Se Saddam è in galera
SOLIDALI CON CHI?
Jean Bricmont
Le atrocità commesse dai Sîpahî ribelli in India sono davvero spaventose, terribili, indicibili - come quelle che ci si aspetta di vedere solo nelle guerre di ammutinamento, di nazionalità, di razza e prima di tutto di religione; in una parola, come quelle che la rispettabile Inghilterra era solita applaudire quando venivano perpetrate dai vandeani contro i Bleus, dai guerrilleros spagnoli contro i francesi infedeli, dai serbi contro i loro vicini tedeschi e ungheresi, dai croati contro i ribelli viennesi, dalla guardia mobile di Cavaignac o i Decembristi di Bonaparte contro i figli e le figlie della Francia proletaria. Per quanto infame sia la condotta dei Sepoys, essa non è che il riflesso, in una forma concentrata, della stessa condotta dell'Inghilterra in India…
Karl Marx 1
Apparentemente alcune cose è più facile iniziarle che finirle: una storia d'amore, sgranocchiare pistacchi e fare una guerra. Quest'ultimo problema gli americani lo stanno scoprendo oggi in Iraq. Questa situazione solleverà nuovi dibattiti all'interno dei movimenti che si oppongono alla guerra. All'interno di tali movimenti esistono sempre due tendenze, una minoritaria e l'altra maggioritaria: nel 1991, la maggioranza sosteneva l'embargo contro l'Iraq come alternativa alla guerra mentre la minoranza vi vedeva un semplice preparativo alla guerra e vi si opponeva. Durante gli Accordi di Oslo, la maggioranza approvava mentre la minoranza vi vedeva un accordo del tipo `Bantustan' che non avrebbe risolto nulla 2. Durante le guerre contro la Jugoslavia e l'Afghanistan, la maggioranza ha preso una posizione di tipo `né con uno - né con l'altro': `né con la Nato né con Milosevic', `né con Bush né con i Talebani'. Durante l'ultima guerra, la maggioranza ha sostenuto le ispezioni dell'Onu, di nuovo come alternativa alla guerra, mentre la minoranza vi ha visto una preparazione psicologica a questa guerra (se sono necessarie delle ispezioni vuol dire che l'Iraq viola di sicuro il diritto internazionale e se queste ispezioni non portano a nulla, è forse necessaria una guerra). Nella situazione attuale, la maggioranza chiederà che l'Onu o l'Europa vengano coinvolte nella `ricostruzione' dell'Iraq mentre la minoranza pretenderà il puro e semplice abbandono del paese da parte degli occupanti 3.
L'idea che vorrei qui sostenere è che la tendenza maggioritaria di fatto è molto debole intellettualmente e che essenzialmente la sua forza proviene dal sostegno di cui essa gode all'interno dei grandi apparati politici (socialisti, verdi e anche comunisti). A causa di questa forza istituzionale, chi appartiene alla tendenza maggioritaria può evitare il dibattito con chi appartiene alla minoritaria, tacciandolo di semplicismo, di elementare anti-americanismo (se non di antisemitismo) o accusandolo di essere `pro X' (dove X = Milosevic, Saddam Hussein, i Talebani, ecc.).
Per illustrare che cosa sia sbagliato nella tendenza dominante cominciamo con lo slogan `né con uno - né con l'altro': adesso che Milosevic è a L'Aia, i Talebani e Saddam Hussein sono stati rovesciati, i sostenitori di questo slogan non sono in grado di spiegare come contano di sbarazzarsi del secondo `né con', ovvero Bush o la Nato: chiaramente è impossibile e loro lo sanno benissimo. Il problema sta proprio in questo: non si possono mettere sullo stesso piano un paese in cui vive il 4% dell'umanità e i cui dirigenti dichiarano apertamente che il secolo entrante sarà «americano» 4 e dei poteri bruti (tra l'altro molto diversi tra loro) la cui azione è fortemente limitata nel tempo e nello spazio.
