numero  48  marzo 2004 Sommario

Nonviolenza: fra principi e politica

PROCESSO ALLA VIOLENZA
Rossana Rossanda  

Non mi convince il dibattito su guerra e violenza che ha avuto luogo su «Liberazione» e sul «manifesto» quotidiano. Non sono la stessa cosa. Guerra è quella d'uno stato che lancia l'apparato militare, del quale detiene il monopolio, contro un altro stato. Violenza è ogni levare il braccio contro l'altro, può essere fisica o mentale, illegale o legale, inflitta per avere o per togliere. Ma non le appartengono né l'imponenza né l'impunità dell'apparato militare. E non sono assimilabili pace e nonviolenza. La prima è stato di non guerra, la seconda è rifiuto di ogni lesione a un'altra persona.
Il dibattito che le accomuna ha per vero oggetto il conflitto politico come è stato enunciato dalla modernità e vissuto fino al Novecento. Esso sarebbe sempre colorato dalla guerra e moralmente inaccettabile. Provo a esaminarlo.
1. Oggi il pacifismo ha un problema. Non era mai stato forte come nel 2003 contro la guerra all'Iraq: i 110 milioni di persone scesi per le strade del mondo parvero la `seconda superpotenza mondiale'. Ma il non aver impedito l'aggressione è stato un duro colpo. Nessuna grande forza politica ha fatto proprio il messaggio pacifista e a un anno di distanza un dubbio travaglia i gruppi promotori del 20 marzo: sarà una manifestazione immensa come le precedenti?
Il fatto è che le figure della guerra sono profondamente mutate da quelle che hanno conosciuto gli stati moderni. Vale la pena di ripercorrerne rapidamente le scansioni. Dopo le due guerre mondiali - nella Seconda morirono più civili che soldati (questi andavano colpiti, erano lì per questo, `corpo' del nemico) - le Nazioni Unite condannarono il ricorso al conflitto armato per la soluzione delle controversie internazionali: per la prima volta la tesi del pacifismo si faceva legge internazionale. O almeno pareva. L'armamento atomico ne rafforzava le ragioni, una guerra che implica la distruzione assoluta di entrambi, e forse del pianeta, non poteva essere `mezzo' per alcun fine. Ne sarebbe dovuta derivare l'interdizione di fabbricare armi atomiche, ma non seguì. Usa e Urss svilupparono l'atomica, ne condivisero i molteplici ricaschi tecnologici, e la usarono come deterrente l'una contro l'altra.
Dopo il '45 un movimento per la pace rinacque dunque contro l'atomica: quando un'arma esiste finisce per essere usata. Ma essa aveva un segno che andava oltre la seconda guerra mondiale: nell'agosto del 1945 Hiroshima e Nagasaki non furono ridotti a uno spettro vetroso per far cadere un Giappone già allo stremo, ma per mandare un segnale all'Urss. Emergeva il fantasma della `guerra civile mondiale' come Nolte aveva definito la fase intercorsa fra il 1917 e il 1939, fu la guerra fredda, nella quale i pacifisti furono accusati di schierarsi con l'Unione Sovietica. A torto, credo. E in quel che viene definito il più lungo periodo di pace conosciuto nel mondo l'Urss intervenne militarmente nel `suo' campo (Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan) e gli Usa nel resto del mondo, direttamente nel Vietnam e indirettamente organizzando golpe militari, dall'Iran al Cile ai paesi dell'America Latina. Tutti i paesi terzi ne restarono segnati, alcuni anche armati, atomiche incluse.
Contro la guerra in Vietnam la mobilitazione pacifista fu enorme ed ebbe fortissimo impatto e risvolti politici: negli Stati Uniti si coniugò al movimento per i diritti civili, interpellò la cultura, sfidò l'establishment, precorse e accompagnò il '68. In Europa precorse il '68 ma contestò le scelte di appeasement dell'Urss e appoggiò quello della Cina.
