Le elezioni politiche in Spagna
ZAPATERO NON DELUDERCI!
Antonio G.
Santesmases
Le elezioni spagnole del 14 marzo 2004 provocheranno un gran numero di analisi, di saggi, di libri e di tesi di laurea. Inoltre, questo tema darà adito a molte interpretazioni diverse, perché rappresenta una novità senza precedenti andare a votare solo tre giorni dopo un massacro, come quello che c'è stato a Madrid l'11 marzo 2004. Le commoventi e terribili immagini, che tutti abbiamo nella nostra memoria, e il risultato elettorale inatteso solleciteranno fiumi di inchiostro.
Vediamo, innanzitutto, i dati, per confrontare il voto del marzo 2004 con quello di quattro anni prima.
1. Prima dell'attentato
La partecipazione al voto nel 2004 è stata del 77,21%, mentre nel 2000 fu del 69,98%. A partire questi dati, alcune considerazioni sembrano assai evidenti. Il Partido popular (Pp) non ha subito una sconfitta clamorosa. Perde soltanto 600.000 voti; e mantiene, malgrado quanto è successo, 9 milioni e mezzo di voti. Non c'è, perciò, né una perdita significativa di voti, né la loro fuga verso un altro partito. Il Partido socialista (Psoe) ha tre milioni di voti in più. La domanda è: da dove vengono? Pochissimi dal Pp (circa 300.000), pochi ancora da Izquierda unida (Iu) (altri 300.000) e molti, invece, dall'astensionismo di sinistra e dai nuovi elettori.
| Elezioni politiche in Spagna |
| | 2004 | 2000 |
| Partiti | Seggi | Voti | % | Seggi | Voti | % |
| Psoe | 164 | 10.907.530 | 42,64% | 125 | 7.918752 | 34,16% |
| Pp | 148 | 9.628.201 | 37,64% | 183 | 10.321.178 | 44,52% |
| Ciu (1) | 10 | 829.064 | 3,24% | 15 | 970.421 | 4,19% |
| Erc (2) | 8 | 649.999 | 2,54% | 1 | 194.715 | 0,84% |
| Pnv (3) | 7 | 417.154 | 1,63% | 7 | 353.953 | 1,53% |
| Iu | 5 | 1.269.447 | 4,96% | 9 | 1.383.333 | 5,96% |
| Cc (4) | 3 | 220.543 | 0.86% | 4 | 248.261 | 1,07 |
| Bng (5) | 2 | 205.613 | 0,80% | 3 | 303.266 | 1,32% |
| Ch A (6) | 1 | 93.865 | 0,37% | 1 | 75.356 | 0,33 |
| Ea (7) | 1 | 80.613 | 0,32% | 1 | 100.742 | 0,43 |
| Na Bai (8) | 1 | 60.645 | 0,24% | |
| Pa (9) | - | 181.165 | 0,71% | 1 | 206.255 | 0,89 |
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1 Convergència i unió (Ciu) è il motto della Convergència democràtica de Catalunya, partito nazionalista catalano, fondato nel 1974. (Ndrm)
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2 L'Erc (Esquerra republicana de Cataluña) è una formazione di sinistra catalana, fondata nei primi anni '30 da Lluis Companys e Francesc Maciá, che dopo un periodo di declino ha conosciuto una forte affermazione nell'ultimo decennio. (Ndrm)
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3 Si tratta del Partido nacionalista vasco, formazione antichissima (fu fondato nel 1895) e fortemente radicata in questa realtà. (Ndrm)
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4 La Coalición canaria, formazione regionale nazionalista delle isole Canarie, fu fondata 10 anni fa. (Ndrm)
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5 Il Bloque nacionalista galego (Bng), partito regionale fondato nel 1982, dal 1996 è presente in Parlamento. Ha una forte ispirazione ecologista e si è particolarmente impegnato nella campagna contro la presenza di basi militari della Nato in Spagna. (Ndrm)
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6 La Chunta aragonesista (Cha) è un partito regionale aragonese, di esplicita ispirazione socialdemocratica. (Ndrm)
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7 L'Euzko Ascatasuna (Ea) è nato da una scissione del Pnv. (Ndrm)
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8 Nabai è un'altra formazione indipendentista basca, di ispirazione democratica, insediata in Navarra. (Ndrm)
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9 È il Partido andalucista, formazione regionale andalusa. (Ndrm)
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Nel corso della campagna elettorale è stato subito chiaro che molti che votavano per la prima volta erano indecisi sul che fare. Eravamo davanti a un confronto elettorale, nel quale non c'erano dibattiti tra i due candidati. Ora, questa situazione di incertezza si è rotta con il selvaggio attentato dell'11 marzo. È stato segnalato da molti che è stato l'attentato a produrre una reazione civile, che avrebbe finito con il pesare molto sul risultato elettorale. La domanda che dobbiamo farci è se a pesare sia stato l'attentato stesso o la gestione dell'attentato da parte del governo.