Il discorso maggioritario, fondamentalmente, si lascia influenzare troppo dall'ideologia che domina la nostra epoca. Quest'ultima può essere riassunta in poche basilari idee: la caduta dell'Urss mostra la superiorità del nostro sistema basato sulla democrazia, il rispetto dei diritti umani e il libero mercato. Il problema è estendere questo sistema laddove ancora non c'è, e a volte per far ciò è necessario l'uso della forza. Ovunque ci sono nuovi Hitler che si propongono di massacrare nuovi ebrei - i kosovari, i kurdi, le donne afghane, ecc. Coloro che rifiutano l'ingerenza umanitaria possono venir tacciati di compiere azioni da `Monaco' dell'anteguerra. Chiudono gli occhi di fronte al vero pericolo del nostro tempo, il `fascismo islamico' e rifiutano di portare aiuto alle `vittime'.
La corrente maggioritaria essenzialmente accetta l'inizio del ragionamento, ma non necessariamente la sua conclusione (riguardante l'uso della forza). La corrente minoritaria invece riposa su tutta un'altra visione del mondo e della storia. Il `nostro' sistema non è basato unicamente o anche principalmente sulla `democrazia, il rispetto dei diritti umani e il libero mercato' ma su un lungo periodo di relazioni ineguali con quella vasta riserva di materie prime e di lavoro gratuito o molto a buon mercato che oggi si chiama Terzo Mondo 5. Nessuno è in grado di dire che cosa sarebbe il nostro sistema (né del resto come si sarebbe potuto sviluppare il resto del mondo) senza il traffico di schiavi, la conquista e il saccheggio delle Americhe, il saccheggio dell'Africa e delle Indie, le guerre dell'oppio, il flusso ininterrotto di petrolio a buon mercato del XX secolo o il trasferimento di risorse pudicamente chiamato `servizio del debito'.
Dal punto di vista che qui sostengo, il più grande progresso del XX secolo è senza dubbio la sconfitta delle potenze europee nelle lotte anticoloniali. Questo ha permesso di liberare centinaia di milioni di uomini e donne da una delle forme più estreme di razzismo, sfruttamento e oppressione. Una liberazione che è stata però solo parziale, essenzialmente perché il sistema coloniale è stato rimpiazzato da un sistema neocoloniale, che ha lasciato più o meno intatti i rapporti economici ineguali, delegando il compito della repressione a governi formalmente autonomi. Possiamo pensare e augurarci che le principali lotte di questo secolo abbiano come obiettivo lo smantellamento del sistema neo-coloniale, e l'avvio di una tale lotta lo si può osservare in America Latina e in quel che c'è di meglio nel movimento `altermondialista'.È del resto facile stabilire un legame diretto tra le attuali guerre e il sistema coloniale e neocoloniale. La creazione di Israele è stata possibile solo come prolungamento dell'occupazione britannica della Palestina dopo il crollo dell'impero turco. Anche la creazione di un Kuwait `indipendente' (dal mondo arabo ma non da noi) è legata al coinvolgimento dell'impero britannico in questa regione. Il regime del Partito Baath in Iraq è nato dalla rivolta contro la monarchia, che serviva da `facciata araba' a questo impero, per usare l'espressione di Lord Curzon. Il regime iraniano è nato da una rivolta contro quello dello Scià, instaurato dagli Stati Uniti nel 1953 dopo il rovesciamento di Mossadeq, il quale aveva avuto la pessima idea di tentare di nazionalizzare il petrolio. Il sostegno a Saddam Hussein negli anni '80 era motivato dalla volontà di `contenere' la rivoluzione iraniana. Al Qaeda ha origine nella lotta fomentata dagli americani contro un regime relativamente laico ma vicino ai sovietici in Afghanistan 6. Insomma, ovunque si rivolga l'attenzione, si constata che gli interventi di ieri, giustificati dalle più nobili intenzioni, hanno gettato il seme delle guerre di oggi. Veniamo all'attuale situazione in Iraq e al comportamento che i movimenti contro la guerra dovrebbero adottare. Innanzitutto, bisogna rendersi conto che gli Stati Uniti non lasceranno l'Iraq, se non mandati via militarmente, cosa che prenderà molto tempo (e morti). Politicamente, gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere la faccia in un conflitto in cui hanno investito tanto. Possono andarsene solo lasciandosi alle spalle un regime `amico'. Il problema è che nel mondo arabo essi hanno