La discussione in Cgil
UN PASSO AVANTI, O DUE INDIETRO
Dino Greco
1.Vi fu una fase, immediatamente successiva alla sconfitta politica del 2001, nella quale la sinistra - superato lo choc per la disfatta subita e archiviate le polemiche post-elettorali - sembrò interrogarsi sulle ragioni profonde di uno scacco che andava ben al di là degli errori tattici e della propria cronica incapacità di fare fronte comune contro un avversario tanto pericoloso. Parve in quel (breve) periodo che una certa resipiscenza inducesse a riflettere sui limiti di un'esperienza di governo che aveva dilapidato un patrimonio di consensi, soprattutto in un'area sociale fatta di lavoratori e di pensionati a basso reddito che non avevano visto rappresentate le proprie istanze. Parve cioè che prendesse corpo la consapevolezza che la sfida con lo schieramento avverso non potesse aver luogo sul terreno, più fraudolento che ambiguo, della modernizzazione e che i temi della giustizia sociale, dell'uguaglianza, dei diritti nel lavoro non costituissero semplici icone di un passato definitivamente tramontato, ma tratti identitari di una politica riformatrice degna di questo nome.
Questa lettura autocritica degli errori del centro-sinistra è però morta nella culla. O, più precisamente, si è attenuata, per poi inabissarsi, via via che i disastri della politica berlusconiana stemperavano e allontanavano il ricordo della precedente stagione, rivalutandone le virtù, ben oltre i meriti effettivi.
L'istinto democratico di sopravvivenza ha poi prodotto una diffusa richiesta di unità delle opposizioni, che antepone a tutto l'obiettivo di liberare il paese dall'incubo di una degenerazione autoritaria; ma che allo stesso tempo ha finito per ottundere la ricerca e la costruzione di un programma politico che sappia realmente di alternativa. Così, rimossa la pur timida propensione a riflettere criticamente sulla passata esperienza è resuscitata l'inclinazione a replicarne il modello ed è rispuntata la voglia di ricominciare da dove, `per uno scherzo del destino', si era dovuto lasciare.
La corsa alla riconquista del `centro' è ripresa di slancio ed è rinato a nuova vita il politicismo astruso, espressione di un leaderismo oligarchico, incapace di suscitare passione e mobilitazione, che si è nuovamente rovesciato negli spazi dei talk show televisivi, sola palestra percepibile della lotta politica, mentre su tutti i temi che hanno prodotto in questi anni lotte sociali, movimenti - dalla pace al lavoro, dai diritti al Welfare, alla democrazia - si possono cogliere segni di involuzione e di arretramento.
2. Poiché a nessuno vengono perdonati i peccati di ingenuità, non commetterò quello di ritenere che la vicenda politica che sta rimescolando le carte confuse della sinistra non eserciti un potere attrattivo sulle cose sindacali. È infatti evidente che l'asse Ds-Margherita-Sdi farà delle prossime consultazioni europee il banco di prova di un'alleanza non solo elettorale e che un successo di quella coalizione aprirebbe un'autostrada alla costituzione di quel partito democratico a baricentro politico moderato che è da tempo in incubazione e che corrisponde alla definitiva mutazione culturale e politica della sinistra post-comunista. È altrettanto evidente che la persistente presenza nel paese di un forte sindacato non solo determinato a vender cara la pelle, ma anche capace di rappresentare un punto di vista autonomo dei lavoratori, e dunque non facilmente addomesticabile, sia visto come un intralcio sulla strada della realizzazione di quel disegno. La neonata e ancor fragile autonomia della Cgil sarà perciò messa alla prova più di quanto non sia già avvenuto nei mesi che abbiamo alle spalle.
3. Esauritasi la fase alta dell'ultima stagione cofferatiana, la Cgil è chiamata a fare i conti con una svolta strategica - quella delineatasi con il XIV Congresso - guidata dall'alto, ma non sufficientemente metabolizzata da una porzione consistente del gruppo dirigente, apertamente osteggiata da un'altra e - soprattutto - non sorretta da una diffusa e coerente pratica rivendicativa, al centro come in periferia, nella contrattazione nazionale come in quella decentrata.
E tuttavia sarebbe sbagliato dare per esaurita la spinta propulsiva della Cgil e rassegnarsi all'idea che essa abbia rappresentato soltanto un effimero fuoco di paglia destinato a non lasciare traccia. Nei due anni trascorsi, la questione dei diritti, con la battaglia per difendere ed estendere il campo d'applicazione dell'Articolo 18, la lotta per contrastare il `libro bianco', il `patto per l'Italia' e la `Legge 30', l'affermazione della democrazia sindacale come condizione della rappresentanza, la partecipazione al grande movimento per la pace e contro la guerra e l'interlocuzione positiva con i movimenti antiliberisti hanno pur rappresentato qualcosa.
