La lista Prodi
CORSA AL CENTRO. E A SINISTRA?
Giancarlo Aresta
1. Dietro le luci della ribalta
Si erano appena spenti i riflettori sullo scenario di cartapesta della Convention dei `riformisti' del 14 e 15 febbraio al Palalottomatica di Roma, si era appena assaporato il dolce di una rilevante eco di stampa e dell'orgoglio di una grande innovazione 1 anticipatrice - capace di dare, per sé, un vantaggio su una Casa delle libertà rissosa e in rotta -, e sul `piccolo Ulivo riformista' si è abbattuto - come un'inesorabile mannaia - il nodo delle scelte sulla guerra, dissipando l'euforia, cancellando l'immagine unitaria costruita nella `due giorni' romana, rendendo persino imbarazzante la singolare collocazione di Prodi - che c'è e dà oltretutto il nome all'alleanza ma nello stesso tempo è altrove -, mettendo, infine, per la prima volta in questi ultimi mesi persino a rischio la possibilità e le condizioni di una coalizione larga, capace di sconfiggere Berlusconi.
È un singolare paradosso; ma è la realtà. E la realtà non è contrastabile con i sofismi, non ammette repliche.
Ma allora occorre chiedersi cosa sia all'origine di questa straordinaria fragilità.
Se, in pochi giorni, la `lista unitaria' - che si voleva aperta alla società - è entrata in rotta di collisione con uno dei più imponenti e ampi movimenti, che abbiamo conosciuto nel paese in questi anni - quello della pace -, se si sono prodotte lacerazioni rilevanti nel suo tessuto politico e registrate defezioni `pubbliche' importanti, viene in evidenza che qualcosa non tiene nel cemento su cui questa aggregazione è costruita, una pericolosa fragilità d'impianto, persino una debolezza di motivazioni. E questo sollecita una riflessione e un'analisi.
2. Progetto e realtà
Questa "rivista" aveva visto per tempo i rischi dell'ipotesi della costruzione del `partito riformista' 2, nata dalla proposta di Prodi di una lista unitaria per le elezioni europee, prontamente sostenuta da D'Alema (che aveva messo in evidenza come l'orizzonte di questa operazione fosse la formazione di un nuovo soggetto politico unitario, di un `partito riformista'): la definizione di una nuova formazione neo-centrista, la cancellazione della sinistra e la sua emarginazione in una condizione residuale e minoritaria, l'apertura di spazi nuovi di dialogo con le forze moderate del centro-destra. Risultava evidente come questa scelta - spostando a destra l'asse del centro-sinistra - potesse indebolire la battaglia contro il governo Berlusconi e minare le basi di quella ampia alleanza che si andava definendo. Ora, l'impianto della Convention riformista ha finito con il rafforzare queste preoccupazioni. Prima di tutto, a partire dalle scelte di carattere simbolico.
Non c'è dubbio che nel Palalottomatica si sia svolta una rappresentazione che alludeva alla nascita non tanto e non solo di una nuova lista, ma di un nuovo partito. È così per il rango dell'assemblea, che unificava le platee congressuali dei partiti aderenti (Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei). È così per l'enfasi dei relatori, che hanno sottolineato il carattere storico dell'iniziativa. È così per la regia dell'evento, che è risultata assai preoccupata di dare al nuovo soggetto dei padri fondatori, oltre che una piena identificazione nella sua leadership presente e futura, nella persona di Romano Prodi. È così, infine, anche - e soprattutto - per il carattere irreversibile di questa iniziativa, che si propone nell'orizzonte transnazionale, in cui nasce, di cambiare natura e caratteri delle grandi famiglie politiche europee e, per l'Italia, di offrire il nerbo e il centro di comando di una coalizione capace di sconfiggere Berlusconi e di offrire una guida sicura al futuro governo del paese. Insomma, se questa lista senza nome - non si capisce come li si potrà chiamare se non `lista Prodi', o, usurpatoriamente, `ulivisti' - dovesse avere un risultato elettorale appena decente, risulterebbe doppiato un punto di non ritorno: e la strada verso la nascita del `partito riformista' sarebbe segnata, con o senza il passaggio attraverso un'esperienza federativa.
