Nonviolenza: fra principi e politica
CONCRETEZZA DELL'UTOPIA
Isidoro D. Mortellaro
Ampiezza e vivacità della discussione sulla nonviolenza testimoniano a sufficienza, laddove ve ne fosse bisogno, della sua maturità. Non solo dal punto di vista soggettivo: ovvero del rapporto con forme di coscienza diffuse che, quando sono di massa e si tramutano in movimenti, rendono il confronto qualcosa di più che una chiarificazione di posizioni. Ma soprattutto quando tendenze e processi di lungo periodo s'annodano e premono, fanno epoca. Allora, la constatazione d'obbligo - ben scavato, vecchia talpa! - designa il bisogno e l'urgenza di riacchiappare il bandolo della matassa, pena marginalità e subordinazione.
Del resto, quando se non ora? Ora che sulla soglia di un secolo nuovo, come nell'altro tornante d'epoca, la guerra ritorna prepotente a marchiare vite ed età. Allora, nel dar limite e avvio al `secolo breve', piegò la storia e lo stesso movimento operaio alle prime disastrose evoluzioni della mondialità novecentesca. Seppe scompaginare la Seconda Internazionale in ascesa e di robusta costituzione. La disperse nelle aule vocianti dei crediti di guerra e seppellì nelle trincee contrapposte d'Europa. Ne nacque l'Ottobre sovietico che si tirò fuori dalla guerra ma ne soffrì, rimanendo impigliato in quella civile. Per quanto ferito, durò e corse a lungo per il globo.
Ma quelle trincee allevarono anche un cancro, quello fascista: il revisionismo post-'89, sull'onda di Nolte, lo dimentica e sposta date e luoghi di nascita. Sarebbe finito nell'incendio globale che aveva appiccato, trascinando con sé vecchi imperi e rimpicciolendo l'Europa nel mondo che essa aveva sospinto a vita unitaria.
Oggi - in un quadro incommensurabilmente altro - la campagna in Iraq, la prima sperimentazione sul campo, in corpore vili, delle teoriche sulla guerra preventiva, ha invece visto unite nel no, in un grido di pace più o meno convinto ed agito, le forze disperse e smarrite di un movimento operaio vinto da un confronto epocale. Non era scontato: dopo la prima Guerra del Golfo e, soprattutto, dopo l'impresa Nato nei cieli di Belgrado, forte di ben altri sostegni e teorizzazioni a sinistra. Certo, tutto è anche annebbiato da contraddizioni e ripensamenti, mal di pancia e di testa. Pesa la scelta di Blair. Ma essa, assieme a quelle compiute da altri settori della sinistra nell'Europa orientale, è divenuta eccezione: pagata a carissimo prezzo, di fronte alla realtà nuova e sconvolgente di un'opposizione mondiale alla guerra che, come opinione pubblica o nuovo movimento pacifista, quasi ovunque nel mondo ha stretto in problematica ed affannata minorità i governi protagonisti dell'avventura irachena. La democrazia americana, con un pugno di alleati e contro il parere di gran parte delle Nazioni Unite, è andata in guerra. Ma non si è «messo in moto - come ha scritto Mario Tronti sul "manifesto" 1 - un circuito perverso di mobilitazione dell'opinione pubblica, dei mezzi di comunicazione di massa, dove tutto serve, la paura ancestrale del nemico, l'orgoglio dell'eccezionalismo di nazione, la fede dell'etica puritana. Questo fa maggioranza, non silenziosa, ma bellicosa». L'Occidente del XXI secolo non è quello di primo Novecento, né quello sognato e spronato da Huntington. Non ha dominato l'interventismo che allora piegò il movimento operaio. Le piazze sono state invase dai pacifisti e i media - per quanto embedded sul fronte iracheno - hanno dovuto mostrarli, amplificarli e battezzarli «seconda superpotenza». Certo, poi tutte le ondate rifluiscono e bisogna essere attenti soprattutto a quando si avvallano. Per non annegarvi. Ma soprattutto per sfruttare la spinta sommersa e tirarsi su con l'onda successiva, e cavalcarla e tenerla fino alla spiaggia.
