numero  49  aprile 2004 Sommario

Gli Usa verso le presidenziali

KERRY E L'ALTRA AMERICA
Luciana Castellina  

Abb, `Anyone But Bush', chiunque ma non Bush. Lo slogan - per quanto è possibile dire dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti - sembra ormai mettere d'accordo tutti. E infatti nessuno si aspettava che Ralph Nader sarebbe sceso in campo: per via della sconfitta di Alan Gore nelle presidenziali del 2000, cui sono mancati pochi voti per battere l'avversario, mentre il candidato indipendente legato ai Verdi ne ha `sprecati' 4 milioni; sia perché' questa volta, dopo quel che s'è visto, nessuno ritiene si possa correre il rischio di altri quattro anni di G.W. Bush alla Casa Bianca.
Ed è quindi con sorpresa, e qualche sconcerto, che i più hanno appreso che no, il `terzo' concorrente si sarebbe ugualmente presentato. Alla notizia, gli editori del più antico e prestigioso settimanale della sinistra, «The Nation», gli hanno indirizzato una lettera aperta: affettuosa («sei stato parte della famiglia di “The Nation” dal lontano '59»); rispettosa («hai ispirato generazioni di giovani che sono venuti ai tuoi raduni», «hai contribuito a strappare vittorie decisive su temi decisivi»; «non a caso ti abbiamo definito `primo pubblico cittadino'»); e tuttavia risoluta nel dirgli che «quando la devozione ai principi collide con la politica elettorale, bisogna fare i conti con verità dure»: «Ralph,questo è l'anno sbagliato per candidarsi, il 2004 non è il 2000, oggi non c'è la stessa base per una candidatura di protesta. Per favore, pensa al lungo termine, non correre». Non siamo contrari per principio, hanno aggiunto, ricordando che «The Nation» appoggiò la candidatura socialista di Norman Thomas contro quella di Roosevelt nel 1932, ma chiesero poi di votare per quest'ultimo nelle cruciali tornate elettorali del '36, del '40 e del '44.
Il parere sembra largamente condiviso, nonostante i primi sondaggi accreditino Nader al 7%. L'opinione è che si tratti più di simpatia che di vera scelta. In effetti, neppure il suo Partito verde lo appoggia ufficialmente. Alla plenaria conclusiva della annuale conferenza dei Socialist Scholars (convocata da più di vent'anni dagli accademici, ma cui partecipa un po' tutta la sinistra) Manning Marble (uno dei più importanti intellettuali afroamericani, docente alla Columbia University) ha espresso il parere maggioritario dicendo: «l'altra volta ho votato per Ralph, questa volta la devastazione sociale che ha investito le comunità afro e latina non ci permette di rischiare». Ma il suo parere non è stato tuttavia sostenuto all'unanimità: tra fischi e applausi Stanley Aronowitz, uno dei personaggi più popolari di queste conventions, candidato indipendente alle ultime elezioni per il governatore dello stato di New York, ha detto il contrario: non è stata colpa di Nader se Bush l'altra volta ha vinto, ma di Alan Gore, che era un candidato impresentabile. «La mia presenza nella competizione elettorale serve a radicalizzare il candidato democratico», ha risposto per parte sua Nader stesso in quella che il vecchio editor di «The Nation», Victor Navaski, definisce: «la miglior difesa di una posizione indifendibile».

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Certo, ammettono in molti, Abb può indurre ad accettare per presidente chiunque. Ma John Kerry è proprio chiunque?
La risposta non è facilissima, non solo perché quello che oramai sarà il candidato del Partito democratico è risultato spesso sfuggente e contraddittorio, ma perché dall'inizio della sua campagna elettorale a oggi è parecchio cambiato. In meglio. E il merito di questa trasformazione è tutta di Dean: è l'ex governatore del Vermont, lanciato e sostenuto dai 2 milioni di cyber-attivisti del sito www.moveon.org, ad aver rotto il vigliacco silenzio dei democratici, incapaci, dopo l'11 settembre, di sottrarsi al ricatto repubblicano; è lui che ha rovesciato l'argomentazione, denunciando Bush come una minaccia alla sicurezza nazionale, perché ha rotto con gli alleati dell'America ed è andato a una incerta guerra preventiva anziché far conto, come era tradizione di Washington, sulla possente deterrenza del paese; accusandolo di difendere ben precisi gruppi di interesse anziché l'interesse degli Stati Uniti. È Dean, passando all'offensiva, che ha dato legittimità alla contestazione dimostrando che questa `pagava' nell'opinione pubblica, contrariamente a quanto tutti avevano pensato.