Ma qual è la sua consistenza, la sua identità, la sua forza di coesione, la sua capacità di richiamo e di aggregazione? In proposito, lo scenario del Palalottomatica offre molte suggestioni.
Innanzitutto, c'è la promessa che "la `lista unitaria' possa divenire la prima forza elettorale del paese ed essere il motore di un centro-sinistra vincente" 3, testimoniata dal fatto che la forza di partenza di questa lista - per stare a un risultato `basso', come quello delle politiche del 2001 - non dovrebbe essere inferiore al 32% (16,6% i Ds, 14,5% la Margherita, oltre l'1% i socialisti, allora alleati con i Verdi). E questa è la motivazione profonda che tiene insieme la platea scollata, incerta, in qualche modo preoccupata dei delegati dei tre partiti, che hanno seguito - spesso con distrazione - la `due giorni' del Palalottomatica.
Poi c'è l'idea di un leader vincente, Prodi, che viene proposto come vero elemento di sintesi della nuova formazione, contrapponendo alle difficoltà attuali del centro-destra il richiamo nostalgico alla stagione `ulivista' del '96, per farne rivivere le speranze, con la rassicurazione che la nascita della `lista unitaria' rappresenti l'antidoto autentico, efficace alle incertezze e alle divisioni di quella stagione di governo. E che, soprattutto, la cosa che oggi sta prendendo corpo abbia come obiettivo essenziale quello di dare vita al partito di Prodi, perché il leader possa trasferire il suo `valore aggiunto' all'alleanza, ma, in primo luogo, perché Prodi possa d'ora in poi parlare come il capo della forza maggioritaria nel paese, sfilando questa carta dalle mani di Berlusconi.
Ma i punti di forza sembrano esaurirsi qui: e aprono la strada ai problemi.
La sceneggiatura del Palalottomatica vuole alludere a un fatto politico, che prende vita sulla spinta delle attese della società italiana, che nasce sulla base di una spinta larga e diffusa e vuole promuovere una raccolta di energie intellettuali, di forze sociali e di movimenti, mettere in moto un più generale e ricco processo di aggregazione. Ma qui il raccolto è assai magro.
La lista delle adesioni politiche al progetto - pubblicata sul sito www.unitinellulivo.it - è assai scarna. Alcuni protagonisti del piccolo schermo, uomini e donne dello spettacolo, e pochissimi intellettuali, che quasi si contano sulle dita di due mani: adesioni cioè meno larghe - anche se significative - di quanto ognuno dei partiti aderenti potrebbe raccogliere dietro un suo appello o in occasione di un Congresso.
E, quanto ai movimenti, diversi erano presenti; ma, se si eccettua un settore dei girotondi, hanno espresso - dalla Cgil all'Arci, alla stessa Legambiente - non un'adesione ma un'attenzione e soprattutto domande chiare ed esigenti sui nodi principali della politica italiana: dalla questione sociale all'atteggiamento verso la guerra.
Insomma, i `siparietti' con la `gente comune' - montati e animati in modo molto artificiale e con un effetto un po' triste da Lerner, Santoro e la Dandini - hanno finito in questa circostanza con il surrogare una verità di fondo di questa kermesse: il suo essere, in ultima analisi, un'assemblea grande, ma interamente costituita da una `società politica', eterogenea e diffidente, preoccupata per il futuro almeno quanto la scenografia del Palalottomatica era impegnata a evocare una prospettiva vincente e la forza aggregante di una `grande operazione politica'.
3. Senza padri né maestri
Un aspetto particolare e insieme significativo della Convention è nella singolare inversione di ruolo tra `diessini' e `prodiani'. Con i primi impegnati, anche se con molta discrezione, a sottolineare la valenza strategica dell'alleanza elettorale e a fare intravedere sullo sfondo la prospettiva della costruzione di una nuova formazione politica e i secondi a circoscrivere l'evento, pur senza cancellarne le potenzialità. Per contrasto, la regia prodiana della kermesse ha espresso un grande impegno nella definizione dei punti di riferimento ideali del nuovo soggetto, nella indicazione dei padri fondatori, come se si trattasse di dare vita a un nuovo partito, nel silenzio e nell'imbarazzo dei `diesse'.
