Parmacrac
NON SOLO BOND
Renzo Stefanelli
Le prime vittime del crac Parmalat non sono stati i sottoscrittori dei prestiti (bond) ma i produttori di latte. Il loro credito, non ancora censito, è stato stimato in 97 milioni di euro, ma quel che ha un significato del tutto particolare è il modo in cui si è costituito e la sua distribuzione. Parmalat si fa finanziare dai produttori in presenza di due condizioni: un accesso al credito bancario (poi direttamente al risparmio delle persone) quasi illimitato, che consente di fare acquisizioni a prezzi gonfiati, il cui esito (seconda condizione) è il rafforzamento di posizioni dominanti sul mercato. I produttori di latte, piccoli produttori di varia taglia, non hanno accesso al credito, quindi hanno scarse possibilità di sottrarsi al conferimento del prodotto a credito.
A loro volta, le banche fanno della costituzione della posizione dominante sui fornitori di materia prima un fattore di garanzia implicita dei finanziamenti. Il sovra-finanziamento è meno irrazionale di quanto si dà a intendere all'opinione pubblica. La domanda, semmai, è sulle ragioni che hanno indotto i venditori delle centrali del latte - Roma, Genova, Ancona, Taranto -, dei centri di lavorazione di Torrimpietra, Catania, Ragusa ecc., e dell'ex gruppo cooperativo Giglio, a dare esclusiva importanza all'offerta finanziaria e a rinunciare a ogni progetto di sviluppo industriale, inclusa quella produzione di materia prima che è, come vedremo, il fatto meno scontato di tutto l'affare.
È in questo contesto che si inserisce l'abbandono degli interessi dei produttori e dell'industria da parte delle stesse organizzazioni professionali che dicono di rappresentarli. L'accordo interprofessionale per il conferimento del latte giace accantonato da tre anni. Né più né meno di quello dei tranvieri. La condotta industriale del settore lattiero caseario è rimasta al di fuori di ogni discussione politica e di ogni vero conflitto sociale né più né meno di quanto è avvenuto per il disastrato trasporto pubblico locale.
Il fatto è che non soltanto le privatizzazioni sono avvenute all'ombra di fumosi scontri interni all'amministrazione e agli apparati politici. Gli anni che ci stanno alle spalle sono quelli della Bse (mucca pazza), punta emergente di una forma di industrializzazione che ignora sempre più il `valore d'uso' del prodotto, o dell'emergere del fenomeno della macellazione clandestina degli animali. E della chiusura di aziende. Il censimento dell'agricoltura ci ha informato, senza molta eco, della chiusura delle piccole aziende zootecniche, che comporta l'abbandono della gestione del territorio di gran parte della montagna e della collina. Ma la chiusura di 7500 aziende zootecniche nei tre anni fra il 2000 e il 2003 appartiene a una fase ulteriore. Le aziende di allevamento residue, da latte e da carne (i due cicli sono connessi), sono ormai solo 60.000. Nel dare la notizia, il presidente dell'Aia (Associazione italiana allevatori) ne chiede l'ulteriore riduzione da attuare un programma coattivo basato sulla corresponsione di una buonuscita agli operatori che cessano l'attività. Sono i ben noti programmi di licenziamento morbido. L'ultimo è stato adottato per il settore della distribuzione dei carburanti a favore dell'integrazione verticale dei produttori-trasformatori-distributori di petrolio dove si propone di usare lo strumento già approntato a Bruxelles per le quote-latte: trasferendo quote dalle regioni del Mezzogiorno a quelle della Padana si avrebbe un aumento di efficienza, il che, nei termini impropri usati ora dagli esponenti della Confagricoltura, dovrebbe fare del settore lattiero-caseario, un `settore sano', una `filiera efficiente'.
Per capire il terreno di fondazione dell'affaire bisogna insistere su questo retroterra. La scarsa sensibilità per l'accordo interprofessionale sul conferimento del latte riflette la riduzione di peso politico degli interessi dei produttori rispetto a quelli propri della finanza - per l'80% banche che controllano a loro volta la Borsa e i Fondi d'investimento, inclusi i fondi previdenziali - ma anche una dislocazione geografica che tende a stratificarsi nella politica.
Degli 8,6 milioni di quintali di latte che Parmalat acquista in Italia, circa 2,1 milioni di quintali vengono dalla Lombardia. Ma ciò corrisponde a poco più del 5% del latte prodotto in Lombardia. In questa regione la posizione dominante di Parmalat non si deve alla quota di prodotto controllata, ma all'appoggio illimitato della finanza che ha garantito l'acquisizione di alcuni fra i marchi più importanti. Nel Lazio e in Campania, con 1,6 e 1,1 milioni di quintali, si raggiungono rispettivamente quote del 33% e del 40%. In Sicilia Parmalat ritira il 50% del latte. Quote superiori al 30% del mercato non sono ammesse, di solito, dalle autorità antitrust. La Banca d'Italia, per prima, ha violato questa regola nelle concentrazioni bancarie (proprio nel Lazio) senza incontrare la resistenza delle organizzazioni professionali o delle organizzazioni che dicono di rappresentare i consumatori. Al momento delle privatizzazioni il dato era però sul tavolo: e se i lombardi che predominano nelle associazioni lattiero-casearie potevano interessarsi poco a queste modalità di formazione del Gruppo Parmalat, il comportamento degli `altri' è un problema che la discussione sull'affare dovrebbe ormai apertamente mettere all'ordine del giorno.