Con il ritiro degli Usa dal Vietnam, il movimento per la pace rifluì. Con l'Urss di Gorbaciov per breve tempo si pensò a un nuovo ordine mondiale. E a fil di ragione al 1989 sarebbe dovuto seguire il disarmo generale. Invece l'armamento degli Usa aumentò e nel cinquantenario della Nato (1999) anche i governi europei di centro-sinistra aderirono al suo rafforzamento e all'estensione del suo campo operativo. Negli anni '90 l'Occidente entrava militarmente in Medioriente e in Jugoslavia, due settori che la presenza dell'Urss gli avrebbe interdetto. Gli Usa invasero, fermandosi alle soglie di Baghdad, l'Iraq e l'Europa li chiamò a intervenire nel Kosovo, in clamorosa contraddizione con la condanna delle armi come mezzo per risolvere le controversie internazionali. L'intervento nel Golfo era stato l'inizio, ma aveva un pretesto di diritto nell'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq. La guerra alla Jugoslavia non ne aveva alcuno: si dichiarava umanitaria. Non la condannò il Vaticano. Non ci fu alcun Tribunale Russell, la Serbia non era il Vietnam, il movimento di protesta fu minoritario. Né l'Onu né il Tribunale dell'Aja accolsero le denunce sull'illegittimità dell'intervento. A quarant'anni dalla seconda guerra mondiale la guerra era tornata `mezzo per'.
Da allora si susseguirono gli strappi. L'attacco alle Twin Towers dell'11 settembre 2001 - sostengono gli Stati Uniti - era un atto di guerra ed esigeva una risposta di guerra al `terrorismo internazionale' e ai paesi sospettati di dargli asilo. Gli Usa attaccarono, con la copertura dell'Onu, l'Afghanistan dei Talibani, bombardandolo e invadendolo. E allargarono la definizione di terrorismo al possesso di armi di sterminio, quando detenute fuori dall'area atlantica e da Israele (ma finora nessuno ha definito terrorista la Cina o l'India).
L'anno seguente gli Stati Uniti danno alla loro scelta una formulazione teorica e legislativa: nel documento sulla New Strategy si dichiarano sola potenza legittimamente armata tenuta a intervenire nel mondo contro i suoi nemici in quanto nemici della democrazia, nonché a impedire che si formi una seconda potenza di mezzi uguali. Sarà una guerra illimitata nel tempo e nello spazio, prevede l'attacco preventivo, limita con leggi speciali i diritti della persona. Il documento non è condannato dalle Nazioni Unite. Pochi mesi dopo gli Usa sferrano l'attacco all'Iraq, accusato di detenere armi di sterminio pronte a scattare.
È a questo punto che il movimento pacifista è imponente. Ma non ferma gli Usa. Né vi riesce il Consiglio di sicurezza. Anzi, il fatto che l'Onu non approvi gli Stati Uniti ma non sia in grado di sanzionarli indebolisce non il Pentagono ma il Palazzo di Vetro. E quando Bush dichiara finite le operazioni militari, il movimento per la pace perde di slancio.
Risulterà di lì a poco che l'Iraq non deteneva nessuna arma di sterminio, lo scandalo farà vacillare nei loro paesi Bush e Blair, ma l'Iraq è ormai occupato, in preda a una guerriglia feroce contro gli occupanti e i loro collaboratori e dilaniato tra le fazioni religiose e fra curdi e iracheni. L'Onu esita a rimettervi piede, ma alla sua ricostruzione volentieri parteciperebbero anche i paesi che la guerra non l'hanno approvata, trattandosi di un colossale affare. Le grandi compagnie statunitensi hanno già messo le mani sul petrolio.
2. Nel giro di un decennio la guerra è tornata al centro di uno scenario mondiale che non ha precedenti nella modernità. C'è una sola superpotenza che detiene le armi, dichiara che se ne servirà, si definisce modello che tutti i paesi dovrebbero darsi, si riserva di portarlo dove la sua mancanza costituirebbe `un pericolo', non si considera (con qualche distinguo) tenuta alle regole delle Nazioni Unite e attacca Francia e Germania che non l'hanno seguita in Iraq. È il solo paese in grado di assoggettarne militarmente un altro. Non è altrettanto forte politicamente per la tensione creata con l'Europa (che la debolezza del dollaro rispetto all'euro, prodotta dalle politiche inutilmente antinflazioniste della Ue, accentuerà in una sorniona guerra commerciale).