Un video di Vittorio Foa, che parlava della resistenza al fascismo e del confino, e la lettura di testi di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Konrad Adenauer, Vaclav Havel, Carlo Azeglio Ciampi e Annalena Tonelli (volontaria italiana assassinata in Somalia nell'ottobre dello scorso anno) aprivano la Convention. E, nel suo intervento di chiusura Prodi avrebbe ricordato Spinelli, De Gasperi, Ciampi e Adenauer. La genealogia dei `riformisti', così come viene definita ed evocata nel momento fondativo, si confina rigidamente in un perimetro che va dai democristiani agli `azionisti'. Lì sono le radici dell'europeismo italiano, e lì va trovata l'ispirazione ideale della formazione che prende corpo. Con un unico e inequivocabile colpo di spugna viene cancellata la storia dei comunisti italiani - e anche quella socialista - e vengono sepolte le tracce del movimento operaio, ritenuto indegno di menzione anche nei ripetuti richiami alla Resistenza. E in un evento caratterizzato per la cura dei particolari, questo dettaglio è stridente. E produce persino un senso di estraniazione e di imbarazzo fisicamente percepibile in platea. La forza che da sola rappresenta più del 50% del nuovo soggetto politico resta ospite nella casa di altri, orfana, senza padri né maestri: e questo proprio mentre compie il passo, che potrebbe portare alla sua cancellazione. Nel singolare gioco di suggestioni dell'evocazione dei padri, viene poi implicitamente riabilitata l'intera storia democristiana, con i richiami a De Gasperi e Adenauer, mentre va in dissolvenza la memoria del Pci.
È difficile dire se si tratti di una scelta interamente consapevole, cioè se sia stata concordata dai dirigenti dei Ds, istupiditi dall'ansia di nascondere sotto il tappeto la loro storia di `comunisti italiani'; o se la regia `prodiana' dell'operazione abbia forzato la mano, con un tratto di furbizia democristiana. Di certo, la forza più grande di questa coalizione, quella che porta il peso di garantirne i voti e anche una più fitta - anche se assai indebolita - rete di legami sociali viene chiamata - con un atto di arroganza - come ospite in casa d'altri, mentre ci si accinge ad affrontare una sfida delicatissima. Si tratta di un colpo assai profondo, destinato a suscitare problemi e a evocare timori nella pancia dei `diesse'. Non lo avverte Fassino, che pensa di aggirare il problema con un richiamo all'orgoglio di partito della forza maggioritaria del nuovo schieramento: "Per quanto ci riguarda, noi Democratici di sinistra vogliamo fare fino in fondo la nostra parte. Al profondo e genuino rispetto per gli altri uniamo l'orgoglio di noi stessi, di una grande forza di sinistra, espressione del socialismo democratico europeo, la consapevolezza di dover dare un apporto essenziale a questo cammino di unificazione del riformismo italiano. E non solo nel senso di rappresentarne la componente forse più numerosa e radicata. Ma anche e soprattutto nel senso di incarnare a pieno titolo le aspettative, le aspirazioni, i valori di quanti alla sinistra hanno affidato le loro speranze e la loro rappresentanza" 4. Sembra invece esserne più consapevole e preoccupato D'Alema nel suo intervento, in cui ha cercato di esorcizzare, anche con qualche ironia, questa scelta, e ha evidenziato che "veniamo da storie diverse ed è interessante, sottolinea la solennità del momento, che molti abbiano voluto in queste giornate richiamare padri e madri. C'è un bisogno di certezze nel momento in cui si intraprende un cammino futuro. Io sono fra quanti ritengono con grande convinzione che queste storie diverse siano una ricchezza e non un fardello e che noi possiamo guardare al futuro anche perché ciascuno a suo modo è orgoglioso della sua storia" 5. Un tentativo, perciò, di stemperare questa pesante impressione, che l'unilateralità e l'arroganza - sotto questo aspetto - del discorso conclusivo di Prodi avrebbe finito con il cancellare.