pochi alleati reali: qualche ambiente d'affari e autorità feudali, ma non le forze laiche che hanno sempre avuto una posizione anti-imperialista né, quel che è nuovo, il grosso delle forze religiose. Il futuro dirà se vinceranno la scommessa - irachizzare la guerra - ovvero far combattere gli stessi iracheni contro la resistenza. Senza dubbio si avrà a che fare per anni con un gigantesco Libano o con una gigantesca Palestina. Sarà per lo meno interessante osservare il comportamento degli intellettuali occidentali che per così tanti anni hanno agitato la bandiera dei diritti umani contro i paesi socialisti e i regimi nazionalisti del Terzo MondoSi può tranquillamente scommettere che questi intellettuali non focalizzeranno la propria attenzione sull'occupazione e sul suo carattere illegittimo ma sui metodi usati dalla resistenza, la cui condanna sarà un punto fondamentale del loro discorso: si indigneranno degli attentati suicidi e degli attacchi contro i civili e chiederanno che le critiche alla guerra prima di ogni altra cosa «condannino senza ambiguità» questi metodi. Ma, come ricorda il testo di Marx citato in apertura, l'indignazione selettiva di fronte alle `atrocità' non è nuova. In Afghanistan all'epoca sovietica i mujahidin non usavano metodi particolarmente delicati, ciò nondimeno venivano approvati dalla `rispettabile Inghilterra' e soprattutto dagli Stati Uniti. Le cose si possono rigirare come si vuole, ma il fatto è che i morti, compresi i morti civili, sono molti di più tra i palestinesi, gli afghani e gli iracheni che tra gli americani e gli israeliani. Quanto alla questione di sapere se i morti civili siano intenzionali in un caso e non nell'altro, non si può non osservare che le guerre, le occupazioni e gli embargo sono del tutto intenzionali e le loro conseguenze del tutto prevedibili. Bisogna poi sottolineare che i milioni di persone che si sono opposti in tutto il mondo a questa guerra, l'hanno fatto con mezzi pacifici e democratici: petizioni, manifestazioni, ecc. Ma si è riso loro in faccia: che massa di ingenui! Anche i governi europei (Francia, Germania) che di fatto hanno dato agli Stati Uniti un consiglio da amici (qualsiasi fossero le loro reali intenzioni), sono stati trattati con disprezzo. Sono gli Stati Uniti e chi li sostiene all'interno dell'intellighenzia e della stampa europea ad aver fatto la scelta della lotta armata: che non vengano poi a lamentarsi della resistenza che essa provoca o delle forme che essa prende.
Quando gli americani sono entrati a Baghdad la questione che si è immediatamente posta è stata: a chi tocca adesso? Alla Siria, all'Iran, a Cuba? Uno dei primi meriti della resistenza irachena è aver ritardato questi piani e aver immobilizzato una buona parte dell'esercito americano. Rimane da vedere quanto tempo esso resisterà. Contrariamente all'immagine data dalla guerra del Vietnam, la maggior parte delle resistenze popolari, dalla Comune di Parigi all'America centrale degli anni '80, finisce per essere schiacciata. Se però continua, la resistenza può contribuire a cambiare la faccia del mondo. Può ridare speranza a un mondo arabo-musulmano che ne ha molto bisogno, dopo tutte le sconfitte e le umiliazioni subite di fronte a Israele e agli Stati Uniti. E, cosa ancora più importante, può mettere in discussione l'invincibilità degli Stati Uniti, soprattutto in America Latina. L'ordine del mondo non riposa sulla giustizia e sui diritti umani ma sulla convinzione, cento volte ripetuta dalla storia, che gli oppressi possono ribellarsi quanto vogliono ma finiranno per essere sconfitti. È così che si arriva a considerare naturale, tranne se le vittime protestano, che la Bolivia fornisca energia a basso costo alla California (dopo aver `fornito' nello stesso modo argento e stagno all'Occidente); un paragone tra i due paesi mostra con ampia evidenza che è la Bolivia a sostenere il livello di vita della California 7. Destabilizzare, anche temporaneamente, il braccio armato di questo `ordine' può avere un effetto simbolico straordinario. Inoltre, il fatto che tutte le menzogne servite a preparare questa guerra siano state servilmente ripetute dai media dominanti (almeno negli Stati Uniti e tra i loro alleati) contribuisce a far perdere loro, in parte, credibilità.