Perciò, quando se non ora? Quando se non ora discutere di nonviolenza, provare a schiodare la politica dal calco obbligante di guerra e violenza? Se non ora che la globalizzazione minaccia di consegnare alla potenza militare quanto economica, un tempo trattenuta in forme e dimensioni statuali, declinazioni catastrofiche? Se non ora che grandi orientamenti e movimenti di massa chiedono di indirizzare la formazione di nuove entità sovranazionali sul protagonismo e il rimescolamento di popoli e non sulle triangolazioni di ristrette oligarchie mercantili, tecnocratiche o militari? Quando se non ora? E comunque prima che si affermi su scala planetaria la visione strategica di un mondo ossessionato dall'emergenza terroristica, presentata e vissuta come altra faccia, nascosta ma connaturata della globalizzazione. Prima che, lungo questo bisogno di messa in sicurezza, vengano curvati i processi di costituzione dei nuovi attori sovranazionali: in primis l'Europa, reinterpretata magari come contrappeso, riequilibrio dell'`amico americano', ma nei moduli obbliganti dell'hyperpower, della superpotenza al passo del XXI secolo. Prima che le scelte compiute lungo i parametri della guerra preventiva - in primis, guerra! - precipitino il mondo per cataclismi solo apparentemente simili a quelli già conosciuti nel primo Novecento e appena intravisti nel fungo polveroso dell'11 settembre.
Certo, al momento delle svolte, quando il passo vuole farsi più ardito, quando si prova ad osare, saltare, v'è bisogno di muovere da un saldo retroterra, poggiare su terreno sicuro. Riguadagnare memoria, sguardo sul Novecento che è alle spalle diviene allora indispensabile per conquistare prospettiva in un presente ancora terremotato dalla crisi d'ogni forma storica di insediamento del movimento operaio e della stessa democrazia. Sarebbe perciò fuorviante pensare che guerra e violenza siano, per l'essenziale, secrezione del capitalismo e delle sue storie oppure - a livelli di pentimento più o meno alti, più o meno espressi - fardello d'una tradizione sola del movimento operaio: quella comunista, condannata dalle sue ascendenze giacobine a far pervertire - al tocco del potere - in terrore l'utopia, a mutare in gulag la rivoluzione nata per chiudere la guerra, dar `pace e pane'. Piuttosto, è su tutto il movimento operaio che è gravata storicamente l'incapacità a far proprio, a rendere operante l'ammonimento epocale di Marx sulla «comune rovina delle classi in lotta» inevitabilmente indotta dall'accumularsi delle contraddizioni. Lo sciopero generale mondiale tanto promesso o minacciato rimarrà fiction, sogno letterario di una resistenza nonviolenta trasfusa nel 1907 da Jack London nel fiammeggiante Tallone di ferro: «La novità di quello stato di cose stava nella passività della loro rivolta. Non si battevano, non facevano nulla e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser… Lo stesso avvenne negli Usa» 2. Di lì a qualche anno la guerra imperialistica, descritta con certosina lungimiranza in quelle pagine, iniziava concretamente a segnare il passo del XX secolo, sacrificando nelle forme più funeste a quella storica inettitudine. L'impronta che allora marchiò le varie formazioni della II Internazionale avrebbe avuto un lascito duraturo, per certi aspetti sovraordinato alle vicende ed evoluzioni determinate dalla scissione nelle due grandi tradizioni, socialista e comunista. Forse, una eco lontana di quel «non aderire né sabotare», che allora contraddistinse la posizione dei socialisti italiani rispetto al resto d'Europa, s'avverte ancor oggi nella specifica attenzione e nel peso straordinario riservati nel secondo dopoguerra dalla sinistra italiana alle questioni della pace e della guerra, nelle dimensioni affatto uniche qui assunte - anche per questo impegno - dalla mobilitazione pacifista.
Sicuramente è su questo ceppo che può attecchire e fiorire - caso unico nella sinistra europea - il dibattito sulla nonviolenza come orizzonte obbligante di una politica volta al ripensamento della tradizione comunista. E come e quanto questi tratti originari pesino - fino a farsi problema - lo si può rilevare anche per la declinazione particolarissima che la discussione ha assunto. Essa matura e parte, nel Partito della rifondazione comunista, in uno con la proposta di ripensare in ambito sovranazionale e assieme ad altre formazioni della sinistra europea la figura del partito: verso un `Partito della sinistra europea', appunto. Ma tra i due piani del dibattito fin qui svolto i collegamenti rimangono scarsi se non nulli. Grande è sicuramente lo spazio riservato nella proposta sulla nuova formazione sovranazionale alla questione della pace. Così come estremamente insistito è il riferimento allo spartiacque storico e politico segnato dalla discesa in campo del `movimento dei movimenti'. Ma invano si cercherà - negli interventi come nei documenti di partito o europei - un qualche