Ma intanto l'intervento armato è stato rilegittimato in gran parte dell'opinione e praticamente in tutti i governi. L'Iraq non aveva armi di sterminio? Ma era una dittatura. Certo mancava un'opposizione a Saddam che avesse chiamato la comunità internazionale e sia in grado ora di gestire il paese dopo essere stata liberata. Per cui la guerra è stato un errore. Ma ormai bisogna continuare l'occupazione: questa formula trovata dal socialista Felipe Gonzales sta diventando quella di tutte le sinistre moderate.
In questo quadro il pacifismo è di nuovo isolato. Tenta di riemergere a un anno dall'intervento ma è messo in difficoltà da una guerriglia che si esprime con attacchi omicidi perché il terrorismo non rispetta regole di guerra, agisce di sorpresa, non ha volto né luogo. Non lo condannano le folle dolenti che accompagnano i morti, le assemblee religiose che tuonano contro l'occupante, ma nemmeno ne assumono la responsabilità. Qualche esponente pacifista si dice a favore della resistenza irachena ma contro gli attentati, come se ce ne fosse un'altra.
La situazione è inedita, ma pochi sono coloro che ne analizzano le cause e ne denunciano le componenti, a partire dalla domanda elementare: perché il terrorismo fondamentalista esplode contro l'Occidente sulla fine degli anni '90? Perché nel Medioriente e nelle propaggini di un mondo musulmano? Osama bin Laden aveva dichiarato più volte alla Tv americana, ad al Jazeera e a molteplici siti che questa sarebbe stata la risposta alla presenza di truppe straniere nella terra dei luoghi santi. Ma che cosa è realmente al Quaeda? Un profilo credibile non esce neppure dalle confessioni estorte nelle gabbie di Guantanamo. È l'unica organizzazione terrorista? Gli attentati palestinesi hanno altri referenti. Ammettere che il terrorismo sia effetto dell'acuta umiliazione inflitta all'Islam fin dalla guerra del Golfo, o che dilaghi fra i palestinesi perché l'occupazione dura da trent'anni - l'annullamento di sé dell'attentatore esprime l'intollerabilità dell'impotenza - denuncerebbe due responsabilità prime: quella degli Stati Uniti e quella del governo di Israele. Non le ammette nessuna istanza internazionale, nessun governo occidentale.
E neppure il movimento pacifista, tolte alcune sue voci. Esso si dibatte nella sregolatezza delle figure dello scontro: la guerra uscita dai cardini, in un'asimmetria mai immaginata. Da un lato una potenza illimitata che si vanta di esserlo, dall'altro un oscuro congegno di attentati suicidi militarmente imparabili.
3. Il pacifismo condanna sia la guerra sia i terroristi e non è ascoltato da nessuna delle due parti. Non persuade gli States a smobilitare l'apparato bellico e gli interessi tecnologici, economici, di immagine che vi sono collegati - si tratta di un blocco di forze, spesa, fini, identità che neanche una sconfitta dei neoconservatori smonterà facilmente. Né trova udienza nel fondamentalismo islamico, espressione di una nazione araba divisa e impotente, anche per il venir meno dell'idea di laicità che era stata presente anche in quei paesi nel '900. Si può suggerire credibilmente agli iracheni o agli afgani una soluzione gandhiana in attesa che cessi l'occupazione per ragioni interne degli Usa o della Gran Bretagna? Si può suggerirla ai palestinesi e a Sharon, quando l'uno punta all'esaurimento dell'altro, reciprocamente alimentandosi? Si può, ma senza esito. Come invocare la Carta dell'Onu messa in mora dall'Onu medesima o l'Articolo 11 della Costituzione italiana, messa in mora dalla maggioranza e men che flebilmente difesa dall'opposizione.