Nelle cronache resta isolata la protesta su questo punto di Pietro Folena, che - dichiarando di essere uscito dal Palalottomatica "un po' depresso, molto estraneo" - chiede a Fassino e D'Alema "Perché siete entrati in quel catino dando l'idea che la sinistra sia figlia di un dio minore?" e a Prodi perché faccia sua "una personalizzazione così esasperata della politica" 6. Ma il problema vive senz'altro più in profondità nel corpo sociale dei Ds. E forse la ferita aperta su questo terreno non è estranea al fatto che sull'atteggiamento da assumere sulla guerra si siano espressi per la prima volta dissensi, che coinvolgono sia il cuore del gruppo dirigente del partito che aree decisive del suo insediamento sociale - sostegno storico di tutte le `svolte' -, come l'Emilia e la Toscana.
Insomma, alla forza più rilevante della nuova coalizione `riformista' si propone un nuovo passaggio classicamente trasformista - divenire diversi, cambiare cultura, riferimenti, valori, partito -, restando sempre gli stessi (un gruppo dirigente che in quindici anni non è mai cambiato). Solo che in questo passaggio non si supera, ma si cancella il passato, anzi bisogna indossare l'abito di altri e portare la propria forza al servizio di altri. Forse, c'è non solo un limite di cultura, ma un errore di misura.
D'Alema sembra avvertire il rischio di uno smarrimento per questo ceto politico `diessino', sempre più sradicato nel suo transito permanente da un partito all'altro, da una tradizione all'altra, e cerca di offrire le motivazioni della nuova impresa proprio attraverso la certificazione del fallimento delle passate svolte. "E tuttavia noi abbiamo avvertito come questo nuovo sistema politico, nel quale viviamo ormai da oltre un decennio somiglia ancora molto alle rovine del vecchio più che ad un nuovo villaggio della politica; e tutti noi abbiamo a volte l'impressione di continuare a vivere qualcosa che somiglia ai vecchi partiti, ma non siamo riusciti… a costruire qualcosa di nuovo…" 7 E, dopo aver chiarito che l'insuccesso in questo sforzo di innovazione è comune ai Ds e alla Margherita, sottolinea che "oggi ci siamo resi conto che questa ricerca di nuovi confini della politica, se la facciamo ognuno per proprio conto, non ne arriviamo mai a capo" 8. Insomma, questa volta forse l'operazione di costruire un nuovo grande partito - più una consistente formazione progressista di centro che, come in passato, un partito socialdemocratico italiano - può andare in porto, perché la compirebbero tutti insieme, i beneficiari estenuati della forza dei partiti di massa dell'Italia repubblicana. È un segno di consapevolezza, ma insieme una testimonianza sincera di fragilità e di impotenza.
4. Un revisionismo monco
Il punto di forza dell'Assemblea è nella grande forza e suggestione di una domanda di unità per battere Berlusconi; e, nello stesso tempo, nel richiamo implicito al '96, a un successo elettorale, ma insieme a un'esperienza di governo, che - anche per le sue insufficienze - aveva portato a una sconfitta, che ha sollecitato qualche elemento di riflessione.
Le recenti inchieste sui salari, sui redditi da lavoro e sulla povertà - ce n'è anche una di grande interesse, curata dal Dipartimento lavoro dei Ds 9 - sembrano aver messo la sordina sull'apologia della flessibilità del lavoro come leva essenziale dello sviluppo, che imperversava nella relazione di Fassino al Congresso dei Ds di Pesaro. I molti casi di rovinosa caduta di imprese leader - dalla Enron alla Parmalat -, accompagnate dalle ruberie e dalla rivelazione di un intreccio scandaloso tra imprese e banche, insieme all'evidenza delle contraddizioni e dell'ingiustizia di un sistema di rapporti mondiali, che ha portato alla guerra preventiva, sollecita a D'Alema una riflessione autocritica: nell'esperienza di governo degli anni '90 "siamo stati troppo ottimisti sulla globalizzazione. O, se vogliamo dirlo con parole crude, anche noi abbiamo subito il fascino, direi l'egemonia di una impostazione neoliberale di cui misuriamo oggi i risultati e la sconfitta" 10. E, anche l'esigenza di un contrappunto all'apologia dell'euro, che connotava il video che apriva la Convention - dando quasi l'impressione che la moneta europea fosse la bandiera della nuova formazione - fa sostenere a D'Alema che il Patto di stabilità non è un dogma e che "può essere radicalmente reinterpretato consentendoci, come è giusto, di investire grandi risorse sull'innovazione, la formazione, lo sviluppo, la ricerca" 11, in deroga ai parametri di Maastricht. Mentre Prodi, nel contesto di un discorso sicuramente assai efficace - e, in alcuni tratti, più esplicito del suo manifesto programmatico - ha più volte sottolineato "che esiste il mercato, ma esiste anche il governo" 12, e che compito del governo è controllare e limitare il mercato e dare risposte alle domande sociali.