Se oggi Confindustria sembra costretta ad abbandonare la propria linea oltranzista e se Berlusconi arranca sotto i colpi della mobilitazione sociale questo è in primo luogo dovuto alle lotte ingaggiate dalla Cgil e dalla Fiom che non hanno esitato, ciascuna per la propria parte, a intraprendere l'azione unilaterale, sino allo sciopero, superando il tabù dell'unità ad ogni costo, quando le altre confederazioni sceglievano la strada della rottura sindacale e degli accordi separati e quando la sinistra moderata esibiva tutto il proprio dissenso nei confronti di questa battaglia solitaria. Persino il faticoso, odierno recupero di Cisl e Uil a un'azione di lotta comune contro il governo è stato frutto di questa determinazione: lo sciopero, soprattutto quando assume le caratteristiche della mobilitazione generale, ha sempre un valore costituente e finisce per travolgere `sul campo' le reticenze politiche e i confini talvolta ambigui dentro i quali si vorrebbe contenerne l'espressione.
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Detto questo, non è infondata la preoccupazione che l'azione di lotta possa rifluire entro l'orizzonte della vecchia pratica concertativa, abbandonata più perché ripudiata dalle controparti che per intima convinzione; come non è immotivato il timore che una Confindustria più dialogante, mondata dell'estremismo alla D'Amato e una coalizione di centro-sinistra a trazione moderata che abbia ripreso il timone di comando possano rappresentare non già le condizioni per un più avanzato terreno di dialettica sociale, bensì l'anestetico per un rimaneggiamento del Welfare, per un ridimensionamento del contratto nazionale di lavoro, per una nuova politica di contenimento delle retribuzioni e per una sostanziale riconferma del processo di precarizzazione del lavoro scatenato dal governo in carica.
Ne è prova il fatto che riscuote un discreto seguito quella linea di pensiero e di in-azione che nega (o sottovaluta grandemente) lo stato comatoso dell'industria italiana e che attende messianicamente la più tradizionale (e improbabile) ripresa dello sviluppo, sostenendo che questa risolverebbe in un sol colpo i problemi di stabilizzazione dell'occupazione e di consolidamento della finanza pubblica. Quanto ai bassi salari e alla precarizzazione del lavoro, si tratterebbe di conseguenze fisiologiche, prezzi inevitabili, che vanno messi nel conto perché `Parigi val bene una messa': altro che nuova politica salariale e abrogazione della Legge 30!
Il fatto è che nella Cgil è aperta una lotta politica e che in essa convivono linee, culture, strategie sindacali, concezioni della democrazia e del rapporto con la politica fra loro diverse che l'esperienza di questi anni ha solo parzialmente unificato. L'esito di questo confronto è aperto. Quel che è certo è che la Cgil e il suo segretario non possono rimanere a lungo in mezzo al guado, perché è lì che la corrente e i rischi sono più forti.
4. Per un sindacato conta la linea generale, ma conta ancor di più la sua pratica contrattuale che di quella linea è l'incarnazione e la nervatura. Abbiamo detto più volte che il sindacato è - innanzitutto - la contrattazione che fa e decisivo è il rapporto di rappresentanza che esso sa costruire con i lavoratori attraverso l'esercizio pieno della democrazia. Senza queste condizioni non c'è autonomia. Vi si sostituisce un'autoreferenzialità burocratica che regge finché la controparte ha interesse a tenerla in vita e a farsene sponda. La pratica contrattuale è il terreno più difficile perché non concede sconti a nessuno: espone alla prova della coerenza, fa giustizia dei velleitarismi ed educa alla responsabilità. Non regge a lungo una fraseologia mordace che copre una pratica reale scadente. E allora conviene fare la fatica di risalire ai temi che stanno alla base del confronto e sui quali sarà bene si misurino anche le forze politiche che ancora ritengono di avere qualcosa a che fare con il lavoro.
5. Il primo punto riguarda la distribuzione del reddito.
È oggi una questione assodata che - a partire dalla fine degli anni '70 e poi con una progressiva accelerazione nell'ultimo decennio del secolo scorso, divenuta formidabile negli ultimi due anni - la quota dei redditi da lavoro dipendente sul Pil sia crollata, in Italia, al livello degli anni '50, secondo un trend sconosciuto in paesi come la Francia, la Germania, la Spagna, la stessa Inghilterra dove quel rapporto si è mantenuto costante; mentre un percorso inverso hanno fatto segnare profitti e rendite.