Il fatto è che il pacifismo esita a designare i protagonisti dei rapporti di forza in campo. Il discorso non è libero. Pericoloso pronunciarsi sul ruolo degli Stati Uniti (nessuno vuol essere definito antiamericano), su quello dello stato di Israele (nessuno vuole essere tacciato di antisemitismo), sulle origini e fini del terrorismo suicida (nessuno vuol essere accusato di coprirlo). Difficile interrogarsi sulle cause della devastazione del diritto internazionale e il come di una sua restaurazione. Difficile individuare la ragione della deriva conservatrice degli Stati Uniti. Il liberismo non basta a darne ragione: caduta l'Urss si poteva pensare (Negri e Hardt) a un dominio che si effettuasse per omogeneizzazione economica, capace di una sua `civilizzazione' moderata e stimolata dalle nuove figure delle produzione. Perché non è andata così? La vittoria di Bush è una reazione, una marcia indietro, o una componente ineludibile della globalizzazione del capitale produttivo e finanziario? E perdipiù al momento in cui l'accesso ai mezzi e alle tecnologie può dare armi devastanti alle contraddizioni che essa incontra?
Sono venuti al pettine i nodi del dopoguerra e non si osa affrontare quelli lasciati dalla caduta dell'Urss. Quale che fosse l'esito di quel modello di società (ma i guasti erano visibili fin dagli anni '30) la presenza dell'Unione Sovietica ha dato un senso al secolo breve, strutturandolo come conflitto fra sistemi e idee di società che avevano ambedue bisogno di difendersi dal fascismo e di non arrivare al conflitto armato fra di loro. Oggi dirlo sembra una bestemmia. Ma è così. In assenza dell'aspirazione a un sistema diverso, contro il dominio neoliberista si leva una resistenza non più che nazionalista o religiosa, come Marx aveva previsto, destinata a perdersi contrapponendo alla barbarie postmoderna quella degli arcaismi.
Non è per mancanza di coraggio che la costellazione pacifista perlopiù si ritrae anch'essa da questi interrogativi. È perché sono domande `politiche' ed essa partecipa del grande rifiuto della politica che pervade i movimenti in Occidente. E al quale si danno anche fondamenti teorici: la politica è figlia della guerra, come scrive Adriana Cavarero, un fallimentare rimedio al disordine del male, come scrive Marco Revelli.
4. Qui prende luce l'attuale riproposizione della nonviolenza. Essa non è diretta tanto contro la guerra, cosa ovvia, quanto contro le forme assunte dal conflitto politico otto-novecentesco. Da allora la politica è investita dalle lotte sociali, dal farsi coscienza dei lavoratori dei limiti della democrazia politica, emersi nel crogiolo della Rivoluzione francese e indicati da Marx come costitutivi del modo di produzione capitalista.
L'idea socialista nasce come ribellione a una disuguaglianza di fondo, a un'ingiustizia che va rifiutata, si percepisce come lotta, incontra una repressione durissima. Gli eserciti ci sono ma da una sola parte, si gettano a cavallo contro i primi scioperanti. Matura l'idea di una rivoluzione come cambiamento delle ascisse e delle ordinate del sistema di proprietà di produzione di stato. Per questo nell'ultimo suo libro, scritto con Alfonso Gianni, Fausto Bertinotti accusa il movimento operaio e comunista di aver fatto propria la teoria e la pratica dello scontro distruttivo del nemico. Esse si sono verificate nella storia del secolo e sono confessate dal linguaggio: lotta di classe, combattere. Come cantava l'Internazionale? «È lo scontro finale ...», e più tardi «Ecco che arriva uno strano soldato - è la guardia rossa». È vero che è un soldato strano perché non porta armi, ma è sempre una figura di guerra. E questo viene oggi rimproverato da varie parti, anche da Pietro Ingrao.
Gandhi c'entra poco perché la sua non è una rivoluzione sociale - è stata una resistenza disarmata al colonialismo inglese e ne ha accelerato la crisi, non altro, perché l'India venera il mahatma ma non ne applica alcun precetto. Né il destinatario della polemica sono i movimenti di protesta affinché non cadano in gesticolazioni estreme. Il bersaglio è la tradizione comunista e la sua lunga presenza sulla scena europea. La critica va alle origini, fin alla marxiana «violenza come levatrice della storia». Tutta la Terza Internazionale viene presa a partito (con qualche penosa distinzione, Rosa Luxemburg sì, Lenin no, il 1917 è stato una sciagura, non del tutto, per due terzi, per tre quarti) e infine i partiti comunisti.
