numero  49  aprile 2004 Sommario

La Fiom a congresso

L'ORA DELLE SCELTE
Gianni Rinaldini  

CONVERSAZIONE CON LORIS CAMPETTI Anorma di regolamento, e per volontà del gruppo dirigente che ad ampia maggioranza l'ha voluto, non bisogna chiamare `straordinario' ma semplicemente `anticipato' il Congresso nazionale della Fiom, che ha avuto formalmente avvio il mese scorso con la definizione di due contrapposti documenti. Il primo è sostenuto della maggioranza congressuale guidata dal segretario generale Gianni Rinaldini e dai dirigenti che, come Giorgio Cremaschi, fanno riferimento alla sinistra di `Cambiare rotta - Lavoro e società', il secondo raccoglie l'opposizione `di destra', legata alla componente `riformista' della Cgil, che nei meccanici fa riferimento a Nencini. In realtà, gli elementi di straordinarietà non mancano nell'appuntamento a cui sono chiamati gli iscritti alla Fiom. In gioco c'è l'autonomia di questo sindacato dalle controparti e dai governi, un'autonomia che trova il suo punto di forza nel radicamento tra i lavoratori che restano, secondo la Fiom, i titolari delle scelte, degli accordi, delle lotte. La democrazia di mandato non è un optional ma una scelta ineludibile, non trattabile. Nessun accordo o contratto ha valore se non condiviso dalla maggioranza dei lavoratori interessati. Questa scelta di campo ha prodotto negli ultimi anni due effetti tra loro, almeno apparentemente, contrapposti: a ogni verifica, a ogni rinnovo delle Rsu, la Fiom vede crescere il suo consenso nelle grandi come nelle piccole aziende, a riprova del fatto che una linea politica autonoma, democratica e radicale è premiata dai lavoratori. Contemporaneamente, però, i metalmeccanici della Cgil sono esclusi dalla firma dei contratti nazionali di lavoro e da moltissimi accordi nei grandi gruppi, dove Federmeccanica e imprenditori hanno da tempo scelto la strada di firmare intese con chi ci sta, anche se rappresenta la minoranza dei lavoratori.
Una strada resa possibile dalla mancanza di una legge sulla rappresentanza, che né il governo dell'Ulivo né quello della Casa delle libertà hanno voluto. Questa, almeno, è la linea seguita fino a oggi dai padroni, che li ha però costretti a subire conseguenze pesanti: una conflittualità crescente nei posti di lavoro ha portato alla firma di 600 precontratti tra imprenditori e Fiom in altrettante aziende, attraverso cui si garantisce il recupero del salario cancellato dall'accordo separato tra Federmeccanica, Fim e Uilm e si sbarra la strada all'applicazione della Legge 30 sul mercato del lavoro, mettendo un limite numerico e temporale ai contratti atipici e dunque alla precarizzazione di massa. Il prossimo cambio al vertice di Confindustria, con l'entrata in scena di Luca Cordero di Montezemolo al posto del `guerrafondaio' Antonio D'Amato, potrebbe segnare un cambiamento di rotta del padronato italiano: ricostruzione di una linea di confronto meno rissosa con i sindacati e dunque fine del patto ad escludendum contro la Cgil.
Ma c'è un `ma', in questo ipotetico scenario. I padroni chiedono lo scalpo della Fiom come precondizione per tornare a relazioni sindacali `normali'. Non è un caso che quest'offensiva proceda di pari passo all'uscita allo scoperto della destra sindacale nella Cgil e nella Fiom, sotto la pressione odiosa e prepotente delle forze maggioritarie dell'Ulivo, schierate sempre più apertamente con la Cisl e la Uil. All'ultima Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, organizzata a Torino dai Democratici di sinistra, sembrava di essere tornati ai tempi in cui i rapporti tra Pci e Cgil erano basati, né più né meno, sulla teoria e pratica della `cinghia di trasmissione'. In Cgil si è riaperto il confronto sulla politica dei redditi e i nostalgici della concertazione nata con gli accordi del 23 luglio di 10 anni fa sono all'attacco.
