numero  48  marzo 2004 Sommario

Parmacrac

PARMALAT, ITALIA. CONVERSAZIONE CON VALENTINO PARLATO
Giuseppe Guarino  

Per capire meglio il caso Parmalat abbiamo sentito il professor Giuseppe Guarino. Non è un uomo di sinistra ma è democratico e straordinario studioso e docente di diritto costituzionale e amministrativo e ha alle spalle l'esperienza di ministro dell'Industria e delle finanze. Guarino ha superato da un po' gli ottanta, ma ribatte veloce e d'istinto come un giovane; addirittura mi critica perché cammino lentamente e troppo curvo, e ho nove anni meno di lui.

Professore, che cosa è cambiato nel mondo dell'economia tanto da provocare una serie di crac, Enron, Parmalat, etc?
Bisogna distinguere tra i crac nella finanza internazionale e quelli di casa nostra, anche se questi ultimi sono pure loro prodotto della finanza internazionale.

Cioè?
Tra il 1995 e il 2000, si è prodotta negli Usa una bolla finanziaria che si è estesa a tutto il mondo. Ne ho esaminato le cause in un libro recente e anche il premio Nobel Stiglitz le ha dedicato un saggio. La bolla si è esaurita esattamente un anno prima dell'episodio delle Due Torri, che, dunque, non c'entra con l'arresto dell'economia che si era manifestato già da un anno. La bolla era sostenuta dal dollaro alto, dal grande afflusso di capitali verso gli Usa, dalle aspettative di una ulteriore crescita dell'economia Usa. Una situazione nella quale bastava un'emissione azionaria per provocare una corsa agli acquisti. Era il tempo delle stock option per i manager. Tutto questo in una situazione nella quale lo spazio si era allargato (non contavano più i confini degli Stati Nazionali) e il tempo si era contratto. I capitali a breve sono la merce più volatile: nello spazio di un minuto si fanno operazioni di acquisto e di vendita tra gli angoli opposti del pianeta.

Espansione dello spazio agibile (globalizzazione) e straordinario accorciamento dei tempi per agire.
Queste sono le vere grandi novità che, come tutte le verità, generano contemporaneamente effetti di natura diversa. Certo ci sono i crolli, il caso Enron, ad esempio, e quello in parte diverso della Parmalat. Ma ci sono anche effetti di crescita. A mio parere senza la globalizzazione e la velocizzazione dei rapporti non si sarebbe prodotto lo straordinario sviluppo della Cina: una Cina isolata non avrebbe potuto crescere nella misura attuale. Sulla Cina voglio aggiungere anche un'altra annotazione: Mao ha fatto grandi disastri, ma imponendo un'assistenza sanitaria generalizzata e la scuola aperta a tutti fino all'università ha posto le fondamenta di una crescita di lungo periodo, non solo congiunturale.