Che poi non sia stato lui a beneficiare del suo coraggio, non c'è da stupirsi: persino i suoi sostenitori più vicini si sono resi conto che era più opportuno un candidato più rassicurante, oggi critico verso la guerra in Iraq, ma che ieri l'ha votata e che, per ogni buon conto, si è affrettato ora a chiedere agli spagnoli di non lasciare soli in prima linea i `ragazzi' americani.
E però Kerry non avrebbe mai potuto sostituirlo nella nomination, dopo che Dean aveva suscitato un vero e proprio revival politico, se non avesse in qualche modo imparato la lezione. È come una spugna, dicono di lui. Mentre altri, per spiegare il fenomeno che ha trasformato il noioso senatore democratico, impegnato a ripetere logori luoghi comuni del partito, in un vero combattivo sfidante, si riferiscono ironicamente a una nota pratica hollyvoodiana: il remake, il rifacimento di vecchi film. Difficile dire se Kerry questa spinta l'ha subita o l'ha cavalcata. È comunque un fatto che il nuovo clima ha trascinato non solo lui ma anche il mainstream democratico, così inducendo una polarizzazione generale dello scontro elettorale che non ha precedenti, se non forse solo quando Johnson si trovò di fronte, negli anni '60, l'estremista conservatore Goldwater. Con una enorme differenza: l'attaccante era il presidente in carica, il senatore il nuovo venuto. Oggi è il contrario. E comunque ora la denuncia di Bush come un pericoloso bigotto è diventata di casa anche nei più paludati convegni democratici, persino quelli frequentati da Hillary Clinton, dove Brezinski ha recentemente parlato, riferendosi al presidente in carica, di «paranoia» e di «visione teologica dell'avversario». Anche nei momenti più controversi della storia americana non si era mai arrivati, in politica estera, a una simile divaricazione.
Qualcuno, anche nel Partito democratico, scuote la testa e chiama in causa il fantasma di McGovern, il candidato che nel '72, in pieno sollevamento contro la guerra in Vietnam, sfidò Nixon e sembrava avesse colto gli umori del momento e invece, al voto, franò disastrosamente. Ma il cliché è anacronistico, la società americana è da allora assai cambiata. Anche in peggio, naturalmente, ma comunque nel senso di sentirsi meno sicura, più debole e perciò molto più incerta. Non è un caso che il tema Vietnam - quello che ha dominato gli anni più drammatici della recente storia americana, che tutti in qualche modo ha segnato (il Memorial dei caduti, a Washington, è tutt'ora il monumento più visitato) - sia tornato così prepotentemente alla ribalta nel dibattito politico, ridando voce ai frustrati veterani che rivivono nelle vicende dell'Iraq la loro odissea. Sia che siano stati pro o contro quell'intervento armato; e sia che oggi siano in favore o meno dell'attacco all'Iraq, si sentono tutti beffati da un'Amministrazione che appare incapace di proteggere i suoi ragazzi e si è gettata alla cieca nell'avventura. E che - come fu in occasione del preteso attacco nel Golfo del Tonkino - ha ancora una volta mentito, ora sulle armi di distruzione di massa.
Aiuta anche il cinema: nel documentario di Morris che ha appena vinto l'Oscar, Fog of war, un'ipocrita McNamara riconosce - dopo 25 anni - che quella guerra fu un errore grave e cerca di giustificarsi delle scelte compiute come ministro della Difesa, dicendo che le fece solo per dovuta ubbidienza al presidente Johnson.