È in questo quadro che il congresso della Fiom assume un significato particolare e il suo esito non potrà non avere conseguenze importanti sulle scelte della Cgil. Al segretario generale Gianni Rinaldini abbiamo chiesto di spiegare ai lettori della «rivista del manifesto» i nodi centrali su cui i militanti del suo sindacato saranno chiamati a esprimersi e a votare. (l.c.) Loris Campetti Il 23 marzo la minoranza della Fiom ha presentato il suo documento congressuale, contrapposto a quello firmato dai quattro quinti della segreteria. Nencini ha mobilitato l'area `riformista' della Cgil e personalità di spicco della sua storia sindacale. Il 23 marzo è il giorno dei 3 milioni di persone al Circo Massimo in difesa dei diritti e dell'Articolo 18, e si tratta forse di un tentativo di dire: «siamo noi la Cgil, non chi la spinge su una linea estremistica e isolazionista». Rinaldini, che aria tira in casa Fiom?
Gianni Rinaldini Di fronte a un passaggio così significativo e strategico per il futuro del sindacato, il fatto che ci siano due mozioni non va vissuto come una lacerazione. Viceversa, è un elemento che può favorire una discussione assolutamente esplicita e trasparente che parte da una base comune: i documenti approvati all'Assemblea dei delegati di Riccione. Nessuno mette in discussione le scelte compiute - compresa la non firma sul contratto. È dunque necessario evitare un confronto che nasconda le differenze tra le posizioni concrete dietro opzioni ideologiche, pro o contro la politica dei redditi. Oppure tra chi è più vicino o lontano dalla Cgil.
Siamo di nuovo alla Fiom come quarta confederazione?
Ma no. Il punto è quali proposte fa la Fiom in una sede democratica qual è il Congresso, anche in relazione alle scelte che dovrà fare la Cgil.
Scelte che non possono non tener conto del contesto dato… Siamo in una situazione segnata dalla concomitanza tra il dissesto del sistema industriale italiano e la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Di più: la distribuzione della ricchezza in questi anni è andata in un'unica direzione, colpendo pensioni e salari a tutto vantaggio dei profitti e della rendita.
La crisi dei rapporti con Fim e Uilm e la prassi tutt'altro che occasionale degli accordi e dei contratti separati, però, rischia di isolare la Fiom. Almeno secondo la critica avanzata da una parte importante della Cgil e dall'interno del tuo stesso sindacato.
L'intesa separata nei meccanici, accompagnata e resa possibile dalla negazione dei diritti democratici dei lavoratori, è parte determinante di questo processo. Si parte da qui, dalla cancellazione di ogni sistema di regole. E noi dovremmo fermarci a discutere in forma ideologica sulla politica dei redditi? La politica dei redditi va avanti con versioni anche completamente diverse da quarant'anni. Ma gli accordi del 23 luglio, con relativo patto sociale, sono stati cancellati dalla Confindustria. Quella ipotesi, pertanto, non esiste più e non è resuscitabile.
Ma siamo sempre all'analisi della fase. Parliamo di come è possibile modificare la situazione data.
Per prima cosa dobbiamo ricostruire le condizioni per la pratica della democrazia, facendo centro sul lavoro. La pratica contrattuale stessa dev'essere finalizzata alla riunificazione del lavoro. È il caso di ricordare che la funzione del contratto nazionale è quella di garantire, attraverso di esso, la solidarietà generale tra tutti i lavoratori. Dunque, l'istituto del contratto nazionale è incompatibile con la logica liberista, fondata sulla competizione tra imprese, a cui tutto il resto va piegato. Il ragionamento caro a molti, D'Alema incluso, sull'esigenza di puntare sul decentramento e sul rafforzamento dei risultati contrattuali a livello locale è un'ipocrisia che non sta in piedi. Al contrario, il contratto nazionale va rafforzato e deve aumentare la retribuzione netta, attraverso due parametri: l'inflazione reale e la ricchezza nazionale, cioè il Pil. Bisogna fermare il salasso che ha spostato 10 punti del Pil dai salari alla rendita e al profitto.