Alla vigilia del voto si speculava continuamente sulla possibilità che l'Eta irrompesse nella campagna elettorale. Il tema era stato presente in tutta la campagna, a seguito dell'incontro tra il segretario generale di Esquerra republicana de Cataluña (Erc), J.L. Carod Rovira, e il gruppo dirigente dell'Eta. I media legati alla destra si erano affrettati a sostenere che Carod Rovira aveva patteggiato che l'Eta non facesse attentati in Catalogna. E che aveva così garantito la sicurezza dei catalani al prezzo di un aumento dell'insicurezza di tutti gli altri spagnoli. Quando poi l'Eta comunicò che non pensava di fare attentati in Catalogna, benché avesse sostenuto che questa scelta non aveva nulla a che fare con l'incontro con Carod Rovira, il governo spagnolo andò alla carica, traendone una conferma della sua tesi. Inoltre, una settimana prima della fine della campagna elettorale, le forze di polizia fermarono un commando dell'Eta, che si dirigeva verso la capitale con un forte carico di esplosivi. Il ministro degli Interni spagnolo tornò allora a sostenere che il signor Carod Rovira sarebbe stato contento del fatto che l'attentato che si era così impedito si stava preparando a Madrid e non in Catalogna. La campagna crebbe di tono e Carod Rovira definì `miserabili' i membri del governo.
In questo clima, sembrava quasi che il candidato delle opposizioni fosse Carod Rovira. Ma chi è Carod Rovira? Sembra utile aggiungere qualche informazione, prima di continuare. Quando divenne noto l'incontro di Carod Rovira con il vertice dell'Eta, questo dirigente politico catalano si dovette dimettere da ministro del governo della Catalogna. E fu allora che decise di fare il capolista del suo partito nelle elezioni politiche. Se il lettore riguarda i risultati, osserverà che il suo partito è cresciuto da 1 a 8 seggi. La politica aggressiva di scontro del Ppe, in conclusione, ha finito con il rafforzarlo. Ma, prima di anticipare qualsiasi conclusione, torniamo al nostro racconto.
2. Chi è stato?
Era così forte il clima di tensione, di ansia, di orrore provocato dall'Eta che nelle prime ore di quel terribile giovedì di marzo, molti pensarono che fosse stata l'Eta a commettere il massacro. Lo pensò il presidente del governo basco, il presidente del governo catalano, i direttori dei giornali, molti analisti e la stragrande maggioranza dei cittadini. Ma alcuni elementi, senza dubbio, non quadravano. Innanzitutto, per la prima volta era stata espressa una netta condanna da parte di Herry Batasuna (Hr), braccio politico dell'Eta, e del suo rappresentante, il signor Ortegui. In secondo luogo, il giornale più vicino alle tesi dell'Eta, il quotidiano «Gara», pubblicò venerdì 12 marzo un editoriale, che condannava senza riserve l'attentato. Mentre sinora entrambi questi soggetti esprimevano rammarico per gli attentati, ma si guardavano bene dal condannarli, considerandoli il costo inevitabile che bisognava pagare per il persistere del conflitto tra il popolo basco e lo Stato spagnolo.