In ballo, per attaccare Kerry in quanto pacifista, è stata come è noto tirata fuori dai cassetti la sua foto con Jane Fonda, odiata in modo particolare perché, impegnandosi a fianco dei vietcong, aveva tradito il mito femminile americano che aveva rappresentato interpretando Barbarella. Ma proprio quel richiamo ha mobilitato la vecchia guardia sessantottina da decenni silenziosa, a cominciare dall'ex marito dell'attrice e leader di Students for a Democratic Society (Sds), Tom Heyden: «Quella stagione - ha detto - segnò una salutare reazione dell'America contro la falsa promessa della Casa Bianca di una facile vittoria, contro le sue bugie, contro il modo vergognoso con cui nascose quanto veniva fatto contro i civili». E così nel revival si torna a citare il winter soldier, un termine coniato da Tom Paine e che fu usato come titolo di uno straordinario film (riproposto, in retrospettiva, fra l'altro, all'ultimo festival di Berlino), che documentava le drammatiche testimonianze dei giovani appena tornati dal fronte vietnamita, che ammettevano, pentiti, di aver anche loro «ammazzato bambini per sport, torturato sadicamente i prigionieri vietcong, tagliando loro le orecchie e anche la testa, bruciato i villaggi, violentato le donne».Il revival ha aiutato a zittire i conservatori e a rovesciare in positivo le frasi pronunciate nel '71 da Kerry (e ora riproposte con scandalo), Kerry duplice `eroe', insieme della guerra e dell'antiguerra: «Sì, ho commesso anche io le stesse atrocità. Come migliaia di altri»; e, ancora: «come potete chiedere a un uomo di essere l'ultimo a morire per uno sbaglio?» Dopo decenni di silenzio, la voce dei `vet' torna dunque a sentirsi: sono loro e le loro famiglie a rappresentare i due terzi dei nuovi registrati alle liste democratiche e ai fini del voto non è poca cosa se si pensa che il blocco elettorale degli ex combattenti viene valutato a otto milioni e mezzo, senza contare i legami delle famiglie.

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Agli scettici, che, comunque, nella sinistra sono molti, viene opposta la classifica del «National Journal», pubblicazione che tiene sotto scrutinio il Congresso: il record del senatore John Kerry appare ottimo: mai - negli anni esaminati, '86,'88,'90, nei 138 voti effettuati - si è trovato assieme ai conservatori. Una classifica più recente, di un altro importante osservatorio, gli dà addirittura il primato: 100 punti, il massimo, negli ultimi 10 anni, più di quelli di Ted Kennedy, che resta a 95, per come ha scelto in merito ai grandi temi `liberal': aborto, pena di morte, leggi pro-sindacato, intervento pubblico a correzione del mercato, multilateralismo, politica internazionale. E però, anche lui, come tutti, ha votato assieme a Bush su due questioni cruciali: l'intervento militare in Iraq e il Patriotic Act, la legge più repressiva e antidemocratica che gli Stati Uniti si siano mai dati. Su ambedue i punti, tuttavia, i suoi discorsi attuali, sia pure con non poche oscillazioni, indicano un ripensamento critico, tanto è vero che, contrariamente al nostro Ulivo, lui ha votato contro la richiesta di rifinanziamento (87 miliardi di dollari) della presenza americana in Iraq, mentre il tema della crescente erosione della democrazia è uno dei suoi cavalli di battaglia. (Sono molti, in realtà, i `pentiti' del Patriotic Act: 300 pagine di testo. Dicono che gli era stato chiesto di votare in fretta, due settimane dopo l'attacco alle Torri Gemelle, quando erano ancora sotto shock. In realtà nessuno le aveva veramente lette.) Quanto al futuro, Kerry chiede naturalmente di ritrovare un rapporto con gli alleati, a cominciare da Francia e Germania. Per fare cosa non è chiaro. Sebbene sia stato per 19 anni nella Commissione esteri del Senato; sebbene venga chiamato dai suoi detrattori `il francese' (per i conservatori è il peggior insulto), perché ha studiato in Svizzera e ha persino un figlio che parla italiano, come tutti gli americani non sa bene come sia fatto il mondo. La sua speranza di una facile ricucitura appare nel migliore dei casi come ingenuità, nel peggiore come tradizionale arroganza. La sua reazione alle dichiarazioni di Zapatero ne sono la prova. Ironicamente un autorevole membro del Consiglio per le relazioni internazionali, lo ha bollato con una battuta, che ora va di bocca in bocca: «che succede se Kerry bacia la ranocchia (la Francia, nel gergo popolare anglosassone, secondo cui chi mangia l'animale è un cannibale), e però la rana non si trasforma in principe?»

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Tutto non è comunque politica estera, anzi. A rendere decisiva la competizione elettorale, anche se se ne parla meno che dell'Iraq, è la questione della disoccupazione, l'ansia che ha contagiato la middle class, i poveri che crescono e non hanno alcuna tutela, il 16% della base industriale del paese scomparsa. La ripresa, sebbene negli ultimi due quadrimestri abbia raggiunto livelli ragguardevoli, è assolutamente jobless: non produce posti di lavoro. Ufficialmente i disoccupati sono `solo' il 5,6 %, ma in realtà sono molti di più, perché una larga parte non si iscrive neppure più al collocamento. E meno della metà gode di qualche forma minima di sussidio.