5. Ma ha veramente senso accusare il movimento operaio di ispirazione marxista di una vocazione violenta e fin militarista? Non voglio infilarmi nella filologia dell'uso di termini come guerra, violenza, lotta nel lessico politico. Dopo il 1948 lo scontro assume radicalità nel senso proprio che, per Marx, l'opposizione fra lavoro e capitale non può comporsi dialogicamente. Ma come scordare che gli eserciti e la guerra sono denunciati fin dai primi socialisti come strumento delle classi dominanti, che il movimento operaio nasce internazionalista e ne porta il peso con l'accusa di essere infido sotto il profilo patriottico, tanto che sulle guerre del proprio paese di regola si spacca? E poi la guerra punta al dominio d'un altro territorio, il conflitto sociale punta al mutamento dei rapporti di produzione nel proprio paese. Non mira a conquiste nazionali, non vuole sudditi. Per esso l'umanità è divisa orizzontalmente dalle differenze di proprietà, poteri, classe, mentre gli stati sono espressioni verticali di una territorialità. E Marx, se appena si eviti di aggrapparsi a una citazione, sottolinea l'insufficienza della presa del potere, quand'anche si verifichi dentro una guerra civile (Comune di Parigi). Se c'è stata un'innovazione nel paradigma classico del politico è quella del marxismo.
Si obietta che la rivoluzione del 1917, anche se non militare, ha dato luogo a uno stato, dotato di un esercito che ha colorato di sé il movimento comunista internazionale. È vero entro un certo limite: la difesa dello `stato operaio', `fortezza assediata' non è stato il nocciolo fondativo dei partiti comunisti, anche se ha contato nella guerra fredda. E che ci fosse un problema era chiaro alla Terza Internazionale, che si è dibattuta sull'interrogativo se potesse darsi il socialismo in un paese solo, isola in un mondo diverso e avverso, e quindi necessitato a difendersi. Il giovane paese dei soviet doveva farsi stato e armarsi. Su questo il gruppo leninista si divise, l'assedio esterno e i limiti interni dei dirigenti rimasti in lizza indussero presto a privilegiare la tenuta politica rispetto alla trasformazione sociale. Scelta contraddittoria rispetto alle priorità dello stato: quando queste prevalgono la rivoluzione sociale cessa.
Bisognava dunque non fare il 1917? Questo fu il dilemma allora e sarebbe utile che i non violenti vi rispondessero oggi. «Trasformare la guerra in guerra civile» era una parola d'ordine bellicista, anche se fece cadere l'autocrazia in nome della pace e del pane, la vera guerra civile essendo dichiarata due anni dopo dai generali fedeli allo zar? L'Unione Sovietica fu uno stato espansionista? Ha ragione Nolte nel sostenere che il nazismo è stato una reazione alla sua minaccia? Facciamola una buona volta questa storia, o taciuta o maledetta. Invece di farla, l'attuale riproposta della nonviolenza arriva più o meno esplicitamente qui: quali che siano le intenzioni, pacifiche ed egualitarie, qualsiasi rivoluzione incontra questo dilemma e lo scioglie al peggio. E non solo per quel di lesivo dell'altro che ha il togliere ad alcuni proprietà e potere, sia pure per ripartirli fra chi ne era privo, ma per le dinamiche che ricostituiscono un nuovo ordine di comando. In ogni rottura agisce una eterogenesi dei fini.