Alcuni vedranno nelle argomentazioni qui portate un sostegno al terrorismo, altri invece approveranno, esortando a sostenere la resistenza irachena. Personalmente, nella retorica del sostegno a X (a Saddam, alla resistenza, ecc.) vedo un bel po' di mitologia. Noi (gli oppositori della guerra) non abbiamo né armi né denaro da dare a chicchessia. Se alcune persone sono pronte ad andare a combattere o ad aiutare direttamente la resistenza irachena, è una loro scelta e devono valutare lucidamente la natura delle forze che essi sosterranno realmente (quantomeno per evitare tragiche disillusioni e cambi di campo, come si è potuto vedere in passato.) Ma per la maggioranza che resterà qui, è di rigore un comportamento più misurato. Non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo. Il movimento contro la guerra deve fra l'altro anche ammettere la propria sconfitta: non siamo riusciti a fare nulla di fronte alla violenza scatenata degli Stati Uniti. Non siamo di conseguenza ben messi per dare lezioni di umanesimo agli iracheni che, a causa della nostra sconfitta, devono sacrificarsi in molti per liberare il loro paese.
Dal conflitto tra Stalin e Trockij in Unione Sovietica, gli intellettuali di sinistra in Occidente hanno passato molto tempo a discutere per sapere chi `sostenere' nei conflitti lontani o passati su cui non hanno alcuna influenza reale. Un cinico potrebbe suggerire che, oltre a permettere di esibire una vasta erudizione storica, questi dibattiti portano gli intellettuali ad allontanarsi dalla maggior parte della popolazione dei paesi in cui vivono, là dove le loro azioni potrebbero avere un impatto reale. Qualsiasi risposta ne derivi, la questione che dobbiamo porci non è quella di un sostegno affettivo o immaginario a uno o all'altro, ma un'azione da intraprendere laddove possiamo avere un effetto, ovvero nelle nostre società e davanti ai governi occidentali. Nell'immediato, bisogna fare di tutto per non apportare nessun aiuto, materiale simbolico o altro, anche sotto il pretesto della ricostruzione, all'occupazione. Il governo americano, poi, non ha bisogno di truppe straniere per ragioni militari ma per poter sostenere di fronte alla propria opinione pubblica di essere a capo di una grande coalizione. Dissipiamo il più in fretta possibile questa illusione. Bisogna anche prepararsi a un eventuale dopo Bush. Quelli che potremmo chiamare gli imperialisti intelligenti, per esempio il `finanziere e filantropo' George Soros ma anche buona parte delle élites americane, faranno di tutto per sbarazzarsi di un presidente, che ha contribuito anche troppo efficacemente alla mobilitazione della popolazione mondiale contro gli Stati Uniti. Democratici come Clinton o Carter sono molto più abili di Bush nell'agitare il vessillo del `multilateralismo' (senza certo andare a chiedere il parere delle popolazioni dell'Asia, dell'Africa o dell'America Latina) e nel ricostruire, con il sostegno della socialdemocrazia (e in via accessoria dei Verdi), il condominio imperiale euro-americano.