riferimento al tema della nonviolenza che così strenuamente impegna e appassiona dirigenti e militanti italiani. Né il dibattito sulla nonviolenza - per quanto necessariamente e largamente esplicitato nell'orizzonte disegnato dalle declinazioni nuove assunte dalla globalizzazione nella morsa di guerra e terrorismo - si può dire che copra o guadagni il terreno concreto indicato dal nuovo agone trasnazionale. Eppure è lì, intanto, nell'incontro politico con l'Europa che esso può sprigionare tutta la sua carica innovativa, farsi fondazione o rifondazione di un organismo politico capace di rappresentare e cementare l'arco di forze e figure messo in movimento dalla crisi della globalizzazione neoliberista e dalla guerra. Diversamente, lo sforzo in corso a livello nazionale rischia di rimanere quasi confinato all'approfondimento di alcuni tratti originali della tradizione italiana: un percorso in sé di grande merito, anche rispetto al pericolo corso in qualche momento di finire fagocitato o distorto in più congiunturali e occasionali schermaglie partitiche e di movimento. Sarebbe allora utile forse, potrebbe costituire un primo passo avanti, problematizzare le ragioni per cui l'incontro e la contaminazione tra le culture del movimento operaio e quelle del pacifismo costituiscano in Europa un terreno molto differenziato e ancora minoritario, approfondire l'analisi del caso italiano, almeno per impedire che si tramuti in solitudine, e perciò anche ostacolo. Si potrebbe provare a comprendere, ad esempio, fino a che punto alcuni tratti delle Carte costituzionali, il peso specifico esercitato dalla Chiesa o dalle Chiese, la storia della cultura e dei movimenti pacifisti, del femminismo e di alcune stagioni e campagne - dai Partigiani per la pace, alla Marcia Perugia-Assisi, al movimento contro gli euromissili - abbiano potuto rendere la storia e le elaborazioni italiane più vicine ad alcune esperienze, magari della sinistra tedesca. Oppure come invece l'ingombro esercitato fin nel secondo dopoguerra dal lascito coloniale abbia potuto contribuire in talune tradizioni, quali quelle del movimento operaio francese o inglese, ad accentuare alcuni tratti eurocentrici, sì da rendere quelle realtà più impermeabili e restie alla suggestione mondializzatrice, così come alle contaminazioni del pacifismo. Anche solo tematizzare simili snodi, potrebbe forse permettere di chiamare e accumulare forze da tutta Europa, iniziare a stendere un comune canovaccio di lavoro. E forse anche sanare una qualche forma di soggettivismo che a volte ha fatto sentire il suo peso nell'articolazione del dibattito. Infatti, proprio la duplicità e incomunicabilità di piani prima richiamata ha fatto sì che immediatamente il campo di riflessione così largo evocato dalla categoria di nonviolenza - piena di straordinaria carica utopica oltre che di molteplici, allusive declinazioni - favorisse una coloritura della discussione subito virata nei tratti forti dei principi primi. Nonviolenza è stata così a tratti strumentalmente agitata in opposizione a resistenza o disobbedienza - delle quali piuttosto può costituire una forma. Ma il più delle volte è stata coniugata - ora per via metaforica, ora tout-court - come altro, altrove, quando non come ideale e fine ultimo, orizzonte del comunismo possibile. Nell'eco persistente di letture decise del Novecento, quali quelle avanzate da Marco Revelli e che segnano con forza e suggestione molta parte del dibattito, essa è apparsa il più delle volte una sorta di complessiva strategia d'uscita, l'exit possibile dal Novecento, da un'epoca in cui la politica è finita annientata dalla potenza e dalla desocializzazione, il Noi frantumato dall'individualismo dispiegato 3. Nonviolenza e comunismo possibile hanno finito col sovrapporsi e costituirsi in esodo verso un secolo altro, alla ricerca di una «politica del futuro», di una nuova, più mite interconnessione umana: altri Noi.
A spingere per un tentativo così netto di oltrepassare il Novecento, per una critica così radicale delle forme in cui lo sviluppo ha interpellato scienza e potenza, è indubbiamente il ritorno a fine secolo di una politica del ferro e del fuoco, la stretta imposta da guerra e terrorismo. E l'urto è suonato tanto più insopportabile, quanto più persistente e duratura era stata la teorizzazione - condivisa per contrapposto rispecchiamento rispetto all'illusione neoliberista - circa la capacità della globalizzazione, la Belle Époque, d'aver ragione della politica, sì da ridurla a funzione residua d'un altro tempo e di retrobottega. Quando poi i flussi del mercato mondiale sono apparsi privi di equilibrio e autoregolazione, sempre più delegittimati dalla divaricazione crescente del globo e dell'umanità, politica e guerra sono state avvertite come corazza artificiosa, carapace insopportabile di un organismo in avanzata decomposizione, colpo di Stato di una guardia imperiale avviata al tramonto.