Cosa è avvenuto, nel frattempo, nelle regioni a più alta concentrazione? Legga chi vuole informarsi il rapporto Campagne sicure. La criminalità in agricoltura nelle regioni del Sud. Obiettivo primo dell'Unione europea 1. Questo rapporto non fornisce, è una lacuna, dati generali. Per esempio è segnalato il fenomeno che, a causa della difficoltà dei produttori di incassare i ricavi della fornitura di latte, ha esteso a questo settore l'intermediazione dei padroncini, persone che si muovono nella campagna con un'autobotte e acquistano (a sconto) pagando in contanti. Il dato nuovo e generale, però, è il diffondersi dell'abigeato (furto di bestiame) in regioni che non lo conoscevano: secondo l'Osservatorio nazionale zoomafia nel 2001 sono scomparsi nel nulla diecimila capi. Vi sono nuove possibilità di controllo del territorio: per esempio, il centro satellitare di Benevento può rintracciare in ogni momento animali e cose in tutta l'area mediterranea. È ancora inattivo, come allo stato di pure ipotesi sono rimasti i progetti sulla `tracciabilità' dei prodotti in generale.
Il riferimento di questi sviluppi agli effetti del `liberismo' è corrente ma è raro che si riesca rintracciarne i concreti percorsi. Il coinvolgimento dei produttori nel processo di privatizzazione delle centrali del latte è stata, ed è, una possibilità che nessuno nega a parole. I produttori associati in cooperative sentono parlare continuamente di una volontà di `fare sistema', che lascia poi il posto all'aziendalismo nudo e crudo. Le leggi, le norme non generano il capitalismo se non in un contesto di socializzazione delle scelte economiche, vale a dire di una reale accettazione da parte delle principali rappresentanze della società.
La costruzione del Gruppo Parmalat non evidenzia un `capitalismo straccione', come ha scritto qualche sindacalista in cerca di alibi, ma una sua espressione moderna e consapevole. Tre anni fa Parmalat ha messo sul tavolo la questione del riconoscimento della qualità di `fresco' al latte microfiltrato, un procedimento che ne allunga la vita di qualche settimana. Ha avuto subito decreti ministeriali all'appoggio. Il latte `fresco' è rimasto quello che si consuma (e si paga) nella settimana anche se il produttore lo riscuote mesi dopo. Vi è stata una resistenza in nome della qualità che ha schierato i produttori contro Parmalat. È in questa battuta d'arresto l'inizio della crisi sfociata nel crack? L'interrogativo è quasi retorico ma l'incidente resta significativo. Nessuno, al momento, ha detto qual era la posta in gioco: l'internazionalizzazione del mercato del latte. Eppure, i produttori sapevano che il litro di latte si pagava meno in Germania che in Italia e che Parmalat cercava di trasformare le sue posizioni di dominio locale, regionale, in un più esteso controllo del mercato. L'internazionalizzazione del mercato richiede una lunga conservazione del `fresco' perché la lunga conservazione nota alle massaie come Uht, non sfonda.
A Parmalat hanno ritenuto possibile questo obiettivo. L'acquisizione di aziende all'estero aveva lo scopo di rendere ubiquitari i punti di acquisto della materia prima e di vendita del prodotto. Bisognava far perdere al latte i caratteri di un prodotto a circuito locale. Oggi gli analisti dicono che il progetto non era attuabile, ma si limitano a osservare che né Nestlé né Danone ci hanno provato. Questa non è una spiegazione. I motivi per i quali le banche non hanno fornito ulteriori finanziamenti per rimborsare i prestiti in scadenza non sono esplicitamente legati a questo giudizio. Semmai, siamo a una nuova manifestazione della contraddizione fra progetto industriale - a medio termine - e il noto e disastroso shortermism che caratterizza l'attuale struttura del mercato finanziario e le sue istituzioni.
Bisognerà fare attenzione a questo `particolare' nell'evoluzione della crisi. Nel prospettare la riorganizzazione dell'industria lattiero-casearia, già oggi assistiamo a un lento cambiamento di fronte. Il latte fresco-fresco non è più difeso a oltranza come sinonimo della qualità e di arroccamento del produttore italiano sul mercato italiano. Sia i produttori di latte della Padana che alcune industrie che si preparano al `salvataggio' diventano più flessibili: più qualità di fresco esistono già, un `fresco' che duri tre o quattro settimane non spiace all'industria.