Per essere più efficaci e per agire più a lungo termine - soprattutto nei paesi non direttamente impegnati in questa guerra -, dobbiamo lavorare a livello intellettuale e culturale per cambiare radicalmente la prospettiva dominante nei `rapporti Nord-Sud'. Il problema fondamentale non è che ci sono dei dittatori cattivi (anche se ce ne sono) o dei fanatici religiosi nemici `dell'Occidente' (anche se pure ce ne sono), ma sono secoli di rapporti ingiusti che non sono affatto scomparsi e sono alla base di un ordine economico non moralmente difendibile e forse nemmeno stabile a medio termine. Questo punto di vista può forse apparire `radicale' e `minoritario' unicamente se ci si limita alle società occidentali; nel vasto mondo non c'è niente di sconvolgente, e soprattutto non nel mondo arabo, dove la politica degli Stati Uniti realizza `record staliniani', quanto a capacità di mettersi contro l'opinione comune 8. Molte sono le cose da fare per combattere questo ordine: alleggerire il peso del debito, combattere gli accordi economici ineguali, limitare gli sprechi, aprire le frontiere ai rifugiati. Se sapremo combattere questo, soprattutto questo, contribuiremo a realizzare il modesto desiderio espresso all'epoca dell'aggressione occidentale contro la rivoluzione russa da Bertrand Russell che, per «minimizzare il sangue versato e preservare al massimo quel che ha valore nella civiltà attuale», sperava in «un po' di moderazione e di sentimento umano da parte di coloro che beneficiano di privilegi ingiusti nel mondo quale esso è» 9
note:
1 «New York Daily Tribune», 16 settembre 1857. Sulle condizioni reali imposte dal sistema coloniale in quello che oggi è il Terzo Mondo, vedi Mike Davis, Génocides tropicaux, La Découverte, Paris 2003
2 Su questo argomento vedi Edward Said, The End of the Peace Process, Vintage Press, New York 2001, Noam Chomsky, Middle East Illusions, Rowan and Littlefield, Lanham (Stati Uniti) 2003, così come Pirates et empereurs, Fayard, Parigi 2003, e Norman Finkelstein, Tuer l'espoir, Aden, Bruxelles 2003.
3 Si obietterà senza dubbio sul fatto che questo abbandono possa lasciare il paese in preda al `caos'. Curiosamente questo argomento è stato raramente sentito a proposito dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan.
4 Vedi il Project for a New American Century, nel sito http://www.newamericancentury.org/ e Noam Chomsky, Hegemony or Survival. America's Quest for Global Dominance, Metropolitan Books, New York 2003, in particolare il capitolo 9, sui piani americani di militarizzazione dello spazio.
5 Allo stesso modo, il sistema, sul piano interno, si basa su un intervento importante degli Stati che tempera il carattere auto-distruttivo del `libero mercato'.
6 Ricordiamo che in una intervista al «Nouvel Observateur», Brzezinski, che all'epoca era consigliere del presidente Carter, dichiarava: «Secondo la versione ufficiale della storia, l'aiuto della Cia ai mujahidin è iniziato nel 1980, ovvero dopo che l'esercito sovietico aveva invaso l'Afghanistan, il 24 dicembre 1979. Ma la realtà, tenuta segreta fino a ora, è tutt'altra: fu di fatto il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva sull'aiuto clandestino agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E quel giorno scrissi una nota al presidente, in cui gli spiegavo che a mio avviso questo aiuto avrebbe provocato un intervento militare dei sovietici». («Le Nouvel Observateur», n. 1732, gennaio 1998).
7 Vedi Eduardo Galeano, Le pays qui veut exister, «Solidarités», n. 35, 30 ottobre 2003. Originale in spagnolo in «Página 12», Argentina, 19 ottobre 2003. Disponibile in inglese su http://www.zmag.org .
8 Peraltro, il vertice di capi di Stato o di governo del movimento dei Paesi non allineati, paesi che raccolgono la maggioranza della popolazione mondiale, riunitosi in Malesia il 24-25 febbraio 2003, ha condannato senza possibilità di equivoco la politica americana in Iraq e ha rifiutato categoricamente quel che essi chiamano il «cosiddetto `diritto' di intervento umanitario».
9 Bertrand Russell, The Practice and Theory of Bolshevism, Allen and Unwin, Londra 1920.
Jean Bricmont
è professore di Fisica teorica
all'Università cattolica
di Lovanio, in Belgio
(Traduzione di Paolina Baruchello)