Così come era avvenuto per il comunicato dell'Eta, che aveva annunciato che non avrebbe fatto attentati in Catalogna dopo il successo ottenuto dal governo delle sinistre 1, anche queste prese di posizione furono diffuse da tutti i media del paese. Questi comunicati furono sottovalutati dalle fonti governative; e per di più queste affermavano che solo dei `miserabili' avrebbero potuto prestare fede alle parole di Ortegui e agli editoriali di «Gara». Il governo del Ppe dimenticava, così, che per primo aveva affermato, solo pochi giorni prima, che «l'Eta uccide, ma non mente». Tutti questi elementi e l'impressione - forte nei media stranieri - che la `paternità' degli attentati fosse del terrorismo islamico, provocarono un'enorme ansia tra i cittadini.
Arrivammo in questo scenario alla grande manifestazione di venerdì 12 marzo. Erano passate soltanto 24 ore e un solo grido si levò da tantissimi manifestanti, un grido che era una domanda: «chi è stato?» La parola d'ordine della manifestazione era «Contro il terrorismo. Per la Costituzione», ma il dubbio era ormai seminato. Molte persone si chiedevano in silenzio quale fosse la `firma' dell'attentato e si chiedevano con sofferenza se per caso non fossimo di fronte a un fenomeno inatteso, sorprendente, in ragione del quale la Spagna era precipitata improvvisamente in una tempesta, che non aveva previsto.
José María Aznar si era `venduta' la partecipazione della Spagna nella guerra dell'Iraq come una strategia necessaria per ottenere un avallo degli Stati Uniti nella lotta spagnola contro il terrorismo dell'Eta. Quando ottenne che Eta e Batasuna venissero annoverati tra i gruppi terroristi, Aznar aveva pronunciato una frase molto enigmatica: «Qualcuno capirà ora la necessità di determinate scelte». Detto in altro modo, il gesto del governo spagnolo di avallare la strategia di Bush era ora ricompensato con l'appoggio che questi avrebbe prestato - da questo momento - alla politica antiterrrorista spagnola. Evidentemente questa strategia aveva un costo, ma per la maggioranza degli analisti era un costo morale. Si stava avallando una guerra ingiusta, illegale e immorale, una guerra `strana', in cui non venivano mai alla luce le famose armi di distruzione di massa. Una guerra, in cui erano in gioco oscuri interessi, connessi a quelli delle grandi industrie petrolifere. Tutto questo lo si diceva spesso nelle manifestazioni, ma nemmeno per sogno si pensava che la Spagna avrebbe finito con l'essere l'anello debole della catena di quelli che avevano dato vita alla `coalizione delle Azorre' e che avrebbe potuto essere il bersaglio di un massacro, come quello dell'11 marzo.
Così - arrivati a venerdì 12 marzo - erano molti i dubbi, che si erano insinuati nell'animo degli elettori: chi è l'autore delle stragi, l'Eta o il terrorismo islamico?
Questa campagna elettorale aveva finito a questo punto con il polarizzarsi sui punti deboli dei partiti maggiori. Il Ppe sapeva che il punto debole del Psoe era la sua `idea di Spagna'. L'idea di una Spagna `plurale', di un modo diverso di intendere la Spagna come una realtà che si avvia verso il federalismo, con tutta la complessità che è propria di questo percorso verso un paese in cui convivano diverse nazioni. Si trattava di un progetto intellettualmente ricco di fascino e capace di attrazione, ma troppo complesso e astratto per la maggioranza degli elettori. Si trattava di un orientamento, che aveva presa in alcuni ambienti intellettuali, che aveva un sicuro sostegno in Catalogna (come era stato ben chiaro con il risultato elettorale in questa Regione), ma che sollevava molti sospetti in vasti settori di elettorato, che trovavano invece chiarezza, fermezza, efficacia nelle posizioni del Ppe. Se l'attentato fosse stato fatto dall'Eta, Aznar avrebbe utilizzato tutta la sua artiglieria mediatica per dimostrare che non era il momento di fare esperimenti, ed anzi era indispensabile confermare la maggioranza assoluta del Ppe, perché non ci fossero sperimentazioni pericolose o follie. Questo era il suo linguaggio, e anche il suo progetto, ma non lo manifestava, non lo rendeva esplicito; e taceva, puntando tutto sulla scelta di nascondere informazioni importanti, perché forse gli autori degli attentati erano altri, e si voleva ritardare la conoscenza dei fatti fino al dopo-elezioni. Si voleva, cioè, arrivare in qualsiasi modo a lunedì 15 marzo, prima di far conoscere i risultati delle indagini di polizia su una trama in cui emergeva una matrice tipica del terrorismo islamico.