I dati chiamano in causa il tema del grande dibattito in corso negli Stati Uniti: l'outsourcing, il lavoro delocalizzato nel Terzo Mondo. Che ormai coinvolge anche il settore dei servizi. Le cifre relative all'aumento della produzione domestica lo ingloba, come fosse stato realmente espletato nel paese anziché in India, in Cina o in Messico; e perciò il livello dell'aumento della produttività, che non mette nel conto i lavoratori dei paesi stranieri, ne risulta falsato; il calcolo diventa sempre più complesso e i suoi risultati più inattendibili. La Cina, il gigante ormai entrato nella quotidianità, è il vero fantasma che si aggira nella campagna elettorale americana, anche se i più attenti avvertono che la disoccupazione non dipende dall'outsourcing ma dall'aumento dello sfruttamento e dall'innovazione tecnologica. E fanno notare che proprio la Cina in questi anni ha perduto, non guadagnato, il 15 % dei suoi posti di lavoro industriali.
Kerry, comunque - e con lui tutti i democratici, anche i più progressisti - affronta il problema accusando i padroni di scarso patriottismo, anzi di tradimento, perché tolgono il lavoro ai loro per darlo agli stranieri, e propone di abolire tutti gli sgravi fiscali concessi da Bush a chi va offshore e almeno di imporgli di informare dei loro progetti i dipendenti. Sulle tasse il `bramino populista' (la sua appartenenza all'élite bostoniana viene usata per alienargli le simpatie sindacali) va giù piuttosto duro: ripristino del sistema progressivo, almeno per chi è oltre i 200.000 dollari l'anno, per consentire di porre riparo ai devastati servizi pubblici. E, inoltre, impegno a mettere in mora, entro 120 giorni dall'assunzione della sua carica, tutti i trattati internazionali, a cominciare dal Nafta, se non verranno inseriti, e rispettati, gli standard sociali ed ecologici.
Il sindacato si accoda, sia perché la sua cultura è corporativa, sia perché non ha comunque più la forza (forse ormai nemmeno la fantasia) per assumere una posizione autonoma. Le speranze accese anni fa dall'elezione di un progressista come Sweeney alla presidenza della Afl-Cio si sono molto indebolite, non perché lui sia cambiato, ma perché dal 30% della forza lavoro la sindacalizzazione è scesa ora al 12%, mentre è a solo l'8,2% nel settore privato, al 3% in quello dei servizi, il solo dove cresce l'occupazione. Da una gran parte di aziende, insomma, l'organizzazione è ormai fuori.
Nelle pubblicazioni distribuite dalle catene di supermarket ai candidati all'assunzione sta scritto: «staying Union free is a full time committment» (rimanere liberi dalla presenza sindacale è un impegno a pieno tempo). E attività sindacale è considerata anche una mera conversazione fra dipendenti, subito sospettata. A chi ottiene il posto si chiede ormai quasi ovunque di sottoscrivere l'impegno a non iscriversi al sindacato. Tutte pratiche illegali, ovviamente, che talvolta vengono multate, ma il costo della penalità l'azienda l'ha già previsto in bilancio: conviene, infatti, pagare e continuare come prima. L'outsourcing pesa soprattutto in questo senso: come minaccia a chiudere e a trasferire la produzione in Cina se non si accettano le condizioni imposte.
Ma il padronato non gioca solo sulla paura, cerca di costruire una cultura antisindacale: frequenti sono oramai i distintivi portati con qualche orgoglio all'occhiello su cui sta scritto: «io so parlare per me stessa/o», vale a dire non ho bisogno della rappresentanza sindacale. E così, anche solo per restare ai livelli attuali, visto l'invecchiamento dei vecchi settori industriali a tradizione sindacale, occorrerebbero 300.000 nuove iscrizioni l'anno mentre non ce n'è, invece, neppure un quarto. In queste condizioni chiedere quale ruolo il sindacato gioca nei nuovi movimenti antiglobal è assurdo: da Seattle, nel 1999, quando la Afl-Cio scese coraggiosamente in strada con il neonato protagonista della contestazione di questi anni, è corsa molta acqua, e non buona.