Puntare sul lavoro, dicevi. Attraverso quale strada?
La strada si chiama democrazia. I lavoratori votano e decidono sulle piattaforme e sugli accordi. È incredibile che un principio così semplice venga vissuto e ritenuto dirompente e massimalistico. Ma insieme è irrinviabile una svolta radicale nella politica economica. L'idea di uno Stato, che si limiti a una funzione regolatrice, lasciando tutto il resto al mercato, ci ha portati a questo sfascio. C'è bisogno di un intervento pubblico sulla ricerca, l'innovazione e la formazione. Al tempo stesso credo che serva un intervento diretto sui settori strategici della nostra economia, ormai ridotti ai minimi termini. Per condurre questa battaglia è necessario un soggetto sindacale democratico e autonomo, che incentri la sua iniziativa sul lavoro senza delegare a nessuno la sua funzione. Neppure a un presunto `governo amico'.
E siamo al nodo della rappresentanza, punto per voi centrale ma a cui le forze politiche che si propongono al governo del paese al posto di Berlusconi sembrano sorde. E ci si chiede quanto questo problema sia in testa nell'agenda della stessa Cgil.
Il problema della rappresentanza sociale esplode in tutt'Europa. In Gran Bretagna il New Labour espelle le Unions, in Germania la situazione non è meno esplosiva. La scelta della Fiom si colloca in questo scenario europeo, e fa leva sulle esperienze che hanno fatto un secolo di storia della Fiom e della Cgil. Se abbiamo deciso di andare al congresso anticipato è perché i meccanici della Cgil sono più esposti e sottoposti a verifiche sociali immediate. Da quattro anni siamo fuori dagli accordi siglati separatamente con le controparti. Già al momento del rinnovo del biennio economico, la Fiom aveva denunciato che ci si trovava all'inizio di un processo pericolosissimo, destinato a cancellare il contratto nazionale. Questo nodo, nel rapporto con la Cgil, ci metterà di fronte a passaggi determinanti. Sulla pace la Confederazione ha tirato diritto senza tentennamenti o ripensamenti, svolgendo un ruolo importante nella battaglia contro la guerra e per il ritiro delle truppe, senza farsi ammaliare dalle sirene dell'antiterrorismo bypartisan. Lo stesso si può dire per quanto riguarda il declino industriale, contro cui ha chiamato alla lotta i lavoratori anche quando altre forze sindacali minimizzavano o parlavano d'altro, o si accordavano con il governo per accelerare il processo di precarizzazione del lavoro. Su altri aspetti l'atteggiamento della Cgil è stato invece contraddittorio: noi diamo un giudizio fortemente negativo sul contratto siglato per gli artigiani, in relazione in particolare al «nuovo modello contrattuale e linee guida», che sancisce nei fatti il primato della contrattazione territoriale. Il confronto è aperto, e del resto lo stesso Direttivo confederale sulla `nuova' politica dei redditi conferma che sulle conclusioni del Congresso di Rimini ci sono opzioni diverse: non è stato scritto che il contratto nazionale deve anche essere finalizzato alla crescita delle retribuzioni reali. E, sulla democrazia, la gestione discutibile della vertenza degli autoferrotranvieri dimostra che sotto botta non ci sono più soltanto i metalmeccanici. Di questo vogliamo discutere e, alla fine, fare delle scelte nette. Per la Fiom, quando si tratta di scegliere su questioni fondamentali che riguardano la condizione lavorativa non è sufficiente una decisione del Comitato centrale, serve un confronto trasparente e il voto democratico degli iscritti. Per questo abbiamo anticipato il congresso e con questa pratica politica entriamo nella discussione aperta nella Cgil.
