Si riapre la discussione in Cgil
IL PASSATO CHE NON PASSA
Giorgio Cremaschi
Ifatti sono sempre più vasti, interessanti e maliziosi di qualsiasi previsione. Mi era capitato, su questa rivista nel settembre scorso, di pronosticare il precipitare sulla Cgil di una scelta pesante e difficile: continuare e accelerare nella linea di movimento degli ultimi anni, oppure accettare le posizioni moderate di Cisl e Uil. La realtà è più complessa, tuttavia non tutto in quella previsione era campato in aria.
Si è aggravata la crisi economico-sociale del paese. Continua la stagnazione produttiva, la più lunga da molte decine di anni a questa parte. L'Italia subisce tutti i danni di una politica monetarista europea, senza avere forza competitiva nel sistema industriale per trarne qualche vantaggio. L'ipotesi sulla quale si era costruito il patto tra D'Amato e Berlusconi, a Parma nel 2001, flessibilità e liberismo come via dello sviluppo, si sta rivelando priva di risultati. Nel mondo delle imprese si è aperta una riflessione largamente critica sulla linea della presidenza D'Amato. Tale riflessione, che vede nella candidatura di Luca di Montezemolo la sua espressione politica, punta chiaramente a sganciare il destino delle imprese da quello del governo e a riconquistare una posizione centrale e centrista per la Confindustria. Questo significa abbandono della linea radicale e ritorno a propositi concertativi. È significativo che in questi giorni tutti i principali esponenti della Confindustria, dichiarino la necessità di mantenere, con qualche aggiustamento beninteso, il sistema del 23 luglio. Persino la Federmeccanica, che di quell'accordo fu oppositrice, oggi se ne fa paladina.
Naturalmente su questa posizione degli industriali incidono anche gli effetti delle lotte promosse dalla Cgil e in particolare dalla Fiom. Il movimento di questi anni non è stato in grado di ribaltare i rapporti di forza o di invertire la via del degrado economico e sociale, ma è stato però capace di mostrare tutti i costi politici ed economici, per le imprese, della linea di estremismo liberista di D'Amato. Gli industriali metalmeccanici non sono sinora tornati indietro dall'accordo separato, ma le lotte per i pre-contratti hanno convinto molti di loro, anche tra quelli che non li hanno firmati, che non è bene ripetere un'esperienza come quella passata.
Nello stesso tempo la crisi del sistema industriale avanza, vengono al pettine tutti i ritardi e i disastri delle politiche di questi anni, comprese quelle del centro-sinistra. Si rivela la fragilità del modello fondato sulla piccola e media impresa, sull'esaltazione del Nord-Est, sulla ideologia del distretto industriale. Torna la necessità del grande investimento, della grande impresa. Esplodono le crisi territoriali, in particolare nel Mezzogiorno. Insomma torna la necessità di una politica industriale e di una politica economica che non si affidino semplicemente alle virtù del mercato.
Infine gli scandali Parmalat e Cirio mettono in crisi il consenso di massa all'ipotesi liberista, quello fondato sul piccolo risparmio e sull'azionariato diffuso. Come ha scritto recentemente sul "Corriere della Sera" Sergio Romano, oggi l'opinione pubblica si scaglia più contro gli imprenditori ladri che contro i politici ladri. Il berlusconismo scricchiola, dunque, da tutte le parti e i poteri economici tradizionali cominciano a preparare un cambio di cavallo.
Sul piano sociale cresce il divario tra i redditi e peggiorano come non mai le condizioni del lavoro salariato e del lavoro dipendente. Questo non dà ancora origine a una lotta generalizzata per un aumento delle paghe: la precarizzazione e l'incertezza del posto di lavoro l'impediscono. Tuttavia questa spinta c'è e appena può si manifesta, come mostra la lotta degli autoferrotranvieri.
In questo contesto la Cisl e la Uil si sono progressivamente sganciate dal Patto per l'Italia e dal rapporto positivo con il governo. La Cisl in particolare ha alzato progressivamente i toni, e ha ricominciato a frequentare l'opposizione politica, liquidando definitivamente ogni eredità di D'Antoni. Nelle assemblee del nuovo Ulivo riformista Savino Pezzotta raccoglie oramai molti più plausi e consensi di Guglielmo Epifani. E questo non solo per rispetto verso la parabola evangelica del figliol prodigo. Ma perché il ritorno su una linea di conflitto con il governo da parte della Cisl, sposta il baricentro dell'opposizione verso il centro, dando così sostegno oggettivo alla lista riformista.
La Cgil è giunta a questo passaggio con il fiato grosso. La lunga mobilitazione contro la linea generale del governo e della Confindustria non si è tradotta, se non nell'esperienza della Fiom, in una pratica sindacale diversa. Nella sostanza si è acuita in questi mesi la contraddizione tra l'atteggiamento politico e culturale della Confederazione, fondato sul rifiuto delle politiche liberiste, e tante pratiche contrattuali, caratterizzate dalla ricerca del compromesso con esse. Nella discussione di settembre avevamo sottolineato il rischio che una politica contrattuale moderata finisse per trascinare anche la posizione complessiva della Cgil. Il risultato che si va delineando è invece diverso. La Cisl si sposta su posizioni antiberlusconiane, la Cgil torna alla cultura della concertazione e dell'accordo a tutti i costi. Entrambe le confederazioni possono quindi dire di aver ottenuto un risultato nel confronto reciproco. La Cgil può mettere all'attivo il fallimento politico del Patto per l'Italia e il ritorno di Cisl e Uil alla mobilitazione contro il governo. La Cisl può pensare di passare all'incasso della propria linea contrattuale.