È un paradigma assoluto quanto indimostrabile. Non è scritto che in ogni paese e circostanza debba andare come nell'Unione Sovietica di quasi un secolo fa. Sicuramente una liquidazione della proprietà e di una forma di stato non avviene col loro consenso, sicuramente nei momenti acuti dello scontro ci sono stati morti e feriti, anche se i morti li ha fatti più il potere investito che coloro che lo attaccavano. Sicuramente la costruzione di una nuova struttura di governo subisce la tentazione dell'avanguardia, prima ancora di quella della sclerosi burocratica, e di più nei paesi sottosviluppati. Ma si vuol sostenere che sarebbe stato meno mortale mantenere l'autocrazia in Russia? Che sarebbe stato più opportuno lasciare che l'unità d'Italia si facesse per osmosi? Che senza le rivoluzioni del Novecento saremmo in una società migliore? Quando si enuncia una tesi, sarebbe opportuno chiarire fin dove si intende portarla.
Quel che più mi sembra offendere il principio di realtà è che la violenza stia nella ribellione. Come Tronti, penso che la violenza è inscritta nel sistema dominante. E non solo né particolarmente nelle armi o nelle botte. Quel che ho appreso da oltre mezzo secolo è che se sono violenti tutti i rapporti di soggezione, la violenza nel modo di produzione capitalistica è la più perfetta perché inerente al meccanismo, astratta, che riproduce ineguaglianza, esclusione, arretratezza - limitate e eternizzate da una democrazia politica fondata sulla proprietà. Sono violenti i poteri mondiali non solo quando fanno la guerra ma nell'ordinamento che impongono quasi che fosse legge di natura. È violento lo schema originario del rapporto fra uomini e donne e tanto più in quanto si è introiettato. O sarebbe violenza solo quella di chi sfonda la zona rossa con un corteo? Quando le operaie della Borletti, negli anni Cinquanta, furibonde perché gli tagliavano i tempi, si risolvevano a protestare, cominciavano con lo spaccare a zoccolate qualche vetro della direzione: erano loro le violente? Non è violenza mandare in tribunale i tranvieri che hanno di recente scioperato e non le aziende semipubbliche di trasporto che violano da oltre due anni il contratto con i dipendenti? Non lo sono, perché incorporei, i meccanismi del sistema e lo sono invece i corpi dei lavoratori per strada, le poche volte che vi scendono?
Nessuno lo sosterrà, credo. Obietterà: ma se questa violenza non si può eliminare con uno scontro, è inevitabile che lo scontro macchierà ambedue le parti. Da parte nostra, «il manifesto», lo dicemmo in tempi non sospetti, ma non ne derivammo la rassegnazione all'esistente e ai tempi lunghi, non calcolabili di una riconciliazione fra capitalisti e non, oppressori e oppressi. Pensiamo, penso, che dei pericoli degenerativi di ogni rivoluzione si debba, ma ormai anche si possa, fare conto. Si direbbe che la storia del comunismo dagli anni Venti in poi non sia stata anche una seria riflessione sulla sconfitta della rivoluzione in Europa, cioè sulla natura dello scontro, la sua maturità e immaturità. Che Gramsci non sia esistito. Il discorso della `presa del potere' era chiuso in Occidente da ben prima del 1945. E se mai fu pensato come colpo di stato, manovra militare - cosa che discuterei - l'attuale asimmetria delle forze lo renderebbe folle. Chi si propone di prendere d'assalto Palazzo Chigi o la Casa Bianca?
Non è questa la preoccupazione che alimenta il processo retrospettivo al movimento operaio: è il venir meno della pensabilità, e quindi liceità, di una alternativa di fondo al sistema attuale, e l'azzeramento di Marx. Si rifiuta che questo, detto molto approssimativamente `del lavoro' resti il tema irrisolto, più che mai chiave del presente.
6. Che i dirigenti dell'ex Pci abbiano dismesso la critica dei rapporti di produzione non è rinsavimento dalla violenza, è l'invito ai lavoratori di rifarsi funzione e merce del capitale in competizione con altri capitali, ed essi stessi con altri lavoratori. Certo, anche sulla scomparsa del Pci bisogna ragionare, ma mi brucia farlo nei termini proposti da Ingrao.