Ma queste correzioni, che pure rappresentano una novità positiva, sono apparse più di tono che di sostanza, slegate da qualsiasi anche embrionale indicazione programmatica, capace di segnalare un mutamento di rotta, e perciò pronte a pentirsi di fronte alla dura prova delle scelte che contano; e sono state sommerse dall'enfasi, con cui veniva sottolineata la vocazione neo-centrista della nuova formazione. E, soprattutto, non hanno saputo reggere alla prima verifica politica, che si è presentata con il voto sulla missione militare italiana in Iraq.
5. La cartina di tornasole della guerra
Per questo non sorprende che l'idillio sia andato in frantumi in pochi giorni. Sono cominciate le defezioni nei Ds: prima Nicola Tranfaglia, poi Antonello Falomi e Tana De Zulueta, in rottura sulle posizioni sul finanziamento alla missione in Iraq e in transito verso la formazione di Occhetto e Di Pietro, il deputato romano Sciacca, e, infine, Alberto Asor Rosa, che ha sottolineato che, se l'uscita dall'aula al Senato sul voto sulle missioni "è il biglietto da visita con cui la nuova concentrazione riformistico-moderata si presenta al paese, c'è da temere che per il futuro se ne debbano vedere di peggiori, anzi di molto peggiori" 13: e poi ha aggiunto che "se non c'è una sinistra in grado di controllare, riequilibrare, arginare gli esiti di tale operazione, la responsabilità non è certo vostra, che non siete la sinistra, ma un'altra cosa" 14.
Non è un caso che sia un grande tema di politica internazionale a segnare le prime lacerazioni, dopo l'annuncio della nuova formazione riformista. Non è un caso che l'area più vulnerabile della nuova lista sia nei Ds, in cui la sinistra interna - dopo un lungo silenzio - trova il coraggio di sfidare le posizioni del partito, riserve profonde si affacciano anche nel cuore del gruppo dirigente (Vannino Chiti, Marina Sereni, Luciano Violante) e serpeggia un esplicito dissenso, che trova il suo centro nelle roccaforti delle precedenti svolte (il partito emiliano e toscano) ed esce allo scoperto attraverso autorevoli esponenti di queste realtà: da Zani, leader storico del partito emiliano, a Martini a Filippeschi, rispettivamente presidente della Regione e segretario dei Ds della Toscana.
C'è la doppia sollecitazione del disagio per l'avvio di un'impresa che rischia di cancellare la sinistra, ma insieme di portare in posizione subalterna la forza più grande della coalizione nel `partito di Prodi', e della consapevolezza - propria di realtà a più forte insediamento elettorale - che su questo tema è forte il rischio di una frattura profonda con aree importanti dell'associazionismo e del sindacato, con settori significativi del `popolo di sinistra'.
Nella Margherita sono presenti aree di dissenso diffuso, che hanno pesato in modo rilevante nel voto al Senato, ma gli esponenti di maggior rilievo di questa sensibilità - da Rosy Bindi a Franceschini 15- hanno mostrato maggiore disponibilità ad accettare una disciplina `di lista', quasi a testimoniare che in quel partito il processo che ha preso corpo sviluppa uno spirito di coesione, e aiuta a comprimere le spinte centrifughe.