La vicenda degli autoferrotranvieri è stata in qualche modo il punto di svolta. Là si è siglato un accordo che non solo non tutela il salario, ma prefigura la riscrittura in senso peggiorativo del 23 luglio. Si riduce la tutela contro l'inflazione nel contratto nazionale, mentre accordi aziendali recuperano ciò che manca. Nella sostanza il contratto nazionale riduce ancora la sua funzione di difesa del reddito, difesa che viene progressivamente spostata verso il livello decentrato. È chiaro che una tendenza di questo tipo in breve tempo porterebbe l'Italia a una forte divaricazione dei salari, rispetto agli stessi minimi vitali. Ma la vicenda degli autoferrotranvieri è indicativa del fatto che queste preoccupazioni, sicuramente presenti in Cgil, sono state considerate inferiori, come peso, al rischio di un nuovo accordo separato della Cisl e della Uil.
Nonostante che in questo caso ci fosse una fortissima disponibilità alla mobilitazione della categoria, la Cgil ha scelto di sottoscrivere l'accordo con Cisl e Uil, anche scontando l'impraticabilità di ogni consultazione democratica. Una scelta questa esattamente opposta a quella effettuata dalla Fiom. Il messaggio è stato chiaro ed è stato complessivamente raccolto.
Si torna dunque alla concertazione, alla politica dei redditi, all'unità con Cisl e Uil, anche senza patto democratico e consultazione dei lavoratori. Ma non si torna allo statu quo ante. Cisl e Uil devono in qualche modo politicizzarsi, e pagare così il prezzo del fallimento del loro investimento nel Patto per l'Italia. La Cgil, a sua volta, deve prepararsi a ridimensionare gli obiettivi contrattuali che si era data nell'ultimo congresso.
In quella sede la Cgil si propose unitariamente una linea di recupero salariale fondata su una forte valorizzazione del contratto nazionale, che doveva difendere il potere d'acquisto e anche recuperare una quota di produttività. Linea praticata, senza riuscire a sfondare però, da parte della sola Fiom. Proprio l'isolamento dei metalmeccanici in questa scelta, ha aperto la via al riflusso. Come capita nel calcio, il fallimento dell'azione da rete ti può far prendere un goal. Così ora è in discussione lo stesso equilibrio dell'intesa del 23 luglio, per la quale si preparano riscritture in senso ancor più restrittivo.
Non si torna indietro. Le imprese non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai risultati ottenuti con questo governo. La Legge 30 innanzitutto, certe privatizzazioni e politiche dei prezzi, le promesse fiscali, la delega sulle pensioni, la liquidazione della scuola pubblica. La concertazione dovrebbe ripartire dall'acquisizione del fatto compiuto: si mette in discussione la linea di Parma, ma i risultati di essa devono essere accettati da tutte le parti. In questo contesto il contratto nazionale non va cancellato ma certo va ridimensionato. Magari anche per prevenire nuove offensive della Fiom. Se ci sarà un nuovo accordo di concertazione, esso ridurrà il peso del contratto nazionale, naturalmente nel nome dell'aumento delle retribuzioni e della contrattazione. Così come si disse quando si decise di ridimensionare la scala mobile.
Naturalmente questa scelta verrà accompagnata da un rilancio del partenariato e del dialogo sociale, anche con accenti sempre più critici verso Berlusconi e la sua inefficienza.
Nei rapporti sindacali sta prendendo corpo un'ipotesi di stabilizzazione al centro che pare riflettere quanto sta avvenendo sul terreno politico. Il partito riformista oggi ha una fortissima capacità attrattiva verso la Cisl e verso la maggioranza del gruppo dirigente della Cgil, per il quale, così come è avvenuto in politica, la fase di protagonismo cofferatiano si è conclusa. Il ritorno, dunque, alla sana vecchia concertazione, alle politiche dello scambio, all'unità sindacale moderata è una delle concrete possibilità.
Forse abbiamo tutti dato troppo facilmente come sconfitta un'ipotesi alla Blair in politica e sul piano economico-sociale. Quanto avviene in Europa, quanto avviene in Italia, quanto avviene nel sindacato, ci dovrebbero far riflettere sul fatto che il blairismo sta riprendendo ruolo e capacità di attrazione culturale. È la crisi stessa del liberismo radicale a riportare le carte al centro. Quanto avviene è anche frutto delle lotte che quel liberismo hanno contrastato e, a volte, sconfitto. Resta però una grande domanda alla quale non si danno risposte. Quella di tutti coloro che hanno lottato e continuano a lottare non solo per sconfiggere le posizioni estreme del padronato e del governo, ma per trovare una via alternativa ad esse. Per riconquistare potere, salario, dignità sociale, oltre gli angusti limiti del `riformismo'.
Sul terreno sindacale ci proverà la Fiom, con tutti i limiti quantitativi e qualitativi di un'esperienza contenuta in una sola categoria, a dare una risposta non puramente difensiva alla crisi sociale. Sul piano politico sarebbe necessario che le forze che rifiutano il ritorno al blairismo si dessero un po' più da fare. In ogni caso, anche se le forze non sono adeguate a quanto è necessario, da qui bisogna ripartire. Non abbiamo costruito queste lotte e queste speranze solo per scoprire che tutto si poteva risolvere peggiorando un po' la concertazione del passato.