Questo comportamento produceva una grande sorpresa nelle cancellerie europee: e specialmente in Inghilterra e negli Stati Uniti. Sia Blair che Bush volevano aprire una campagna mediatica, che mostrasse che siamo nell'era del `megaterrorismo', che tutti potremmo essere oggetto di un attentato e che per questo l'11 marzo americani e inglesi si sentivano `madrileni' e ringraziavano il governo spagnolo per il suo coraggio nella scelta di sostenere apertamente gli Usa nella guerra contro il terrorismo. Volevano far arrivare questo messaggio, ma non potavano perché Aznar si ostinava a dire ai suoi ambasciatori di sostenere che fosse stata l'Eta e a esigere dalle Nazioni Unite che l'Eta venisse inclusa nella sua Risoluzione di condanna degli attentati; e chiamava personalmente i direttori dei media più importanti e i corrispondenti esteri, perché non avessero dubbi sull'autentica `paternità' dell'attentato.
3. Dire la verità
Sabato 13 abbiamo vissuto una giornata di grande trepidazione. I cittadini continuavano a `ruminare' i propri dubbi; ma, ad un certo punto, le indiscrezioni che arrivavano ai media da settori investigativi e l'impegno delle catene radiofoniche (in modo particolare e con un contributo rilevante della Cadena Ser) finirono con il sollecitare una mobilitazione davanti alla sede del Ppe. Queste elezioni, o almeno il sussulto che poi si è rivelato decisivo per il risultato, si potrebbe riassumere in tre frasi. Il venerdì 12 i manifestanti interrogavano il governo spagnolo, chiedendo: «chi è stato?»; nella sera del sabato ormai non ci sono più domande, ma ci troviamo di fronte a una richiesta: «dire la verità»; e domenica 14, quando si conosceranno i risultati, in moltissimi chiederanno al vincitore: «Zapatero, non deluderci».
La `richiesta' del sabato provoca una manifestazione, senza precedenti in una giornata di `tregua elettorale' davanti alla sede del Ppe; provoca, inoltre, l'intervento televisivo del candidato del Partido popular, che esige il ritiro dei manifestanti dalle sedi del suo partito e provoca, ancora, la risposta del Partido socialista obrero español. Di fronte a tutti questi messaggi, i dubbi degli elettori cominciano ad essere `assoluti'. Durante una partita di calcio, un cartellone pubblicitario continua a sostenere la paternità dell'Eta sugli attentati e proclama: «la Spagna non si arrende»; ma alla stessa ora molti giovani sono in strada, chiedendo di conoscere la verità prima delle elezioni.
Il problema è che qualsiasi incidente con le forze di polizia avrebbe potuto provocare un'eccitazione emotiva ancora maggiore. Arrivò così la domenica; e nessuno sapeva cosa sarebbe successo. E, a questo punto, torniamo ai problemi posti all'avvio della nostra analisi. Il Ppe ottenne molti consensi e perse pochissimi voti, ma il processo catartico che si era vissuto fece sì che diverse decine di migliaia di elettori arrivassero a sentire che in democrazia ci sono momenti in cui bisogna cacciare chi governa. Abbattere un governo in forme pacifiche è una delle grandi conquiste della democrazia: ed è ciò che è successo in Spagna il 14 marzo.