L'impoverimento sociale di cui insistentemente parliamo è certo il prodotto di una molteplicità di fattori che chiamano in causa la qualità dello sviluppo, le politiche economiche, quelle fiscali, il progressivo depauperamento della rete di protezione sociale, del Welfare; ma vi è anche la corresponsabilità di una scelta di politica sindacale che affonda le sue radici nel tempo e che ha trasmesso e radicato l'idea secondo la quale una strategia di salari sostenuti produce inflazione, erode i margini per gli investimenti produttivi, mina la competitività delle imprese. Si è ingenuamente accreditata la convinzione che si dovesse scegliere fra una politica virtuosa, da `formiche', che avrebbe prodotto occupazione, pur a prezzo di qualche sacrificio retributivo, e una politica egoistica, da `cicale', tesa a bruciare nei consumi le risorse che più saggiamente avrebbero dovuto essere impiegate nell'innovazione. Insomma, mentre il salario veniva demonizzato, il profitto industriale subiva un processo inverso di canonizzazione che sublimava nell'assunto secondo cui l'impresa che guadagna è, di per sé, l'impresa che cresce, genera lavoro e benessere per tutti.
Questa vera e propria fuga nell'altrui ideologia ha fortemente influenzato l'intera politica sindacale (si pensi non soltanto al progressivo superamento della scala mobile, ma anche all'eutanasia di tutte le voci salariali regolate da qualche automatismo). Molti ricorderanno che con il modello contrattuale frutto dell'accordo del '93 la moderazione salariale venne giocata come contributo dei lavoratori volto a favorire il risanamento della finanza pubblica in prospettiva europea; poi, dopo il '98, a risultato conseguito, si decise di reinvestire la medesima posta su un altro obiettivo: quello degli investimenti e dell'occupazione. Né l'uno né l'altro progetto - come ognuno ha poi verificato - andarono a buon fine, avendo scelto le imprese l'avventura di investimenti speculativi e di una via `bassa' alla competitività. Di più: l'intera condizione di lavoro, le modalità della prestazione, i diritti, le tipologie lavorative hanno subito un'erosione ininterrotta, all'insegna della precarietà, nobilitata con la tesi secondo la quale se ciò non si fosse verificato il gap concorrenziale delle imprese italiane sarebbe risultato incolmabile: la precarietà come viatico dell'efficienza. Ancora oggi, del resto, non pochi contratti nazionali di lavoro vengono rinnovati con questa bussola e la debole resistenza che viene opposta alle pretese imprenditoriali rivela che si è fatta inesorabilmente strada la convinzione che progresso dei lavoratori e sviluppo economico rappresentano gli estremi di una contraddizione non sanabile.
Fino a dove, passo dopo passo, abbia condotto questo pensiero lo vediamo riflesso nell'odierna discussione: se a sinistra e, in qualche misura, nella stessa Cgil si arrivano ad ipotizzare salari differenziati per area geografica, ciò dipende dal fatto che un altro caposaldo della cultura liberista ha fatto breccia: quello secondo cui è la disuguaglianza il motore dell'accumulazione.
È in questo terreno inquinato che vanno rintracciate molte delle attuali difficoltà a procedere sulla linea del XIV Congresso, che invece indica la strada di un forte recupero del potere d'acquisto delle retribuzioni, oltre che una ricomposizione del lavoro frantumato. Ancora più esplicitamente: il modello contrattuale varato nel '93 ha certo le sue responsabilità, ma non spiega perché molti contratti collocano il proprio esito economico persino al di sotto della soglia che quel meccanismo avrebbe consentito.
La vera rivoluzione copernicana (ancora di là da venire) consiste allora nel riscoprire che un'adeguata politica salariale che aumenti il valore delle retribuzioni non è di ostacolo agli investimenti, ma ne costituisce l'enzima; che il rilancio della domanda interna, attraverso i consumi - soprattutto mentre languono le esportazioni - ha il valore di una manovra economica anticiclica; che la valorizzazione del lavoro chiude la strada a ogni velleitaria competitività `stracciona'. Senza contare che non è gratificante, per un sindacato, farsi spiegare dal «Corriere della Sera» che intere generazioni di lavoratori e di pensionati non sanno più come tirare a campare.
