl proposto dalla Moratti, la loro prospettiva è quella di essere messi nel ghetto di un ruolo ad esaurimento, senza una reale prospettiva di uscirne vincendo il concorso per il gradino superiore della docenza: in questi concorsi, infatti, saranno in concorrenza con i precari, per i quali la vittoria di un concorso da associato sarà condizione indispensabile per poter rimanere nell'Università. Nella situazione così prefigurata, sarà grande la tentazione per le commissioni di concorso di preferire il precario - che, se non vince, sarà costretto a lasciare l'Università - rispetto al ricercatore ad esaurimento che, comunque, un lavoro stabile ce l'ha. Del tutto ridicola è, poi, la proposta di riservare ai ricercatori che abbiano certi requisiti il 15% delle idoneità da conferire a livello nazionale: questa riserva, da un lato, è discriminatoria ai danni dei precari, dall'altro è insufficiente (e il problema resterebbe aperto anche se la percentuale fosse elevata al 30%, come viene ventilato) a garantire un rapido passaggio degli attuali ricercatori nella fascia dei professori associati.
Hanno più che legittime ragioni di protestare anche coloro che hanno vinto un concorso da ricercatore, da associato o da ordinario e non possono prendere servizio per il blocco delle assunzioni, disposto dalla Finanziaria 2003 e confermato dalla Finanziaria 2004. La parte maggiore di loro già lavora nelle Università; il blocco delle assunzioni comporta che, nonostante la vittoria nel concorso, devono continuare a prestare lavoro quasi gratuito se sono precari, o comunque a condizioni economiche e di status inferiori a quelle cui avrebbero diritto. Le deroghe che sono state promesse (ma, per ottenerle, è stato necessario niente meno che un ammonimento inedito del Presidente della Repubblica!) rappresentano certamente un fatto positivo in quanto risolveranno (totalmente o parzialmente, vedremo) il problema immediato, ma queste deroghe trasformano in una graziosa concessione del governo (del ministro dell'Economia?) quello che dovrebbe essere oggetto di due diritti: il diritto dei singoli Atenei a gestire il proprio bilancio e ad individuare i docenti di cui hanno bisogno e il diritto dei vincitori di concorso a essere assunti.
Anche gli associati ed ordinari hanno di che protestare: il numero delle ore di didattica frontale viene raddoppiato senza che a questo maggior impegno corrisponda un qualche incremento del trattamento retributivo. Quel che è più grave, ogni possibilità di adeguamento retributivo viene spostata su una retribuzione variabile che, a ben vedere, in mancanza di una contrattazione collettiva che ne fissi i criteri di variazione, sarà funzione delle disponibilità finanziarie dell'Ateneo e della capacità di pressione del gruppo accademico cui ciascun docente appartiene. Per non parlare del fatto che la fascia degli associati, diventando quella di reclutamento nel ruolo dei docenti al posto di quella dei ricercatori, subirà un inevitabile declassamento con grave danno e per l'istituzione e per gli attuali associati.
Dal canto suo, il personale tecnico-amministrativo vede negato da anni il proprio elementare diritto al contratto per l'irresponsabile comportamento della Conferenza dei rettori, che mantiene in ostaggio il contratto stesso per utilizzarlo come arma di pressione nei confronti del governo, al fine di ottenere i pur necessari e indispensabili finanziamenti. Né, infine, possono essere trascurati i lettori di lingua straniera e i collaboratori ed esperti linguistici, che continuano a veder svalorizzato il lavoro didattico da loro svolto, nonostante un costante orientamento della Commissione e della Corte di giustizia della Comunità europea. Al contrario, proprio la riforma didattica del 1999 postula l'esistenza di docenti universitari che non abbiano obblighi di ricerca (oltre all'insegnamento delle lingue, si pensi alla necessaria acquisizione di abilità informatiche).
3. Alle ragioni di protesta dei singoli gruppi, in cui si articola il personale universitario, possono aggiungersi quelle - per così dire - trasversali.
L'abolizione della distinzione tra tempo pieno e definito, nelle facoltà professionali (ingegneria, giurisprudenza, economia) significa incoraggiare i docenti a subordinare l'impegno universitario alla libera attività professionale. Ma il paradosso è che il costo dell'operazione viene fatta gravare sui già esangui bilanci universitari.