4. Zapatero, non deluderci
A partire da qui, è interessante constatare che quelli che hanno perso le elezioni cercano di condizionare il risultato, sostenendo che il mandato di Zapatero non deve avere credito, perché è controproducente, indesiderabile. Improvvisamente, in poche ore, nessuno torna a parlare dell'Eta e la discussione si concentra sull'affermazione che sarebbe un grande atto di irresponsabilità per Zapatero il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq. Equivarrebbe a riconoscere che i terroristi hanno ragione e che bisogna abbassare la testa e desistere dal contrastare il loro `potere'. Insomma, mentre i giovani manifestanti, decisivi per la sua vittoria, dicono a Zapatero «Non deluderci», quelli che hanno perso chiedono che Zapatero ratifichi le loro decisioni: e continui ad appoggiare la strategia Usa in Iraq.
Come abbiamo detto prima, Aznar si `vendeva' la partecipazione spagnola alla guerra come un modo per garantire il sostegno statunitense alla lotta contro l'Eta. Ma alla fine del suo governo, gli spagnoli si trovano con l'essere sotto tiro non soltanto di un gruppo terroristico - l'Eta -, ma di essere divenuti oggetto degli attacchi anche del terrorismo islamico.
Ma il fatto è che la Spagna non ha discusso approfonditamente su questo tema. Hanno analizzato il problema alcuni intellettuali, si sono pubblicati molti libri, si sono fatti molti dibattiti nei centri di ricerca, ma per la maggioranza della popolazione siamo davanti a un fatto assolutamente imprevedibile, sorprendente. La Spagna non partecipò alla Prima guerra mondiale, e nemmeno alla Seconda, ha pensato sempre di avere un forte rapporto di amicizia con i paesi arabi e, all'improvviso, questa scelta senza riserve di Aznar la porta ad essere un obiettivo prioritario dei gruppi terroristici islamici. E questo in un paese, in cui ci sono state manifestazioni impressionanti contro la guerra.
Questo brusco e radicale cambiamento nella politica estera ha provocato aspettative enormi dentro e fuori la Spagna. La Spagna all'improvviso ha fatto notizia, perché non la si poteva nemmeno immaginare come partecipante alla coalizione che ha fatto la guerra in Iraq; né si poteva pensare che si sarebbe conosciuto qui il primo grande massacro che c'è stato in Europa; né avremmo mai creduto a un rovesciamento degli orientamenti elettorali in così poche ore; né sappiamo ora che ne sarà in futuro del mandato degli elettori.
Alcune cose sembrano, sì, chiare. Per la prima volta la Spagna si scuote dall'inerzia di ritenere che l'Europa rappresenti sempre la soluzione, di fronte ai suoi problemi interni. Gli spagnoli si rendono conto che la stessa Europa è un problema e che è necessario scegliere. Due posizioni emergono così con chiarezza.
La prima è quella del governo Aznar, che partiva da un appoggio incondizionato all'amministrazione Bush e da un allineamento con il governo di Blair e con quella che viene chiamata `Nuova Europa' (formata dai paesi dell'Est ex sovietico) contro la vecchia Europa (Francia e Germania). Anche il governo Berlusconi e quello portoghese appoggiano la `Nuova Europa', ma ciò potrebbe cambiare in futuro. Gli osservatori internazionali dovrebbero avere ben presente che l'impegno di ritirare le truppe dall'Iraq, se le Nazioni Unite non avessero preso il controllo pieno della situazione, è una promessa che Zapatero ha fatto in tutta la sua campagna elettorale, ben prima degli attentati. L'immagine grottesca per cui davanti al terrore gli spagnoli vogliano arrendersi e scappar via, venendo meno ai doveri di solidarietà con tutti i paesi occidentali, è perciò un'immagine interessata, fatta circolare da chi vuole seguitare a far conto su un `soldato fedele', su un satellite, che non dovrebbe avere nessuna opinione propria.