Converrà anche - se vogliamo sottrarci a estenuanti quanto sconclusionate `dispute nominalistiche' - affrontare la questione della cosiddetta politica dei redditi, agitata come ideale linea di demarcazione fra opposti schieramenti. La politica dei redditi, nelle sue innumerevoli varianti, è un po' come il mito russoviano del primitivo stato di natura, quello del `buon selvaggio': «una condizione che non esiste più, che forse non è mai esistita, che probabilmente non esisterà mai». Poiché la politica dei redditi non è stata mai attuata, ognuno può pensarne quel che vuole ed ognuno pensa in realtà una cosa diversa. L'aggettivo `nuova', poi, non qualifica un bel niente perché è un puro escamotage linguistico per aggirare una difficoltà e un'indeterminatezza sostanziali. Se politica dei redditi significa che non si può chiedere al padrone di essere risarciti di tutto ciò di cui veniamo espropriati attraverso il taglio delle tutele sociali, dei servizi, della sanità, dell'assistenza, della previdenza che siamo costretti a riacquistare individualmente sul mercato, come si trattasse non di diritti, ma di merci qualsiasi; se politica dei redditi significa che battersi sul fronte salariale non basta e che dunque bisogna agire contemporaneamente su una tastiera più vasta, allora siamo d'accordo. Non potremmo più esserlo se il rilancio di questa formula invero un po' `sputtanata', a causa delle prove che ha già dato di sé, mascherasse l'intenzione di rimettere le brache a una seria dinamica retributiva e rendesse invece evanescenti gli interventi su fisco, prezzi, tariffe, servizi: insomma, su tutto ciò che concorre a formare il reddito delle persone e a determinarne le condizioni materiali di vita.
Allora, però, bisognerà sapere mettere in campo e sostenere sino in fondo una vera piattaforma, declinata dal centro alla periferia, per aumentare la spesa pubblica sociale, per impedire la privatizzazione dei servizi sociali, per scongiurare una devoluzione federalista che liquida l'universalità dei diritti, per contrastare sul serio, anche attraverso gesti clamorosi di protesta e di denuncia, l'evasione fiscale e la speculazione commerciale, per chiedere che le tasse aumentino (si badi, aumentino) sulla base di una forte progressività dell'imposta, perché non si fanno le nozze con i fichi secchi. E per ottenere che, almeno annualmente, tutti i salari, le retribuzioni e le pensioni siano riallineati all'inflazione.
Così si fa chiarezza fra di noi e forse si mettono i lavoratori in condizione di capire per che cosa proponiamo loro di battersi.
6. Nel processo demolitore dei diritti, il posto di eccellenza è senz'altro occupato dagli interventi sul mercato del lavoro, in tutte le accezioni possibili: collocamento, tipologie, modalità della prestazione. A cascata, `Libro bianco', Legge 30, decretone applicativo dell'ottobre 2003 hanno delineato coordinate ideologiche e dispositivi tecnici di una colossale transizione verso l'individualizzazione dei rapporti di lavoro, verso una riduzione del diritto del lavoro a diritto commerciale, verso una precarizzazione talmente estesa da prefigurare una spoliazione di diritti senza precedenti. In realtà non abbiamo ancora misurato tutta la devastante efficacia delle misure adottate perché le circolari applicative sono di recentissima emanazione. Diciamo che le aziende si stanno preparando - assistite dalle proprie associazioni e da uno stuolo di consulenti del lavoro - a cogliere fior da fiore.
La Cgil, che ha raccolto cinque milioni di firme su un progetto abrogativo di quelle norme, deve ora tenere fermo l'impegno assunto: evitando di legittimare ex post, attraverso la contrattazione, quel florilegio di precarietà che deve essere, al contrario, inibita, irregimentata, contenuta; e impegnando una battaglia politica che rivendichi al Parlamento la cancellazione della legge.
C'è poi un secondo aspetto della questione che riguarda una questione per chi scrive decisiva. Se l'uguaglianza è l'architrave su cui poggia l'intero edificio confederale, allora non è più possibile tollerare che interi contratti nazionali di lavoro, o accordi di importanti gruppi, siano costruiti su doppi regimi contrattuali, salariali e normativi, fra lavoratori in forza e neo-assunti, a tutto svantaggio di questi ultimi. L'idea che a parità di lavoro corrispondano diritti diversi e, ancor più, che i giovani paghino in proprio il rinnovo contrattuale dei più anziani è pratica tanto aberrante quanto diffusa. Non vi è nulla di più sindacalmente diseducativo di una soluzione contrattualmente discriminatoria, che introietta, come proprio elemento costitutivo, la rottura dei legami di solidarietà, quei legami che fanno della Cgil una confederazione generale del lavoro e non un coacervo di interessi corporativi in concorrenza reciproca.