La mia vita nel partito è stata parallela alla sua, si parva licet, dal 1943 dal 1969. Eravamo venuti da una guerra, è vero, e così orrenda che quando finì tendemmo di più a lasciarla alle spalle che a esaltare la vittoria - del resto l'essere italiani e pensanti non ci permetteva di scaricarne gli oneri e prenderci gli onori. Non fummo dei veterani. Avevamo così bisogno di ricominciare che tardammo perfino a capire la proporzione delle atomiche e a cogliere l'ampiezza della shoah.
Del ricominciare fece parte, almeno al Nord, il disarmare gli argomenti della resistenza rossa. La quale non veniva da smanie estremiste ma dalla impossibilità di scordare che non erano stati i tedeschi a fare la marcia su Roma, a chiudere il Parlamento, a bruciare le Camere del lavoro, a massacrare gli abissini e che non ci costrinsero con la pistola alla nuca a scrivere leggi razziali, a cacciarci in guerra e a deportare gli ebrei. Renzo De Felice la fa troppo facile. Erano i fascisti che ci facevano invadere dai tedeschi e i ragazzi di Salò che ne officiavano le basse opere. Per questo fu anche una guerra civile, come ha scritto Claudio Pavone.
Il fascismo lasciò scie sanguinose, seminò vendetta. Non è una delle sue colpe minori. Mi ha fatto senso sentire qualche giorno fa Piero Fassino ricordare le foibe come una trovata di Tito e non il frutto avvelenato delle imprese del generale Roatta, perché l'Italia miserabilmente pensò che la Jugoslavia sarebbe stata sua. Non è bella la resa dei conti, mi viene il vomito se ricordo Piazzale Loreto e la gente che ci passava davanti urlando. Ma mi fa ribrezzo la festosa riconciliazione con la parte che ci precipitò in guerra, e nei campi e nelle case di tortura, che consegnò gli ebrei quando non li fucilò nei campi di passaggio.
Soprattutto ho ben netto il ricordo di come costruimmo dopo il 1945 un partito che si dava come obiettivo una trasformazione del paese e dei rapporti di proprietà e di potere che vi dominavano, ma non mise mai la rivoluzione all'ordine del giorno. Come avrebbe potuto del resto in piena divisione del mondo, e l'Italia nella zona occidentale? Non eravamo matti. Ma sono convinta che per molti dirigenti, Togliatti incluso, che dell'Urss avevano avuto una chiara esperienza, il trovarsi all'Ovest non fu percepito come una disgrazia. La via italiana sarebbe stata altra, il che non rendeva il conflitto meno duro. Era irriducibile, acerbo, ma non armato. Dicendo guerra di classe non è che ci si apprestasse a militarizzarsi, preparare truppe o servizi occulti - quando lo tentò, o abbozzò, Secchia, fu liquidato. La famosa doppiezza andrebbe rivisitata.
La mia prima giornata tremenda, dopo la guerra, che mi si è inchiodata nella memoria è del 1948. Neanche due giorni dopo l'attentato di Pallante a Togliatti e dopo che Alberganti aveva gridato in Piazza Duomo: «Sciopero a oltranza fino alla caduta del governo», fui spedita all'Autobianchi a far dismettere l'occupazione. Gli operai avevano occupato le fabbriche al primo giungere della notizia. E dovevano sgomberare senza aver ottenuto la caduta del governo né niente. Non fu semplice, avevo 24 anni, non ero nessuno, quelle facce tirate, attente, non sempre giovani, scrutavano con diffidenza la compagna che veniva a dire: basta, bisogna uscire. Non mi presero a troppo male parole, non dettero in escandescenze, non agitarono rivoluzioni tradite, ma i loro ragionamenti pesavano come piombo. Avevano ragione di temere l'indomani che si profilava a pochi giorni dal 18 aprile. Discutemmo per ore, alla fine sgombrarono e tornarono a casa a mani vuote, accompagnando fino al tram la compagna messaggera del partito strizzata come un panno.