Al fondo di visioni siffatte sta in realtà una idea semplificata del rapporto tra politica e guerra. Da un lato, non si colgono o si sottovalutano alcuni tratti innovativi della loro attuale invadenza; dall'altro, si continua a riproporre una lettura unilineare, rettilinea del Novecento, espunta di cesure e contraddizioni: sostanzialmente influenzata dal grande pensiero conservatore che lo elegge a epoca di secolarizzazione e scristianizzazione progressive e assolute. Con il risultato, ad esempio, di disconoscere proprio nonviolenza e pacifismo come figli conseguenti - e tra i migliori - del XX secolo, contraddizioni e smentite clamorose dei suoi approdi più rovinosi. Lì si dimidiano al rango di alterità potenziali, virtualità da esplorare ed eventualmente declinare in un futuro più o meno immediato. Si rischia così di svalutarne gran parte della carica politica, che finisce con il rimanere latente, inespressa. Capitoli fondamentali dell'agenda analitica e politica - caparbiamente e continuamente riproposti, ad esempio, con insistenza e precisione sempre più accentuate, da Pietro Ingrao 4- rischiano di rimanere senza risposta, se non ci si apre ad una visione differenziata del secolo appena lasciato alle spalle ma così incombente sull'oggi. Mutatis mutandis, si tratta di applicare a pacifismo e nonviolenza quell'occhio di donna che, nel trascorrere sul Novecento, non vela le sue tragedie, illuminando semmai angoli bui e impenetrabili, ma, con la sua stessa esistenza e autonomia di giudizio, sottolinea l'affermazione di un nuovo sguardo, di un nuovo soggetto e celebra così il secolo anche come epoca di avanzamento e progresso. Si potrà forse allora smettere di tenere il lutto per la perdita di fondamento e autenticità indotta dalla serialità novecentesca; reimparare magari a rinvenire nelle nuove trasformazioni del lavoro e della società, quando non della vita, la produzione - e su scala inusitata - di nuova socialità e, per questa via, riconoscere già nei decenni appena passati l'esplosione di nuove contraddizioni, la lotta per poggiare il secolo su altre fondamenta e soggettività, la possibilità - non la certezza - di indirizzare il mondo per altri percorsi e approdi.
Nonviolenza e pacifismo non sono solo un volontaristico dover essere, rovello di alcune delle più ardite o gentili utopie che hanno rischiarato il cammino dell'uomo. Né una filosofia buona per tutte le occasioni: si pensi agli utilizzi disinvolti del pensiero di Gandhi, dimentichi della latitudine di quella lotta di liberazione, in una terra multietnica e multireligiosa alle prese con il Leone britannico. Gli eredi separati di quella storia - India e Pakistan - oggi, dopo decenni di sanguinosa inimicizia, si promettono reciproco olocausto, minacciandosi sui confini con le atomiche. Come farsele cadere sui piedi! Che ne sarebbe di quel mondo, se quella lotta di liberazione si fosse combattuta nel più classico dei modi, vellicando fin dall'inizio i nazionalismi più esasperati? Nonviolenza e pacifismo non sono indifferenziata pappa del cuore. Hanno corso, assieme alla guerra e ai più terribili rivolgimenti, per tutto il secolo scorso. E hanno allignato nella struttura profonda del Novecento, nelle svolte radicali che ne hanno fratto la corsa. Perciò non è possibile leggerli e interrogarli allo stesso modo sempre e dovunque, dimentichi della loro straordinaria storicità o indipendentemente dalla guerra e dalla sue mutazioni. Intanto non è possibile farlo sottovalutando la cesura del 1945.
6 agosto 1945: a Hiroshima l'uomo, per mano americana, accende un altro, secondo Sole sul mondo. Umanità e progresso doppiano un capo epocale della storia umana: entrano in quella che Gunther Anders chiamerà l'era atomica 5. L'umanità, divenuta soggetto e teatro di guerra, si scopre mortale. Un conflitto tra contendenti in pienezza di mezzi e potenza ha di fatto per posta il mondo e la civiltà. È destinato a non lasciare altro che un'ombra su un muro: l'ultima impronta dell'ultimo uomo, simile a quella conservata nel museo di Nagasaki, immagine, negativo dell'uomo lì poggiato al momento del flash finale. Ma ora - dopo una guerra atomica - non vi sarebbe più alcun testimone capace di osservarla e narrarla, di sillabare `ora'.
Crolla l'universo di riferimento della storia fin lì pensata: l'immortalità del genere umano. Quello che permetteva a Carl von Clausewitz di dire che «la guerra non è niente altro che la politica proseguita con altri mezzi». S'azzera il calcolo che permetteva di decidere e di far rullare i tamburi e suonare la diana: sopravvivere al nemico, guadagnare qualcosa da spendere e capitalizzare nel futuro. Si frantuma ogni invaso o confine. S'annulla la distinzione capitale che, prima ancora di divenire forma nello Jus Publicum Europaeum, si è costituita in eredità della stessa civiltà occidentale fin dalla polis greca: tra guerra esterna, condotta tra poleis e Stati, polemos, e guerra interna, guerra civile, stasis. Ogni guerra ora è intestina, ogni polemos è inevitabilmente stasis, perché minaccia la sopravvivenza della nuova polis globale, dell'umanità che ora si erge a misura e regola del mondo.