L'intero schieramento `riformista', poi, è entrato in rotta di collisione con il movimento pacifista, alla vigilia di un appuntamento importante, come la giornata mondiale del 20 marzo. È un passaggio assai stretto, decisivo per dare fondamento unitario e motivazioni forti allo schieramento anti-Berlusconi: fallire questa prova - se venisse confermato alla Camera il non-voto espresso al Senato - avvalorerebbe le preoccupazioni che la nascita della nuova concentrazione `riformista' porti con sé il rischio di creare divisioni a sinistra e di indebolire la battaglia di opposizione.
6. La sinistra alternativa chiamata a una sfida
Non è un caso che la Convenzione `riformista' abbia reso difficili e problematici i rapporti con le altre forze di opposizione. La polemica dei Verdi, del Pdci e della neonata formazione di Occhetto e Di Pietro si è spostata da uno stucchevole contenzioso sull'uso del simbolo dell'Ulivo o sui dinieghi ad allargare il perimetro della `lista riformista' a un confronto, assai più rilevante, sul pacifismo. Rifondazione, che aveva fatto senza riserve la scelta di partecipare alla coalizione delle opposizioni con un accordo di governo - senza sollecitare, tempestivamente, un necessario confronto programmatico - e si era mostrata agnostica sul progetto di `partito riformista', ha indurito i toni, cominciato a esprimere una forte critica per "l'opposizione che non c'è" 16 e manifesta in modo aperto le sue preoccupazioni per i rischi che alle prospettive di alleanza elettorale potrebbero derivare dalle posizioni `riformiste' sulla spedizione a Nassiriya, come dalle sortite di Rutelli, Treu e Bindi sulle pensioni.
Nello stesso tempo, si intensifica - attraverso il Forum per l'alternativa programmatica - l'impegno comune di uno schieramento che va dal Prc alla sinistra Ds, coinvolgendo settori dell'associazionismo e personalità della Cgil, per definire una piattaforma comune che possa essere la base unitaria delle componenti di sinistra della coalizione, per andare ad un confronto con la `lista riformista' (e di questo lavoro è documento significativo ma parziale il contributo di Pizzuti, che compare su questo stesso numero della "rivista"). Ma, soprattutto, per la prima volta in modo esplicito e diffuso si è aperta una discussione sulla necessità di dare vita a una nuova aggregazione politica, capace di evitare che con la nascita del `partito riformista' venga cancellata o ridotta a una condizione minoritaria e subalterna la sinistra nel nostro paese e di introdurre un contrappeso al rischio di deriva moderata implicito nella costruzione della lista `Uniti nell'Ulivo'.
Questa suggestione è stata centrale nel Seminario nazionale dell'Associazione per il rinnovamento della Sinistra, il 7 febbraio, è stata rilanciata con caratteri diversi nel Congresso del Pdci, con la proposta di una Confederazione e di una lista unica - già alle europee - delle forze e delle aree critiche e pacifiste della sinistra politica italiana, ed è tornata, nelle proposte di Rifondazione, con la più suggestiva ipotesi di avviare, dopo le elezioni, una Costituente di un nuovo soggetto politico della sinistra, che veda impegnati insieme partiti ed aree politiche dal Prc alla `Sinistra Ds', a movimenti, associazioni, personalità, realtà culturali 17.
È una questione sicuramente aperta. La formazione della `lista riformista' ha indubbiamente l'ambizione - che, del resto, è consapevole nelle parole già citate di D'Alema - di mettere un punto fermo, di segnare una svolta nella lunga transizione del sistema politico italiano. E vorrebbe far nascere da tre `ex partiti', eredi dimidiati delle grandi correnti politiche dell'Italia repubblicana, una forza politica nuova, che occupi l'area sociale e il bacino elettorale della sinistra, ma nello stesso tempo abbia una solida vocazione centrista, sia pronta a competere per il governo con le regole del maggioritario e a stare sulla scena internazionale con un orientamento compatibile con i nuovi dogmi del modello egemonico Usa, possibilmente corretto in una variante neo-clintoniana. Ora, sicuramente, aldilà dei limiti propri di questa operazione, che si è cercato di evidenziare con chiarezza, questa iniziativa rappresenta una `innovazione', che è destinata a sollecitare iniziative nel centro-destra e alla sua sinistra.