Ma torniamo alla Parmalat.
Sulla Parmalat ho letto solo i giornali, non ho informazioni dirette. In mancanza di dati sicuri devo limitarmi a ipotesi. Sembra certo che ci siano stati illeciti e irregolarità in favore di singole persone. Ma questo non giustificherebbe l'ammontare del debito che, a quanto si legge, sarebbe imponente. La questione principale quindi non è quanto avrebbero distratto gli amministratori o i dirigenti, ma perché si sia prodotto un debito di quella entità. L'ipotesi più probabile è che questo gruppo, molto locale e nato nel 1961, ha avuto all'inizio un successo rilevante, amplificato anche da accorte operazioni di promozione. Eccitato dall'iniziale successo, il gruppo (tutto di parmigiani) ha fatto passi più lunghi della gamba, avventurandosi senza adeguata preparazione in Sudamerica e altrove. Qui sembra siano cominciati i guai. Si sono accumulate perdite e, dato che il gruppo dirigente si era per così dire specializzato in irregolarità, ha potuto illudersi di fronteggiare le difficoltà del presente con astuti e meno astuti imbrogli, nella speranza di tempi migliori. Si restava in attesa di una ripresa e, se questa si fosse verificata, tutto sarebbe andato a posto. Ma i tempi migliori non sono venuti né per la Parmalat né in generale. Molte economie sono ancora in fase di rallentamento. Erano passati i tempi nei quali qualsiasi emissione azionaria era accolta con giubilo. Penso che anche i peggiori illeciti potrebbero essere stati compiuti non per fini personali, ma nella speranza…
…di salvarsi.
Esattamente. Ma il caso Parmalat - l'ho detto nella mia audizione alle Camere - deve richiamare l'attenzione sullo stato dell'economia italiana. Non abbiamo una forte struttura industriale. Vi sono segni di indebolimento continuo nel corso degli ultimi anni. Non abbiamo una forte struttura bancaria. Le banche sono costrette a loro volta a finanziare le imprese debitrici in attesa di tempi migliori. Se bloccassero i nuovi finanziamenti o addirittura chiedessero il rientro dei debiti contratti, potrebbero prodursi fallimenti e le banche non recupererebbero i crediti erogati.
A ben vedere l'attesa di tempi migliori nella speranza di salvarsi coinvolge anche le banche. Sembra un diabolico circolo vizioso: tutti, nella illusoria speranza di salvarsi, accrescono la loro rovina.
Non condivido il ragionamento di quelli che ritengono che le nostre banche potrebbero passare in mani straniere senza traumi per il paese. Al contrario si riprodurrebbe per l'Italia quel fenomeno che si è verificato per il Mezzogiorno: tassi più elevati al Sud e drenaggio del risparmio dal Sud al Nord. È per evitare questo pericolo che la Banca d'Italia ha orientato il sistema verso forme di concentrazione, che hanno portato alla costituzione di cinque gruppi bancari grandi per l'Italia, ma le cui dimensioni dovrebbero ancora crescere agli effetti della competizione globale.

Parmalat, quindi, è soprattutto il sintomo di una crisi del nostro sistema economico, produttivo e finanziario?
Sì, e di una crisi non congiunturale, ma seriamente strutturale e pesante. Il sistema industriale è impoverito, perde pezzi; il sistema finanziario, per quanto riordinato e rafforzato, risente del fatto che le imprese debitrici non fanno profitti e che i lavoratori subiscono una riduzione del salario effettivo: le imprese restano in sofferenza e il risparmio langue. La causa ultima di questo insieme di effetti è l'ammontare del debito pubblico, che pesa come una cappa di piombo: assorbe risorse che sarebbero indispensabili per investimenti e consumi, ostacola nuove iniziative. Con questo debito pubblico anche le annunciate grandi opere rischiano di tradursi in mera illusione.

Scusa se esagero, ma per pagare i debiti dello Stato, cittadini e imprenditori si impoveriscono?
Per stare al minimo, nel confronto con gli altri Stati della comunità che per dimensioni e sviluppo siano simili al nostro, ogni anno dobbiamo pagare in media almeno un 3% in più ragguagliato al Pil per effetto del maggior debito. Sono disponibilità che vengono sottratte ai consumi, agli investimenti, a tutto. Se poi in conseguenza degli interessi imputabili al debito il Pil, come già da qualche anno avviene, non cresce, o cresce in misura inferiore a quello degli Stati competitori, avremo ogni anno meno risorse dell'anno precedente e gravi pregiudizi concorrenziali.

Ma i cambiamenti nell'economia e nella società, nei rapporti di proprietà, non richiedono un cambiamento anche nelle leggi?
Sì, nel 1941, credo, uscì negli Usa il libro di Burnham, La rivoluzione manageriale: non erano più i proprietari, compresi gli azionisti, ma solo i manager a comandare.

È un libro importante.
Allora sembrò importante, ma l'ho riletto di recente e non ho ricevuto la stessa impressione, anche perché forse alla dominanza degli amminstratori ci siamo abituati. Ma la novità vera è nella facilità e rapidità dei movimenti di capitale. Questi movimenti potrebbero essere governati se si tornasse a sistemi separati e chiusi. È una soluzione che bloccherebbe ogni sviluppo e probabilmente non sarebbe più realizzabile.