La Carta dell'Onu e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo sono scritte e proclamate tra 1945 e 1948, nel bagliore ancora di quel secondo Sole, mentre sono ancora calde le ceneri di Auschwitz. Solo un'umanità che si scopre una e mortale sente il dovere di salvaguardare il futuro, si impegna a liberare, come è detto nei Preamboli di quelle Carte, «le future generazioni dal flagello della guerra», dagli «atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità». Per farlo v'è bisogno di muoversi per vie nuove, pena il ricorso, «come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione». E così accanto alle vecchie libertà cosiddette `negative' - `di parola' e `di credo' - ne vengono proclamate altre nuove, `positive': `dal timore e dal bisogno'. Per essere promosse hanno bisogno di un'azione specifica che non può essere che pubblica. Ci si affaccia su un mondo altro da quello che ha nutrito la guerra: «Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale ed internazionale nel quale i diritti e la libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati». Lo Stato, auctoritas superiorem non recognoscens, è costretto a chinare capo e ginocchio, a riconoscere adesso doveri nei confronti di quel mondo e di quei cittadini o sudditi di cui abitualmente abusava. È in quel calco generale che si muoveranno le Costituzioni del secondo dopoguerra, attestate tutte sui tratti forti del ripudio della guerra, dell'apertura internazionale volta all'affermazione di sovranazionalità pacifiche e pacificatrici e del dovere di promuovere eguaglianza e libertà. Da allora quei principi e Carte sono divenuti il metro con cui smascherare dominii, liberare la natura e le donne e gli uomini da chi prova a ridurli a merce, a manipolarli coi bit o in provetta. Di lì a poco il Terzo mondo a Cancún avrebbe eletto a propria bandiera quell'universalismo dei diritti, come diritto intanto alla differenza e a un altro sviluppo, internazionalmente equo, paritario.
Incalzata da quei sinistri bagliori, la politica osava pensare un mondo senza più guerra. S'obbligava a farsi altra, a sciogliere la simbiosi con la guerra. Provava a proiettarsi altrove dalle sedi abituali. È Albert Einstein a capire meglio quanto sta accadendo. Teorizza subito il bisogno di una nuova rivoluzione copernicana: «la prima bomba atomica ha distrutto più della sola Hiroshima, ha fatto saltare in aria tutte le nostre teorie politiche obsolete ed anacronistiche». Ormai la società umana è «stretta in una sola comunità da un destino comune», di fronte a una situazione inedita ed esplosiva. Poiché «la scienza non ha ancora trovato una forma di difesa da queste armi», ovunque sulla terra «lo Stato moderno non è più in grado di provvedere ad un'adeguata difesa dei suoi cittadini» 6. Il Leviatano d'hobbesiana memoria, monco della sua prima prerogativa, s'avvia al tramonto ben prima che il verbo neoliberale possa diagnosticarne la fine. Per quanto scettico sulla struttura appena conquistata per l'Onu, Einstein insiste: deve provare ad addomesticare l'energia atomica, ereditarne il controllo. Ma è qui che ancor più puntuto interviene l'affondo di Freda Kirchwey, instancabile animatrice di «The Nation» e della sinistra americana. Le pagine dei giornali allineano ancora titoli su Hiroshima e Nagasaki quando un suo folgorante editoriale designa la posta in gioco: One World or None 7. Indaga l'impatto dell'atomica guidata dal radar e come ogiva di missili, ma soprattutto in monopolio di uno dei Grandi, gli Usa, dotato di veto in Consiglio di sicurezza. La sua conclusione è limpida, quanto devastante: «Nello spazio di un giorno l'Onu è passata dall'infanzia alla vecchiaia. Adesso deve essere ripensata», e ben al di là del potere di veto. La posta in gioco è netta: «o un mondo o il nulla».
Il pacifismo muta linguaggio e soprattutto sostanza: da utopia e ideale si fa realismo, l'unico possibile, e istinto di conservazione. Costringerà le Nazioni Unite alla loro prima decisione: l'insediamento della Commissione incaricata di ingabbiare l'atomica. Si avviano le trattative attorno al piano Baruch, dal nome del plenipotenziario americano delegato da Truman alla bisogna. Falliranno, a conferma del monito lanciato da Kirchwey, di fronte al duplice scoglio degli Usa schierati in difesa della loro complessiva preponderanza - cercata ed esibita fin da Hiroshima e Nagasaki - e dell'Urss, disposta da Stalin alla rincorsa nucleare. È partita quella che allora Eric Arthur Blair, alias George Orwell, ha da subito battezzato «guerra fredda», osservando proprio l'atomica: un'arma da Big Science, «tirannica». Alla portata di pochi «porrà fine alle guerre su vasta scala», insediando Stati invincibili in condizioni di «guerra fredda coi propri vicini», al prezzo di «prolungare a tempo indefinito una pace che non è pace» 8. Nel suo 1984 poi perfezionerà l'analisi a livelli che potranno rivaleggiare con le più paludate e prosaiche disamine del bipolarismo.