Appena si va fuori dai sindacati tradizionali e si parla con chi ne ha creati di nuovi, in zone nuove, si incontra un po' più di ottimismo, fondato su alcune concrete esperienze, che hanno messo a frutto una impostazione della lotta diversa da quella del passato, più `europea', anzi `più italiana', potremmo dire. Quella, per esempio delle infermiere/i di Los Angeles che hanno, in pochi anni, costruito il più grande sindacato indipendente. «Siamo riusciti a non essere sconfitti - dice uno dei leader della nuova Associazione, Michael Lighty - perché abbiamo coinvolto i malati, stabilito un rapporto con i pazienti lottando anche per i loro diritti, inserendo il nostro problema nella richiesta di un sistema migliore, fondato sull'assistenza sanitaria universale.» «Bisogna avere una visione più grande - dice Amy Deandy, che da poco ha preso le redini del sindacato di Silicon Valley - per costruire alleanze, assumere problemi più collettivi, inventare nuove forme di lotta, definire strategie.» Negli anni '30 è così che il sindacalismo americano è diventato forte. Ma oggi quel sindacato è rimasto indietro di mezzo secolo e non è un caso che le esperienze più positive si realizzino laddove si è più lontani dalle centrali del Labour e dove - proprio grazie al nuovo approccio - ci si incontra con i movimenti, che qui sono molto meno ideologici e molto più legati all'impegno a livello delle comunità, nelle quali organizzano i soggetti di cui il sindacato ha bisogno per riconquistare rappresentanza: immigrati, donne, disoccupati. Coi movimenti si cerca di estendere il negoziato agli aspetti extraaziendali della condizione lavorativa: la casa, la scuola, la salute. E la pace, non solo perché la guerra è cattiva, ma anche perché distoglie risorse dal Welfare.

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Sono nate anche organizzazioni `plurali', il `Labour contro la guerra', la `Coalizione multisindacale', e più in generale tutti i gruppi che hanno fatto capo al Forum sociale mondiale, un misto, per l'appunto, di sindacalisti di nuovo tipo, di movimenti sociali, di intellettuali. Indicativa di questo allargamento di fronte è anche l'esperienza, ormai diffusa, della sweatshop campaign, condotta nelle Università, dove gli studenti si battono contro la pratica corrente delle loro istituzioni (ormai paragonabili a grandi aziende) di affidare la produzione di quanto viene usato (dalle t-shirts agli articoli sportivi alle apparecchiature tecniche) a società che operano all'estero, bruciando ogni ragionevole standard sociale.
Dell'intreccio fra i temi sociali e la pace è prova anche il nome steso della più giovane delle due grandi coalizioni che si battono contro la guerra in Iraq: United for Peace and Justice Coalition, formata solo un anno e mezzo fa da 700 associazioni impegnate a livello comunitario e in generale non indifferenti al processo elettorale, che ritengono di influenzare attraverso periodici lobbying days nei confronti dei parlamentari e dei candidati. (L'altra grande coalizione, Answer, più antica, è meno legata al lavoro sociale di base e non vuol alcun rapporto col Partito democratico.) La debolezza di Kerry, così del resto come degli altri esponenti democratici, sta nel fatto che sono legati al vecchio sindacalismo ormai in declino e scarsi sono i rapporti con questi nuovi movimenti.
E tuttavia, nonostante questa perdurante separatezza, una certa rivitalizzazione in campo democratico c'è stata, e, per la prima volta dopo decenni, persino un po' di iniziativa comune con la sinistra e i giovani. Indicativo, per esempio, è l'impegno della gente della musica, fenomeno tipicamente giovanile e che, diversamente dal cinema, era sempre stata estranea ai conflitti politici. Ora, anche se non dicono ufficialmente di sostenere il candidato democratico, chiedono però alla gente di votare, e perciò di andare a registrarsi, il che è equivalente, visto che la piaga dei democratici è proprio l'astensionismo. Peraltro, a suo tempo, furono proprio i Democratici ad alimentarlo attraverso regolamenti che hanno via via, dall'inizio dell'altro secolo, deliberatamente espulso i poveri e gli immigrati dal processo elettorale. Tutt'ora registrarsi è laborioso e in molti casi proibito. Un solo, drammatico esempio di cancellazione del diritto di voto che mi cita Manning Marble: 5 milioni (oltre i due in prigione) di `criminali' ne sono esclusi a vita (800.000 solo in Florida). Ma il crimine può essere anche un piccolo furto.
Russel Simon, dunque, il tycoon dell'hip hop, ha lanciato l'Hip Hop Team Vote, una iniziativa pro-regsitrazione. A Chicago, mesi fa, ha conquistato 11.000 registrazioni, perché i giovani fan potevano entrare ad assistere a un dibattito fra rappisti solo se si registravano; e se già lo erano, se facevano registrare un amico. In Pensilvanya in poche settimane sono stati quasi 100.000: 88.000 per i democratici, 9.000 per i repubblicani.