Sistemi separati, cioè gli Stati nazionali?
Gli Stati nazionali, cioè quelli con le frontiere che possono chiudere? Ma questa possibilità di chiusura non esiste più. Non siamo ai tempi dell'oro o della carta moneta, che veniva trasportata. Le transazioni si fanno in tempo reale via internet.

Ma tutte queste novità possono o no essere regolate da nuove norme?
Sono un giurista, ma sul punto sono piuttosto scettico, non è cosa che si regoli in tempi brevi. Ne è prova, come ho detto anche nella mia audizione alle Camere, anche il recente decreto del ministro Tremonti. Il decreto vuole separare il controllo del risparmio da quello del credito. Soluzione che non solo contrasta con l'Art. 47 Cost., ma è irrazionale. La Banca d'Italia, anche secondo il decreto, dovrebbe continuare a svolgere la propria funzione di controllore del credito e il controllo del credito è la forma principale di garanzia di risparmio. Dà la sicurezza che la banca, quando il depositante andrà a ritirare il suo risparmio, avrà la disponibilità della somma. La banca non deve aver investito i risparmi in azzardate operazioni di credito.

Certo, quando deposito i miei soldi in banca debbo essere sicuro che la banca non li dia a un lestofante e, in ogni caso, voglio essere sicuro che mi possa restituire quel che ho versato.
Il controllo del credito è inscindibile da quello del risparmio. Per ritornare al decreto Tremonti, la prima parte, mi sembra di problematica attuazione. Prima che un organismo di nuova istituzione, nel caso concreto la nuova Autorità, sia in grado di funzionare in modo efficace trascorrono molti anni. E poi ho l'impressione, ma è solo un'impressione, che il decreto abbia per scopo principale quello di portare via personale della Banca d'Italia per mettere, di conseguenza, le mani su una parte del patrimonio della stessa Banca. Il risultato non sarebbe ammesso dalla Banca centrale europea, e soprattutto sarebbe pregiudizievole per la credibilità del paese: diffonderebbe l'idea che l'Italia stia con l'acqua alla gola.

Ma, ripeto, tutte queste difficoltà non possono essere affrontate e regolate con norme di legge?
Qualcosa si può fare, la seconda parte del decreto Tremonti è certamene utile. Ma il problema di fondo resta quello della perdita di competitività della nostra economia e del peso del debito pubblico. E ciò è tanto più grave in quanto fra i principali Stati membri nostri competitori la Francia non ha problemi di debito e la Germania, il cui debito origina tutto dall'unificazione con la Germania dell'Est, è il paese europeo più attrezzato per la competizione mondiale. L'Italia sta peggio. Tuttavia, dal 1992 ad oggi non si parla del debito. Ritengo che ciò sia da attribuirsi alla consapevolezza che la dimensione del problema sia tale, e la soluzione così impervia, che nessuno dei poli sarebbe in grado da solo di provvedervi. Si preferisce far finta di niente sperando nel futuro, Ma non era questa anche la speranza della Parmalat?

E allora?
Se c'è un problema che nessuno dei due schieramentei è in grado di affrontare e, a meno di una improbabile unità nazionale, andremo sempre peggio.

Ma tutto questo, cioè un problema di queste dimensioni che risulta insolubile in condizioni normali da parte delle maggiori forze politiche in campo, non fa temere un progressivo slittamento verso una soluzione autoritaria? Mussolini agì in una condizione di analoghe difficoltà.
Sì, ma Mussolini poté agire in un sistema chiuso. Oggi ci muoviamo in un'economia aperta e ci troviamo collocati alla periferia del sistema. Non credo che possa esservi una soluzione autoritaria. È più probabile una lunga crisi, di cui possiamo prevedere lo sbocco ma non i tempi. Dovremmo non trascurare il campanello d'allarme che ci è venuto da Parmalat, e non solo da Parmalat.

Giuseppe Guarino é Professore Emerito di Diritto amministrativo alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università La Sapienza di Roma

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