La politica non muore dissolta dall'iperbolica amplificazione della potenza. Trasmigra e insedia imperi. A conferma sta quanto già accaduto a Bretton Woods: lo Stato-nazione ha ceduto la sovranità monetaria a favore del dollaro. Più brusche le procedure dell'economia di comando nell'altro campo. E già il boogie boogie ha rivelato virtù e astuzie del soft power americano, di una comunicazione che si fa mondiale, assieme a costumi, stili di vita, conformismi, ma soprattutto sogno continuamente reinventato. Di lì a poco nei vari paesi occidentali apparirà chiaro che, al momento del voto, assieme a un partito si sceglie un campo, una civiltà, un mondo. Le sedi della sovranità si moltiplicano e interconnettono, assieme alla duplicazione di identità e fedeltà politica: la storia di ogni paese è complicata e confusa dalla doppia lealtà. Quella strana guerra nutre e sospinge la crescita di una coscienza sempre più planetaria. Il mondo diventa casa primaria, finché l'89 completerà il processo proclamando - per via politica e imperiale - la globalizzazione sotto la primazia del mercato e delle sue leggi.
Guerra fredda o long peace? Si discuterà a lungo. Ma con l'occhio come abbacinato dalle mosse dei due Grandi, quasi fisso sull'emisfero settentrionale stressato dall'accumulo di atomiche: con il loro incremento garantiscono l'inutilizzabilità dell'arma, pena la mutua distruzione. Ed è sempre la storia dell'atomica a spiegarci che il mondo è più complesso. A Norimberga anche la giustizia ha iniziato a farsi mondiale: sentenzia in nome dell'umanità. Ma al secondo processo essa si disvela nettamente asimmetrica. È chiamata a pronunciarsi anche sui generali alleati, invocati in correità dalla difesa dei comandanti nazisti per i bombardamenti sulle città tedesche: una convenzione internazionale del 1907 li proibiva come strumento di guerra. I nazisti verranno condannati, ma non quei bombardamenti: «la distruzione della capacità di resistenza del nemico attraverso bombardamenti aerei contro città e fabbriche è diventata parte riconosciuta della guerra moderna», dirà il procuratore militare americano.
Non si tratta di una assoluzione per il passato, ma di un intervento normativo sul futuro, sulle prossime guerre. L'atomica assicurerà al Nord del mondo, alla sua parte sviluppata il controllo geopolitico della battaglia a distanza. Prima ancora che con la guerra celeste di fine secolo, l'asimmetria assicurata dal controllo della bomba permetterà di stemperare l'inimicizia globale nella deterrenza e di regolare e contenere il conflitto in periferia. Ve ne è traccia nella contabilità e nella geografia della morte dopo il 1945: a fronte di oltre 25 milioni di morti, stanno poco più di 200 mila vittime nel mondo sviluppato, in Occidente, compresi Vietnam, Yugoslavia e Twin Towers. La stessa straordinaria vittoria vietnamita si spiega in questo quadro globale: l'escalation del conflitto sarà impedita dall'operare della deterrenza e a pareggiare i conti di un impari campo di battaglia ci penseranno disobbedienza e pacifismo globali. Come e quanto i nazionalismi del Sud del mondo abbiano appreso questa generale lezione, lo testimoniano le atomiche indiane e pakistane del 1998, salutate dal grido del leader fondamentalista hindu Balasaheb Thacheray: «mai più eunuchi» nel mondo globalizzato dalla mannaia nucleare. Ma così si è già negli incubi e nelle ossessioni strategiche di Bush II.
In realtà c'è ancora un altro modo per interrogare l'asimmetria fondata nel 1945. Lo ha rivelato qualche anno dopo un grande, `cattivo' maestro del '900: Carl Schmitt. Nel 1950 egli sottolineava che «Se le armi sono in modo evidente impari, allora cade il concetto di guerra reciproca, le cui parti si situano sullo stesso piano… Chi è in stato di inferiorità sposterà la distinzione tra potere e diritto negli spazi del bellum intestinum. Chi è superiore vedrà invece nella propria superiorità sul piano delle armi una prova della sua justa causa e dichiarerà il nemico criminale» 9. La scena dell'11 settembre e dell'intreccio di guerra e terrorismo nel XXI secolo è tutta apprestata. Sarà il kamikaze con la spoletta della propria vita a infrangere la soglia della deterrenza, della mutua distruzione, attivando l'energia nascosta nelle reti della modernità: aerei su grattacieli. Bush, dall'altra parte, risponderà sdoganando l'atomica, minacciando il first strike preventivo: quello già attivato una prima volta da Israele nel 1981, per le vie normali del bombardamento aereo sul reattore iracheno di Osirak.