Fu un grande merito di Zapatero proclamare il suo `no' alla guerra in Iraq prima che si pronunciasse il Consiglio di sicurezza dell'Onu, vale a dire prima che Francia e Germania, Cile e Messico dicessero no alla politica di Bush, ma oggi - per poter avere qualche margine di manovra - è necessario che il nuovo governo socialista possa stabilire un'alleanza con i paesi europei che vogliono un'Europa non sottomessa alla strategia statunitense. L'équipe di Zapatero ha messo sul tavolo le carte tradizionali della politica spagnola: l'europeismo, il rispetto per le Nazioni Unite e il dialogo con il Mediterraneo, per determinare un netto cambiamento di rotta, rispetto alla politica di Aznar. Alcuni dei collaboratori più diretti di Zapatero, come Miguel Angel Moratinos, di cui si parla come possibile ministro degli Esteri, hanno una grande esperienza di politica internazionale, specialmente sul conflitto mediorientale, come può averla chi ha operato come rappresentante dell'Unione europea.
Zapatero sa che a partire da oggi sarà sottoposto a una doppia pressione. Da un lato, il ricordo dei manifestanti che gli hanno chiesto «Zapatero, non deluderci», e dall'altro i governi statunitense e britannico, che cercheranno di presentare la fedeltà ai suoi impegni elettorali come una vittoria dei terroristi islamici. Non possiamo dimenticare che a favore della fedeltà agli impegni ci sono anche gli elettori di Izquierda unida e dei partiti nazionalisti di sinistra, che hanno partecipato a tutte le manifestazioni contro la guerra e ai Forum new global. Tutti questi non vorrebbero mai rivedere oggi le tristi capriole, a cui sono stati propensi in passato i partiti di centro-sinistra, che hanno spesso smentito nella loro azione di governo le promesse più impegnative assunte nelle campagne elettorali.
Vorrei dire, per concludere, che poche volte nella vita capita che un uomo di governo si trovi di fronte al fatto di ottenere un successo elettorale per essere restato fedele ai suoi principi. Erano in molti, nel suo partito, a pensare che Zapatero sbagliasse a tenere una posizione così netta sulla guerra in Iraq e ancora di più quelli che nutrivano dubbi sull'opportunità di sostenere senza riserve il governo catalano. L'enorme successo delle forze, che formano il governo tripartito in Catalogna, segnala così il secondo rilevante mandato, che gli elettori assegnano a Zapatero. Bisogna ripensare e articolare la Spagna in forme nuove. Aznar lascia dietro di sé una traccia di tensioni, di scontri, di polarizzazione rispetto a tutto ciò che è diverso dalle sue posizioni e dal suo pensiero. Aznar si è speso nella formulazione di un neo-nazionalismo ispanico, che ha avuto i caratteri dell'esclusione, dell'intolleranza e del settarismo. E in un paese come la Spagna sono pericolosi nella stessa misura i separatisti e i `separatori'. Il grande merito del governo catalano è quello di unire i nazionalisti catalani e i socialisti, gli immigranti e gli autoctoni, è mostrare che la complessità e il meticciato e la trasversalità sono possibili e da preferirsi. Aznar non lo seppe né lo volle comprendere e gli elettori catalani glielo hanno fatto capire con una severa sconfitta.
Infine, sembra assai chiaro che comincia una fase nuova. Tutto sembrava spingere a un lungo ciclo di egemonia conservatrice. Non è stato così. Il terribile massacro dell'11 marzo e la gestione della crisi da parte del governo hanno determinato il rovesciamento elettorale. Da questo momento, si aprono molte incognite, ma il nuovo capo del governo difficilmente potrà dimenticare il grido di questi giovani, che assediavano la sede del suo partito per chiedergli, per esigere di non deluderli. Essi vivevano la vittoria del Psoe come una cosa propria e avevano buone ragioni per pensare di essere nel giusto.
note:
1 Nelle elezioni in Catalogna del 2003, dopo più di vent'anni di governo della Ciu, le sinistre sono andate al governo in questa Regione, soprattutto in forza dello straordinario successo elettorale dell'Erc (passato da 12 a 23 seggi) (NdRM).
Antonio García Santesmases
(garciasantesmases@wanadoo.es)
è portavoce della corrente Sinistra socialista
del Psoe