Eminem, il rappista più famoso, e i suoi colleghi Jay-2, Nas e Diddy, sostengono per parte loro una campagna contro le nuove norme che tagliano fuori i poveri dalla possibilità di acquistare medicine e contro i tagli al bilancio dell'educazione. Più apertamente schierati i punks che hanno creato un sito web chiamato Punkvoter, mirato «alla denuncia della politica di Bush e ad unire i punks perché si levino contro la sua insana presidenza». Stanno anche preparando un nuovo album intitolato Rock contro Bush, con la collaborazione di 20 band e a ogni concerto viene allestito un banchetto per le registrazioni. Nel web tutti i motivi per cui i giovani devono sbarazzarsi di Bush. «Dopo le elezioni del 2000 - dice Fat Mike, dei Nofx's - non potevo dormire, pensando che se solo 600 dei nostri fan avessero votato in Florida avrebbe potuto essere tutto diverso.» La partecipazione alle primarie democratiche è stata tuttavia meno larga di quanto era sembrato in un primo momento, quando nel New Hampshire votò effettivamente il 23,3%, che è una cifra relativamente alta (ma Clinton, nel '92, aveva ottenuto il 58,1% e Kennedy, nel '60, il 64,9%!). Dopo è andata aggiustandosi su medie normali. In effetti, se calcoliamo la proporzione di coloro che alle primarie si sono pronunciati per Kerry sull'insieme del corpo elettorale, non si arriva al 5%. La strada per arrivare al successo è dunque ancora assai lunga anche se i recenti sondaggi lo danno alla pari con Bush, il che è moltissimo, visto che sempre un presidente in carica è risultato in grande vantaggio (non foss'altro che per via della visibilità di cui gode) rispetto allo sfidante.
Quel che il Partito democratico ha ottenuto in positivo è piuttosto l'alta partecipazione ai caucuses (il doppio del solito), vale a dire alle assemblee degli iscritti che in molti stati sostituiscono le primarie per la nomination. Si tratta di un dato significativo, perché testimonia di una eccezionale mobilitazione del quadro più militante, frutto della polarizzazione che sta caratterizzando la campagna elettorale.
Le grandi masse sono tuttavia tutte ancora da conquistare e la allucinante somma raccolta da Bush per la sua rielezione (fino ad oggi 159 milioni di dollari, una media di 590.000 al giorno, battendo il suo record del 2000 che era di `soli' 100.000 quotidiani) fa prevedere un'offensiva televisiva senza precedenti. Senza contare la minaccia di brogli. Frances Fox Peaven, la sociologa che più ha studiato l'antidemocratico sistema elettorale americano, avverte del nuovo rischio insito nel voto elettronico, che sarà generalizzato per le prossime presidenziali del 2004: «Tutti sanno - dice - che se nei computer non è inserito un programma di trasparenza, possono facilissimamente essere manipolati». Dopo quanto è accaduto nel 2000 in Florida, nessuno è disposto a giurare che l'amministrazione non ci provi.
Al voto mancano ancora quasi otto mesi. Si tratta della più lunga campagna elettorale della storia americana; e della più colma di possibili imprevisti. L'ambiguità del ceto politico americano, accentuata dalle forme semplificate e dai messaggi emotivi non motivati che caratterizzano ormai il dibattito politico del paese, oltreché, naturalmente la cultura imperialista entro cui comunque tutti, anche i più progressisti, si muovono, possono produrre anche in campo democratico frutti velenosi. I movimenti, quel tanto di sinistra che c'è, sono in campo con i loro mezzi. Il punto non è stabilire quanto Kerry sia meglio di Bush (e possibilmente di Clinton), dicono. È che un presidente democratico - la storia ce lo dimostra - è sempre più sensibile alle nostre lotte di quanto non sia un presidente repubblicano. Se vince Kerry il movimento sa di poter influire e crescerà; se vince Bush potrebbero andarsene tutti a casa. E poi - ricordano -, nonostante tutte le loro malefatte, i democratici non hanno mai mandato la Guardia Nazionale contro i manifestanti.
Il clima è comunque molto pesante, la drastica riduzione delle libertà pubbliche e private forte, la persecuzione delle minoranze etniche, in particolare mussulmane, gravissima, i continui, provocatori allarmi in relazione a improvvisi quanto immaginari attacchi terroristici tali da creare una permanente tensione su cui Bush gioca a tutto campo. La gente si sente in stato d'assedio. E questo basta a rendere poco libero e comunque imprevedibile il voto.


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