Il XXI secolo si apre sul possibile superamento di una soglia fatale: è questa la nuova dimensione della guerra cui siamo stati introdotti. Riepilogare come e perché il '900 lì fu bloccato può ancora essere utile.
A Cuba il mondo si ritrovò davvero sospeso sull'`orlo di un abisso'. La successiva, diversa, ma di fatto subitanea scomparsa dalla scena dei suoi due maggiori protagonisti - Kennedy e Kruscev - probabilmente è buona prova degli scossoni e delle ferite che quell'urto provocò.
Ma il mondo non sopportava più quella cappa. Inizieranno a dirlo nel 1962 gli studenti americani con il Manifesto di Port Huron, riprendendo lingua e categorie di Einstein e della Kirchwey: «la nostra potrebbe essere l'ultima generazione a fare esperimenti con la vita». Gli assilli posti dalla diseguaglianza crescente nel mondo e dal «vivere con la Bomba» sono divenuti intollerabili: nasce qui «la responsabilità di fronteggiarli e risolverli», con un Manifesto che vuole tentare di «comprendere e modificare le condizioni di vita dell'umanità al volgere del secolo» 10. L'anno seguente, con la rivoluzione della Pacem in terris, Giovanni XXIII rompe il silenzio osservato nel 1945 da Pio XII anche su Hiroshima e Nagasaki. In ripudio d'ogni concezione della guerra giusta ora si sancisce - nella versione latina, più incisiva - che «in questa nostra età che si vanta della forza atomica è folle pensare che la guerra sia ancora atta a restaurare i diritti violati». Un mese prima, in Italia, Togliatti, edotto della svolta in atto da una fitta diplomazia sotterranea e da precedenti prese di posizione del Pontefice, ha prodotto la sua rivoluzione copernicana. Nell'agosto 1945 dalle colonne di «Rinascita» aveva provato a misurare Hiroshima e Nagasaki rilanciando l'opposizione tradizionale: O il socialismo o la morte. Ora, nel discorso di Bergamo del 20 marzo 1963, declina diversamente fini e scala di valori: di fronte alla «novità» dell'uomo che «può annientare l'umanità… la pace, a cui sempre si è pensato come ad un bene, diventa qualcosa di più e di diverso: diventa una necessità, se l'uomo non vuole annientare se stesso». Seguiva il rilancio dell'incontro con i cattolici su basi nuove e più ampie. Fu un atto che collocò il Pci su una frontiera unica in Europa e nel complesso del movimento operaio, su un crinale permanentemente aperto al dialogo con le altre culture e il mondo. Da quell'approdo i comunisti italiani e quel partito, pur nelle sue mutazioni, non potranno mai più tornare indietro, pena lo smarrimento o la decomposizione, quando il ritorno della guerra nel mondo provocherà ambiguità, tentennamenti o espliciti tentativi di collocare altrove quella tradizione.
Son tutti prodromi, anticipazioni di ciò di lì a poco farà massa nel '68, quando scenderà in campo la generazione del «ticchettio», come la chiamerà Hannah Arendt 11. Con la sua coscienza planetaria scuoterà il mondo, invocando soluzioni globali per un mondo libero da morsi imperiali. L'Urss spaventata risponderà con i carri armati e ne sarà travolta. L'Europa continuerà a zigzagare nel suo procedere unitario. Gli Usa, per effetto anche dello choc vietnamita, accetteranno infine la sfida. Rilanceranno, con l'unilateralismo di Nixon e un'idea di mondo interdipendente sì, ma unificato da individualismo e consumismo. Parte un immenso processo di rivoluzione passiva che spaccherà l'America e vincerà la sfida fino e oltre la rottura dell'89. Di quei processi e di quella evoluzione è figlio diretto il nostro presente: tanto nella destra neoconservatrice quanto nel movimento dei movimenti.