I pilastri della conversione? Proprio l'effetto Parmalat. La quadruplice intermediazione finanziaria - Cirio compra la Centrale del latte di Roma dal Comune con i soldi di Capitalia, poi vende a Parmalat (al doppio del prezzo di acquisto) rimborsando del finanziamento Capitalia che, a sua volta, ne eroga uno anche maggiore coinvolgendo i suoi clienti - porta a un costo tale dell'investimento da renderne impossibile l'ammortamento nei conti dell'industria. Non basta farsi far credito dai produttori o trasferire tutti i profitti alle banche. Quindi le direttrici su cui ci si muove sono quasi obbligate: trasferire il massimo di oneri del fallimento sul credito e ripartire con un mercato che possa assorbire prezzi al consumo e profitti più elevati.
La battaglia propagandistica attorno al fallimento durerà a lungo. L'importanza assunta dalle accuse di ordine criminale rispetto ai dati economici è cruciale. Se si riuscisse a dimostrare che le banche internazionali hanno commesso illeciti nella definizione dei contratti di credito, la loro ammissione alla spartizione dell'attivo Parmalat, al momento della liquidazione, potrebbe essere messa in dubbio. Il punto di partenza dell'industria può essere nuovo quanto si vuole ma non può prescindere dai costi di acquisizione che graveranno sugli stabilimenti. Oltretutto, per ragioni interne alla strategia e al crollo prematuro del progetto, Parmalat ha conservato un marchio per ogni stabilimento. L'alternativa fra circuito locale e internazionalizzazione del mercato resterà aperta e, per scioglierla, sarà utilizzata l'arma della differenziazione del prodotto.
L'affare Parmalat merita di essere esaminato come una manifestazione di alcuni caratteri nuovi del capitalismo. A parte l'ovvia constatazione che le forme del capitalismo si determinano attraverso processi di socializzazione - quindi ideologici, culturali e istituzionali -, emergono nuovi livelli su un orizzonte internazionale così esteso che può essere inteso anche come globalità. Per esempio, la definizione di Parmalat come «un gruppo finanziario con interessi industriali» («The Financial Times»), la sproporzione fra dimensione finanziaria e industriale, la subordinazione di quest'ultima, appaiono più fisiologici che occasionali. Molte attività industriali si trovano in questa situazione. Il gonfiamento dei prezzi dell'industria è funzionale all'acquisizione di posizioni dominanti nel mercato che, a loro volta, consentono la scelta delle tecnologie e il governo delle scelte dei consumatori. Lo stesso `valore d'uso' può essere piegato all'interesse dei gruppi che hanno quel potere.
Questa condotta economica è resa possibile da quella che è stata definita «la colonizzazione dei propri cittadini» da parte della triade apparato politico-sistema dell'informazione-poteri militari e di polizia. Il termine `colonizzazione', usato per quanto sta avvenendo in Cina, richiama infatti la situazione classica del sistema coloniale in cui il governatore, il vescovo, con al seguito i detentori delle conoscenze scientifiche e logistiche, costituivano il contesto entro il quale si organizzavano l'economia di produzione e il commercio.
Quando si è parlato di `pensiero unico' forse si alludeva a questo. Questo sembrano intendere alcuni col termine `globalizzazione'. Il punto vero è che niente di tutto questo può accadere senza la soppressione di momenti di autonomia nella società. I produttori di latte che conferiscono a Parmalat ci appaiono privati di ogni potere di reazione. Non solo al momento di far credito al ricco, alle banche che fanno affari con lui, ma ancora oggi di fronte a un decreto come quello di Tremonti, che gli consente di indebitarsi per 60 mesi a spese del contribuente. Quel decreto è certamente un affare per le banche a spese del contribuente. Fra 60 mesi non vi sarà la liquidazione, ma se vi sarà, il loro debito emergerà e il credito si svaluterà.
Dalla caduta del fascismo mai era accaduto che un gruppo sociale si trovasse spogliato totalmente di potere di reazione. Anche il bracciante più precario riusciva a contrattare la `mille lire' e a farsi dare i medicinali dalla mutua. Oggi sono molte le categorie che hanno il potere di reagire (pensionati a parte). Questo non è imputabile principalmente all'assetto capitalistico, che, al contrario, nel sistema della `colonizzazione dei cittadini', retrocede a posizioni di dipendenza rispetto ai processi che vengono innescati al vertice della società. Se una volta si poteva dire che l'economia decideva tutto, oggi è più giusto attribuire questo potere alla politica con i suoi corollari di subordinazione dell'informazione e della cultura. Quel deficit di democrazia che nel suo ultimo libro Stiglitz vede nel capitalismo è il punto di partenza per capire e agire.
note:
1 Fondazione Cesar, gennaio 2004.