Questo vale anche per i lavoratori dell'artigianato, nei confronti dei quali abbiamo accumulato un cronico deficit di rappresentanza, dove gli scioperi che dichiariamo sono solo virtuali e dove - come tutti sanno - è difficile poter contare sui `rapporti di forza'. Tutto ciò premesso, e ammesso che il nuovo modello contrattuale degli artigiani non finisca per determinare conseguenze più vaste, resta il fatto che lì si apre un primo varco alla regionalizzazione dei minimi contrattuali e a un `nuovo' bilateralismo invasivo che si spinge fino a investire i temi della previdenza e del mercato del lavoro.
La questione è delicatissima perché la nostra debolezza strutturale sta consolidando una divaricazione che può colpire la condizione di milioni di lavoratori. E poiché la moneta cattiva scaccia quella buona, noi corriamo il serio rischio che quello prefigurato dalla recente intesa confederale diventi l'archetipo cui guarderanno golosamente i padroni di tutta Italia.
7.
La Cgil continua a non considerare come pratica democratica l'idea che siano le organizzazioni a decidere per conto di tutti, e dunque a sottrarre ai lavoratori il giudizio su un'attività loro destinata. La battaglia che vede impegnata la Fiom nella rivendicazione del diritto dei lavoratori di esprimersi sugli accordi sottoscritti, valutandone così la coerenza rispetto alle piattaforme presentate, è e sarà battaglia di tutta la Cgil. Per la Cgil la valutazione certificata è elemento costitutivo dell'identità democratica dell'organizzazione.
Con questa inequivoca formulazione, estratta dal documento conclusivo del XIV Congresso, la Cgil ha provato a colmare l'asimmetria fra la potestà di stipulare accordi dotati di efficacia generale e l'ammissione al voto di ratifica (o di reiezione) riconosciuta ai propri associati. In passato la Cgil aveva molto oscillato. Il ricorso alla formale consultazione dei lavoratori era stato intermittente, debolmente normato, sempre subordinato alla disponibilità delle altre confederazioni.
Ancora recentemente il ricorso al referendum di convalida di una piattaforma o di una intesa era stato rivendicato dalla Cgil soltanto di fronte a opinioni divergenti e ritenute non mediabili fra le organizzazioni sindacali, quindi come strumento dirimente un contrasto interno alle confederazioni e non come diritto in capo ai lavoratori e dunque esigibile in ogni caso, come condizione legittimante di un comportamento negoziale.
Di più. Con il Congresso di Rimini la Cgil ammette - esplicitamente - che l'assenso a un contratto non può essere desunto automaticamente neppure dalla rappresentatività generale dei sindacati firmatari, anche qualora essi rappresentassero - in ragione del numero degli iscritti - la maggioranza assoluta dei lavoratori interessati. Un contratto, per avere legittimità, deve essere approvato attraverso l'espressione formale e diretta della maggioranza dei lavoratori che dagli effetti di quel contratto sono coinvolti. A tal punto che l'inosservanza di questa regola vulnera «l'identità democratica dell'organizzazione». Nulla di più radicale e incisivo era stato affermato sino a quel momento, tanto più in una sede e in un contesto così solenni ed impegnativi.
Tuttavia, non tutta l'organizzazione ha fatto propria questa svolta. Una parte minoritaria la rigetta esplicitamente, ritenendola pregiudizievole dell'unità sindacale, un'altra, più consistente e anche più coperta e prudente, abbozza, ma nella pratica contrattuale reitera consueti comportamenti, tanto nei contenuti rivendicativi quanto nella definizione delle procedure di consultazione dei lavoratori: spesso l'accordo viene blindato dalle segreterie e la decisione sovrana su piattaforme e accordi viene requisita dagli organismi dirigenti centrali dei sindacati. La stessa vicenda del trasporto pubblico locale - con l'accettazione del lodo governativo sul salario che prevede un conguaglio retributivo inferiore all'inflazione e con il mancato ricorso al referendum di convalida - è li a testimoniare quanto `il morto afferri il vivo', quanto ancora l'esercizio della democrazia non costituisca un vincolo insuperabile, ma possa essere ignorato di fronte a uno stato di necessità.