Insistete sull'urgenza di varare una legge sulla rappresentanza e sul referendum all'inizio (nella definizione delle piattaforme) e alla fine (prima di siglare un accordo) del percorso contrattuale. Anche in questo caso non avete molti alleati nelle sedi sindacali e politiche.
Non solo sul referendum, anche sul principio di solidarietà generale del contratto nazionale, in troppi si schierano su posizioni inaccettabili: e a D'Alema, che mette in discussione il Ccnl, non possiamo limitarci a rispondere che però i nostri iscritti sono aumentati. Ora tutti dicono che esiste un problema salariale, ma si comportano come se a parlarne e a decidere debbano essere altri, non direttamente i lavoratori. Questo presupposto va capovolto. Non è un caso che contro il referendum ci siamo ritrovati la Cisl, la Uil, parte della Cgil e persino i Cobas. Ma una fase di passività e attesa è finita, alle nostre spalle: gli operai - e i lavoratori in generale - non sono plebe da educare e pretendono giustamente di esprimere la loro soggettività fino al pronunciamento con un voto capace di decidere. Di conseguenza, tra le priorità di un governo diverso da quello di Berlusconi non può non esserci il nodo della democrazia. Guai alla riedizione dell'esperienza del passato governo dell'Ulivo, che non è riuscito a varare una legge avanzata sulla rappresentanza: e questo non è stato un errore ma la conseguenza di un'analisi sbagliata dei processi reali. Da Ds e Margherita non vengono fino ad oggi parole incoraggianti. C'è da mettersi le mani nei capelli a pensare a un tavolo di confronto su questi temi con Cisl, Uil, Ds e Margherita. Ma intanto, mi aspetto che dalla Cgil vengano parole chiare e nette.
Nel mezzo di questo vortice vi cadrà, tra capo e collo, il rinnovo del biennio contrattuale...
Abbiamo il tempo (il rinnovo è a fine anno) e gli strumenti democratici per andare avanti anche rispetto a questo appuntamento. Nulla resta immobile e identico al passato, oggi anche i padroni hanno forti perplessità sulla pratica degli accordi separati. I 600 precontratti siglati dalla Fiom stanno lì a ricordare a tutti che senza e contro di noi non si fa molta strada. Nelle elezioni delle Rsu verifichiamo un consenso straordinario anche tra gli impiegati. Ogni volta che ai lavoratori è concesso di votare, la Fiom cresce.
Alla Fiat, ma anche in altre realtà importanti, dopo mesi e anni di separazioni con Fim e Uilm, sembrerebbe riaprirsi una stagione unitaria. Si può già parlare di inversione di tendenza?
Verifico che, di fronte a una nostra proposta, alla Fiat - come alla Piaggio o alla Zanussi - si va a una piattaforma unitaria, in cui è garantito il percorso democratico dall'inizio alla fine. Forse comincia a essere chiaro a tutti che i giovani in fabbrica scelgono la Fiom a partire dal nodo della democrazia: per questo abbiamo tenuto e siamo cresciuti in una situazione difficilissima e per questo siamo riusciti a conquistare alcuni percorsi unitari con Fim e Uilm. Tornando alla Fiat, l'azienda - inoltre - sta maltrattando questi sindacati, con cui aveva scelto di siglare accordi separati, al punto che alla Iveco di Brescia Fim e Uilm sono arrivate a indire scioperi per il rispetto dei loro accordi separati. In più, la Fiat non mantiene le promesse produttive e questo rende sempre più insicuro il futuro di Mirafiori. Contemporaneamente, però, in alcune realtà - penso a Grottaminarda, dove si è fatto un accordo separato sulla flessibilità - le cose procedono all'antica e questo mi fa pensare che non si sia di fronte a una chiara inversione di tendenza. Ci muoviamo in una situazione in cui i comportamenti di Fim e Uilm sono ora unitari ora no. La cartina geografica dei metalmeccanici italiani è, da questo punto di vista, a macchia di leopardo.


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