È criticabile anche la centralizzazione dei concorsi. Si propone che, su bando ministeriale, una commissione nazionale nomini un numero di idonei pari al 120% del numero dei posti richiesti dalle singole Università. Ciò significa che un sesto degli idonei rimarrà con il cerino acceso in mano: avrà conseguito l'idoneità ma non sarà chiamato da nessuna sede universitaria. Inoltre, nei due anni passati il governo si è dovuto assumere la responsabilità politica del blocco delle assunzioni, disponendo in tal senso nelle leggi finanziarie. Domani, se la proposta dovesse passare, potrà realizzare lo stesso risultato limitandosi a ritardare il bando.
Infine, nulla la proposta dice sui criteri di composizione delle commissioni di concorso. Ciò significa che questo delicatissimo punto viene lasciato al puro arbitrio del governo.
4. Come abbiamo visto, ciascuno dei gruppi in cui si articola il personale universitario ha proprie e autonome ragioni di protesta. Ma la forza del movimento è la capacità di tutti di non chiudersi ciascuno nel proprio specifico malessere, ma di saper leggere che i provvedimenti attuati o progettati dal governo sono tasselli di un unico mosaico, di un modello di Università che il governo persegue con coerenza. Il governo e le forze politiche e sociali che lo sostengono non sanno che farsene di una Università che sia di stimolo a una società civilmente, economicamente e politicamente sviluppata. Anzi considerano una simile Università, da un lato, pericolosa e, dall'altro, un inutile lusso. E perché non dovrebbero? Essa non è immediatamente controllabile dal potere politico e non può, dunque, essere trasformata in un'agenzia di propaganda delle ideologie dei gruppi dominanti nel sistema politico. Ma, quel che è più importante, è che non serve a un modello di sviluppo - come è quello perseguito dall'attuale maggioranza - che si fonda sul dumping sociale.
Certo, oggi paghiamo - e a caro prezzo - riforme non fatte o lasciate incompiute e investimenti non realizzati nel passato recente e meno recente, ma anche la resistenza al cambiamento di una parte significativa e forse maggioritaria della docenza universitaria. Ambedue questi fattori hanno lasciato in mezzo al guado l'Università italiana: non più la vecchia Università (pubblica) d'élite e non ancora Università (pubblica) qualificata e di massa; un'Università più attenta agli equilibri interni che alla sua funzione sociale. Ma oggi non è più in questione - come lo è stato nella passata legislatura - quale itinerario seguire per compiere questo tragitto: la questione è se debba continuare a esserci un'Università pubblica, nel cui ambito si faccia (anche) ricerca di base e si dia una formazione che non sia il mero apprendimento delle tecniche in atto, utilizzate nei processi produttivi.
E questo il movimento l'ha capito ed è qui la sua forza. Ma non basta, non è sufficiente che l'azione di lotta saldi i diversi pezzi del personale universitario e neanche che i motivi di essa siano chiari e immediatamente leggibili, occorre anche che il movimento si saldi con quello in atto nel paese per un diverso modello di sviluppo. Il movimento è cresciuto comprendendo che l'attacco non è (solo) a questo o a quel gruppo di lavoratori dell'Università, ma a un modello di Università che la vuole insieme qualificata e di massa perché svolga appieno il suo ruolo sociale di stimolo alle intelligenze e alle capacità creative, nel sistema produttivo e nella società in generale; potrà mantenere l'alto livello di mobilitazione realizzato se riuscirà a far comprendere alla società intera che una siffatta Università è parte essenziale e imprescindibile di un modello di sviluppo che non attribuisca al nostro paese un ruolo subalterno nella divisione internazionale del lavoro e che, al contrario, punti a competere con i paesi più sviluppati sul piano delle capacità di innovazione.
Solo allora, le solidarietà che da più parti stiamo ricevendo potranno trasformarsi in attiva collaborazione e le nostre proposte sull'assetto complessivo del sistema universitario e della ricerca potranno diventare parte di una battaglia più ampia e radicale, che vada oltre gli attuali equilibri politici.
Mario Giovanni Garofalo è segretario nazionale dello Snur-Cgil; e professore ordinario di Diritto del lavoro nell'Università di Bari.


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