Per quanto riguarda la sinistra di alternativa, il problema è posto. Si tratta di vedere se la sua iniziativa prenderà corpo esclusivamente come fatto di reazione e di risulta, a fronte dell'operazione neocentrista dei `riformisti', o se avrà forza e leve proprie, e - soprattutto - se riuscirà a rompere la crosta di un ceto politico segnato anch'esso dalle lacerazioni, dalle sconfitte e dalla navigazione tatticista di questi anni e acquistare linfa e risorse nuove. E, nello stesso tempo, se a queste istanze saprà accompagnarsi una riflessione culturale sulle rotture di questi ultimi quindici anni, che proponga il contributo di idee programmatiche innovative e attuali.
7. Ma questo governo va battuto
La situazione è entrata così in movimento. Ma sono forti i rischi che le ragioni della competizione, anche elettorale, ma non solo, prevalgano su quelle della ricerca e della costruzione di un percorso e di una piattaforma unitari per battere Berlusconi. Le illusioni su una intesa politica sganciata da un programma politico comune delle opposizioni hanno mostrato la loro labilità. La `lista Prodi' evoca prospettive e scenari che introducono una lacerazione nelle opposizioni e rischiano di compromettere la forte domanda unitaria di mandare a casa questo governo e di creare nuove fratture - come sulle posizioni sulla missione militare, se non cambierà nel voto alla Camera - nel tessuto sociale dell'opposizione, ridando fiato a posizioni astensioniste.
La partita è assai delicata. Anche perché le crepe vistose del governo Berlusconi sono sopravvissute a un'improbabile e farsesca verifica. Perché si è accentuato l'uso `patrimoniale' del governo e del Parlamento, chiamati l'uno a proporre - sotto la sferza dell'insostituibilità del capo - e l'altro a votare - con il taglione dei voti di fiducia - oggi il `decreto salva-Rete 4', e domani, forse, la Gasparri emendata ma non corretta, una nuova versione del decreto Schifani, la separazione - sollecitata nel documento conclusivo della `verifica' - delle carriere dei magistrati. Intanto entrano nel calendario parlamentare la riforma delle pensioni e quella della Costituzione: un'ipotesi di mutamento dell'assetto sociale del paese e una ferita nel suo modello di convivenza democratica.
E questo nel contesto di un declino del paese, che tocca il suo peso internazionale, la decadenza del suo sistema industriale e produttivo, la crescita degli squilibri sociali - denunciata, per la verità, più da importanti campagne di stampa che dalla iniziativa delle opposizioni -, l'evidente crisi di credibilità delle sue classi dirigenti industriali e finanziarie, messa spietatamente in luce dai casi Parmalat - a cui la "rivista" dedica una parte di questo numero - e Cirio e dai più numerosi episodi di collocamento bancario di bond fasulli.
Berlusconi, in questo quadro, è ferito, ma tutt'altro che bollito, o inerte. Sa di poter perdere al prossimo turno elettorale; ma pensa che il tempo possa lavorare a suo favore: limitando la forza dei suoi alleati riottosi, consolidando e rendendo impermeabile il suo controllo sui media, lasciandogli il respiro per agganciarsi al miraggio della ripresa americana - magari anche a partire dall'occasione delle commesse industriali per la ricostruzione dell'Iraq -, soprattutto spingendo così in profondità il cambiamento strutturale dell'assetto democratico e sociale del paese, da incamminarlo su una strada di non ritorno.
Per questo agita la clava della sua candidatura come una minaccia di ridimensionamento dei suoi stessi alleati e spinge sull'acceleratore della sua vena populista, inasprisce lo scontro con le opposizioni, attacca tutte le istituzioni di garanzia, accentua il suo sovversivismo dall'alto. Per questo, è importante fermarlo, è una prioritaria esigenza democratica.