Aspettando l'ora x? Ma via. E stento a credere che l'aspettasse la direzione del Pci, utilizzando noi piccoli funzionari per contarla su alle masse. E quali masse, tutti gattini ciechi? Non ricordo così né i vecchi né i giovani compagni del Nord, neanche i più rigidi. E a Roma sentivo scherzare sul `ha da venì Baffone'. C'era molta autoironia nelle sezioni romane anche se, settentrionale superbiosa, le trovavo più popolane che proletarie. Conosco per filo e per segno quel che restò di amaro della Resistenza, ed era più delusione che attesa di ore finali.
Noi comunisti non riducemmo il conflitto a una aspettativa messianica, esterna, in quel caso l'arrivo dell'Armata rossa; lo praticammo, lo civilizzammo, gli demmo ragione, senso e determinazione. Mutarono molte vite. Combattemmo - ahimè che parola - la rassegnazione, l'abitudine al servaggio, acculturammo il paese. Era un partito pesante, faticoso, povero, ostinato, poco flessibile, spesso schematico, diviso non solo fra vecchi e giovani, ma su quel che giorno per giorno, anno per anno si poteva o si doveva fare. Ci trovavamo all'interno di una Costituzione cui avevamo lavorato, che ci dava spazio e pensammo che se ne sarebbe potuto superare, con il consenso della maggioranze del paese, il limite della proprietà. E fra i dirigenti del Pci Ingrao rappresentava l'ultimo che semplificasse le cose, che si contentasse di slogan, che non ci ammonisse alla complessità. E non mi pare che fosse circondato da una direzione assatanata di rivolte.
Questo so e per questo non sono piena di risentimenti anche se a un certo punto mi cacciarono. Assieme a pochi altri avevo cercato di mutarne una tendenza, o almeno introdurre una contraddizione reale, cambiandone il metodo. Non vi riuscimmo. Non è stata una vicenda di reciproci imbrogli, reticenze e nascondimenti.
Ma lasciamo andare le memorie, anche se dolgono. Mi ha stufato sentir ripetere, facendo del partito comunista la prova regina, che politica di molti vuol dire organizzazione, dunque partiti, dunque gerarchie, dunque una delle due: militarizzazione o ceto politico autoriproducentesi. Che la sola strada innocente è il tessere rapporti interpersonali attenti, pietosi e cristianizzati nel senso nativo della parola. Rispetto molto chi fa questo, i volontari, i gruppi di solidarietà, le strutture di mercato equo e solidale, i no-global di varie derivazioni e ascolto, il femminismo della relazione fra donne cui non saprei più rinunciare. E ha ragione Susan George quando scrive che riuscire a far studiare un bambino o bambina in metà del mondo significa modificare tutta una rete di rapporti e di subalternità.
Ma vedo una distanza infinita fra questa trasformazione molecolare e i poteri che governano il mondo. Oggi più di ieri. Come tentare di incrinarli prima che ci sfracellino? Insistere a mettere fra loro e i movimenti ancora il conflitto politico. Non sono convinta che esso significhi inevitabilmente sporcarsi le mani, certo non più di quanto l'inerzia sporchi gli animi. Ma la politica si determina sui rapporti di forza esistenti. Non mi basta elencarli, devo guardare dove e come si formano, chiamarli per nome da una parte e dall'altra, verificando i miei strumenti di analisi come in ogni ricerca e tenendo ben chiaro che questo avviene sul vivo in una società globale, complessa e mobile. Ascoltando e dandoci un'organizzazione che imponga una propria rappresentanza nelle sedi dove i poteri sono aggredibili. Sappiamo che organizzazione e rappresentanza sono fragili e pericolose, ma è una consapevolezza preziosa. E se lo dimenticassimo c'è un movimento che lo ricorderebbe. Sappiamo anche che la rappresentanza ha un limite, ma è il solo mezzo per permettere o bloccare quel degenerare dei poteri che, come Bush negli Usa o Berlusconi da noi, riducono il nostro stesso spazio di esistenza, spingendoci con le spalle al muro.
Per chi come me crede che questi potentati hanno profonde radici materiali e simboliche e che con essi è strutturalmente impossibile un rapporto dialogico, il rifiuto della lotta politica significa la resa. Al più la testimonianza a futura memoria. Può darsi che più di questo non si riesca a fare, ma ci sarebbe poco da rallegrarsene.


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