L'ostilità delle altre confederazioni a qualsiasi regola cogente che travalichi la sovranità degli organi statutari d'organizzazione o - nella migliore delle ipotesi - degli iscritti, continua a costituire, per buona parte della Cgil, un elemento inibitorio e, talvolta, un alibi per non dispiegare un compiuto percorso democratico. Ora, o la Cgil sarà capace di portare sino alle estreme conseguenze la propria opzione democratica, che non può rimanere un anelito frustrato dall'altrui indisponibilità, oppure essa sarà inevitabilmente destinata a rilegittimare una pratica mediocre, che contribuirà a spogliare i lavoratori della propria soggettività, perché la partecipazione che non trova sbocco nella sovranità reale è destinata a rifluire e a estinguersi. Dunque, il voto dei lavoratori, di tutti i lavoratori, in ogni evento negoziale, a qualsivoglia livello, deve essere concretamente promosso e praticato, anche ricorrendo a decisioni unilaterali. E l'esito di quel voto deve costituire per la Cgil un vincolo imprescindibile.
Questo comportamento `sul campo' deve essere poi corroborato dalla formulazione di una proposta di legge che fissi regole minime per la rappresentanza sindacale, regole indispensabili perché si riconosca efficacia generale agli esiti della contrattazione collettiva. Viene - in parte - in soccorso la legislazione vigente nel pubblico impiego, che potrebbe essere perfezionata ed estesa nel modo che segue:
- elezione periodica su liste di organizzazione delle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) su base proporzionale pura, escludendo dunque qualsiasi anacronistica posizione di privilegio;
- certificazione formale dell'esito del voto e registrazione delle deleghe sindacali, il cui mix deve identificare con precisione la consistenza rappresentativa di ogni sindacato;
- possibilità di stipulare intese solo se sottoscritte da organizzazioni sindacali che superano, nel loro insieme, il 50% dei lavoratori rappresentati;
- voto certificato di convalida da parte di tutte le Rsu;
- obbligatorietà del referendum risolutivo se richiesto, a ogni livello, da almeno il 10% dei lavoratori interessati, ai quali viene rimessa l'ultima parola.
Contrariamente a quanto spesso si sente dire, non esiste contrasto fra unità e democrazia, quasi che il raggiungimento della prima comportasse di necessità il sacrificio della seconda, quasi che l'esercizio della democrazia comportasse il taglio netto del nodo gordiano, rinunziando a priori a scioglierlo con la paziente virtù della mediazione. Anche in questo caso, democrazia e unità vanno dialettizzate: lo sforzo di mediazione sarà tanto più produttivo quanto più il suo esito e le diverse opzioni che si confrontano saranno davvero aperte al contributo dei lavoratori e sottoposte al loro giudizio conclusivo. È la pratica democratica - per quanto più faticosa e carica di incognite - che rende più solida l'unità, perché da labile e sempre revocabile accordo fra stati maggiori essa diviene unità di massa, fondata su un consenso esteso e verificato, e il mandato che da questo processo emana si traduce in rappresentanza reale.
8. In queste note ho cercato di argomentare come la Cgil viva oggi una fase di transizione aperta a opposti sbocchi: quello di una coraggiosa innovazione del proprio impianto culturale, capace di reinterpretare il proprio ruolo in funzione coerentemente antiliberista, di connettersi con le espressioni più vitali del sindacalismo e dei movimenti sociali in una dimensione sovranazionale, di alimentarsi di un pieno dispiegamento della democrazia, e quello di un ripiegamento che - dopo le speranze alimentate - avrebbe inevitabilmente le caratteristiche di un rovinoso ritorno al passato, nell'orbita di un letale neo-collateralismo politico che ne provocherebbe la diaspora e il declino, replicando il destino fatale di una sinistra politica rispetto alla quale la Cgil ha sino ad oggi mantenuto una salutare asimmetria.
Le pressioni esterne sono forti e visibili. E negative. Non si tratta di scommettere sugli esiti possibili, ma di agire. Gli appuntamenti si succedono a ritmo incalzante e ogni evento segna un tratto di strada, nell'una oppure nell'altra direzione. La Fiom va al congresso straordinario e da lì può venire un contributo importante per tutta la Cgil, se la qualità della proposta sarà elevata e se non prevarrà la sindrome da `socialismo in un paese solo'. Ma la sfida attende tutti al varco. A partire dalle Camere del Lavoro, che devono riscoprire un proprio protagonismo politico e dare prova di non essere semplici terminali periferici di un'organizzazione a struttura centralizzata.