Ma questa partita non è possibile vincerla senza rimettere in primo piano il conflitto sociale; senza cominciare a ridare soggettività e rappresentanza al lavoro; senza una riflessione autocritica e una iniziativa rigorosa sulla questione democratica, che parta dalla messa in discussione di quelle idee forza - dal maggioritario a un federalismo improvvisato, al presidenzialismo -, che sono attive in una torsione estremista nello scasso democratico oggi in atto; senza creare insomma tutte le condizioni per riportare in campo e in prima linea quel popolo di sinistra, la cui partecipazione compatta al voto è condizione prima della vittoria. Si tratta, perciò, di abbandonare l'idea, forte nella `lista riformista', che la partita si giochi conquistando i voti moderati delusi dal centro-destra (e perciò rincorrendoli con politiche moderate) e di dare coesione e forza a una tensione democratica e a una domanda crescente di spostare a sinistra l'asse del paese.
La scelta sulla pace e sulla guerra, su cui, mi auguro che al momento in cui questo articolo uscirà, si siano verificati dei cambiamenti, è una prima, decisiva cartina di tornasole.
Con la suggestione del `partito riformista' ha preso corpo una ipotesi che non so dire se risulterà efficace per le fortune elettorali di questa formazione, ma che produce nuove lacerazioni e divisione a sinistra. Insieme questa scelta introduce un nuovo fatto sistemico assai rilevante. E apre una sfida a destra ma anche a sinistra. Diviene oggi ineludibile la chiusura della lunga transizione del sistema politico italiano, avviata - dopo la caduta del muro di Berlino - dalla svolta di Occhetto e da Tangentopoli. I primi atti di questo processo volgono a un tentativo di mettere fine alla storia della sinistra italiana e compromettono l'alleanza anti-Berlusconi, ma la partita è aperta. E il suo esito riguarda tutti.
Roma, 25 febbraio 2004
note:
1 Nel suo intervento, Massimo D'Alema ha sostenuto che con questa iniziativa "si mette in campo una grande, concreta novità e una speranza. Comincia la sfida, non è vinta, ma, per la prima volta, Berlusconi è costretto a inseguire sul terreno che gli era più congeniale, quello dell'innovazione, del cambiamento". Vedi il sito www.dsonline.it.
2 Cfr. Lucio Magri, Contro Berlusconi, e dopo, "la rivista del manifesto", n. 42, settembre 2003, pp. 3-7, e - nel numero 43 - Giancarlo Aresta, Unire per dividere, pp. 3-7, e Piero Di Siena, la via americana, pp. 11-14.
3 Piero Fassino, dalla sua relazione Vincere in Europa. Ridare speranza all'Italia, alla Direzione dei Ds del 9.2.4, in www.dsonline.it.
4 Piero Fassino, Relazione alla Convenzione, in www.dsonline.it.
5 Massimo D'Alema, cit.
6 Pietro Folena, Figli di un dio minore?, "l'Unità", 20-2-2004.
7 Massimo D'Alema, cit.
8 Ibidem.
9 Il riferimento è all'Inchiesta sul lavoro che cambia, a cura del Dipartimento problemi del lavoro, in www.dsonline.it.
10 Massimo D'Alema, cit.
11 Ibidem.
12 Romano Prodi, Intervento conclusivo della convenzione, in www.unitinellulivo.it.
13 Alberto Asor Rosa, Lettera aperta al segretario dei Ds, "l'Unità", 20.2.2004.
14 Ibidem.
15 Rosy Bindi, in un'intervista al "Messaggero" del 19 febbraio 2004, di Claudia Terracina, intitolata Io pacifista, non voto e non temo la piazza, è arrivata ad affermare che "non partecipare al voto è una posizione ancor più forte del no", mentre Dario Franceschini - pur ribadendo la propria convinzione per il no - ha dichiarato che si sarebbe attenuto alle scelte fatte a maggioranza nella coalizione, che promuove la lista unitaria.
16 È il titolo - ma, nello stesso tempo il giudizio essenziale - di un editoriale di Ritanna Armeni su "Liberazione" del 30-1-2004.
17 Cfr. l'intervista a Fausto Bertinotti, di Rina Gagliardi, Il popolo di sinistra chiede un nuovo progetto, "Liberazione", 21.2.2004