Ora il mondo è di nuovo sospeso in un angoscioso presente. L'`asse del male' contro cui Bush teorizza la prevenzione è più che il banale espediente proposto fin dalla Roma imperiale - «conquistarono l'impero per legittima difesa» - ai fini della propria espansione. Come hanno certificato le vicende irachena e pakistana, la proliferazione più o meno occulta delle armi di distruzione di massa sgorga direttamente da quei connubi di oligarchie e fondamentalismi cementati nei decenni passati per vincere la guerra fredda: Musharraf e Kahn oggi come ieri Saddam e Osama bin Laden. Altro che scontro di civiltà di un Huntington preoccupato ieri - nella Trilateral della crisi di legittimità democratica - come oggi - con il richiamo all'unità dell'Occidente - dell'irrobustimento di forme e movimenti di democrazia transnazionale. I vecchi connubi di un tempo con le oligarchie islamiche - bigotte o modernizzanti, secondo la bisogna - si rompono per la tensione indotta nel mondo dalla messa al lavoro dell'Asia. E lì - già in Cina, India e Pakistan - l'atomica appare una perversa garanzia sul futuro. A quando il Giappone, che già in Iraq rivede la sua Costituzione pacifista? Né accennano a calare le ebollizioni nel Medioriente tenuto a tiro dalle atomiche israeliane, disposte in naturale postura preventiva.
Il disarmo è oggi la via maestra per addomesticare quella asimmetria che, assieme alla diseguaglianza, è fonte di rivolta e di riavvolgimenti sempre più catastrofici della spirale guerra-terrorismo. Del resto in questo mondo, è l'unico realismo possibile, a fronte di strategie divenute tutte - dalla prevenzione a stelle e strisce, alle varie versioni di grandeur in auge sui palchi europei - utopie minacciose e irreali. V'è bisogno che diventi una strategia concreta del movimento pacifista: ovvero una pratica di assedio e rapporto con le istituzioni, nutrita di obiettivi e non solo di parole d'ordine. Dal livello più basso su fin all'Assemblea delle Nazioni Unite. Non è detto o scontato, come dice Tronti 12, che una «telecamera conti più di una legge», che sia «più da considerare una elezione di mezzo termine che una risoluzione Onu». In questo modo si dà spazio a Bush per marginalizzare le Nazioni Unite o farne strumento di conserva e ausilio. E comunque dipende, come si è già visto, anche dallo spirito del mondo che si determina. L'Onu non è del tutto ingabbiata dal veto dei Grandi. La sua Assemblea ad esempio, come si è già mostrato 13, può divenire soggetto che piega quel veto, se interrogata con forza e opportunamente. Magari sul ritiro americano dall'Iraq. Gli Usa lo sanno bene: in quel modo hanno retto la guerra di Corea e sancito a Suez il tramonto definitivo del colonialismo francese ed inglese.
«Viaggiatore, non ci sono strade. I sentieri si formano camminando»: dice un vecchio proverbio spagnolo. Avviarsi assieme al `movimento dei movimenti' è compito generale. Sbaglia chi si attarda ad incensarlo senza posa, come anche chi, senza lungimiranza e generosità politica, si chiama diverso e fuori, in algida attesa. Da questa parte del mondo non ci guadagna nessuno se anche questo giro di ruota avrà portato poc'acqua.
note:
1 Mario Tronti, La maggioranza bellicosa, «il manifesto», 10 gennaio 2004.
2 Jack London, Il tallone di ferro, con uno scritto di L. Trotzkij e prefazione di G. Fofi, Feltrinelli, Milano 1967, pp. 160-161.
3 Cfr. Marco Revelli, Oltre il Novecento e La politica perduta, per Einaudi, Torino, rispettivamente 2001 e 2003.
4 Pietro Ingrao, Bertinotti rompe uno schema, intervista con Rina Gagliardi; Nel cercare dove sbagliammo mi sento più vivo e più forte; Pacifismo, è un fare per la pace non una passività calabrache, in «Liberazione», rispettivamente del 7 e 14 gennaio e del 1 febbraio 2004. L'intero dibattito è ora pubblicato con il titolo Le politiche della nonviolenza, a cura di «Liberazione».
5 G. Anders, Der Mann auf der Brücke, C. H. Beck, Munchen 1982, tr. it. Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Linea d'ombra, Milano 1961, 1995.
6 Einstein on peace, edited by O. Nathan e H. Norden, Schocken Books, New York 1968.
7 Freda Kirchway, One World or None, «The Nation», 18 agosto 1945.
8 G. Orwell, You and the Atomic Bomb, «The Tribune», 18 ottobre 1945.
9 C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Duncker & Humblot, Berlin 1974, tr. it. Il Nomos della terra, nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, Adelphi, Milano 1991, pp. 429-430.
10 Ora raccolto da ultimo nell'antologia Il '68 senza Lenin, ovvero la politica ridefinita, a cura di G. Fofi, Edizioni e/o, Roma 1998, pp. 15-19.
11 Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Parma 1996, p. 21.
12 Mario Tronti, Op. cit.
13 Ci sia permesso il rinvio al nostro Assemblea generale, nel numero di aprile 2003 di questa «rivista».